I ricordi non muoiono mai
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I Capitolo - Antefatto
Dopo una notte passata a pattugliare i confini del regno dell’imperatrice Nimira, Jason era di ritorno a casa. Alloggiava poco distante dalla caserma di Nistra, centro nevralgico dei guerrieri Ardes.
Nonostante la promozione a vice di Berserk, Jason non aveva abbandonato il pattugliamento ai confini dell’impero, continuava a guidare i suoi guerrieri, ed era d’esempio per audacia negli scontri coi ribelli. |
La casa del Vicecomandante era una costruzione semplice, in solida pietra scura, suddivisa in due piani, piano terra e cantina.
Accanto, la stalla, anch’essa in pietra, nello stesso stile della casa.
Giunto nel piccolo cortile, Jason smontò dal suo nero frisone, gli tolse l’elmo che copriva la sua testa mastodontica, tolse la sella e la coperta di tela scura.
Diede una rapida spazzolata al nero e lucente manto del frisone, controllò che non mancasse la biada, ed infine versò dell’acqua nell’abbeveratoio.
Ares nitrì e scosse la testa, facendo ondeggiare la sua folta criniera.
“Buona notte fratellino” disse dandogli una pacca sul collo, il frisone ricambiò mordicchiandogli i capelli in segno d’affetto.
Jason sorrise, uscì dalla stalla, si incamminò verso casa .
Aprì la porta di pesante legno massello rinforzato da sbarre di ferro; il debole chiarore dei pallidi ed argentei raggi di Mystryl inondarono il vano della porta, disegnando il profilo dell’hammer sul pavimento.
La casa era immersa nel silenzio. Da tempo ormai, il giovane Vicecomandante viveva solo. Si tolse il mantello d’orso, sfilò la pesante Ammazzadraghi da dietro le spalle, appendendola al grosso chiodo.
Si tolse gli spallacci artigliati che gli proteggevano le possenti spalle, rimanendo a torso nudo. La luce tremolante delle torce illuminava timidamente la casa. Jason sbuffando sedette su di una grossa sedia di legno massello posta poco distante dal camino, iniziò a bere un abbondante sorso di Rhum. Sospirò tristemente, mentre con le dita giocherellava con l’anellino appeso al collo.
“Mamya“ sussurrò, ma la sua voce, per quanto flebile, risuonò nel silenzio che avvolgeva la stanza.
La pensava sempre, ma questa volta il suo dolore era più struggente del solito… era l’anniversario della sua morte…. mentre osservava fuori dalla finestra, dagli occhi glaciali scesero delle lacrime che andarono a perdersi tra la fitta e ispida barba.
Erano passati cinque autunni dalla sua morte ma il ricordo era ancora vivido… incancellabile. Ricordi e immagini invasero la sua mente, facendogli rivivere i dolorosi momenti che ogni volta gli riaprivano un’antica e dolorosa ferita mai sanata… gli occhi si chiusero e il passato tornò alla mente in un rincorrersi di ricordi…
Dopo la sepoltura del suo maestro Torok, il mesto pellegrinaggio al villaggio natale, ormai deserto, Jason si era messo in viaggio verso il Regno di Nimira. Un viaggio lungo e travagliato.
Visitò numerosi luoghi, incontrò anziani maestri d’arme, apprendendo nuove tecniche di combattimento, lavorò in varie fucine come fabbro… ma nulla e nessuno riusciva a trattenerlo dal riprendere il viaggio verso il regno di Arcano, sua meta prescelta.
Era ormai giunta la fine dell’estate. Verso l’imbrunire, l’aria, privata del calore dei raggi solari, era fredda e pungente, mentre le foglie degli alberi, ingiallite e secche, cadevano dai rami creando tappeti fruscianti gialli e marroni. Il cielo sempre grigio per via delle nuvole, cupe e minacciose.
Jason, in groppa ad Ares, il frisone dall’imponente mole e dal manto nero come la pece, emersero dalla fitta vegetazione, silenziosi come fantasmi.
Indossava una tunica di cuoio nero e i suoi inseparabili spallacci artigliati bruniti e incisi, fissati dalle spesse catene d’acciaio. Agganciato agli spallacci, il lungo mantello invernale, il volto seminascosto dal cappuccio. Portava due bracciali d’acciaio e sui pantaloni di pelle nera erano fissati le ginocchiere e gli schinieri allacciati attorno agli stivali di cuoio. L’elmo di suo padre, una barbuta di fattura barbara, era appeso alla sella.
Amanuator stava tramontando, lasciando che Mystryl diffondesse la sua argentea luce. L’aria trasportava versi di animali notturni, gufi, civette e persino di sciaves; osservando la fitta vegetazione riuscì a percepire leggeri movimenti nel fitto della boscaglia.
Istintivamente portò la mano dietro le spalle, toccando l’elsa della Lonewolfe, ma si rilassò subito, quando da una macchia uscì timidamente un coniglio.
“Uff mi sono allarmato per niente” sbottò, felice però di sapere i suoi sensi sempre all’erta.
Decise di accamparsi per la notte e mentre tentava di accendere un piccolo fuoco, alzando la testa, scorse saettare dei fulmini accompagnati, subito dopo, da fragorosi tuoni.
Ares nitrì impaurito, Jason prendendolo per le briglie e parlandogli dolcemente lo calmò; cercò un riparo tra i faggi secolari.
Lo trovò lungo le pendici del Monte Grigio che si ergeva a pochi metri dalla scogliera: protetta dalla folta macchia di faggi e querce, intravide una caverna.
L’antro era buio e umido, l’acqua sorgiva gocciolava dal soffitto formando cerchi nella pozza cristallina. Un fulmine illuminò la foresta, grosse gocce iniziarono a cadere.
La pioggia scendeva scrosciando, i tuoni ruggivano furiosi. Jason, dopo aver acceso un fuoco, sedette su di un masso, dispose delle pietre intorno alle fiamme e, come divennero roventi, vi posò sopra diversi pezzi di carne.
L’odore della carne che sfrigolava si diffuse nell’aria, mentre Ares, che ora pareva calmatosi, si sdraiò sul tappeto erboso che ricopriva il pavimento della caverna.
Il temporale non accennava a diminuire, il rumore di rami secchi spezzati mise in allerta il barbaro. Afferrò lo spadone, la lama brillava colpita dai bagliori delle fiamme e dei lampi. Jason in piedi scrutò attentamente davanti a sé, una sagoma prendeva forma sotto il bagliore dei lampi che squassavano il cielo.. In quel momento sul ciglio della grotta apparve una figura, rimase in piedi per alcuni istanti, mormorando alcune frasi disconnesse per poi, sfinita, crollare a terra.
Jason si avvicinò, la Lonewolfe tra le mani e giunto vicino alla figura inarcò il sopracciglio dalla sorpresa... era una giovane donna ed era ferita.
Guardingo, Jason ispezionò i dintorni della caverna, nessuno aveva seguito la giovane donna; tornato sui suoi passi, rinfoderò lo spadone, la prese in braccio, la posò accanto al fuoco.
La notte passò in fretta. Si alzò al primo albeggiare, raggi rossi e dorati entravano timidi nella grotta che odorava di muschio e di legna bruciata. Una fitta nebbiolina si alzava dal boschetto silenzioso. Jason uscì fuori dopo aver riattizzato le braci, tornando dopo un po’ con una grossa lepre e diversi frutti selvatici.
Si avvicinò alla ragazza, dormiva ancora avvolta tra le coperte.
