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Il Libro delle Ere

 

ARRIVO A KRYMENIA

ARAGON (1)

Era una notte come tante altre quella che stava sorgendo nei cieli orientali di Arcano.

Gli ultimi raggi di un sole ormai morente si scagliavano come dardi infuocati contro le tenebre che avanzavano inesorabili e piccole nuvole vermiglie segnavano come ferite quel cielo che, da secoli, assiste all’eterna lotta tra la luce e l’oscurità.
Un’atmosfera quasi irreale si respirava quella sera, come se il fato stesse attendendo qualcosa che convinse Aragon a distogliere lo sguardo dal cielo e ad avviarsi verso la scala che dalla cima della torre scendeva fino alle sue fondamenta. Nessun rumore accompagnava quella nera figura nella sua discesa e solo lo scattare della serratura di una delle porte dei sotterranei, rivelava la presenza di qualcuno in quel punto della torre.
Un’enorme grotta naturale si apriva dinanzi a lui.... Lì, centinaia di stalattiti e stalagmiti custodivano quella che gli hammers conoscevano come l’antica biblioteca dei maghi arcani.
Nicchie naturali scavate da secoli erosione, accoglievano migliaia di antichi volumi sistemati su robuste mensole in legno di quercia. Lunghi tavoli in abete e sedie dagli alti schienali decorati da sapienti mani, attendevano quegli straordinari individui che della ricerca della suprema conoscenza, avevano fatto la loro vita. Candelabri e bracieri in ferro battuto, che alimentati da fiamme perpetue, illuminavano notte e giorno quel tempio del sapere.
Il silenzio accolse l’oscuro signore dei maghi, come se il destino stesse aspettando proprio lui...... solo lui..... almeno per quella sera.
Con passo lento ma deciso si portò di fronte ad una delle nicchie minori, dove libri di magia elementale attendevano, ormai da molte ere, mani desiderose di carpirne i segreti.
Una pietra nera decorata da antiche rune ormai consumate dal tempo, costituiva la chiave di volta di quella piccola nicchia e proprio su di essa si posò la mano di Aragon, mentre oscure parole gli uscivano dalle labbra.
Come se rispondessero al suo richiamo, le pareti della grotta fremettero e un leggero sibilo accompagnò l’apertura di una nicchia segreta poco distante dalla precedente.
Lì un piccolo scrittoio e uno sgabello consunto dagli anni lo attendevano. Non c’erano scaffali alle pareti, ma solo una piccola e fumosa torcia che con la sua fioca luce illuminava un grosso libro posato sullo scrittoio.
Il mago si sedette e posò lo sguardo sulla logora copertina in pelle nera, priva di qualsiasi tipo di iscrizione. Magicamente il libro si aprì sull’ultima pagina, dove parole scritte nella lingua antica lasciavano il posto al bianco avorio delle pergamene ancora immacolate:
”.....Case in fiamme, possenti mura che si sgretolano, torri che crollano come castelli di carta, grida di madri e di figli che impotenti assistono alla rovina che si abbatte sulle loro terre, in questi ultimi giorni della terza era...... Gravi lutti e terribili sciagure segnano oggi la storia di Arcano e flebili sono le speranze nel futuro....”
Queste erano le ultime parole riportate dal suo predecessore.... Colui che in quei giorni nefasti guidava i pochi maghi sopravvissuti, che vagavano come spettri tra le rovine delle Kioskas. Un potente mago il cui potere giungeva dai gelidi venti del Nord, ma che nulla poté contro la morte e la follia che quei giorni sembravano dominare incontrastate su Arcano.
Antichi e dolorosi ricordi riportarono alla mente del mago quelle poche righe: visi e voci di amici ormai scomparsi, storie ed emozioni ormai dimenticate....
Narra la leggenda che solo il Supremo dei Maghi Arcani possa scrivere sulle pagine di quel libro, perché solo la sua mano rende visibile l’inchiostro all’occhio umano. Narra inoltre, che tutto quello che viene riportato in quelle pagine, oltre a raccontare il passato, sia lo specchio del futuro che attende Arcano.... Ma chissà forse è solo una leggenda, come forse quella che sta nascendo è solo una notte come tante altre....
Le dita del mago si strinsero attorno alla penna che immobile lo attendeva nel piccolo calamaio posato a lato del libro e quando la punta si posò su una nuova pagina, un nero tratto compose la prima parola: “Krymenia....”.




NURAH (2)

