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Silenthill… L’inizio…

Immagine del racconto


 

“A Ilda che ha celebrato il mio risveglio,
quando le tenebre mi hanno avvolto
e, umiliato e sconfitto, ho strisciato tra i boschi
inseguendo la morte…”

“Il sentimento più forte e più antico dell’animo umano è la paura, e la paura più grande è quella dell’ignoto.” 
Era questa la riflessione che pervadeva la mia mente quando, seduto sulla mia branda, nella mia camera, nella mia antica casa a Nosambra guardavo con dissuase speranze la luce della candela sulla scrivania. Avevo la consapevolezza necessaria ad affrontare, quella notte, il solito inspiegabile sogno che mi tormentava da ere ignote. Il sogno cominciò anche quella notte sempre uguale; era suddiviso in tre sequenze. 
Nella prima, il silenzio notturno veniva infranto dall’assordante rumore di acque. Esse si accavallavano ciecamente e furiose. Un momento dopo nelle tenebre compariva una cascata, i cui flutti si stagliavano nell’oscurità. Affacciandosi sullo strapiombo si potevano intravedere gli scogli sottostanti segnati dal sangue e dai quali s’innalzava un fetido odore di decomposizione. Anni addietro, quando l’infanzia mi avvolgeva beata, le ombre vagavano e cosa c’era scritto in fondo alla cascata. Man mano che gli anni si susseguivano lenti, riuscivo a distinguere nitidamente i simboli, tuttavia non riuscendo a riconoscerne alcuno. 
La seconda sequenza rappresentava un crocevia di quattro strade. Al centro dell’incrocio, una grande quercia secolare prendeva possesso della zona. I contorni dell’albero sembravano tremare sequenzialmente nell’aria scura di temporale. Il fitto e denso fetore ricompariva e sembrava sprigionarsi dall’albero che, a quel punto, veniva macchiato dagli stessi segni delle rocce. Nell’avvicinarmi un fulmine profondo e violento, come l’impatto tra il mare in tempesta e una parete rocciosa, colpiva l’albero. Tra i frammenti sparsi ovunque e il fumo nero che si alzava, in un’orgia di fuoco, sangue e residui organici una dozzina di creature spaventose in cerchio ballava la sua sardana infernale. Mi bastava guardarli per essere portato alla follia. Emettendo assordanti grida mute, soffocavo lentamente accasciandomi al suolo. 
Al mio risveglio l’ultima sequenza mi si presentava davanti: mi trovavo in un bosco di pini, dove l’aria sembrava essersi fermata. Sacerdotesse vestite di Blu scuro come la notte, e come la morte, camminavano a piedi nudi sul prato e lentamente con pugnali insanguinati ancora gocciolanti disegnavano ancora quei segni. Dopo che i simboli maledetti dal tempo e dallo spazio vedevano la luce, le sacerdotesse stramazzavano al suolo tremando come in preda a crisi epilettiche e pugnalandosi in preda alla follia suicida; il fetido odore della lenta morte fisica sostituiva l’aria e l’immagine di un libro aperto si avvicinava coprendo il bosco e il rumore dello sfrusciare delle pagine era accompagnato da versi in una lingua che doveva essere oramai morta da millenni. Dopo quest’ultima scena mi svegliavo di soprassalto e imperlato di sudore. Riaddormentandomi i sogni non avrebbero osato disturbare la mia fragile quiete.

Una notte in cui il sogno era limpido e privo di ombre, il mago non riuscì più a prendere sonno. Uscì dalla casa avvolto dalle tenebre e iniziò a camminare in preda ad uno stato confusionale. La sua camminata barcollante, il movimento ondulatorio della testa e la mancanza di coordinazione nelle braccia: era chiaro che lentamente il giovane stesse per avere una crisi di nervi. 
Il mago entrò nel bosco nel mezzo della notte e quando ne uscì sulle sponde del Kruill era l’alba. Improvvisamente il suo corpo cadde a terra, la sua bocca spalancata in una maschera di dolore. 
La sua mente era altrove, in un’altra dimensione dello spazio e del tempo. Vedeva… vedeva sei uomini disposti a cerchio... Vedeva all’interno del cerchio quei simboli maledetti… vedeva un libro al centro… quel libro. Riprendendosi si mise seduto in riva al fiume e iniziò ad analizzare il tutto a mente lucida, per come gli era possibile. Il sogno che ogni notte assediava la sua sanità mentale era chiaro che non poteva essere solo frutto della sua immaginazione, avrebbe dovuto accettare la realtà… qualcosa era successo, e lui ne era all’oscuro. 
L’ultima visione che aveva avuto rappresentava un luogo che sicuramente era nelle vicinanze del fiume, in quanto il suo rumore era presente nel sottofondo. Il mago iniziò a guardarsi attorno, tuttavia la ricerca diventava difficoltosa, la boscaglia era fitta e difficilmente s’intravedeva una radura costeggiata dal fiume. Dopo ore di cammino e oramai estenuato dal digiuno prolungato, il giovane decise di arrendersi. Sentiva le forze venirgli meno e i pensieri disperdersi nel cielo e bruciati dal sole dissolversi nell’eternità dell’oblio. Il mago crollò in un sonno comatoso.