Si girò, e mentre si chinava per prendere altra legna da gettare sul fuoco, la giovane riaprì gli occhi e fulmineamente si avventò sul guerriero, che sbilanciato dall’irruenza della donna cadde in avanti sbattendo il ginocchio contro la roccia. Un gemito, un’imprecazione uscirono dalle labbra del barbaro.
Jason si voltò verso la giovane che era corsa a prendere la claymore, posta accanto alla sua armatura, e si ritrovò con la lama puntata alla gola.
Il barbaro la osservò... il suo corpo era perfetto, la pelle abbronzata e liscia, le curve sinuose, mentre i lunghi capelli, per quanto scomposti, scendevano come una cascata di riccioli d’oro e gli occhi verdi di lei lo fissavano con odio.
“Dannato porco, come hai osato spogliarmi? Sono sicura che hai abusato di me maledetto bastardo, ma ora pagherai con la vita!” Jason, incredulo, inclinò la testa, e alzando le mani replicò:
“Ti sbagli... ieri sera, quando sei arrivata, eri bagnata fradicia ed eri ferita... ti ho pulito la ferita e ti ho fasciato l’addome... se non lo avessi fatto saresti morta...”.
“Io non ero ferita!.” urlò lei rabbiosamente, mentre i ricordi dello scontro avvenuto la sera precedente emersero nella sua mente. Portò la mano al ventre, sentendo sotto le dita la benda.
Con sguardi fulminei si guardò la fasciatura... era stata fatta bene... il barbaro diceva il vero... tornò ad osservare l’uomo e disse:
“I miei vestiti!”
“Li ho posati sulla sella del mio cavallo ed ormai saranno asciutti” disse Jason che approfittando del momento diede una manata alla lama sotto la sua gola, spostandola, per poi sedersi a terra e chiedere:
“Chi ti ha ferita in quel modo? Da dove vieni?”
Lei non rispose, corse verso la sella di Ares, appoggiata a meno di un metro di distanza dal fuoco, prese i suoi vestiti, corse in fondo alla grotta e si rivestì.
Il barbaro scosse la testa… incurante della giovane si dedicò al fuoco…
Emerse dal buio della grotta perfettamente vestita. Indossava una corazza anatomica, il cui pettorale riproduceva esattamente le forme del seno, lasciando scoperto il ventre. Dietro le spalle, coperte dal lungo mantello nero, si ergeva l’elsa della claymore. I pantaloni di cuoio erano aderenti, gli stivali alti fino al ginocchio.
La ragazza si avvicinò e con voce meno aggressiva:
“Non eri tenuto a farlo barbaro e non aspettarti la mia gratitudine“.
Jason, senza distogliere gli occhi dal fuoco:
“….Tranquilla, non voglio nessun ringraziamento... ho fatto solo ciò che ritenevo giusto... ti ho salvata da una morte certa, le dee non mi avrebbero perdonato se non l’avessi fatto” mentre parlava, spellò il coniglio, lo svuotò delle interiora, lo infilzò con uno spiedo d’acciaio e lo posò sul fuoco.
La ragazza aggrottò le sopracciglia:
“Strano che un barbaro dica questo... come ti chiami?” chiese avvicinandosi al fuoco.
La guardò diritto negli occhi, sorridendo divertito: “Devo o posso rispondere?”
“Devi!” urlò la giovane, urlò più per farsi coraggio che per intimorire.
Dopo un lungo attimo, Jas rispose:
“Jason… figlio di Mikail detto Beowulf “
La ragazza ricordava quel nome, suo padre gli aveva raccontato spesso delle imprese di quel barbaro che in breve era riuscito a porre fine alle lotte tra i clan del nord assumendone il comando.
“Beh ora che sai il mio nome... posso sapere il tuo?”.
“Mi chiamo Mamya... sono la figlia di Raphael il capo villaggio di Vhienna“
“Cosa ci facevi da queste parti? E chi ti ha ferita in quel modo?”
Mamya sospirò, una lacrima rigò la sua guancia, rispose sedendosi accanto al barbaro:
“Brandle… un dannato predone, vive sui monti poco più a sud dal nostro villaggio, e pretende che noi gli si paghi ogni anno un tributo, ma noi siamo poveri, e quest’anno il raccolto è stato distrutto dalle cavallette… abbiamo riserve di cereale e frutta appena sufficienti a superare l’imminente inverno… se lo diamo a lui di cosa vivremo?”
Jason annuì mentre girava lo spiedo “Ed è per questo che vi ha attaccati, vero?”
“Si“ rispose lei.
“Quanti guerrieri ci sono nel tuo villaggio?”
“Nessuno purtroppo, gli uomini sono tutti cacciatori, nessuno sa brandire una spada…”
“E tu? vedo che invece la sai maneggiare”
Lei sorrise tristemente:
“Si… è di mia madre…”
Jason sentì tristezza nella voce della fanciulla e non chiese nulla al riguardo… anche se ebbe l’impressione che sua madre fosse un’amazzone… una guerriera della famosa imperatrice Nimira.
Non appena la carne fu cotta, tolse il coniglio dallo spiedo e porgendole un pezzo di coscia disse:
“Mangia, devi metterti in forze”
Mamya scosse la testa, si alzò in piedi:
“No… non ho fame.. ora devo andare”
Jason la osservò con i suoi occhi di ghiaccio, scuotendo il capo:
“Sei troppo debole… ti accompagno io…. dove si trova il tuo villaggio?”
Vedendo incertezza negli occhi di Mamya:
“Senti…. voglio solo aiutarti… sarò un barbaro è vero, ma non me la sento di lasciarti andare a piedi… se proprio non vorrai cavalcare con me… ti farò salire in groppa ad Ares, mentre io vi seguirò a piedi”
Mamya era indecisa, non sapeva come l’avrebbe presa suo padre se l’avesse vista giungere al villaggio con uno sconosciuto; per di più lo sconosciuto era proprio il figlio del famigerato Beowulf… alla fine decise: “Va bene Jason, ma non pretendo di stare in sella per tutto il tragitto“
Il barbaro annuì, si fissarono negli occhi per un lungo attimo.
Mamya abbassò lo sguardo, le gote parvero arrossarsi.
La giovane, rincuorata, sedette accanto al fuoco ed accettò la carne che divorò in un attimo, sotto gli occhi compiaciuti del barbaro.
Una delle difese della giovane ragazza era stata abbattuta. Jason aveva ottenuto, in parte, la fiducia della sconosciuta. Uscirono dalla grotta e si misero in cammino.
Verso metà pomeriggio giunsero al villaggio di Mamya. Il villaggio era semi distrutto, le capanne in pietra, dal tetto di paglia e fango, erano state bruciate e solo pochi edifici si erano salvati dalla furia distruttiva del bandito e dei suoi mastini.
Il fango, mischiato al sangue dei contadini, era rossastro, l’odore di morte aleggiava nell’aria, un fumo acre si diffondeva nel villaggio per via dei cadaveri, bruciati, come voleva la tradizione.
Come oltrepassarono il piccolo cancello in legno,ormai ridotto malamente, un bambino urlò e corse verso la ragazza, ancora in groppa al mastodontico frisone.
“Mamya! È tornata Mamya!!” era un grido strozzato dall’emozione.
In breve le donne del villaggio, seguite dai loro figli più piccoli, si precipitarono verso la ragazza urlando di gioia.
“Jimmy!” urlò Mamya smontando dalla sella per correre ad abbracciare il piccolo ”Come stai? O dea che brutti tagli che hai! E papà?” chiese accarezzando il viso al bambino.
“E' andato a caccia”
“Mamya sei salva!” esclamò una vecchia donna abbracciandola.