Per Nurah entrare nella Torre dei Maghi rappresentava ogni volta la continuazione di un cammino che la conduceva al sapere, alla conoscenza.
Fin dai primi giorni il filo che la legava agli altri maghi della Gilda diveniva più forte e questo la gratificava.
Passava ore a studiare i testi antichi che erano racchiusi nella biblioteca della Torre, talvolta chiedeva il permesso di portarli a casa.
Ogni volta che varcava la porta della biblioteca si immergeva in quell’atmosfera di antichi incanti, pregna di sapere che la faceva sentire sempre più viva e forte.
Era assetata di conoscere, di imparare quello che ancora ignorava e soprattutto voleva conoscere la storia della Gilda, come era nata, chi l’aveva fondata.
Scrutava con attenzione gli scaffali, qualche fine ragnatela nascosta si muoveva alle leggere correnti d’aria che circolavano nella stanza, riccioli di carta sbucavano dalle costole dei libri, qualche granello di polvere qua e là davano al luogo un’aria ancora più incantata. Con i polpastrelli sfiorava le rilegature di cuoio ormai antico, piegava la testa da un lato per leggere meglio l’iscrizione che vi era incisa a fuoco e poi dorata; tra due grossi tomi spuntava un angolo di pergamena che la incuriosì. Con attenzione e curiosità sfilò lentamente quel documento che pareva dimenticato da tanto tempo, o forse nascosto… lo aprì e ne lesse le prime parole: si trattava di un antico manoscritto dove venivano riportate formule di vario tipo, gli ingredienti da usare e dove cercarli. Una formula in particolare attrasse la sua attenzione:
Potenziamento delle facoltà divinatorie
Crisalidi di iuverlus prima della schiusa
Semi di prefius
Cocciniglie essiccate
Gemme di bustius
Licheni di Krymenia
In calce erano riportate le istruzioni e le dosi da usare.
Ma una parola la colpì: Krymenia; “Dove l’ho già sentita?” pensò. Sfogliò alcune pagine di un libro e trovò quello che cercava.
Per gli altri ingredienti non aveva dubbi dove trovarli e decise di recarsi a Krymenia per raccogliere i licheni necessari per la formula.
Scrisse velocemente un biglietto per avvertire gli altri maghi che si sarebbe assentata e dove sarebbe andata, lo assicurò sotto un pesante fermacarte proprio al centro del tavolo della biblioteca e si diresse verso quel luogo oscuro.
Mise la sua sacca in spalla, sciolse il cavallo e lo diresse verso la riva destra del Kruill; man mano che si avvicinava a Krymenia il paesaggio assumeva un aspetto desolato e triste, un’atmosfera tetra, ma Nurah continuò, determinata a trovare quello che stava cercando.
Smontò dal destriero e lo lasciò libero a pascolare vicino al fiume. Si incamminò con passo svelto verso una pietraia che, in lontananza, sembrava una costruzione crollata su se stessa; quando la raggiunse si rese conto che proprio di questo si trattava ed al centro si apriva una voragine di cui non si vedeva il fondo: “Bene – pensò - Coraggio”.
Prima di addentrarsi nella gola raccolse dei rami spezzati e li mise nella sacca.
Muovendosi agilmente discese in quel pozzo scuro facendo presa sulle pietre sporgenti. Ogni tanto si fermava e guardava in basso senza poter scorgere nulla; continuò la discesa e si trovò su un costone piano che digradava verso il basso, quasi fosse una scalinata liscia.
Dalla sacca estrasse i rami che aveva raccolto in superficie, li avvolse in uno straccio e da una bottiglietta versò una sostanza oleosa per impregnare bene il tutto. Le scintille che scoccarono dalla pietra focaia fecero il resto.
Iniziò a camminare di buon passo osservando le pareti che le scorrevano a fianco, toccandole ogni tanto per sentirne il grado di umidità; la pietra asciutta le indicava che ancora non era habitat adatto per la crescita dei licheni.
Gli unici rumori che sentiva erano quelli dei suoi passi e il calmo crepitio dello straccio che bruciava lentamente sprigionando volute di denso fumo grigio.
Ben presto i rumori aumentarono, i passi non erano più solo quelli di Nurah. Uno scalpiccio non troppo distante fece voltare di scatto la maga che si appiattì contro la parete.
Per quanto si sforzasse, non riusciva a distinguere nessuna sagoma nell’oscurità ed i passi sconosciuti cessarono; aspettò ancora qualche momento e riprese il suo cammino pensando tra sé e sé che forse l’immaginazione ed il luogo le avevano giocato un brutto scherzo.
Man mano che scendeva la temperatura aumentava e la costrinse a fermarsi di nuovo per togliersi il giubbetto di pelle; restò con un corpetto che le lasciava le spalle e le braccia nude ed i pantaloni che si infilavano dentro gli stivali di morbida pelle scamosciata, sulla schiena il fodero con i pugnali le davano un senso di ulteriore sicurezza. Annodò in vita le maniche del giubbetto, riprese la sacca che aveva posato e continuò a camminare.
Il passo diveniva più svelto con l’inclinazione della discesa, ma di nuovo lo scalpiccio di altri passi la raggiunse e quando se ne accorse fu troppo tardi. Una figura maschile massiccia la sovrastava nell’oscurità ed il primo istinto fu quello di allontanarla con un incanto che stordisse il suo assalitore e, quasi contemporaneamente, alzò la mano sinistra per portarla alle spalle ed estrarre un pugnale per colpirlo al torace.
Continuò a colpirlo come una furia recitando continuamente la stessa formula con una voce che sembrava appartenere ad un essere sbucato dal profondo di quella gola, veniva colpita e ferita a sua volta, ma l’espressione stravolta sul viso di Nurah stordì ulteriormente lo sconosciuto e questo le consentì di ferirlo ancora più profondamente.
Il pesante corpo si afflosciò sopra di lei, la fece cadere all’indietro e sbattere la testa contro la pietra. Rimase immobile in quello stato di semi-incoscienza finché altri passi si avvicinarono ai due corpi; Nurah sentì liberarsi da quel macigno e mosse piano la testa aprendo gli occhi per vedere cosa stava succedendo. Non riuscì a portare le mani alla testa perché altre mani, ruvide e forti la immobilizzarono.
Fu legata e portata a spalla ancora più giù, verso l’inferno.



IPSE (3)

