bordo_op.gif (351 byte)

Kira e il ribelle

Immagine del racconto


 

“Dedicata ai combattenti di Arcano e della vita…”

(Un ringraziamento speciale ad Alexandria che mi ha aiutata a scegliere quale cammino seguire)

“Non si è mai fieri di uccidere qualcuno”.
“O tu o lui, lo sai Kira come vanno le cose… e poi hai dimostrato un coraggio non indifferente con quei ribelli, dovresti essere orgogliosa di te stessa!”.
“Sarà come dici tu…”.
“Ora dormi e non pensarci più, domani ci aspetta un duro allenamento. Buona notte Kira”.
“Buona notte Danjia”.
Kira è una giovane Amazzone di poca esperienza, ma di grande cuore e come capita nelle vita di una guerriera, il cuore può rivelarsi un fardello troppo pesante, soprattutto quando bisogna decidere del destino di altre creature.
Il giorno che Kira non avrebbe mai voluto arrivasse si presentò in un bel mattino di maggio: fu la sua prima vittima.
“Un povero ragazzo, solo un povero ragazzo della mia età” era la frase che continuava a rimbombare nella testa di Kira insieme all’ultima immagine di quel volto supplichevole.
Quella notte le ore passavano lentamente per colpa di quel pensiero continuo e il sonno della guerriera sembrò trovar pace solo nelle prime ore del giorno.
“Sveglia! Ehi dormigliona, non vuoi allenarti oggi? E’ ora di muoversi!” la rimproverò dolcemente l’amica Danjia.
“E’ già mattina?” sbadigliò Kira ancora assonnata.
Così si alzò dal povero giaciglio dell’accampamento arrangiato alla bene e meglio, prese la sua veste, indossò i calzari e il pesante spadone e si recò al ruscello vicino per rinfrescarsi il viso.
Mentre si specchiava nelle acque fresche e limpide notò che sulla guancia destra vi era una piccola macchia di sangue; si sfiorò dolcemente la gota con le dita lunghe e sottili avvicinandosi ulteriormente alla superficie dell’acqua. D’improvviso l’espressione ricamata sul suo viso si fece cupa e i suoi occhi diventarono più piccoli e tristi.
Ciò che era successo il giorno più incomprensibile della sua vita gli si presentò davanti con prepotenza, la notte non era servita ad addolcirlo. Con uno scatto immerse la mano con cui si era sfiorata e la sfregò forte sulla guancia continuando finché quella piccola macchia di sangue non svanì: al suo posto comparve una lacrima.
Il sole di maggio iniziava a farsi sentire rendendo l’allenamento più duro del solito e facendo luccicare le lame delle spade mentre cozzavano tra loro.
Il fresco della sera seguì alla calura del giorno. Sotto la luna piena le guerriere in cerchio si apprestavano a consumare la cena discutendo rumorosamente d’amore e morte. Erano tutte presenti, tutte tranne una: Kira. La giovane Amazzone se ne stava in disparte, da sola lontano dal vociare fastidioso delle compagne. Non aveva più voglia di combattere, non voleva che la scena fresca nella sua mente si potesse ripetere di nuovo; doveva evitarlo, ma come? Con gli occhi umidi scrutava il buio che confondeva i profili degli alberi, facendoli apparire come un’unica macchia scura.
Fece fatica a distinguere il movimento di alcuni arbusti nel sottobosco sulla riva opposta del ruscello. Pensò subito ad un animale selvatico, ma quando il fruscio diventò più vicino e pesante aguzzò la vista: era troppo lento per essere un animale, a quest’ora sarebbe già dovuto fuggire lontano per lo spavento. Impugnò la spada tenendola dritta davanti al suo naso con entrambe le mani e con estrema calma procedette verso il rumore. Solo quando fu sull’altra sponda si accorse che ciò che aveva attirato la sua attenzione non era un animale, ma una persona, un uomo ferito e rannicchiato a terra. Entrambi si fissarono dritti negli occhi, i respiri si fecero affannosi e i corpi restarono immobili. Quello non era un uomo qualunque, ma uno dei ribelli che aveva visto fuggire il giorno precedente. Il suo essere guerriera la obbligava ad ucciderlo, ma il suo cuore le suggeriva d’ignorarlo: era ferito, non sarebbe riuscito a raggiungere il suo villaggio, la natura l’avrebbe divorato in poco tempo senza lasciarne traccia. Il lato più debole si fece più forte e la guerriera lasciò spazio alla donna. Sapeva che risparmiando quel ribelle avrebbe potuto finire nei guai, accusata di tradimento, ma questo ora era superfluo, non contava, l’unica strada possibile era quella della pietà. Così posò la spada, si chinò su quell’uomo ferito e gli cinse la ferita sanguinante con un brandello del suo drappo che strinse il più forte possibile. Prese dell’acqua dal ruscello e gliela porse. L’uomo bevve dalle sue mani, poi alzò lo sguardo e la fissò nei suoi grandi occhi scuri senza emettere un gemito. Kira s’inginocchiò, portò le mani in grembo e inclinò il capo verso sinistra scrutando in silenzio il ribelle. Cosa ne sarà di lui? La ferita alla gamba era profonda e malgrado le cure dell’Amazzone, quell’uomo non poteva ancora camminare.
Ormai Kira aveva già preso la sua decisione, non poteva più tornare indietro, non le restava che completare l’opera: condusse il suo fedele destriero fino all’acqua e con fatica fece salire il ribelle, poi montò in sella e attraverso il buio della foresta cavalcò fino al confine nord di Arcano e oltre.
Protetta dall’oscurità della notte abbandonò il corpo esausto dell’uomo d’innanzi all’entrata del suo villaggio, dopodiché iniziò una corsa nervosa verso l’accampamento. Avrebbe potuto fuggire, di sicuro sarebbe stata la decisione più sensata, in questo modo non avrebbe dovuto affrontare le conseguenze del suo gesto. Ma Kira non ha dimenticato il suo essere Amazzone e il peso che quell’appartenenza comporta, lo deve alle sue compagne, lo deve alla sua Imperatrice, lo deve a se stessa: rispetta il patto di lealtà che la lega a loro e con il volto duro come la pietra si prepara ad accogliere il suo destino.


 

Silesia



 

 

Cerca nella Biblioteca

bordo_op.gif (351 byte)