“Si nonna….. mi sono salvata” trattenendo a stento il pianto, abbracciò la donna.
“Grazie alle Dee” disse la vecchia con gli occhi gonfi di lacrime, ricordando il massacro avvenuto, la perdita di tante vite e le violenze subite dalle giovani ragazze del piccolo borgo.
Mentre le donne del villaggio stavano abbracciando la ragazza, il piccolo Jimmy lanciò un urlo spaventato.
Dalla boscaglia emerse Jason. Immediatamente le donne, spaventate, corsero per rifugiarsi nelle loro case. Solo il richiamo di Mamya riuscì a dissipare il terrore che si era impadronito nuovamente del villaggio:
“No…. ferme… non preoccupatevi! Lui mi ha salvata!”
“Mamya sei sicura di poterti fidare di lui?” chiese una donna osservando Jason arrivare con un capriolo sulle spalle:
“Non è che ha abusato di te?” chiese la nonna “i barbari sono pratici in queste cose, io….. ne so qualcosa….”
“Puoi stare tranquilla nonna…… se solo ci avesse provato lo avrei ucciso”
“Combattiva come tua madre” rispose la vecchia ”le somigli moltissimo, hai lo stesso temperamento, lo stesso coraggio"
“Si ma non parliamone più, lo sai che papà soffre ancora per la sua morte… e anche io”.
Intanto il barbaro si avvicinava sempre di più, reggendo la sua preda e mostrandosi in tutta la sua statura. Le donne erano impaurite mentre lo osservavano, sempre pronte a scappare, tenendo i loro figli stretti tra le braccia.
Mamya disse: ”Non preoccupatevi, non fatevi ingannare dalla sua apparenza rozza… è un amico”
Il piccolo Jimmy, recuperato un po’ di coraggio, si avvicinò titubante all’enorme barbaro, guardandolo col naso all’insù:
“Ma è vero che hai aiutato la mia sorellina?”
“Si piccolo” rispose sorridendo appena e accarezzandogli la testa con la mano possente.
Il piccolo sorrise grato e disse: “Allora ci aiuterai a uccidere i cattivi?”
Mamya sgranò gli occhi e urlò:
“Jimmy!”
Jason inclinò la testa e disse:
“Se tuo padre non avrà nulla in contrario, sono disposto ad aiutarvi”
La vecchia donna colse sincerità nelle sue parole, e annuendo disse in una lingua sconosciuta:
“O Dee, grazie per aver ascoltato le mie preghiere, è lui che ci aiuterà a sconfiggere Brandle e i suoi predoni”
Mamya diede uno scappellotto al fratello:
“Papà non approverà”
“Ma io…” rispose il bambino in lacrime “uffa……”
Jason non disse nulla, sapeva di dover guadagnarsi la fiducia di quella gente, tanto provata e diffidente per necessità.
Verso l’imbrunire il padre di Mamya, Raphael, giunse al villaggio con una trentina di uomini, in sella ai loro cavalli, mentre diversi buoi trainavano carri; trasportavano il bottino di caccia, cinghiali.
Mamya corse incontro al padre che, vista la figlia, sorrise di gioia ma…. scorgendo il barbaro, il sorriso svanì, i cacciatori brandirono le loro accette e tesero i loro archi.
Mamya si avvicinò al padre e spiegò ciò che era successo e Raphael annuendo fece cenno ai suoi uomini di abbassare le armi:
“Dici che ti ha salvato la vita…. ma come possiamo sapere che non sia una spia di Brandle?”
La vecchia si avvicinò e diede un colpo di bastone alle spalle del figlio:
“Testone, lui ci salverà da Brandle”
“Madre…. ne sei sicura?”
“Si…. nelle sue parole non c’è traccia di menzogna…. i suoi occhi sono sinceri… e… devi essere orgoglioso di avere come alleato il figlio di Beowulf”
Raphael sgranò gli occhi incredulo…. Non aveva mai incontrato il leggendario barbaro del nord ma se quel giovane era realmente suo figlio…
”Va bene” disse osservando i suoi uomini “io Raphael, capo di questo villaggio, ti do il benvenuto, Jason”
Gli uomini del paese sputarono a terra in segno di scongiuro, mentre altri si avvicinarono al barbaro dandogli il benvenuto. Jason venne così ospitato a casa di Raphael e gli venne assegnata una piccola stanza mentre il suo frisone venne condotto in una stalla con gli altri cavalli.
Il capo villaggio tenne una piccola festa, come era tradizione. Jason aveva salvato sua figlia e quindi non c’era modo migliore per ringraziarlo.
II Capitolo - Luce nell’oscurità della solitudine
Passarono diversi mesi e Jason s’integrò con la gente di Vhienna.
Lavorò con loro la terra, tagliò gli alberi per costruire nuove case, ricostruì delle semplici ma resistenti mura di pietra, andò a caccia e lavorò persino nella fucina del paese forgiando nuove asce, spade e tutto ciò che poteva servire alla gente del villaggio, tanto che i paesani cominciarono ad apprezzare il barbaro fino a considerarlo uno di loro.
L’inverno era alle porte. Il vento fischiava impetuoso tra i gli alberi spogli e secchi, in cielo si rincorrevano nubi, minacciando neve.
Jason e Mamya erano nel Bosco assieme ad altri cacciatori.
Stavano seguendo da giorni le orme di un grosso orso grizzly che aveva attaccato il recinto del bestiame. Erano una decina di uomini, armati non solo di archi ricurvi, ma con asce e spade forgiate dal barbaro. L’orso sembrava volatilizzato... invano avevano setacciato il bosco.
“Tu che vieni dal nord… dove pensi che possa nascondersi?” chiese Lhendar a Jason.
Lhendar era un cacciatore esperto, ma in tutti quegli anni non si era mai imbattuto in un orso di quelle dimensioni.
Alto quasi quanto il barbaro, fisico possente e provato dagli innumerevoli anni passati a cacciare, Lhendar indossava una tenuta scura da caccia di tela grezza, un mantello di pelle di lupo gli cingeva le spalle e calzava degli stivali logori.
Il cacciatore dai lunghi capelli brizzolati che scendevano lungo le spalle con i suoi occhi verdi scrutava il barbaro, attendeva da Jas una parola, un consiglio. Con la sua voce baritonale il barbaro esternò il suo parere:
“Sui nostri monti gli orsi di solito preferiscono grotte come tana…. e credo che quella bestia sia nascosta dentro qualche caverna“
“Si… hai ragione… a questo punto possiamo provare nei pressi della cascata delle ninfee“ aggiunse Lhendar “è qui vicino”
Mamya osservò il barbaro con i suoi occhi verdi e spronò il cavallo andando in testa al piccolo gruppo di cacciatori lasciando Jason e Lhendar a chiudere il gruppo.
Lhendar osservò la reazione della ragazza commentando:
“E' da un paio di settimane che la piccola è cambiata…”
“Si ho notato…. sembra quasi che mi eviti…” sussurrò Jason come parlando tra sè
“Non lo pensare Jason… la piccola ti è riconoscente ma il problema è che non ama parlare troppo”
“Ho notato…”
“Jas… perché non l’affianchi e non provi a parlarle?“
“Ma sei matto? Ha un caratteraccio…. alle volte penso che sia un maschio…”
Lhendar rise di gusto:
“Beh è tutta sua madre…”
“L’hai conosciuta?”
“Si… so solo che era un'amazzone dell’imperatrice Nimira… ma è morta tempo fa… altro però non so…”
“Mmm” borbottò il barbaro portandosi alle labbra una fiaschetta di corno.