Uriel stava accanto all’hammer sotto le coperte quando quest’ultimo aprì gli occhi.
“Dove mi trovo?”
“Io sono dove dovrei essere… sei tu, viandante, che ti lasci cullare da morfeo nella terra dei dannati, e per questo dove non dovresti essere.”
“Dannati? Ma di cosa parli? Chi sei?”
“Io sono il tuo salvatore. Mi chiamo Uriel. E questo ti basti.”
“Dove mi trovo? Perché sono qui… perché mi hai salvato?”
“Sei vicino casa Silens, tu non ricordi, non puoi ricordare… e forse questo ti salverà la vita.”
Il giovane che aveva recuperato parte delle sue forze nel sentire quelle parole placide e cantilenanti non poteva che pensare che le avesse ripetute per non sa neppure lui quanto tempo. Era la pazzia che troneggiava nell’aria oppure semplicemente si trattava di un altro sogno? Ecco un’altra domanda che non avrebbe trovato risposta.
“Io mi chiamo Silenthill, sono un orfano e la mia casa è lontana chilometri da qui, impostore.”
Uriel si alzò dalla sua posizione e come se non avesse sentito le parole dell’hammer steso si incamminò verso la stanza adiacente. Il mobilio era semplice ma antico. Per quanto umile fosse la casa anche l’occhio più pigro avrebbe notato che apparteneva ad un'era diversa, ormai svanita. Sul fuoco bolliva una teiera che in quel momento stava traboccando. Uriel tolse dal fuoco il contenitore e prese due tazze, ne versò il contenuto. Dopo di che ne porse una a Silent.
“Silens, io ti conosco… troppe ere sei andato incontro al tuo destino. Il fallimento rende nobile il tuo animo. La vittoria ti schiavizzerà. Che triste destino il tuo…”
Il giovane aveva superato il limite, non avrebbe sopportato una parola in più. Con violenza inaudita e ingiustificata spazzò con il braccio la tazza che gli era stata offerta. Il liquido dentro la tazza si versò a terra ancora fumante. La collera, la paura dell’ignoto lo alimentavano. Rivoltò il tavolo con entrambe le mani facendo cadere la tazza di Uriel su di lui che gridava ustionato. Saltò sulla parte di tavolo ancora orizzontale e con uno scatto prese per la gola l’hammer che aveva di fronte e lo trascinò verso il muro.
“Spiegati dannato Uriel. Ci provi gusto a giocare con me? Ora mi divertirò io con te… parla”
“Cosa vuoi che io ti dica, Silens.” Sputò sangue, mentre la mano del mago stringeva la sua gola e ghignò. 
“Il tuo destino si ripete sempre uguale da millenni. Tu non appartieni a questa era. Tu non appartieni a nessuna era. Tu sei solo un’altra patetica creatura di nostro Signore”
“Risposta sbagliata. Non ti credo.” Un lampo di follia animava gli occhi del giovane mentre sadicamente attentavano alla vita di Uriel. Il suo “salvatore” ora sembrava non capire, era confuso…
“Lasciami andare Silens. Ricordati che se mi uccidi, tu non t’incarnerai mai più e rimarrai senza guida. Io ti servo… io ti sono indispensabile.” Nella sua voce si poteva assistere a tutta la pietà che trasudava.
“Io non credo. Cosa sai dei miei sogni?” ora la morsa si era leggermente allentata.
“Sono pura realtà. Io non posso dirti altro…”
“Allora non mi servi più…” La stretta lo strangolò per pochi secondi. Uriel stramazzò a terra svenuto. 
Una risata inondò la casa. Lui era pazzo. Ora lo sapeva. Uscì dalla casa e un brivido lo percosse lasciandolo incantato davanti a quella visione. Si trovava nel mezzo di quella che doveva essere la foresta inesplorata. Non aveva mai visto alberi di quel genere e così fitti.

