Le
brume dei ricordi
|
 |
Il crepuscolo di Venerule intingeva di variegate tinte rossastre l’incolta boscaglia dalla rigogliosa vegetazione. I tiepidi raggi del sole di fine estate, ormai quasi al tramonto, illuminavano il bosco verdeggiante dai secolari ed ombrosi arbusti, disseminato da rarissime piante e da fiori di indescrivibile bellezza. Un fiume dalle acque cristalline attraversava quell’Eden intingendo il paesaggio di tonalità azzurrine. |
Da lontano riecheggiavano i versi di innocui animali ed il frullare di ali di uccelli. Una splendida figura femminile dormiva ai piedi di una quercia maestosa. I suoi sogni erano agitati e se qualche anima fosse stata presente avrebbe visto il suo corpo muliebre agitarsi e contorcersi febbrilmente.
Si svegliò di soprassalto, attanagliata da chissà quale recondito timore: si guardò intorno curiosa e stupita. Dov’era? E soprattutto Chi era? I suoi ricordi erano avvolti nelle brume del vuoto assoluto, dell’amnesia più totale, ricordava solo i frammenti di un incubo. Ancora riecheggiavano nella sua mente le voci di giovani donne “Fuggi, Scarlet, fuggi”. Aveva visto nel suo sogno un are, forse un tempio, chi poteva dirlo, tutto ciò che sapeva era che era in fuga da qualcosa o da qualcuno.
Osservò con curiosità la sua persona: indossava una veste bianca e lunghissimi capelli castani, ondulati, soffici ed incredibilmente lucenti, attraversavano il suo busto sino alle anche, toccò il suo volto, poi le sue braccia: erano lisce come la seta.
Si guardò attorno, uno spettacolo sublime, notò il fiume, si avvicinò verso quella direzione e vide finalmente la sua immagine riflessa nelle limpide acque. Era giovane, ma non più fanciulla, sebbene la sua prodigiosa bellezza sembrasse farsi beffa del tempo che scorre. Il suo volto era ancora angelico benché non fosse più una ragazza, i suoi lineamenti erano sensuali, quasi voluttuosi. La sua bocca aveva i colori dell’autunno, era carnosa e ben disegnata, i suoi occhi erano del colore della madre terra e sembravano scolpiti nel suo volto da un sapiente artista. La sua persona era nascosta da un’ampia e castigata veste bianca, di seta, che a causa della sua leggerezza mal celava le sue forme perfette, armoniose, da statua di marmo.
Le sue mani bianche, morbide ed affusolate istintivamente cercarono di segnare le curve del suo corpo evidenziando una vita troppo stretta, dei seni rigogliosi, delle gambe affusolate. Le sue chiome ammantavano la sua persona: erano del colore della corteccia degli alberi, illuminati da riflessi di fiamma resi più intensi dai raggi del crepuscolo. La sua voluttuosa bellezza era un po’ in stridore con la castità del suo vestito. Chi era? Una giovane donna sui trent’anni o forse più vissuta sino a quel momento in semiclausura in un luogo simile ad un tempio con consorelle, probabilmente si chiamava Scarlet ed era stata nella sua vita precedente molto esperta dei misteri divini, forse era una sacerdotessa o un’eremita, di certo era in fuga da qualcosa d’ignoto. Com’era giunta lì? Era una naufraga sbattuta dalle onde del fiume o una pellegrina errante? Non ricordava nulla, solo i suoi sogni facevano da ponte tra il passato ed il presente.
Scarlet vagò a lungo in cerca delle sue origini, nutrendosi di frutti o bacche, dormendo al bivacco e lavandosi nelle acque del fiume. Si rese conto di essere speciale, di riuscire a percepire la realtà in maniera differente alla gente comune, di riuscire ad interpretare i segni della natura e dei suoi sogni. Strega? La sola idea l’impauriva! Non sapeva chi era, i suoi ricordi erano solo frammenti di un mosaico avvolto nella nebbia dell’oblio.