“Vai!” disse Lhendar punzecchiando la coscia di Ares, che nitrendo scattò al trotto, raggiungendo così Mamya.
“Ehm…. aikydo Mamya”
Lei si voltò osservandolo con gli occhi verdi, le gote avvamparono immediatamente. Con titubanza Jas iniziò:
“Volevo…. volevo chiederti scusa per l’altra sera, non avevo nessun diritto di chiedere di tua madre…”
Lei scosse la testa:
“..non devi scusarti….. è solo che non ne parlo volentieri…”
“Allora non ti chiederò più nulla…” sussurrò sorridendo il barbaro.
Dopo aver cavalcato per un tratto in silenzio, il barbaro vide scendere una lacrima dagli occhi della ragazza, che compiendo uno sforzo enorme iniziò a raccontare:
“Mia madre era un’amazzone… si chiamava Helena…. venne qui a Vhienna con le sue compagne su ordine dell’imperatrice. Lo scopo era di controllare se qui vivessero banditi e ribelli che spesso attaccavano le Kioskas, ma caddero in un'imboscata e furono tutte uccise. Solo mia madre si salvò ma era gravemente ferita. Era destinata alla morte, ma il fato le fu favorevole. Mio padre, che all’epoca era un abile cacciatore, la trovò per caso e la portò al villaggio dove mia nonna le curò le ferite. Mia padre però era rimasto affascinato dalla sua bellezza e le chiese di sposarlo…. lei rifiutò… era un’amazzone e il suo compito era quello di servire Nimira e non quello di innamorarsi… gli uomini erano considerati inferiori…. ma era una menzogna….. anche lei era innamorata di lui, ma troppo orgogliosa per ammetterlo.
Passarono diversi mesi e lei, ormai guarita, era pronta a lasciare il villaggio; mio padre era triste della sua imminente partenza ma non la costrinse a cambiare idea. L’accompagnò verso il confine senza dire una parola e quando si voltò per lasciarla definitivamente mia madre lo richiamò… e si abbracciarono. Dal loro amore venni concepita… In seguito mia madre si adattò al ruolo di moglie e di futura madre, rinunciò per amore ad essere un’amazzone, lasciò le armi, e solo dopo anni impugnò nuovamente una spada….. m’insegnò a brandire la sua Claymore.. che io porto con me”
Jason ascoltava in silenzio, osservando la giovane, sorseggiando dalla fiasca di corno.
“Sembrava che tutto andasse per il verso giusto, il villaggio prosperava, regnava la pace, ma quando compii 15 anni Brandle fece la sua prima apparizione e….” La sua voce si incrinò, dovette farsi forza per continuare “Tentò di sottometterci ai suoi voleri… i nostri cacciatori non erano in grado di respingere i suoi attacchi e molti perirono. Mia madre però reagì e morì in seguito allo scontro con quel bastardo…” lacrime ora scendevano dagli occhi verdi e profondi “Mi manca tanto mia madre Jason… mi manca tanto anche se lei mi ha insegnato ad essere forte… è per questo che ho indossato la sua armatura e ho imparato a brandire la sua spada, voleva che imparassi affinché potessi difendere il mio paese….. quando l’avrò liberato dalla presenza di quel bandito mi recherò dall’imperatrice Nimira e le chiederò di diventare un’amazzone… come mia madre”
Jason sospirò:
“Anch’io voglio raggiungere il regno di Arcano… però non vi lascio alla mercé di Blandle… combatterò con voi e poi me ne andrò… e se vorrai, potrai partire con me… “
“Non sei tenuto a restare Jason… questa non è la tua guerra”
“Lo so….. ma voi mi avete accolto nelle vostre case… è il minimo che io possa fare”
Lei, senza guardarlo, quasi urlò:
“Stupido… stupido presuntuoso” spronò il cavallo lasciando Jason solo ed interdetto.
Nel primo pomeriggio giunsero nei pressi delle cascate, intravidero diverse caverne. Jason, presa la sua ascia, scese di sella, e seguito da tre cacciatori, Mamya inclusa, si apprestò ad ispezionare la prima grotta.
Lhendar, con altri uomini si diresse verso la seconda grotta.
Il cielo, già oscurato dalle nubi, s’incupì ulteriormente, grosse gocce iniziarono a cadere, sino a riversare sui cacciatori un vero diluvio, fulmini e tuoni squarciavano il cielo.
La terra divenne fango e l’acqua che dalla cascata scendeva furiosa, fuoriuscendo dal piccolo laghetto, inondava tutt’intorno. Si alzò una fitta nebbia. Solo Jason e Mamya, che marciavano affiancati, rimasero uniti. I due giovani si ritrovarono così soli.
A fatica trovarono l’imboccatura di una caverna, entrarono. Jason scrutò la grotta buia, un tanfo pungente gli riempì le narici. Solo la presenza di un animale selvatico poteva giustificare un simile odore, Jason lo sapeva… Mamya gli toccò il braccio, ma prima che potesse proferir parola il barbaro sussurrò:
“Ssssth….. l’orso è qui… preparati a lottare”
Jason sentì la mano di Mamya irrigidirsi, una contrazione involontaria, un moto di paura forse. Dal fondo della grotta si udirono chiaramente dei ringhi sordi, minacciosi.
“Jason ….” furono le ultime parole che lei riuscì a pronunciare, prima che due occhi enormi, luminosi, apparissero nel buio della grotta. La bestia inferocita ruggì ed attaccò i due intrusi.
Al buio non fu facile per loro muoversi, tanto che la giovane venne ferita al braccio dai massicci artigli dell’orso. Il barbaro brandì la possente ascia ed iniziò a fendere l’aria con potenti colpi, l’orso reso furioso per il dolore si scagliò sul suo aggressore. Seguì una lotta impari.. uomo contro bestia. Ringhi e urla si mischiarono mentre Mamya urlava il nome del giovane barbaro. Poi tutto tacque. Il respiro ansimante di Jason risuonò nell’aria:
“Mamya… è tutto finito… come stai?”
I lampi che per attimi illuminavano l’entrata della grotta svelarono agli occhi dalla fanciulla il prezzo pagato dal barbaro: era ricoperto dal sangue, gli artigli dell’orso avevano inferto grosse ferite sul petto, sulle braccia.
“Ma sei ferito!.”
“Non è nulla”
“Come non è nulla! se non ti disinfetti subito la ferita, rischi un’infezione!”
“Ti ripeto che non è nulla”
“Senti Jason non fare il duro… lo sai anche tu che potresti morire…”
Il barbaro sorrise. Era la prima volta che una ragazza lo riprendeva. Così assentì ma prima disse:
“Accendiamo un fuoco… tra poco qui dentro farà freddo”
In breve un piccolo fuoco ardeva nella umida grotta, e Mamya, usando bende di fortuna ed erbe trovate nella boscaglia, disinfettò le ferite del barbaro e le sue.
“Bene… ora…. pure tu mi hai curato” disse sorridendo mentre le rossicce e deboli fiamme illuminavano il suo volto ispido.
“Stupido“ disse lei “sei arrogante e stupido” e sedette lontano da lui, ma nonostante il calore del fuoco non riuscì a scaldarsi. Jason preso il mantello, lo posò sulle spalle della giovane “Tieni, così rimarrai al caldo” i loro volti si sfiorarono, mai erano stati così vicini.