“Torre… salvala… biblioteca… salvala…”. Ipse era davanti alla Torre dei Maghi e una voce profonda continuava a ripetergli le stesse quattro parole quando la notte scelse di calare all’improvviso su Arcano. Una persona, un mago sicuramente, uscì dalla Torre in sella a un cavallo. Ipse si avvicinò e tutto divenne ancora più scuro... La luce avvolse di nuovo il mago, ma stavolta era sul pavimento del suo laboratorio, la fronte madida di sudore. Ci vollero alcuni secondi perché capisse cosa era successo. Come aveva potuto addormentarsi in pieno giorno e mentre stava lavorando nel suo laboratorio? Forse le esalazioni del filtro di cui si stava occupando avevano un effetto soporifero, ma questo non spiegava il sogno. Era così veritiero! Era come se tutto ciò fosse accaduto poche ore prima. Ripensandoci bene già da qualche giorno Ipse avvertiva qualcosa di grave nell’aria, erano molti i segni che si erano palesati sotto gli occhi del mago. O forse lui li voleva vedere.
Decise di andare alla Torre dei Maghi, le parole del “sogno” gli rimbombavano ancora nella testa, ma prima volle fare una prova. Prese un calice che teneva in un baule, ci versò dell’acqua distillata e passando delicatamente il dito sul bordo del calice, borbottò: “Acqua tu lo sai, e ti chiedo di dirmelo. Succederà qualcosa di grosso” – la superficie perfettamente liscia dell’acqua iniziò a incresparsi –“per noi Maghi?”. Dopo l’ultima parola l’acqua iniziò ad incresparsi ancora più vistosamente e Ipse sollevò il dito.
Ormai era chiaro. Starsene lì senza fare nulla non sarebbe servito a niente. E poi, non poteva negarlo, Ipse si era incuriosito: perché avrebbe dovuto salvare la Torre? Afferrò di corsa la sacca e si fermò davanti ad un armadietto di cui aprì le ante. Innumerevoli boccettine colorate scrutavano il mago che ne scelse accuratamente alcune e le mise nella sacca.
Uscì e andò da Cletus, il suo cavallo nero come la notte. “Andiamo bello, andiamo alla Torre dei..”; Cletus non fece terminare la frase a Ipse che annuì come chi sa già tutto e si diresse verso la Torre.
Arrivati, Ipse smontò dal cavallo, lo legò e accarezzatolo, corse verso la biblioteca. Durante il suo tragitto verso il sapere sperava di incontrare altri maghi per scoprire se anche loro avevano avvertito qualcosa. Niente. La Torre sembrava completamente deserta. Aprì la porta della biblioteca e in quel momento capì che forse aveva fatto tutto troppo in fretta. Cosa avrebbe fatto adesso? Si mise a sedere e appoggiò i gomiti sul tavolo per sorreggersi la testa e il suo sguardo fu catturato da un biglietto assicurato a questo da un fermacarte proprio al suo centro. Il biglietto vibrò come scosso dal vento, ma le finestre erano chiuse e la porta pure. Si avvicinò al fermacarte, lo sollevò e, afferratolo, lesse il biglietto.
Immobile… Rimase immobile per qualche secondo. Sentì il sangue ghiacciarsi nelle vene, un brivido freddo gli percorse la schiena. Nurah! Non doveva salvare la Torre, era Nurah quella in pericolo. Era andata a Krymenia, ma… a fare cosa?
Ipse scrutò la stanza e la sua vista cadde su un libro aperto su cui era appoggiata una pergamena. Si avvicinò per osservare. Il libro era aperto su “Krymenia” e la pergamena, veramente consunta dal tempo, riportava formule di vario genere. Scorse velocemente il manoscritto e i suoi occhi si fermarono terrorizzati su delle parole: Licheni di Krymenia. Ma certo! Nurah era andata a Krymenia per cercare quell’ingrediente. Doveva darsi una mossa. Scrisse un biglietto per gli altri maghi.
Nurah è andata a Krymenia (credo per cercare un ingrediente). È in pericolo. Succederà qualcosa. Voi avete avvertito nulla? È già qualche giorno che scorgo segni di un cambiamento e anche l’Acqua lo conferma. Sembra che però interessi soprattutto noi maghi. Spero che sia un cambiamento non in negativo, ma questo ancora non l’ho capito. Nurah, però, è in pericolo. Devo salvarla. Io la raggiungo. Vi prego se qualcuno di voi sa qualcosa di importante agisca di conseguenza. Non so per cosa, ma il tempo è giunto. Ho lasciato un cristallo accanto a questo biglietto. Adesso emana una luce bianca, ma se dovesse diventare rossa (spero di no) sono in pericolo. E grave anche.
Ipse, Il Mago.

Rilesse frettolosamente il biglietto e lo mise al centro del tavolo. Prese due cristalli dalla sacca e li batté l’uno contro l’altro per cinque volte. Uno dei due iniziò a emanare una luce bianca. Lo appoggiò accanto al biglietto che assicurò col fermacarte che aveva usato Nurah. Prese poi l’altro cristallo e lo rimise nella sacca. Diede un ultimo sguardo alla biblioteca e si precipitò da Cletus.
Sciolse il cavallo e gli sussurrò: “Presto, a”, ma Cletus annuì ancora una volta, sempre nello stesso modo e senza che Ipse gli dicesse dove andare, si diresse alla volta di Krymenia.
Il pomeriggio volgeva ormai al termine lasciando il posto ad una notte come tutte le altre, ma non era così. Il Mago sentiva che non era così.
Chi. Cosa. Chi o cosa gli aveva mandato quel “sogno”? Ormai era certo di essersi addormentato per incanto, non era credibile che quel filtro lo avesse fatto addormentare: lo aveva preparato altre volte e non gli era mai successo. Chi (o cosa) gli aveva detto di “salvarla”; era una trappola? Probabilmente, ma Ipse si era preparato, non poteva lasciare sola Nurah. Era una maga, una collega, e soprattutto era un’amica. O forse non era una trappola; forse qualcun altro sapeva qualcosa e gli aveva mandato un avvertimento. Ma allora perché non aveva agito di persona? Perché aveva voluto riferire tutto a Ipse? Allora forse era davvero una trappola. Ma allora come mai era stato diretto proprio nella Torre, proprio nella Biblioteca e non direttamente a Krymenia? I suoi pensieri furono interrotti perché Cletus corse come non aveva fatto mai e i due in poco tempo erano già giunti a Krymenia.
L’ultima, flebile speranza che Nurah non fosse là, venne spazzata via alla vista del suo cavallo che pascolava. Si diresse verso Ipse e Cletus, lo sguardo preoccupato. “Cletus, tu resta qui con il cavallo di Nurah mentre io la vado a cercare”. Il cavallo fece cenno di sì e strusciò il suo nero muso al viso del Mago come per augurargli buona fortuna. “Tornerò presto, vedrai”.
Ora. Solo ora Ipse si accorse di quanto fosse tetro quel luogo. Si sentiva a disagio. Aveva paura. Paura. Paura di cosa? Forse del fatto che sapeva che Nurah era in pericolo e quindi lo era anche lui. Nurah sapeva benissimo come difendersi, quindi se qualcosa l’aveva attaccata doveva essere qualcosa di veramente potente.
Guardò in direzione della Torre sperando di vedere qualcuno che si dirigesse verso di lui, ma anche questa speranza venne spazzata via come le foglie dagli alberi in una ventosa giornata autunnale.
E con questi pensieri nella mente iniziò a scendere giù e ancora più giù, verso l’oscurità, verso l’inferno, dentro Krymenia.



