L'ombra del passato
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CAP.1
Anche se il mio cuore aveva smesso di piangere lacrime di sangue da
quando ero giunta nelle sacre terre di Arcano, le ferite
cicatrizzate della mia anima ancora dolevano, talvolta, nelle sere
buie e piovose, quando ero sola, a pensare, mentre cercavo di
prendere sonno. |
Ero accoccolata in una coperta nel mio alloggio a Klivia, quella notte,
a guardare le gocce che cadevano nella loro ritmica e macabra sonata sul
vetro della finestra; ero sola, sentivo freddo, e avevo paura.
Il passato non può essere cancellato, nemmeno dimenticato: è come la
nostra ombra, che ci segue sempre, in ogni momento; a volte riusciamo a
scorgerlo, altre volte si mescola al torbido nero della sera, ma
sappiamo che è lì, al nostro fianco, cucito dal fato al nostro corpo con
un filo che non può essere spezzato.
Il giorno precedente, mentre Steve mi carezzava dolcemente la schiena,
le sue dita si erano soffermate nel delineare di una cicatrice che mi
segnava una scapola….. non aveva detto nulla…. l’aveva baciata ed aveva
sospirato.
Mi ero sentita morire, nuovamente: una sola volta mi aveva chiesto come
me l’ero procurata, e non ero riuscita a rispondergli; non mi ha chiesto
più nulla, ma tutte le volte che le sue mani morbide raggiungeva no
quella mia vecchia ferita, in cuor mio sapevo di dovergli una
spiegazione; mai una volta ero stata meno che vaga nel parlargli della
mia vita, non una volta ero scesa in un qualche dettaglio…..
Avevo viaggiato così tanto per poter dimenticare, ad ogni passo che
avevo messo tra me e la Taverna del Gufo Bianco avevo sentito qualche
brutto ricordo sprofondare e sparire nella terra insieme con le mie
orme.
Ma ora ero stanca: non riuscivo ad essere felice perché il sole che
brillava nella mia vita era sempre parzialmente coperto da qualche
spessa nuvola scura.
Decisi di alzarmi, mi vestii lentamente, presi una torcia e mi avviai a
piedi fuori dalla kioskas: non sapevo dove andare, ma non riuscivo più a
restare ferma ad ascoltare il cigolio degli ingranaggi della mia mente
mentre pensavo.
Camminai, camminai e camminai ancora; quando ormai ero completamente
fradicia, mi accorsi di essere sulla riva del Kruill; mi sedetti lì, a
guardare lo specchio argentato del fiume che inghiottiva la pioggia in
migliaia di cerchi, che si allargavano per poi scomparire sulla sua
superficie.
Ad un tratto, sentii esplodermi dentro il desiderio di voler vedere, di
voler vedere ancora, come quella volta….. e mi rimisi in cammino alla
volta della radura al centro del quale regnava, solitario e sovrano, il
Kylios, l’albero mistico del Casato delle Zaira.
Il tempo non lo toccava, né presente, né passato, né futuro, baluardo
immutabile del potere insito in queste sacre terre.
Eccolo, era lì, davanti a me, possente, immenso, e mi sentii subito
protetta, amata, serena.
Slacciai la catenella che legava la mantella e mi avvicinai al
gigantesco albero; lo sfiorai gentilmente con il palmo della mano,
adagiai il mio viso al tronco, e piansi di gioia….
Poi, come già feci sotto gli occhi di Hat e delle mie sorelle, iniziai
ad arrampicarmi, sicura, serena, lentamente, sentendo una felicità
irrazionale crescere dentro di me, ad ogni metro che riuscivo a scalare.
Arrivai così al mio ramo, quello su cui superai la prova per entrare
nelle Zaira, e mi sedetti a cavalcioni, tra il fogliame, a scrutare
l’orizzonte.
L’immenso: lo dominavo!
Il paesaggio era carezzato da un leggero alito di nebbia, tutte le
superfici rilucevano per lo sgocciolio della pioggia sotto i flebili
raggi lunari, e il silenzio abbracciava sotto al suo manto tutte le
terre di Arcano.
L’infinito: potevo sentirlo!
Era veramente il centro di tutto quel maestoso albero, il perfetto
equilibrio tra la possanza al suo stato potenziale e le mistiche fibre
del sovrannaturale che formavano il tessuto di questo angolo di
universo.