Mamya ebbe un tremito, le loro labbra si sfiorarono “Non mi è mai successo prima d’ora… quando ci siamo visti io ti odiavo… mi avevi vista nuda, indifesa… poi ho capito che sei diverso… in questi mesi che sei stato con noi, ogni volta che ti vedevo provavo dei fremiti e il mio cuore batteva all’impazzata..non sapevo il perché, alla fine ho capito… io ti amo Jason… è da tempo che questo sentimento mi brucia dentro, solo ora trovo la forza di parlarne…..” .
Il barbaro, stupito da quella rivelazione, dal bacio, comprese allora lo strano sentimento che provava, che rendeva ai suoi occhi Mamya, quella fanciulla coraggiosa, speciale.
Mentre il temporale impazzava, i due giovani si scambiarono un secondo bacio, i loro corpi frementi s’avvicinarono sempre di più… e fecero l’amore, dolcemente….
Alle prime luci dell’alba uscirono dalla grotta e scoprirono che Lhendar e gli altri cacciatori li stavano cercando.
Jason come li vide urlò:
“Siamo qui Lhendar!”
“Jason! Mamya! tutto bene?” urlò notando le ferite vistose sul petto del barbaro.
“Si tutto bene amico mio… l’orso è stato ucciso… ora avremo carne a sufficienza per diversi mesi e non dovremo preoccuparci di perdere buoi e mucche durante la notte!”
Passò quasi un mese e Jason parlò con Raphael.. gli chiese Mamya in sposa.
Il capo villaggio era titubante, Mamya era stata promessa in tenera età ad un giovane cacciatore… Tuscan.
Mamya però disse che, se non avesse sposato il barbaro, sarebbe scappata con lui. La situazione era problematica… non poteva rompere il fidanzamento in quel modo; la vecchia dava ragione alla nipote, dando del testone a suo figlio per l’assurda promessa di matrimonio da lui siglata alla nascita di sua figlia:
“Lo sai che Helena non ha mai approvato la tua scelta!”
“Helena è morta mamma…” disse lui con un filo di voce mentre ricordava con le lacrime agli occhi la moglie.. “si lo so, mi ha sempre rimproverato per questo…“
Infine accettò l’idea di far sposare sua figlia con il figlio di Beowulf, non era un buono a nulla come Tuscan, ed inoltre il padre del barbaro avrebbe potuto aiutarli a combattere contro Brandle.
Tuscan, intanto, che già odiava a morte Jason, corse ad informare Brandle della sua presenza nel villaggio. Quel dannato barbaro era un intralcio ai suoi piani… lui, sposando Mamya, sarebbe divenuto il nuovo capo villaggio e avrebbe siglato un accordo con Brandle.
Il predone che a sua volta conosceva le leggendarie imprese di Beowulf decise di togliere di mezzo il giovane barbaro. Nessuno doveva interferire con i suoi piani.
Disse a Tuscan, nonostante sapesse di proporgli una condanna a morte, di sfidare il barbaro e di ucciderlo affinché non fosse d’intralcio quando lui e i suoi uomini avessero attaccato il villaggio. Il giovane Tuscan accettò. Dopo alcuni Dan sfidò pubblicamente Jason a duello. A nulla valsero i richiami di Raphael.. Tuscan voleva battersi a tutti i costi. E venne accontentato.
All’alba del terzo Dan ci fu lo scontro, ma la superiorità di Jason era nettamente visibile. Tuscan venne così sconfitto e non contento di essere scampato alla morte, accecato dall’ira, attaccò alle spalle il barbaro che però questa volta fu meno clemente e con un colpo deciso d’ascia lo uccise.
Jason non esultò… sapeva che aveva ucciso un giovane ragazzo, per una donna… una donna che però lui amava, alla quale mai avrebbe rinunciato.
Raphael alla fine declamò la sua vittoria ed annunciò a gran voce dell’imminente matrimonio tra il barbaro dei monti e sua figlia…
“Ma il matrimonio verrà celebrato quando Mystryl sarà luminosa e splendente nel cielo” sentenziò Raphael.
Jason annuì, Mamya gli corse tra le braccia baciandolo, ridendo, piangendo... lei sapeva, nel suo grembo portava il frutto della loro unione e sperava di rivelarlo entro breve…
Brandle intanto decise di attaccare il villaggio, ma una brutta sorpresa lo attendeva… il villaggio era ora fortificato e i cacciatori erano agguerriti…. infatti subì una pesante perdita e maledì quel dannato barbaro…. da quando era giunto a Vhienna aveva reso i cacciatori abili guerrieri e questo intralciava i suoi piani.
Incassata la sua prima sconfitta, incitò i suoi predoni alla ritirata ma rimuginava vendetta contro quel dannato hammer dei monti… passarono diverse settimane ed infastidito dalle profezie del suo stregone decise di attaccare nuovamente il villaggio e si ripromise di uccidere il barbaro.
Le trame del destino a volte giocano le loro strane carte… alle prime luci di Amanuator, Jason andò a caccia assieme agli altri cacciatori lasciando sole le donne nel villaggio, indaffarate a preparare tutto l’occorrente per l’imminente cerimonia… Mamya, nella sua casa natale, indossava l’abito che a sua volta era stato indossato da sua madre…. La vecchia e la cugina di lei sorrisero nel vederla in quell’abito bianco. Sorj, la cugina di Mamya poco più piccola di qualche anno, disse:
“Mamya come ti invidio…. Jason è un hammer come pochi”
“E' vero“ replicò la vecchia “è un barbaro, ma ha un cuore puro come cristallo… anche se però cela in sé un segreto…. Perché quando Diadolei e Mystryl brillano contemporaneamente nel cielo, lui si apparta, sparisce?”
“Nonna non lo so, ma non appena saremo sposati gli chiederò“
“Mmm nipotina mia, a volte conoscere troppo fa male, lo sai?”
“Lui sarà mio marito, non dovrà avere segreti con me come io non ne avrò con lui”. Mamya lasciò la casa in compagnia della nonna: era d’obbligo una visita al saggio del villaggio, prima della cerimonia.
Sorj, rimasta sola, sospirava, senza riuscire a staccarsi dall’abito nuziale, sognando il giorno che pure lei avrebbe provato tale gioia.
Il villaggio era immerso nel silenzio più assoluto, quando improvvisamente….. urla feroci irruppero nell’aria, Brandle emerse dal fitto della boscaglia, squarciando la bruma che avvolgeva le macchie di cipressi e olmi.
In breve tempo, il villaggio ardeva tra le fiamme, mentre le urla strazianti delle donne e dei bambini risuonavano nell’aria. I predoni non contenti delle violenze effettuate stavano contendendosi una giovane donna vestita con un abito bianco…. Era coperta di sangue e il suo volto era quasi irriconoscibile per via delle percosse subite. Brandle passò tra loro e con un sorriso malefico disse:
“Raphael ricorderà questo per il resto dei suoi giorni e soprattutto quel barbaro che non ho potuto uccidere con le mie mani ha avuto la punizione che merita ….”
Verso il primo pomeriggio Jason e i cacciatori, immersi nella fitta boscaglia, intravidero del fumo e sentirono la puzza di bruciato. Jason e gli altri si precipitarono verso il villaggio temendo, ed infine giunti, scoprendo il massacro… il barbaro corse verso la piazza, vide appeso ad un'asta l’abito bianco, macchiato di sangue.... lacrime scesero dagli occhi glaciali. Non poteva credere a ciò che era accaduto… Mamya era stata uccisa, l’abito nuziale lordo di sangue ne era la prova, ed il suo giovane corpo forse giaceva irriconoscibile tra i tanti corpi martoriati e bruciati nei resti delle capanne...