NURAH (4)

Il capo le ciondolava in avanti. L’aria era estremamente pesante e calda. Ciocche di capelli le si erano appiccicate al collo e alle guance.
Un dolore alle spalle le impediva di muovere le braccia: aveva le caviglie fermate strettamente e i polsi legati dietro la schiena; l’avevano messa appoggiata ad una parete umida.
Aprì lentamente gli occhi, le palpebre stentavano a rimanere dischiuse. La testa le girava e doleva, la bocca asciutta. Cercò di mettere a fuoco ciò che le stava intorno, una luce tremolante, sbuffi di fumo nero che salivano da una torcia proprio lì davanti ai suoi occhi, ombre che si muovevano.
Le sfuggì un gemito quando provò ad alzare la testa; un paio di occhi acquosi le apparvero, poi un volto sudaticcio ed una bocca che biascicò parole incomprensibili che investirono il volto di Nurah con zaffate fetide.
Con difficoltà mantenne l’attenzione su quel viso sconosciuto che parlava: “Si è svegliata! – poi, ironicamente – hai sete? Fame? Stai comoda!” e senza aspettare risposta si allontanò per raggiungere un gruppo, ancora indistinto agli occhi della maga, che stava accovacciato intorno ad un fuocherello.
Lo sconosciuto ritornò da Nurah, con passo strascicato, e le accostò alle labbra una tazza incrostata per farla bere: l’unica soddisfazione fu quella di sentire l’umidità del liquido che le veniva versato ma, quando questo raggiunse la bocca, un conato la fece sussultare e lo sconosciuto rise: “La nostra ospite non gradisce l’acqua di Krymenia!” scosse la testa in segno di disapprovazione e buttò la tazza a terra.
Nurah faceva fatica a dominare il disgusto che aveva provato nel bere e si sforzava di riprendersi dal torpore ignorando il dolore che le pervadeva il corpo. Lo sconosciuto si fece più vicino a lei, parlando sommessamente e toccandola; dita sporche si insinuavano dentro al corpetto.
La maga sollevò il capo: sembrò ergersi minacciosa e l’espressione che assunse intimorì l’uomo che si allontanò da lei per guardarla in faccia: lo sguardo le si era fatto glaciale, due piccole fessure taglienti, la bocca si stirò mostrando i denti con un sibilo aggressivo: Nurah stava evocando il peggio che aveva dentro di se’, ma poteva fare ben poco legata com’era; si sentiva come un serpente pronto ad attaccare la preda e sperava che questo bastasse a tener lontano quell’individuo sudicio e ripugnante.
Superato il primo momento di sorpresa, l’uomo si riavvicinò ridendo: “non ribellarti… ci divertiremo un po’” e riprese da dove era stato interrotto. Le slacciò il corpetto con un filo di bava che gli colava da un angolo della bocca; Nurah vedeva la pelle grigiastra degli avambracci illuminata dai guizzi di luce della torcia, si sentiva impotente e rabbiosa: “non osare o farai una brutta fine verme!”. Cercava di divincolarsi, ma quelle mani la toccavano avidamente. “Buona…. ti piacerà” un ultimo sorriso schifoso e la sua faccia sparì in mezzo ai seni di lei che non perse tempo: abbassò il capo e riuscì ad addentare la pelle sporca e umida del collo di lui, proprio alla base della nuca e strinse i denti. Azzannava e non mollava la presa, sentiva affondare i denti nella carne dell’uomo, faceva schifo, ma non l’avrebbe lasciato libero.
Gli urli di lui fecero accorrere i suoi compagni che riuscirono a staccare la bocca di Nurah solo picchiandola e prendendola per i capelli. L’uomo si alzò e si toccò dietro la nuca, guardò la mano insanguinata e sferrò un calcio alla donna che perse i sensi.
Cadde di lato con la bocca sporca di sangue e di nuovo per lei fu buio.
“Che ne facciamo?” la svegliò una voce che proveniva dalla parte opposta dove si trovava la prigioniera. Si rimise seduta, dolorante ed ascoltò i discorsi degli uomini di Krymenia.
“Dobbiamo aspettare il capo. Lureth è andato a chiamarlo. Deciderà lui cosa fare” e un’altra voce “Non potremmo divertirci un po’?” e la prima voce rispose “Vuoi finire come Prolek? Guarda in che condizioni è!” disse accennando al compagno che stava rannicchiato contro una parete con una parte del collo che sembrava scuoiata.
Nurah non perdeva una parola della conversazione degli uomini e, mentre le mani dietro la schiena si muovevano febbrilmente per allentare i lacci che le costringevano i polsi, li contò: erano cinque; la corporatura era tozza e dinoccolata, sembravano tutti uguali. Volti grigiastri sormontati da pochi capelli unti. Tutti indossavano una specie di perizoma fatto di un tessuto che aveva lo stesso colore della pelle. Portavano a tracolla una bisaccia e una cintura in vita da cui penzolava un pugnale ed una piccola ma robusta mazza borchiata. Non portavano calzari.
Si guardò intorno. Erano in una caverna dalla volta piuttosto bassa. Alle pareti erano fissati anelli metallici per sostenere le torce, un focolare fatto di pietre disposte in cerchio, qualche ciotola di legno e un bricco. Da un otre che penzolava da un chiodo cadevano gocce d’acqua che formavano una piccola pozza nel terreno polveroso.
Un’unica entrata, piuttosto piccola che dava in un cunicolo stretto che si perdeva nell’oscurità. Uno scalpiccio le fece voltare la testa in direzione dell’entrata e dal cunicolo apparvero due uomini. “Eccoti Suron!”. Quello che doveva essere il capo si fermò con le mani sui fianchi. Era poco più alto e robusto degli altri e indossava, oltre al perizoma, una tracolla di pelle che una volta doveva essere stata ornata da piccoli disegni e pietre colorate. Dietro di lui stava il loro messaggero, Lureth.
Suron guardò Prolek e l’uomo che l’aveva salutato si affrettò a spiegare: “E’ stato aggredito da quella cagna!” indicò Nurah con l’indice a cui mancava una falange.
Il capo non distolse lo sguardo da Prolek “E’ legata e malconcia! E tu ti sei fatto ferire da una donna indifesa?” mentre parlava si avvicinò all’uomo ferito e lo colpì con un calcio sotto le costole. Si voltò verso la prigioniera: “Pagherai per quello che hai fatto al mio uomo!”. Nurah sostenne lo sguardo di Suron senza dire niente.
Gli uomini si misero in disparte per discutere fra loro.
“L’avete interrogata?” chiese Suron a quello che doveva essere il suo vice, Berdon.
“Non ancora” scosse la testa “è stata svenuta per tutto il tempo” la voce aveva il tono di scusa.
Suron emise un sibilo “Dobbiamo sapere perché è qui! Siamo sempre in meno a Krymenia. Abbiamo noi il comando, dopo la battaglia che abbiamo vinto contro gli uomini di Tirsor, è un momento delicato per il nostro popolo. Se gli stranieri iniziano a venire qua scopriranno che siamo praticamente senza difese per il momento e soprattutto verranno a conoscenza che ….” Annuì ai suoi uomini in un cenno di intesa.
Nurah ascoltava attentamente i frammenti delle frasi che le arrivavano.
Suron se ne accorse ed abbassò il tono di voce.
La maga udiva solo un lontano bisbigliare e decise di concentrarsi in altri pensieri.
Sperava in cuor suo che qualcuno avesse letto il biglietto che aveva lasciato nella biblioteca della torre dei maghi. Magari, dopo un ragionevole lasso di tempo, si sarebbero chiesti del motivo della sua prolungata assenza e l’avrebbero cercata.
Forse i suoi compagni avrebbero percepito che lei era in pericolo.