Avevo deciso! Era giunto il momento di far prendere aria alla mia
ferita, spalmarci sopra l’unguento miracoloso della verità e non
pensarci più.
Ritornai con marcia sostenuta alla Kioskas fradicia fino al midollo, ma
un nuovo fuoco mi riscaldava le ossa: avrei raccontato tutto alle mie
sorelle Amazzoni, a Steve, ma prima sarei dovuta tornare nell’unico
luogo che per me rappresentava l’inizio e la fine del tormento, la
Taverna del Gufo Bianco, nelle terre libere dell’Ovest, al crocicchio
tra le due strade carovaniere più frequentate della zona.
CAP.2
Non ci misi molto a raccogliere le mie cose, non avevo poi molto.
Più difficile fu riuscire a congedarmi per un mesetto dal gruppo delle
Zaira senza dare troppe spiegazioni; e ancora più difficile fu parlare
con Steve: io ero tesa, scalpitante, elettrizzata per la partenza,
invece lui aveva uno sguardo che mi trafiggeva il cuore da parte a
parte….. forse avrei preferito uno schiaffo, delle grida, ma lui si era
sempre dimostrato comprensivo e generoso, e lo fu anche in quell’occasione.
Partii con le lacrime agli occhi, con le sue parole che si rincorrevamo
urlando nella mia testa: “Prendi pure Faber, e non ti preoccupare; a me
non servono spiegazioni se non sei pronta a parlarmene: ti amo e ti
aspetterò con fiducia!”
Salii sul destriero e mi lanciai al galoppo, stringendomi forte alla sua
criniera.
Era presto quel giorno, e tutta Arcano dormiva ancora accoccolata nella
foschia candida del mattino.
Arrivata alle porte della città, le sorelle amazzoni di guardia mi
riconobbero e mi lasciarono passare, probabilmente pensando che mi
stessi recando ad effettuare il solito giro di perlustrazione del
perimetro della Kioskas; con un forte cigolio, si misero in moto le
ruote, le catene ben oliate scivolarono sulle loro rotaie, ed il
cancello si sollevò lentamente attorno ai suoi cardini.
Mi persi rapidamente tra il bianco candore che aleggiava sui prati,
sfrecciando verso la foresta.
Non mi fermai nemmeno per pranzare: volevo allontanarmi il più possibile
da quella voce che mi rimbombava ancora nella testa “ti amo e ti
aspetterò con fiducia”.
Arrivai finalmente ad una delle anse del Kruill nel primo pomeriggio, e
lo costeggia dirigendomi verso ovest.
Mi fermai solo a sera inoltrata, preparai un bivacco per riscaldarmi le
ossa e rifocillarmi abbondantemente.
Come mio solito, cercai poi un albero, mi appollaiai sopra un grosso
ramo, avvolta nella mia coperta, assicurandomi ad esso con una corda
cinta al bacino, e lo stiletto stretto in una mano per qualsiasi
evenienza.
Trascorsi una settimana più o meno nella medesima maniera, solitaria,
guardinga, cacciando per procurarmi il cibo, rinfrescandomi nelle sacre
acque del Kruill per tonificare il mio corpo, dormendo sugli alberi per
recuperare le forze.
Seguendo scrupolosamente la mappa che Megane mi aveva procurato, riuscii
ad oltrepassare le paludi della nebbia, arrivando al limitare delle
foreste di Adukan senza incontrare né pericoli né tanto meno alcun
gruppo di ribelli.
Ricordavo gli alberi secolari che si ergevano maestosi a formare quei
boschi intricati e dove il tempo pareva fermarsi: un miscuglio di
conifere dagli aghi profumati, pioppi dalla bianca corteccia, e querce
dalla chioma folta e frondosa.
L’aria che vi si respirava era fresca e pura, la pace sempiterna, rotta
solo dai versi degli animali che vi dimoravano.
Ero ormai prossima ad entrare nelle terre libere dell’ovest, le terre da
cui provenivo.
Attraversai la foresta ed entrai nella città costiera di Adukan, dove mi
imbarcai per raggiungere Hirit, la roccaforte che costituiva la porta
d’accesso alla prima delle due più grandi vie carovaniere di quelle
terre.