Jimmi, trovato in fin di vita da Lhendar, disse prima di morire che l’attacco era stata opera di Brandle. Il capo villaggio maledì il predone per ciò che aveva fatto… aveva ucciso i suoi figli e distrutto il suo villaggio.
Jason e gli altri seppellirono i miseri resti di amici e parenti.
Raphael non poté dare degna sepoltura a sua madre, il corpo non venne mai trovato nel villaggio… forse era stata uccisa nel bosco e i suoi poveri resti divorati dagli sciaves. L’indomani il barbaro iniziò a lavorare duramente in fucina e forgiò armi in quantità superiore alle loro esigenze… la rabbia che lo divorava lo spinse a risvegliare l’ira e la furia repressa in tutto quel tempo vissuto a Vhienna; insegnò ai cacciatori tecniche di guerriglia e decisero di attaccare Brandle.
Grazie ad un esploratore, riuscirono a scoprire il covo dei banditi, fecero irruzione attaccando di sorpresa i nemici. Le urla risuonarono nel piccolo maniero diroccato, acciaio contro acciaio, sangue e sudore imperlavano i corpi di Jason e dei suoi amici, che nonostante l’inferiorità numerica lottarono rabbiosamente, intenzionati a vendicarsi.
Durante lo scontro Jason ebbe l’opportunità di scontrarsi con Brandle. Le lacrime scesero dai suoi occhi di ghiaccio mente colpiva con rabbia il bandito che cadeva sotto i colpi della sua ascia e della sua spada. Infine con un colpo rabbioso, Brandle venne decapitato e la sua testa infilzata su un palo di legno.
I pochi briganti sopravvissuti scapparono e lasciarono il maniero in mano a Jason e agli uomini di Vhienna che incendiarono il maniero. Le fiamme divamparono furiose e i muri di pietra crollarono seppellendo i corpi senza vita dei briganti e dei loro amici.
In giorno dopo Jason parlò con Raphael, gli disse di voler riprende il suo viaggio… il capo villaggio gli strinse la mano:
“Addio Jason, figlio di Beowulf, è stato un onore averti nel mio villaggio e sarei stato onorato se tu fossi entrato a far parte della mia famiglia…. ma purtroppo….“ si fermò reprimendo le lacrime “ciò non è accaduto… se un giorno ci rincontreremo, berremo insieme”
Jason annuì e, dopo aver salutato Lhendar e gli altri cacciatori, salì in groppa ad Ares e riprese il suo cammino, con una nuova ferita nel cuore…. la perdita della donna che lui aveva amato. L’anello di Mamya appeso alla sua collana brillava colpito dai caldi raggi di Amanuator mentre lacrime calde cadevano dagli occhi glaciali del barbaro che, giunto in cima ad un monte, fece impennare Ares e urlando pronunciò il nome dell’amata:
“MAMYAAAAAAAAAAAAAAA“
III Capitolo - La meta
Lasciatosi alle spalle il villaggio di Vhienna, Jason riprese il suo cammino, verso le terre di Arcano.
Attraversò vaste pianure, fitti boschi e paludi, attraversò numerosi paesi e borghi, oltrepassò la grande catena montuosa che separava le terre selvagge del nord da quelle del sud…. era nel regno di Nimira.
L’inverno ormai la faceva da padrone, avvolgendo nel suo gelido abbraccio il paesaggio, arido e spoglio. Nel cielo basso, nubi grigie e gonfie annunciavano una tempesta di neve.
Nel primo pomeriggio, grossi fiocchi candidi iniziarono a cadere ricoprendo con un candido manto il brullo paesaggio.
Il barbaro si avvolse nel mantello, proseguendo il cammino; all’imbrunire scorse in lontananza un villaggio, dai camini usciva fumo che salendo in spirali si disperdeva nel cielo.
Alte mura di pietra si ergevano imponenti, circondando e difendendo il paese, dentro alte torri quadrate; agli angoli delle mura, sentinelle vigilavano, mentre alle porte d’entrata diversi guerrieri controllavano i viandanti.
Jason entrò nel borgo sotto gli sguardi attenti delle sentinelle, che vestivano di pelle e cuoio, ed erano armate con pesanti asce e larghe spade. Le case erano costruite in pietra nera, coi tetti di paglia impeciata. Venditori ambulanti urlavano per le strade, le numerose botteghe esponevano i loro manufatti, mentre il fabbro del paese lavorava senza sosta, diffondendo nell’aria il rumore del pesante martello.
Mentre cavalcava negli angusti vicoli, fece irruzione un gruppo di soldati, che tenevano legati con robuste catene i loro prigionieri.
Li condussero dentro un imponente edificio, sparendo dalla sua vista, i cancelli furono chiusi. Un contadino, notando il volto sconosciuto di Jason, ma riconoscendone la sua discendenza nordica, disse:
“Aikydo barbaro, prima volta qui a Vanir?”.
“Si” annuì senza smontare dalla sella ”dove posso andare a mangiare un boccone senza essere disturbato?”
“Vai alla locanda del Gatto a nove code... lì la padrona, Juliette, fa delle pietanze niente male e la birra è buona”
“Grazie” rispose lanciandogli una scaglia di miara, tirò le briglie indirizzando Ares verso la strada indicata dal villico.
Mentre la neve scendeva placida, Jason percorse il vicolo tortuoso, attirando gli sguardi dei cittadini di Vanir. La sua mole non passava inosservata e neppure quella di Ares, che trottava nervosamente. Giunto alla locanda, legò le briglie di Ares ad un arbusto ed entrò.
L’ambiente era come si aspettava... pareti di pietra ricoperte da pannelli di legno grezzo, pavimento in pietra dura. Tavoli rotondi erano disposti ordinatamente nel salone gremito di barbari; alcuni erano ubriachi e cantavano allegri, altri si intrattenevano con donne di facili costumi, altri ancora si azzuffavano tra loro. L’odore di birra mischiata al profumo delle vivande era contaminato dal puzzo rancido di vomito, sudore. Una voce femminile, possente, tuonò alle spalle di Jason:
“Aikydo straniero, vuoi mangiare o bere?”
Il barbaro si voltò trovandosi di fronte un donnone, rubiconda, alta quasi due metri, con folti capelli rossi e occhi verde acqua, fianchi larghi, braccia e gambe possenti. Indossava una lunga veste scura scollata tanto da mostrare generosamente le sue curve. Jason abbozzò un sorriso:
“Aikydo... entrambe se non ti dispiace”.
La donna sorrise a sua volta:
“Bene barbaro.... siediti pure, tra poco ti porterò il miglior cosciotto di sciaves che tu abbia mai assaggiato e un’ottima birra al doppio malto con lievito di birra”
“Bene” replicò Jason sedendosi ad un tavolo in disparte, da dove poteva osservare l’entrata della locanda e tutti i suoi avventori.
Appena sedutosi, fu avvicinato da una giovane prostituta, che sfacciatamente mostrò la sua mercanzia. Senza neppure guardarla, Jas con voce annoiata:
“Lascia perdere... trovati qualcun altro se hai prurito....”
La donna irata dal rifiuto si alzò sparendo tra i numerosi tavoli gremiti di hammers.
Rifocillato, Jason uscì dalla taverna, salì in groppa ad Ares diretto verso il mausoleo che aveva visto appena era giunto a Vanir. Da quanto aveva sentito da un contadino, che si era seduto accanto a lui per mangiare un boccone, la costruzione non era altro che un’arena dove i prigionieri venivano torturati dai gladiatori del signore del paese, Rexor.