Quello che successe gli fece ghiacciare le ossa. Stava vagando, godendo della luce del chiaro di luna che assorbiva il compito di guida all’interno della foresta. Ammirando in alto le stelle era ignaro di una presenza a lui così vicina; spiava ogni sua mossa. Sentendosi impaurito, cadde in ginocchio mentre qualcosa lo trascinò dagli alberi. Lo portò in un posto spaventoso e li cadde a terra inconsapevole di cosa stesse per succedergli. 
Si mise seduto e ciò che vide turbò tutta la sua esistenza: si trovava al centro della radura che aveva sognato dopo aver ascoltato il rumore del Kruill. E tutto ebbe un senso. Al centro di quel posto c’era un albero maestoso, secolare e putrescente. Un fulmine che ruppe l’equilibrio nel cielo si scatenò contro il suo obiettivo vegetale. 
Tutto sembrava ritornargli davanti, stava vivendo l’incubo. Le parole di Uriel erano vere. L’albero distrutto aveva prodotto attorno a se una nebbia fitta. Il giovane si avvicinò ai resti dell’albero e con sua grande sorpresa vide ciò che non avrebbe mai dovuto vedere. Il libro dei suoi sogni gli era davanti. Non ci poteva credere. Lo sfogliò velocemente fino a quando non riconobbe i simboli che lo tormentavano sulle rocce in fondo alla cascata, sull’albero… sull’erba insanguinata. 
Nel frattempo la nebbia fitta che avvolgeva la radura iniziò a dissolversi. All’inizio vide alcune ombre apparire nell’oscurità, aspettò alcuni minuti, incredulo e alla fine le riconobbe… ed ebbe paura. Immensa paura. Erano ancora loro, le Sacerdotesse vestite di Blu scuro come la morte, camminavano sul prato con pugnali insanguinati ancora nelle mani. I loro movimenti erano ciclici. Sembravano impossessate. 
L’hammer esaminò meglio il libro maledetto. Era di ottima fattura e nonostante fosse antico come il mondo era finemente decorato. Il titolo recava scritto “Libro delle leggi dei morti” e così il mago ricordò un nome “Necronomicon”, ma questo non aveva nessuna importanza in quel momento. Ritornò alla pagina con i simboli e lesse l’incipit.

Evocazione della progenie di Lilith (demone dell’amore, lussuria e dell’aborto) 
Non fu più lui che continuò a leggere, le parole sgorgavano dalla sua bocca senza che un singolo muscolo potesse impedirlo, sia questo degli arti sia questo facciale. Quello che stava evocando era tremendo. Lilith partoriva i suoi figli senza che il Signore potesse trovarli come aveva fatto con ogni altra progenie di Lilith in qualsiasi pianeta. Nosambra era il luogo che custodiva il figlio di Moghul… il figlio della malvagità. Ogni era aveva visto esso presentarsi a noi sotto mentite spoglie. Arcano ha già visto Konuk e i popoli SDU hanno visto Hitler. In qualsiasi epoca il messaggero viene inviato anni prima a sondare il terreno e a rendere fertile l’albero della procreazione. Dopo di che lo spirito del figlio di Lilith avrebbe plasmato quello del messaggero che oramai inutile sarebbe perito, nobilmente, per mano sua.
L’evocazione procedette con l’aiuto di altre evocazioni minori:
ARIOCH: è un principe delle arti belliche, è "il vendicatore per eccellenza". La sua spada trafigge i demoni ed è portatrice di giustizia e saggezza, quando il sangue d’innocenti bagna la sua lama essa acquista potenza inaudita.
BELFAGOR: "Signore della grande voragine, alba putrescente" sua è ogni tipo di conoscenza, rivela segreti, sotto il suo dominio sono tutte le scienze occulte. 
GMYGYN: è un marchese, ha il potere di fare da tramite fra il mago e le anime dei morti.
SIDONAY: è un re, induce alla lussuria, semina orrore e caos, conosce la matematica e il segreto dell'invisibilità.
DANTALIAN: è un duca, ha il potere di influenzare la mente delle persone secondo il volere del mago, sotto il suo dominio sono arte e scienza, rivela i segreti nascosti nel profondo degli uomini e delle donne.
BAAL: è un re, insegna ogni genere di conoscenza, e il suo stato si trova a Oriente. Si manifesta con tre teste: una di uomo, una di rospo e una di gatto. Ha una voce roca e conosce l'arte di rendersi invisibili. 