In una sola altra settimana, già calcavo la grande strada polverosa che
mi avrebbe condotta al crocicchio in cui vi era la Taverna del Gufo
Bianco.
CAP.3
Quelle strade erano diverse, trafficate, la fretta ed il denaro erano
l’unico credo, non c’erano né rispetto né un attimo per sorridere o
fermarsi a chiacchierare; si poteva morire su una strada del genere ed
essere certi che quello stesso punto sarebbe diventato una tomba: mai
nessuno avrebbe mosso un dito in soccorso, se non per derubare dagli
abiti o dal denaro.
Mentre continuavo la mia marcia, osservavo le carovane cariche di merci,
le donne adorne di gioielli e con abiti costosi, gli occhi di tutti
infervorati dalla smania di possedere e di comprare: con quali valori
avevano cercato di crescermi in quei luoghi?!!
Ne ricordavo uno solo: “Con il denaro si poteva comprare tutto”, ed io
per loro ero stata più di una volta una fonte preziosa di guadagno.
Sentivo i miei muscoli tendersi a quel pensiero, gli occhi incendiarsi
dal fuoco del risentimento, il cuore battere di rabbia.
Avrei fatto qualcosa, non sapevo cosa, ma dovevo riuscire ad affrontare
quei viscidi ricordi e quelle persone per poter dimenticare: era il
passato, un passato da cui ero fuggita e che non ero mai riuscita ad
accettare.
Fu con questo pensiero bello vivo in testa che raggiunsi il crocicchio,
e così anche la vecchia locanda.
Non era cambiata: disposta su due piani, con una ventina di camere al
piano superiore, e di sotto una cucina, il magazzino sul retro ed una
grossa sala comune; la ricordavo trasandata e marcia esattamente come la
vedevo, con l’insegna sbiadita e piegata leggermente sulla destra, con
inciso un grosso gufo appollaiato su un ramo.
Rimasi qualche minuto all’esterno ad osservare, cercando di far ordine
tra i pensieri e le emozioni; poi, con uno scatto, mi mossi alla volta
dei due battenti che fungevano da entrata, lasciai aprire le ali del
mantello in modo da mettere in vista l’uniforme da amazzone, ed entrai
facendo più rumore possibile.
Diedi un rapido sguardo alla sala: c’erano circa una dozzina di persone,
quasi tutta gentaglia; nessun mercante per bene si sarebbe mai fermato
più di un’ora in mezzo a quel sudiciume.
Mi diressi austera e decisa al bancone; Bruen, il vecchio schifoso
locandiere, paralizzò le sue mani nell’atto di asciugare un boccale e,
quando fui vicina, mi chiese balbettando: ”Mia Signora è….. è per caso
successo qualcosa?”
“Taci” risposi secca “Dammi un bicchiere di idromele e non importunarmi
oltre”, tirando poi un sospiro di sollievo: non mi aveva riconosciuta,
anzi: la divisa aveva aggiunto quel tocco di solennità in cui avevo
proprio sperato!!!
Presi il boccale e sorseggiai la mia bevanda, appoggiando i gomiti sul
bancone; sentivo diversi occhi puntati su di me, ma non me ne volevo
curare, per il momento almeno.
Pensavo piuttosto a cos’avrei potuto dire o fare: a pochi metri da me
c’era quel bastardo che, oltre ad avermi fatto fare da serva per anni e
ad avermi pestata a sangue, mi aveva pure venduta come oggetto sessuale
al miglior offerente, appena la mia maturità si era rivelata sul mio
giovane corpo.
CAP.4
Mi ricordai nitidamente di come mi procurai la cicatrice: la quinta ed
ultima notte di violenze al mio corpo, quando, non riuscendo più a
sopportare quella lurida vita di soprusi, mi ribellai allo sconosciuto
che mi teneva per i polsi schiacciata a terra, sull’umido pavimento
dello scantinato; morsicai con tutte le mie forze il braccio che mi
cingeva la gola e sgusciai di lato; per tutta risposta, mi ritrovai
stesa supina e con uno squarcio su una scapola.