IPSE (5)

Ipse aveva sempre evitato accuratamente di scendere dentro Krymenia, ma stavolta non poteva evitarlo. Prese un pezzo di legno e dalla sacca trasse fuori una boccetta scarlatta. Versò il liquido rosso sul legno la cui estremità prese fuoco. La luce di quel paletto, benché flebile, in quell’ambiente dava al mago conforto. Non aveva mai avuto troppa paura, ma Krymenia…. Beh, Krymenia era Krymenia. Aveva letto cose orribili su quella voragine che sentiva viva nonostante il suo aspetto.
Continuò a camminare lungo l’unica via che sembrava esserci e aveva ormai perso il senso dell’orientamento; neanche la flebile luce della sua torcia magica gli era più di aiuto. Decise di fermarsi un attimo a concentrarsi su Nurah. Chissà se tutto quello che aveva studiato sull’individuare gli altri maghi gli sarebbe servito a qualcosa. La via in quel punto era più larga; appoggiò la schiena alla parete, fece la sacca più vicina a sé e chiuse gli occhi. Cercava di concentrarsi su Nurah, ma era troppo agitato per farlo. Si calmò. Cercava di evocare momenti felici della sua vita, ma l’ambiente non era dei più adatti. Pensava, pensava, pensava. Pensava a Nurah.. ecco.. ecco, sì.. la sentiva.. era viva! Era malconcia, ma era viva. Cercò di entrare in contatto con lei, ma evidentemente né il mago né la maga avevano un mente abbastanza lucida. Tuttavia percepì qualcosa.. un corpetto slacciato.. degli essere ripugnanti.. un nome.. Suron o qualcosa del genere.. una battaglia..
Ipse era concentratissimo, si sentiva parte integrante del mondo ed era come se la sua mente avesse abbandonato in uno slancio anagogico il suo corpo. Questo era un bene per la concentrazione, ma era un male perché degli esseri che definire schifosi sarebbe stato un eufemismo si erano avvicinati a Ipse senza farsi sentire con non molta fatica.
Il mago precipitò a terra richiamato dal colpo infertogli da uno di quegli.. esseri. Il colpo era stato forte (era un mago, non un guerriero!) tuttavia non era svenuto, ma decise di fingersi tale per potere origliare eventuali discorsi (sempre che quei “cosi” sapessero parlare) mentre veniva trasportato verso il cuore di Krymenia.
“Nask, dove lo mettiamo?”
“Non lo so Berm, penso che sia meglio chiederlo al capo. Forse riterrà opportuno portare il prigioniero a Tirsor.”
“Ho capito. Ehi Nask, guardiamo dentro il suo sacco, forse c’è qualcosa di interessante.”
Nask e Berm misero Ipse a terra e frugarono con una delicatezza degna di un rinoceronte in amore nel suo sacco.
“Guarda Nask, delle boccette, delle scaglie di Miara e una pietra”
“Berm, facciamo così: dividiamoci la Miara tra noi e lasciamo le boccette al capo.”
“Ma Nask, da noi non si usa la Miara, l’usano in superficie!”
“Lo so Berm, ma non ricordi quello che ci a detto Tirsor? Se riusciremo a conquistare la superficie saremo ricchi!”
Uno sguardo avido di ricchezza nacque sulle pseudo-facce di Berm e Nask.
“E cosa ce ne facciamo della pietra? Non sembra avere alcun valore”
La guardarono.
“Gettala a terra, non serve a niente”
Berm prese la pietra e la gettò a terra. Ipse sorrise.
Quando i due si girarono la pietra emanò per un attimo una intensa luce rossa. La biblioteca dei maghi era adesso avvolta in un magico alone scarlatto.
Vuoi per la stanchezza, vuoi per il colpo ricevuto poco prima, vuoi per la sicurezza che adesso qualcuno sarebbe venuto a dargli man forte, Ipse perse i sensi.
Si riprese più tardi in un ambiente caldo e umido. Davanti a sé i musi orrendi di Berm e Nask.
“Ehi Berm, si è svegliato!”
“Finalmente ci divertiamo. Vado a chiamare il capo”
Nask avvicinò ancora di più il suo muso squamoso al viso di Ipse che avrebbe preferito perdere di nuovo i sensi.
“Chi sei?” chiese la creatura.
“Il tuo guaio peggiore” rispose spavaldamente il mago.
Ma proprio in quel momento Berm tornò seguito dal loro capo.
“È questo, Berm?”
“Sì, sì. Proprio lui, sommo Necam”
“Levati di lì, impiastro” ordinò Necam a Nask.
Solo ora Ipse si accorse di come era stato sistemato. Era stato messo a sedere su una roccia, mani e piedi legati e la schiena appoggiata a una parete rocciosa.
Necam prese quella che lontanamente pareva assomigliare a una sedia e si mise a sedere davanti a Ipse.
“Chi sei? Chi ti manda? Suron?”
Berm e Nask trasalirono.
Ipse non rispose. Suron… ma certo! Nurah aveva sentito parlare di lui, o lo aveva incontrato.
“Non rispondi?” Necam illuminò il mago. “Bene bene… niente squame, questa sembra essere pelle… Vieni dalla superficie, non è così?”
“Sei sveglio. Non si può certo dire che il tuo muso tradisca la tua intelligenza”
Nessuno capì il significato della frase di Ipse, ma il tono decisamente spavaldo era percepibile perfino da Berm e Nask.
“Farò finta di non aver capito,” continuò Necam (che non dovette certo compiere un grande sforzo) “Ma adesso te dimmi perché sei sceso dentro Krymenia, regno di Tirsor”
“Ho un nome, e non è ‘Te’. Io sono Ipse”. Il mago fissò la creatura negli “occhi” per qualche secondo, poi, senza smettere di fissarlo continuò: “Sono venuto fin quaggiù per cercare una persona”
“Inventati una scusa migliore, Ispe, quaggiù non ci sono persone come te. Ci siamo solo noi.”
“Mi chiamo Ipse… Ci siete voi e…” guardò Nask e Berm per un attimo, poi tornò a fissare coi suoi occhi blu Necam “..Suron”. Aveva pronunciato la parola magica: Berm e Nask non svennero, ma poco ci mancò. Impercettibilmente anche Necam fu turbato.
“Suron ci ha sconfitti una volta sola, e non succederà più! Presto Tirsor riprenderà il potere e allora Krymenia risorgerà, e per quelli come te sarà la fine!”
Quegli esseri erano più semplici di quanto Ipse avesse previsto. Era bastato un nome per farsi rivelare la più grande vulnerabilità di Krymenia: c’erano due fazioni in lotta.
“Adesso basta. Berm, Nask, informatevi se Tirsor è libero. E cercate di non combinare guai.”
Berm e Nask corsero fuori dalla caverna da un passaggio che Ipse non aveva nemmeno notato.
Necam guardò Ipse che non abbassò lo sguardo. “Ora ti porterò da Tirsor. A Lui non potrai mentire, Lui sa come far parlare i prigionieri.”
“Anche io” rispose Ipse.