Dopo giorni e giorni di eterno vagare senza meta scese a valle e notò un centro abitato, prima di raggiungerlo si imbattè in un edificio immenso e maestoso, si stupì di trovare un oracolo e, per niente impaurita dal mistero, pose domande alle invisibili signore del luogo circa il suo passato. Ottenne solo rispose sibilline, ma comprese che si trovava nel tempio delle dee del luogo e a loro si inchinò in senso di rispetto e protezione, rammentando che ben le conosceva e non era la prima volta che si prostrava ai loro piedi. Tra le brume dei suoi ricordi vide un’are e lei che teneva acceso il sacro fuoco. Percepì il rispetto della gente e di essere stata venerata quasi come una dea. Solo frammenti di un passato nebuloso.
Si aggirò poi per il centro abitato, alcuni viandanti la informarono che era giunta nelle terre di Arcano e l’invitarono a chiedere ospitalità alla somma imperatrice se proprio non sapeva dove andare. Tornò al tempio, più volte, sino a quando si accorse che non era deserto, implorò così ospitalità alle sacerdotesse, offrì alle dee la sua castità ed il suo corpo immacolato, mai contaminato da mano virile, giurò segretamente che sarebbe appartenuta solo alle dee che in quel particolare momento della sua vita, di confusione e difficoltà, le erano state di conforto. Era convinta che nel suo passato era stata una sacerdotessa, i suoi poteri soprannaturali erano forse da strega, ma la sua inclinazione mistica aborriva quell’idea.
Fu accolta dalle sacerdotesse con infinito affetto, ebbe una cella nel tempio, vicino a quella della sua superiora Elenie, ebbe in dono una veste nuova, bianca, molto semplice, con maniche leggermente ad imbuto, un cordone dorato e bordò, molto largo, una fascia delle stesse tinte per domare la sua chioma ribelle. In acqua di rose e Sali profumati deterse la sua persona nelle terme del tempio, osservando di tanto in tanto la sua pelle diafana e perfetta, non senza rossore, quasi provasse colpa a guardare la sua persona. Chiuse gli occhi per domare la sua curiosità, versò nelle sue lunghissime chiome aggrovigliate e sporche a causa del lungo peregrinare, un olio profumato, dono delle sacerdotesse, lo distribuì uniformemente con un candido pettine di madreperla, districò i suoi capelli con pazienza, avvolse il suo corpo morbido in un telo di lino ed indossò i suoi nuovi accessori, scaldandosi al camino. Era bella come una perla, ma la sua anima era al centro dei suoi pensieri e ben ignorava la sua prorompente bellezza fisica. Con la castissima veste mortificò la sua bellezza, temprò il suo spirito con preghiere e digiuni, grata alle dee ed alle sue consorelle di avere un tetto e tanto calore umano.
Umilmente cercò di obbedire ai dettami del suo ordine, meditò a lungo sulla sua vocazione e sulle sue origini occulte, represse l’idea che poteva essere stata una strega, sebbene le sue percezioni fossero sempre più forti così come la sua abilità nel creare pozioni e la sua conoscenza delle proprietà delle erbe del sacro bosco del tempio, il bosco di betulle. Le sacerdotesse coltivavano infinite varietà di erbe, ma Scarlet ne cercava una in particolare, molto rara, in grado forse di farle riacquistare la memoria.
Una sera si allontanò dal tempio con un paniere di vimini sotto il braccio, alla ricerca di erbe rare e portentose: galeotta fu quella notte ed il chiarore di Mystryl.
Non trovò solo le erbe, ahimè trovò l’amore e l’inizio dei suoi patimenti.
La sacerdotessa più pura sarebbe caduta in tentazione, venendo meno alla sua vocazione e macchiando il suo onore di incontaminata vergine sacra.
Scarlet
|