Il dolore era fortissimo, sentivo il sangue colarmi lungo il collo;
tentai di gridare mentre quell’uomo continuava imperterrito a fare i
suoi porci comodi, ma ogni volta che cercavo di emettere un suono, il
braccio si stringeva attorno al mio collo e mi mozzava il respiro; non
avevo più nemmeno lacrime da versare, così lo lasciai fare e poi svenni
dal dolore.
Il giorno seguente Bruen non si era nemmeno accorto della mia mancanza;
credo che durante la notte la sua brutta e grassa compagna fosse scesa
nello scantinato e mi avesse bendato la ferita; lui no, non l’avrebbe
mai fatto, godeva nel vedermi soffrire e non gli importava nemmeno dei
quattro soldi che poteva guadagnare con il mio corpo; il suo era un odio
vero, e non avevo mai nemmeno capito il perché.
Ma non mi importava più: ero lì, e lui era così vicino che con un rapido
movimento avrei potuto staccargli la testa.
La mia mano si portò all’elsa della spada e la strinse fermamente,
slacciando la catenella di sicurezza.
….SBANG….!!
Con un veloce movimento, estrassi la mia fedele arma e la conficcai con
forza nel legno del bancone; calò un silenzio tombale e tutti gli occhi
si puntarono su di me.
Estrassi la spada e la puntai alla gola del locandiere.
“Bruen, adesso che ci ripenso, forse qualcosa è successo: Non mi hai
riconosciuta! Ed io che speravo in un abbraccio ed in qualche frase
melense!”
I suoi occhi diventarono grossi come due palloni e la sua pelle perse il
suo colorito brunito per mutare in quello d’un candido cencio; forse,
cominciava a ricordare qualcosa, ma il suo era più terrore, il terrore
di un bastardo codardo che temeva per la propria vita.
“Forse, mio caro, dovrei dare una mano alla tua memoria arrugginita” e
spinsi la fredda punta della lama contro il suo gargarozzo.
“Non riesci proprio a ricordarti della giovane serva con cui ti sei
tanto divertito, Anuk?”
Adesso ne ero certa: mi riconosceva e il suo terrore aveva raggiunto
l’apice!
“A… Anuk? Tu?…. Ma come….” Riuscì a sbiascicare tra i denti.
“Ah, vedo che ora ricordi…. Bene! Ti sono mancata?”
Quanto avrei voluto far tacere i miei ricordi con una semplice pressione
della mano sull’elsa, ma non potevo: non ero un’assassina, non lo sarei
mai diventata; i pochi mesi ad Arcano mi avevano insegnato a proteggere
valori quali la sacralità della vita, il rispetto, e non a seguire
fugaci sentimenti quali orgoglio e rabbia.
Lentamente sentivo il mio animo tornare candido, abbandonare la zavorra
di quei tremendi dolori trascorsi, il tormento dell’animo placarsi….
Non ero però soddisfatta, volevo almeno una piccola rivincita.
“Brutta bestia, calmati: non sono qui per sporcare la mia spada con il
tuo sangue sudicio; quindi ora puoi rilassarti ed ascoltarmi con
attenzione!”
Feci scivolare la punta della spada di lato, lacerando superficialmente
il lato del suo collo, in modo che si concentrasse completamente su
quello che gli avrei detto.
“Ora mi sono rifatta una vita ed occupo una buona posizione, che mi
permetterebbe di far arrivare qui in meno di una settimana un
battaglione di guerrieri per radere al suolo questa bettola, ma la
vendetta non rientra tra i miei piani. Invece, voglio darti la
possibilità di estinguere i tuoi debiti con me: dammi ciò che mi spetta
per il lavoro che ho fatto qui da te e me ne andrò lasciandoti in vita!”
Forse, avevo esagerato un pochino, ma ormai ci avevo preso gusto ed
avevo elaborato la mia tattica: bramava soldi, denaro, era uno squallido
locandiere?
Bene, l’avrei ripulito…. sì!
“Ma…. Ma cosa…. Tu devi essere…”
“Non ti azzardare: questa lama la affilo ogni mattina, e non vorrei che
ti scordassi dove poggia ora. Non ti sto comunque chiedendo ciò che mi
spetta, ti sto ordinando di aprire quel maledetto cassetto, di tirar
fuori il sacchetto dei risparmi e di darmi i soldi, di fronte a queste
persone, perché me li sono guadagnati, ed ora anche i tuoi avventori lo
sanno. O forse preferisci che racconti qualche aneddoto interessante
della nostra vita passata insieme?”