NURAH (6)

Per un attimo a Nurah parve di percepire qualcosa…forse un richiamo? Cercò di concentrarsi ancora di più e sentì Ipse che la invocava.
Sorrise dentro di se’: il suo amico Ipse era venuto a cercarla!
Rimase concentrata per trattenere quel filo che la portava dal suo amico mago, ma…”Hanno catturato anche lui” pensò amaramente.
Doveva assolutamente trovare il modo di comunicare con Ipse. Si fece forza e concentrandosi ancor di più, cercò di stabilire un contatto mentale con il suo amico.
Intanto, gli uomini nella caverna continuavano a bisbigliare e a lanciare sguardi verso la prigioniera che pareva addormentata.
“Suron, che facciamo?”
“Non possiamo tenerla qui” rispose il capo “Dobbiamo portarla al nostro quartier generale, senza rischiare di incrociare gli uomini di Tirsor. Cosa proponete?”
Suron si fece pensoso.
Berdon si accostò al suo capo “Se prendessimo i cunicoli ad est? Ci sono buone probabilità che le ronde di Tirsor non passino di là, visto che è nostro territorio” guardò Suron con sguardo interrogativo, sicuro di aver trovato la soluzione alla domanda del suo superiore.
“Si, Berdon, credo che sia la soluzione migliore” si voltò verso Lureth “Vai alla postazione più vicina dei cunicoli ad est e metti tutti gli uomini all’erta”. Il messaggero non disse niente. Si avvicinò all’otre, riempì una fiaschetta che aveva attaccata alla cintura, e sparì nel cunicolo.
Suron si voltò verso Nurah: “Alzati donna, è ora di partire”. La maga non rispose. Lo guardò con aria annoiata.
“Donna, vuoi essere picchiata di nuovo? Alzati!”
Nurah sbuffò e indicò con lo sguardo le caviglie incrociate e legate: impossibile alzarsi in quelle condizioni.
L’uomo strattonò per un braccio Prolek, ancora con la faccia stravolta dal dolore, e lo spinse verso Nurah: “Scioglile le caviglie”.
Nurah guardava con attenzione i movimenti del suo carceriere che la fulminava con lo sguardo e, mentre scioglieva i legacci, le sussurrò: “Non è finita qui, pagherai per quello che mi hai fatto e mi divertirò con te” sorrise mostrando mozziconi di denti sporchi. La maga, per niente intimorita dalle parole di Prolek, aspettò il momento in cui le caviglie furono libere e sferrò un calcio sotto la mandibola destra dell’uomo che cadde all’indietro emettendo un ululato che fece accorrere gli altri.
Nurah fu issata in piedi e Suron chiamò Prolek: “Vieni qua, stupido! Vediamo se riesci a colpirla adesso!”. Due uomini tenevano la donna per le braccia e Suron le tratteneva la testa per i capelli. Il bieco sorriso di Prolek si ampliò mostrando la desolante presenza dei moncherini giallo-marrone che una volta dovevano essere stati denti, alzò un braccio, chiuse la mano a pugno e colpì Nurah sulla guancia; non contento, continuò a colpirla allo stomaco finché non fu fermato da Suron: “Basta così! Vuoi ammazzarla? Deve rimanere cosciente perché deve camminare con le proprie gambe” lasciò la presa dai capelli di Nurah e si avviò verso l’uscita seguito dalla prigioniera che veniva spinta dal misero drappello.
Tirsor e i suoi uomini, quasi contemporaneamente, si stavano movendo per trasferire il proprio prigioniero. Il loro percorso sarebbe stato per un tratto lo stesso di Suron e il suo seguito.
Fatalmente, si trovarono faccia a faccia.
I due prigionieri vennero spinti da una parte e si avvicinarono l’uno all’altro strisciando nel terreno e allontanandosi dal luogo dello scontro.
Si trovavano in un cunicolo non troppo largo, tre uomini bastavano a sbarrare la strada.
Nurah guardò Ipse: “come stai? Sei tutto intero?” Il mago annuì e sorrise amaramente “Non posso dire lo stesso di te, amica mia” accennò alla guancia tumefatta della maga che sorrise a sua volta “Sono intera comunque. Ora dobbiamo liberarci da questi lacci perché, chiunque avrà la meglio, per noi sarà la fine”.
Altri uomini delle due fazioni accorrevano per aiutare i propri compagni e la battaglia si faceva sempre più cruenta.
I due maghi riuscirono a liberarsi, ma si accorsero di essere intrappolati fra il luogo della battaglia e il gruppo di uomini che stava sopraggiungendo.
Ipse rimase seduto a terra, i gomiti che poggiavano sulle ginocchia, i palmi delle mani rivolti verso l’alto, gli occhi socchiusi, la bocca serrata ed iniziò a mugolare una nenia.
Nurah, già in piedi, con le braccia lungo i fianchi che iniziavano ad alzarsi fino al basso soffitto, intonò una cantilena lugubre. I due maghi si davano le spalle.
Uno, rivolto verso gli uomini che combattevano, l’altra verso il gruppo che sopraggiungeva.
All’unisono, tutti gli uomini crollarono a terra tenendosi la gola, urlando grida soffocate, movendo le gambe spasmodicamente.
Ipse e Nurah non si distrassero, continuarono nel loro incantesimo. Perle di sudore scendevano dalle loro fronti, una strana luce bluastra sembrava irradiarsi dai due corpi e spandersi verso le vittime.
Poi tutto tacque. Per un po’ i due maghi rimasero storditi e senza forze e, quando si riebbero, si misero seduti e si guardarono: “Cosa è successo?” chiese Nurah al compagno che, come lei, aveva l’espressione stupita “Non lo so Nurah…so solo che dovevo fare così e l’ho fatto” scosse il capo incredulo.
Si alzarono stancamente e udirono un lieve rantolo: Suron non era morto; ansimava come se due forti mani lo stessero strangolando, ma era ancora vivo.
“Bene – disse Nurah – adesso avremo delle spiegazioni” si chinò a raccogliere i lacci che l’avevano tenuta prigioniera e si avvicinò al guerriero.
Aiutata da Ipse lo fece mettere seduto e gli legò i polsi dietro la schiena. Raccolse la sua sacca che era stata portata in spalla da uno dei suoi carcerieri e ne trasse una borraccia ed un panno pulito che bagnò con dell’acqua e lo porse ad Ipse.
Una volta rinfrescato, il mago le restituì il panno e lei fece altrettanto, poi lo passò sul volto e la bocca di Suron: “Adesso le cose stanno diversamente – disse ironica – e tu devi terminare una frase che hai iniziato nella caverna”.
Suron, con gli occhi rossi che lacrimavano, cercò di schiarirsi la gola e quel che ne uscì fu un rantolo disarticolato. Nurah avvicinò i pollici alla carotide dell’uomo e premette leggermente “Come vuoi, qualcun altro ci racconterà quel che vogliamo sapere”. Lo sguardo gelido della maga si fece malefico, Ipse la guardava e sapeva di averla già vista in quello stato, ma tacque.
Sembrava un’altra persona, era trasformata.
Suron trasalì “S.s.si…io…dirò…”. Le dita allentarono la pressione, ma non lasciarono la gola dell’uomo.
“Krymenia cela un luogo potente…magico…una fonte…è una costruzione antichissima…quello che avete fatto è stato grazie ad essa” continuò rantolando “Vi conduco là…”.
I due maghi si avviarono seguendo il prigioniero verso il luogo misterioso.