L’arena, di forma circolare, permetteva a sei guerrieri di lottare contemporaneamente, ed era racchiusa in una gabbia metallica uncinata. Gli occhi d’acciaio del barbaro scrutarono la folla urlante... tutti gridavano concitati lo stesso nome:
“Kolver! Kolver! Kolver! Kolver! Kolver! Kolver!”
Una delle tante porte si aprì lasciando entrare degli schiavi che trainavano un carro. Seduto sulla piattaforma un guerriero dalla pelle nera come l’ebano, con il volto coperto da una maschera di cuoio, due fessure lasciavano intravedere due occhi viola; indossava un perizoma di pelliccia nera e stivaletti. Una semplice corazza copriva il petto del gladiatore, mentre il braccio destro era protetto da un bracciale uncinato.
Venne aperta una seconda porta, fece la sua apparizione uno schiavo, frastornato, portava un pesante collare al collo e brandiva una spada ricurva.... il poveraccio doveva lottare contro il campione e, se lo avesse battuto, avrebbe riottenuto la libertà.
Il suo sangue arrossò la terra dell’arena, squarciato dagli artigli di ferro del bracciale di Kolver.
Altri prigionieri entrarono, morendo come il loro amico in pochissimi istanti, mentre gli schizzi del loro sangue volava tra i visi concitati degli spettatori.
Il signore del villaggio, Rexor, seduto sul suo trono, aveva osservato il suo campione, ma la sua curiosità era stata attratta dall’imponente presenza di Jason... era proprio come glielo avevano descritto.... alto, possente.... se avesse combattuto contro il suo campione, sicuramente sarebbe stato un incontro straordinario, pur fidando completamente sulla forza di Kolver.
Si alzò, la folla ammutolì:
“Fermate quell’uomo” disse indicando Jason ”non mi ha reso omaggio entrando nella mia città”.
Il barbaro rimase immobile, immediatamente fu circondato da barbari armati di asce e alabarde. Sapeva di poter battere quei guerrieri senza problema, ma preferì non muoversi... almeno per capire le intenzioni del signore del borgo.
Jason notò al fianco del signorotto il viso della prostituta incontrata nella taverna, stava parlando, gesticolando... solo allora sentì la voce:
“Aikydo straniero.... lo so che non è una bell’accoglienza questa, ma tu non hai pagato il tributo all’entrata”
Jason, senza muovere un muscolo, rispose con voce tranquilla:
“Non devo nessun tributo… a nessuno”
La folla scoppiò in una risata, Rexor sorrise rabbioso.
“Però sarò clemente con te.... se sconfiggerai il mio campione e mi farai divertire, ti lascerò libero ed avrai anche una ricompensa...”
Jason strinse i pugni per l’arroganza di Rexor... gli avrebbe rotto la testa volentieri.
“Va bene.... se non ho altra alternativa....”
“No.... non credo che tu ne abbia”
“Tu morirai!” urlò la giovane prostituta ”il tuo sangue bagnerà la terra e i corvi banchetteranno con le tue membra mutilate!”.
“Taci, cagna“ disse una guardia spintonando la ragazza “ora puoi anche tornare nel tuo bordello” e le diede una manciata di pietre rosse. La giovane, presa la ricompensa, sparì tra la folla.
Jason lasciò cadere il mantello, esibendo il suo corpo nerboruto, pieno di cicatrici.
Gli spallacci artigliati e la spada a due mani riposta dietro le sue spalle nel fodero di cuoio accanto all’ascia bipenne lasciarono senza parole Rexor e i presenti; calò il silenzio.
Solo la voce di un vecchio ruppe l’incantesimo:
“Io scommetto... ecco... 100 scaglie di miara, rimarrà in piedi lo straniero”
“Tu sei pazzo vecchio.... Kolver lo farà a pezzi”
“Vedremo Stoner, vedremo” rispose l’anziano fiducioso, quindi rivolto a Jason: “fammi vincere ragazzo... so che puoi farcela”. Subito cominciarono le scommesse.... tutti puntarono su Kolver... solo l’anziano ebbe fiducia nello straniero.
Jason scese nell’arena e la porta metallica venne chiusa alle sue spalle, si toccò l’anello appeso al collo mormorando tra sé:
“Mamya.... lo so che non approverai quello che sto per fare ma se non vinco ti raggiungerò presto”
“Prima di iniziare” disse Rexor: ”come ti chiami?”
Jason, sfoderando l’ascia bipenne e la Lonewolfe disse:
“Sono Jason….. Jason il figlio di Mikail Beowulf”
Il nome fece raggelare il sangue nelle vene di Rexor ma anche di Kolver, mentre le urla cessarono per l’ennesima volta, un rollio dei tamburi diede l’inizio al combattimento.
Il barbaro si scagliò contro il gladiatore e ne seguì una lotta furiosa.
Jason combatteva con ferocia inaudita e Kolver, resosi conto della forza del suo avversario e della rabbia che leggeva nei suoi occhi di ghiaccio, aveva perso la sua baldanza. Sapeva bene di Beowulf e trovarsi di fronte al figlio di quel famigerato barbaro era come trovarsi di fronte ai mostri degli inferi.
Kolver iniziò ad arretrare, il barbaro non dava respiro, riuscì a colpirlo con un calcio mandandolo contro le sbarre uncinate.
In un disperato tentativo di sottrarsi alla morte, Kolver si scagliò sul suo avversario brandendo la spada a braccio teso che però gli venne mozzato da un terribile fendente.
Vide il suo sangue sgorgare dal braccio ridotto ad un misero moncherino sanguinolento, i suoi occhi rivelarono il terrore, ormai unico sentimento rimasto al gladiatore. L’incontro non tardò a volgere al termine, presto la testa di Kolver rotolò nella terra dell’arena.
Jason aveva vinto.
Rexor, impressionato dalla forza dello straniero, già dimenticato il suo campione, alzò la mano per ottenere il silenzio:
“Diventa il mio nuovo campione e ti prometto miara a volontà, verrai coperto di gloria e onore”
Jason, dopo un lungo silenzio assentì:
“….Resterò”
Non aveva ormai nulla da perdere…. e desiderava raggiungere Mamya… forse quello era il modo più veloce.
Rexor sorridendo, rivolto alle sue guardie:
“Conducetelo nella stanza di Kolver ma ricordatevi che Jason è libero e non uno schiavo! Ed esaudite ogni sua richiesta!”
Da quel giorno, la bestia feroce, sanguinaria che dormiva in lui, si risvegliò, manifestandosi con crescente potenza, sopratutto quando Mystryl e Diadolei brillavano in cielo.
Bastò poco tempo, la sua fama divenne leggendaria e il solo pronunciare il suo nome metteva i brividi persino al guerriero più esperto.
Jason venne così soprannominato “Fenrisúlfr”, che secondo la mitologia di un antico popolo nordico degli SDU era un gigantesco lupo, nato dall'unione tra il dio Loki e la gigantessa Angrboða, assieme alla regina degli inferi Hel e al Miðgarðsormr, la cui ferocia inaudita era temuta dagli dei stessi.
Una notte, mentre dormiva nella sua stanza, gli apparvero quattro donne; tre di loro irradiavano luce, la quarta era invece avvolta da un’aura nera.
“Chi siete?” chiese quasi spaventato dall’apparizione.
Le loro voci dolci e suadenti, ma decise al tempo stesso, risuonarono nella sua mente, parlando a turno:
“Io sono Farahir, Dea della bellezza e dell’amore, io Athenas Dea della Forza e del coraggio, ed io sono Arawen Dea della Saggezza, dell’intelligenza”
Infine la figura nera, inquietante, si avvicinò e la sua voce cavernosa risuonò nell’aria mentre le dita artigliate fendevano l’aria:
“Io sono Moghul Dea della paura, del terrore…”
“Noi siamo le Dee di Arcano, Jason “Fenrisúlfr” ...”