“Beh, forse… ma io non ho fatto i conti… non…”
“Li ho fatti io, bastardo! Dammi l’intero sacco: non salderà l’intero
debito, ma mi accontenterò!”
“Ssssenti, dolcezza… non puoi….. mi rovineresti….”
“Sbrigati: apri quel maledetto cassetto, FORZA, e lascia che sia qualcun
altro a chiamarmi dolcezza, non lo accetto come complimento da un
vecchio porco; ed ora, MUOVITI!!!”
Non proferì altre parole; la sua mano si mosse lentamente verso il
cassetto, lo aprì, vi infilò la mano tremante, e poi la fece guizzare
fuori munita di pugnale…
“Grasso grosso stolto” sogghignai, colpendogli la mano col piatto della
spada, facendogli cadere il piccolo stiletto.
Poi lo presi violentemente per il bavero del giacchetto e gli schiacciai
la faccia sul bancone, avvicinando il mio viso al suo….
“Potrei tagliarti la testa, ora, e prendermi i soldi da sola; ma vorrei
che lo facessi tu, di fronte a dei testimoni, come….. atto ufficiale!”
sussurrai al suo orecchio…. ”ED ORA MUOVITI!!!” e mollai la presa,
puntando ora la punta della spada al centro della sua enorme pancia.
Riuscii a convincerlo, visto che fu rapidissimo nel prelevare il denaro
e nel consegnarmelo.
Scossi il sacchetto sul bancone, poi mi voltai levandolo davanti al viso
e di fronte agli avventori: ”Converrete con me sul fatto che mi sono
presa ciò che mi spetta, o qualcuno ne vuole discutere!!?”
Gli occhi si abbassarono insieme a fissare il pavimento della taverna,
ed io, detto ciò, diedi una pacca sulla spalla di Bruen, ed uscii con
passo deciso dalla locanda.
Accidenti, che sensazione inebriante il trionfo!!!!
CAP.5
Ma non mi sentivo ancora a mio agio: in quei soldi erano racchiuse le
mie sofferenze, i miei incubi notturni, le mie lacrime; non sarei mai
riuscita a tenerli, né ad usarli.
Il mio piano non era ultimato, mancava qualcosa che mi potesse rendere
fiera, oltre che appagata.
Mi rimisi in cammino, pensando seriamente a gettare il denaro in mare
durante la traversata di ritorno verso Adukan.
Poi, una stella a ciel sereno: mi ricordai della famiglia che, durante
la mia fuga dal Gufo Bianco, mi aveva accolta, rivestita e rifocillata,
povere e semplici persone che abitavano nella zona rurale, qualche
miglio più a Sud di lì.
Non potevo sprecare quelle monete, e se io non le volevo o potevo usare,
almeno loro ne avrebbero tratto beneficio, come io ne trassi dal loro
aiuto, dai loro abbracci, dal loro cibo; sebbene avessero avuto poco,
avevano condiviso tutto con me, in quell’unico mese che mi avevano
ospitata presso di loro.
Il mio passo prese ad accelerare, sentivo veramente una gran libertà
invadere il mio essere, e con questa sensazione viaggiai fino a notte
inoltrata.
Raggiunsi il latifondo coltivato solo nella tarda mattinata del giorno
seguente, e mi sentivo eccitata e commossa; c’era qualche fattoria in
più, la zona boschiva che ne delimitava i confini si era ridotta, mentre
i recinti di pecore e vacche si erano espansi; ma la tranquillità di
quei luoghi era rimasta sempre la stessa.
Mi avvicinai alla casa dei miei vecchi benefattori, i Fary, e bussai
alla loro porta.
Si fece avanti un ometto, di circa 11 anni, con i capelli fulvi ed il
viso tempestato di lentiggini.
“Forte, un guerriero donna! Chi saresti, tu?”
“Ma tu mi dovresti conoscere, Mattias… Non ti ricordi di una ragazza
spaventata ed affamata che bussò a questa stessa porta una notte di tre
anni fa?”