XANDOR E NURAH (7)

I tre camminavano in fila indiana: Ipse, Suron e Nurah.
Intorno a loro regnava un silenzio irreale disturbato appena dal fruscio dei passi. Procedevano in silenzio.
I due maghi avevano tutti i sensi allertati, cercavano di captare qualsiasi stranezza nell’aria, ma tutto sembrava tacere. Troppo.
Continuavano a scendere verso il basso e, stranamente, non c’era più quella cappa opprimente che li aveva avviluppati in precedenza; l’aria sembrava più fresca, pulita.
“Voi due, avete preso ciò che mi appartiene!!!”
Una voce fermò i due maghi che avevano preso cammino con Suron, mentre ai loro piedi dei rovi spuntati dal terreno li stavano intrappolando.
I due si girarono di scatto e scorsero una figura scura a cavallo avanzare verso di loro.
“Quell’uomo mi appartiene, gli sto dando la caccia da anni, e se me lo darete senza fare storie avrete salva la vita.”
Nurah si girò di scatto e disse: “ Non sono persona da arrendermi al primo sbruffoncello, signore, e il vostro rovo è una magia da saltimbanchi”
Detto questo si liberò e liberò anche Ipse.
L’uomo scese da cavallo e si diresse verso di lei aprendo il palmo della mano in direzione di Ipse e Suron immobilizzandoli.
La guardò fissa negli occhi e lei fece altrettanto, l’aria era gelida e pungente.
L’uomo sussurrò “I vostri occhi… no, non può essere…. “
“Cosa non può essere?” disse lei….
L’uomo allora ritrasse la guardia e proseguì: “ Noi non ci conosciamo, vero Nurah? Non ci siamo mai visti prima eppure io vi conosco, o meglio conosco i vostri occhi…”
”Voi vi sbagliate messere!” Rispose Nurah “Non vi ho mai visto prima, e la vostra voce e il vostro sguardo non mi dicono nulla, ma mi è sfuggito il vostro nome….”
“Xandor, mi chiamo Xandor “.
“Perché dunque volete Suron?” chiese la maga rivolta al nuovo arrivato.
“Temo che se ve lo dicessi, poi…… dovrei uccidervi. Consegnatemelo e avrete salva la vita, egli è la chiave…..”
“Mai, se lo vorrete dovrete battermi oppure rinunciare…”
“Au contraire, mademoiselle, io non combatto le donne, le amo…..”
Alla fine della frase un forte bagliore illuminò il cunicolo accecando i presenti, mentre uno strano torpore si stava impadronendo delle loro membra, trascinandoli verso un sonno che sarebbe durato molte ore.
Al loro risveglio Xandor e Suron erano spariti, mentre una rosa nera giaceva sul petto di Nurah.