“Cosa volete da me?”
“Vogliamo allontanarti dall’abisso in cui stai cadendo Jason, il tuo cuore sta cedendo al lato oscuro che in te alberga ma che hai sempre dominato. Jason... ascolta le nostre parole”.
“Non dare retta alle loro parole mio ferale guerriero, continua a combattere… il sangue è quello che desideri… la morte dei tuoi avversari”
Athenas urlò:
“No Jason! Ti sei dimenticato lo scopo del tuo viaggio?”.
Arawen disse:
“Devi diffondere gli insegnamenti di Torok come lui ti ha chiesto! Non usarli per uccidere barbaramente gli schiavi che sono obbligati a combattere per il piacere sadico dei loro padroni! E poi tu sei anche un fabbro! Dove finiranno gli insegnamenti di tuo padre e di tuo nonno?”.
Infine la voce di Farahir giunse come una stoccata al cuore del barbaro:
“Cosa direbbe Mamya? Come potrai spiegarle di essere diventato un assassino come lo è stato Brandle? Ti prego Jason…. Risveglia il tuo cuore dalla malvagità…. Ti sei dimenticato della promessa che le hai fatto? Proteggere gli indifesi e servire l’imperatrice Nimira? Come puoi esaudire i voleri di colei che ha maledetto la tua stirpe stillando in te lo spirito del feroce Cerberus?”.
Jason rimase paralizzato…. i ricordi delle promesse fatte alla dolce Mamya gli tornarono in mente. Lacrime scesero calde, purificatrici dai suoi occhi di ghiaccio. Non riuscì a trattenere un urlo, mentre le immagini raccapriccianti gli si pararono nella mente… immagini di stragi e omicidi da lui compiuti dopo aver ceduto al lato oscuro del suo cuore liberando la bestia dormiente non solo durante la presenza di Mystryl e Diadolei…. il suo viso era ferale, ghignate e coperto di sangue.... donne e bambini dilaniati e guerrieri sbranati solo per il sadico volere di Moghul.
“NOOOOOOOOOO!” e si portò le mani sul viso, mentre il suo corpo venne scosso da tremiti.
Moghul ringhiò rabbiosamente:
“Dannate sorelle! lui è mio! E presto lo sarà”
Detto ciò svanì, mentre le tre dee della luce sorrisero…. avevano salvato il giovane barbaro dall’oscurità, ma questa era solo una delle tante battaglie che Jason avrebbe dovuto combattere.
Alle prime luci di Amanuator, Jason si svegliò completamente sudato. Il sogno era ancora vivido e rivide le scene dei barbari omicidi da lui compiuti.
Alzatosi dal letto, andò alla finestra; i suoni del mattino giunsero alle sue orecchie, il vento accarezzava il suo viso ispido, un raggio rosso e dorato lo inondò facendogli socchiudere gli occhi.
Si guardò le mani possenti e rivedendole sporche di sangue:
“Hanno ragione, non poso sporcarle di sangue innocente....”
Indossati gli spallacci, prese le sue armi, andò da Rexor che sorpreso del suo arrivo disse:
“Cosa c’è Fenrisúlfr?”
Jason lo guardò negli occhi e disse:
“Rexor io me ne vado”
Il signore del paese assunse uno sguardo duro:
“Va bene.... ma stasera gareggerai la tua ultima gara e poi sarai libero”
“Va bene.... ma niente scherzi o ti fracasserò il cranio” uscì dalla stanza a grandi passi.
L’oscurità scese nuovamente e Jason raggiunse l’arena.
La folla urlava il suo nome:
“Fenrisúlfr! Fenrisúlfr! Fenrisúlfr! Fenrisúlfr! Fenrisúlfr! Fenrisúlfr!”
Il barbaro allargò le braccia e chiudendole a croce, in segno di saluto, guardò verso la folla che esplose in un urlo.
Subito dopo, la porta di fronte al barbaro venne aperta ed entrò un giovane guerriero, Iox, lo sfidante. Era un po' più basso di Jason, capelli corti e gli occhi grigi colmi di rabbia. Fenrisúlfr si voltò verso Rexor, battè il pugno sul petto. Rullarono i tamburi, lo scontro ebbe inizio.
La vittoria arrivò subito, Iox era solo un povero pazzo convinto di poter sconfiggere il famigerato Fenrisúlfr solo per coprirsi di gloria.
Rinfoderate le sue armi, Jason si diresse alla porta… era chiusa…
“Che scherzo è mai questo? Aprite immediatamente la porta!”
Rexor si alzò dal suo trono e disse mentre un servo l’aiutava a indossare la sua pesante armatura:
“Non avere fretta Fenrisúlfr, diciamo che c’è un cambiamento di programma”
Il barbaro inarcò il sopracciglio e osservò il signore di Vanir, ora perfettamente protetto nella sua armatura scura, scendere nell’ arena.
La sua voce risuonò da dentro l’elmo taurino:
“Se tu mi batterai avrai la libertà di andartene, ma se perderai diventerai il mio schiavo e rimarrai il mio gladiatore per tutta la vita”
Jason, sentitosi tradito da quell’uomo indegno, ringhiò sommessamente ”un nuovo scontro… l’ultimo”.
Tra la folla riecheggiavano i loro nomi: Fenrisúlfr! Rexor! Fenrisúlfr! Rexor! Fenrisúlfr! Rexor!
Rexor, che un tempo era stato un valoroso vichingo, lottò abilmente facendo saettare le due spade a lama larga, Jason sembrava essere in difficoltà.
Il signore di Vanir era convinto di avere in pugno la situazione ed urlò:
“Arrenditi Fenrisúlfr e sarò clemente con te!”
Jason sorrise quasi selvaggiamente e disse:
“Questo è solo il riscaldamento Rexor.... con te ho solo giocato fino ad ora....”
Il vecchio vichingo si scagliò con ferocia contro il giovane barbaro.
Le lame saettarono nell’aria ma Fenrisúlfr fu più veloce, grazie alle continue lotte nell’arena i suoi muscoli erano ancora più possenti, la spada e l’ascia di Jason non lasciarono scampo al vichingo.
Inutilmente Rexor cercò di opporre resistenza ai possenti colpi, tentando di parare il micidiale colpo d’ascia, incrociò le due spade che però vennero spezzate. La lama della Lonewolfe penetrò nella carne, lacerando l’acciaio e trapassando il suo cuore, un terribile colpo l’ascia fece rotolare la testa di Rexor ai piedi di Jason.
La folla esultò.
Il giovane barbaro osservò le sue armi insanguinate, poi voltandosi verso la folla alzò le braccia per poi richiuderle a croce, come ultimo saluto.
L’indomani Jason si lasciò alle spalle il villaggio di Vanir e si avviò verso le terre di Arcano. Da lontano tre figure luminose apparvero, i loro occhi lo guardarono scomparire tra la fitta vegetazione.
“Fa buon viaggio Jason Fenrisúlfr figlio di Mikail Beowulf, ricorda sempre le nostre parole, combatti solo per una giusta causa e servi Nimira.... ma se dovessi cedere al lato oscuro del tuo cuore ci troverai pronte ad aiutarti...”
Così come erano apparse sparirono, mentre il verso di animali selvatici si disperdeva nell’aria del bosco accompagnando il cammino del giovane barbaro.
Jason
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