Il suo viso si fece tutto una ruga, pensieroso, per poi distendersi ed
esplodere tutta in un immenso sorriso “Anuuuuuuuuk” gridò a
squarciagola, saltandomi al collo!
“Ciao, Mattias…. Allora ti ricordi. Guarda come sei cresciuto, adesso
sei un uomo!”
“E’ vero; sai, ora porto le merci al mercato da solo, a cavallo….”
“L’ho sempre saputo che saresti diventato un mercante coi fiocchi. Ma…
Non mi fai entrare nemmeno un momento?”
“Un momento? Aspetta che gli altri sappiano che sei qui e non potrai più
andare via. Entra, io vado a chiamare la mamma….”
Avanzai di qualche passo, ma rimasi in prossimità dell’uscio, per
l’agitazione di ritrovare l’unica vera famiglia che avessi mai avuto,
persone dai sentimenti veri e forti, piene d’affetto e desiderose di
dare senza chiedere nulla in cambio.
D’un tratto, fece capolino da una porta una figura di donna: il volto
scarno, i capelli raccolti, il fisico minuto e la carnagione
pallidissima; Amelie era il suo nome.
Nel vedermi, si portò una mano alla bocca, e si diresse tremante verso
di me.
Le corsi incontro, ci stringemmo in un tenero abbraccio, e poi
scoppiammo in lacrime…. “La mia piccola, piccola Anuk!”
Dopo pochi secondi, altri due piedini si misero a correre alle mie
spalle e mi sentii afferrare alla cinta: ”Carol, ciao, amore mio, ci sei
anche tu?”
Raccolsi la bimba da terra: era l’altra figlia di Amelie e Tomas, aveva
circa 9 anni, ed ora più che mai assomigliava ad una creaturina divina,
con quei boccoli che le coronavano il visino e gli occhi verdi smeraldo.
“Ma dov’è papà Tomas?”
“Oh, Anuk, è ancora nei campi. Ma siediti; cosa ti posso offrire? E
dimmi, come mai sei da queste parti? Stai bene, vero? E quella divisa
che indossi?”
In neanche un’ora fui tempestata da mille domande e raccontai
praticamente tutti i miei tre anni, dalla mia dipartita dalla fattoria
ad oggi, omettendo volutamente la bravata alla Taverna del Gufo Bianco.
Aiutai poi Amelie a preparare il pranzo, come ai vecchi tempi,
chiacchierando allegramente nell’attesa che il capofamiglia rientrasse.
Quando arrivò, il mio cuore parve fermarsi di colpo, e credo anche il
suo: era un uomo alto e muscoloso, con bei lineamenti, la pelle
abbronzata, ed una voce calda e rassicurante.
Tra noi non ci fu bisogno di molte parole, ed io mi accontentai di
appoggiare il mio viso sul suo petto e di piangere ancora un po’.
Come avevo previsto, la mia permanenza alla fattoria durò più di un
pomeriggio: quattro giorni, per l’esattezza, tra canti, allegria, un po’
di sano lavoro e tanti bei ricordi.
Quando fu ora di partire, feci una solenne promessa: non sarebbero
passati ancora altri tre anni prima che ci fossimo incontrati di nuovo.
Mi misi in cammino su Faber, accompagnata da Tomas, che mi volle
scortare per tutta la mattina fino alla strada maestra; quando fummo
arrivati, tirai fuori la borsa delle monete dal mio zaino e glie la
posai tra le mani.
“Promettimi che non la aprirai finchè non sarai nuovamente nei pressi
della fattoria. E ti prego: accetta questo dono non come se mi volessi
sdebitare dell’ospitalità di quei giorni lontani, o di questi ultimi, ma
perché sono una parte della mia vita che voglio lasciare alle mie
spalle, e mi farà piacere se grazie a ciò riuscirai a far sbocciare
dall’oscura palude del mio passato una candida ninfea, simbolo di cosa
sono diventata ora, anche grazie a te, mio carissimo Tomas..."
Lo abbracciai un'ultima volta, e spronai il mio cavallo senza voltarmi
più indietro.
Era veramente finita, mi sentivo leggera, e libera.
Volevo e dovevo ritornare ora nella mia attuale casa a Klivia, e mi
sentivo veramente pronta a voltare pagina ed a scrivere il nuovo
capitolo della mia vita.
Anuk
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