I sei Demoni erano stati risvegliati dal loro incandescente letargo. Cominciò la sardana infernale. Un cerchio di fuoco comparve intorno alle entità. Il giovane ne fece parte, il fuoco non lo ustionava e non provava dolore… continuava a ballare pervaso dall’euforia come se fosse sotto effetto di potenti droghe. Sentì nettamente il suo corpo separarsi dalla sua anima. Il fumo del cerchio di fuoco si addensò sopra i loro capi e acquistò in pochi secondi una massa necessaria ad avvolgere il giovane hammer. E così successe… la massa informe avvolse il giovane e ne prese la forma come se fosse uno stampo e poi si separò creando un clone perfetto. Un urlo di travaglio inondò la foresta facendola tremare, le sacerdotesse che erano aldilà del cerchio di fuoco caddero a terra come aveva sognato e cominciarono a pugnalarsi come tributo al figlio del sangue… al figlio di Lilith. 

Tutto successe in un attimo. Non sapeva quante volte si fosse ripetuto quel sacrificio. Tutto sembrava immutato e immutabile. Il giovane, nonostante non fosse più proprietario della sua anima, aveva la concezione di ciò che accadeva attorno. Mentre era in quella sensazione, sentì il suo corpo fremere. Sentiva che il suo corpo stava reagendo come se nei millenni avesse elaborato un piano e il suo corpo lo avesse memorizzato. Nello stesso istante in cui l’anima ritornò nel corpo del messaggero, i muscoli scattarono come una molla. Estrasse dall’elsa di ARIOCH la spada e lo aggirò lasciando che fosse colpito dal clone, anche lui scattato nello stesso istante in cui si posò sul pavimento. L’hammer ebbe non più di qualche secondo per pensare, ricordò l’evocazione del principe demone e non ebbe esitazioni. Passò la sua mano sulla lunghissima e antica spada. Il respiro di un attimo interrotto dalla vibrazione eterna di quel momento lo risucchiava via: si sentiva immortale… invincibile. Camminava con la testa alta e la serenità nello sguardo. Ora attorno a lui si formò una fitta cortina di fumo nero. Il cerchio di fuoco senza ARIOCH si spense e trascinò tutte le altre evocazioni con sé. Rimasero lui e il figlio di Lilith. Il messaggero fece uno scatto in avanti, evitando l’ennesimo colpo del Demone e con furia inaudita lo colpì alle spalle più e più volte tanto da lasciare di lui solo brandelli. L’attimo che seguì ruppe l’equilibrio della notte, che scoppiò in un tornado spaventoso come a celebrare una tetra messa di requiem. I resti della Bestia cominciarono a bruciare nel tornado e saette di fuoco divamparono nel cielo marino. Una voce tuonò nel giorno del tradimento:
“Vile Messaggero, come hai osato sfidarmi? I miei figli saranno partoriti nella notte di pianeti sconosciuti, dove il sole non albeggerà mai. E così verranno a prenderti e ti trascineranno davanti al mio santo grembo dove tu sarai dannato per sempre, Silens. Queste parole rappresentano la tua maledizione… Fuggirai dalla notte infame che ti ha dato i natali e sarà maledetta tutta la tua discendenza. Ti troveranno anche nella tomba… non lo dimenticare mai…”

Il Vento che passò attraverso la foresta sembrava partire dal collo del giovane… e non se ne sarebbe mai andato via. Lui era braccato e sarebbe fuggito… per sempre… niente avrebbe rotto la sua maledizione. Corse più forte che poteva verso la sua casa, non sentendo la fatica e stringendo la spada nella mano più forte che poteva. Quando il sole inondò Nosambra, la consapevolezza di essere solo inondò Silenthill… la sua casa, i suoi genitori adottivi… la sua famiglia era bruciata. Recuperò i corpi dalle macerie e li seppellì. Pregò per tutta il giorno le dee, se qualcuna ne era rimasta. Giunse di nuovo la notte e si compì il suo nuovo destino. Sotto la pioggia s’inoltrò nella foresta braccato dalle sue paure, dai suoi incubi… dalla sua maledizione…





 

Silenthill 



 

 

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