Erano già in cammino da diverse ore, quando Suron raccogliendo gli ultimi brandelli di coraggio che gli erano rimasti, decise di parlare al mago:
“Che intenzioni hai ora con me mago?”.
”Dimmi tu piuttosto, che intenzioni avevi con loro una volta giunto nelle viscere di Krymenia?”
“Ho il sospetto che loro siano i maghi della profezia….”
Xandor scoppiò in una risata “anche un miserabile come te lo ha capito, le loro auree si stanno fortificando ma non sono ancora pronti, questo lo sai anche tu non è così? “
“Si è vero”
“E una volta giunto nei pressi di Krymenia avresti assorbito l’aura sacra per ucciderli, ma il tuo piano è fallito”
“Vuoi forse uccidermi ora Xandor?”
“Stai scherzando, sei l’unico a conoscere il segreto di Krymenia, e per di più Nurah e Ipse stanno per raggiungerci, voglio solo impedirti di assorbire l’energia del cuore di Krymenia in modo da renderti innocuo fino a che Nurah e Ipse non saranno pronti”
Detto questo il mago estrasse una antica pergamena che posò sulla fronte di Suron pronunciando oscure parole nella lingua Antica.
Suron emise un urlo terrificante, che nulla aveva di umano.
Il grido vene udito anche da Nurah e Ipse….
“Questo è Suron... “disse Nurah: “Dobbiamo fare presto e raggiungere quel maledetto di Xandor prima che sia troppo tardi…..”
I due maghi si misero a correre allora nella direzione di provenienza del grido.
Mentre procedevano verso le viscere di Krymenia, dopo una curva, davanti a loro si parò un drappello di uomini appena illuminato da deboli fiaccole.
Ipse si arrestò e con un braccio fece fare altrettanto alla sua amica.
I due maghi, all’unisono, iniziarono a concentrarsi per contrastare l’attacco quando improvvisamente un’ombra nera incappucciata e silenziosa, li passò come un soffio; scivolava fra loro avvolta in un’aria gelida, paralizzando tutti quanti.
Si fermò fra Nurah e Ipse e ai due parve che l’ombra scura mormorasse qualcosa di rassicurante al loro indirizzo. Mosse le lunghe e magre braccia mentre i lembi della nera tunica ondeggiavano nell’aria silente, il cappuccio celava interamente il volto dal quale uscivano lugubri lamenti e solo due piccole luci, gli occhi, scintillavano in quella macchia tenebrosa: due punti azzurri, gelidi come il ghiaccio.
Con movimenti leggeri che muovevano l’aria raggelandola, continuò a spostarsi verso il drappello di uomini, incenerendo tutti quelli che venivano sfiorati dal suo tocco letale. Pochi attimi, e tutto tacque.
La nera figura si voltò verso i maghi e dopo averli osservati per un pò, scivolò via come era arrivata.
Il piccolo esercito non esisteva più. Ipse e Nurah si guardarono intorno attoniti....Abbassarono lo sguardo e ai loro piedi videro che degli uomini che avrebbero potuto massacrarli, erano rimaste solo poche tracce polverose.
Suron, in piedi davanti a Xandor, sembrava in preda ad una visione, era impietrito: “Egli è qui…”
Il mago lo scrutò e gli chiese: “Di chi stai parlando?”.
“Colui che comanda le ombre nere…” la voce di Suron era venata di terrore.
Xandor si guardò intorno: “Se questo è un tuo scherzo la pagherai cara” lo sospinse in malo modo “Avanti, dobbiamo raggiungere il luogo”.
Suron non si muoveva: “La fonte….”
Il mago iniziava a spazientirsi e cercò di controllare la propria ira: “Cosa sai di questa fonte?” Suron parlò quasi meccanicamente “Fu scoperta dopo la caduta di Krymenia, emerse così, dal nulla, dalla roccia, e insieme a lei arrivarono gli uomini scuri col cappuccio… chi li vedeva era condannato! Alcuni sparivano, altri tornavano senza senno. Gli oscuri incappucciati iniziarono ad aggirarsi in mezzo alla nostra gente e ad uccidere. Sia la mia tribù che quella di Tirsor hanno avuto molte perdite causate dalle ombre incappucciate. L’ago della bilancia…”.
Suron tacque e Xandor capì che per il momento non avrebbe potuto dirgli altro: sembrava in trance.
Ma proprio in quel momento Xandor fu distratto dai passi di Ipse e Nurah che si stavano avvicinando.
Nessuno ebbe il tempo di parlare perché Suron, come guidato da una mano invisibile, si mosse: “Andiamo… Egli ci aspetta”.
Seguirono in silenzio il prigioniero, camminarono cercando di individuare qualcosa in fondo a quel corridoio così deserto e scuro, avanzavano ma tutto sembrava uguale, finché iniziarono a scorgere un bagliore blu che aumentava di intensità a mano a mano che procedevano; raggiunsero infine un’ampia caverna circolare con al centro una strana scultura in pietra e da dietro emerse un’alta e imponente figura scura; avanzò verso i nuovi arrivati che, alla flebile luce della torcia, riconobbero quel volto: Aragon…
L’Oscuro, con un semplice gesto, illuminò la grande caverna che, alla luce, pareva un salone scavato nella roccia viva. Le pareti, circolari, erano scolpite da simboli antichi e sconosciuti. Spirali formate da rune che si intrecciavano fra loro, seguivano l’ampia volta del soffitto fino a raggiungere la parete opposta.
Tutto era avvolto da quella luce calda e magica sprigionata dalla fonte... Il cuore di Krymenia.
Ad un gesto dell’Oscuro, Suron si accasciò ai suoi piedi privo di vita.
I tre maghi guardarono prima il loro prigioniero a terra e poi Aragon:
“Ormai non serviva più.” Disse con voce distaccata “Ha svolto il suo compito...”
“Il vostro cammino è finito, miei compagni” Aggiunse, volgendo verso di loro lo sguardo “Adesso siete pronti... E lo è anche Krymenia”



XANDOR E NURAH (8)

I tre maghi guardavano in silenzio Aragon che si avvicinò alla fonte dove, su una pietra liscia, era poggiato un grosso volume rilegato in cuoio rosso brunito.
Le lunghe dita dell’Oscuro carezzarono il bordo della copertina, gli occhi, profondi, fissavano un punto indefinito alle loro spalle.
Ipse, Nurah e Xandor riconobbero il Libro delle Ombre, antico volume che raccoglieva tutto il sapere dei Maghi Arcani, ma non interruppero il corso dei pensieri del loro Supremo che, con voce profonda e vibrante parlò: "Figli della magia, che dopo mille peripezie siete giunti a onor del vero alla volta della città sacra alla magia....... sin dalla notte dei tempi che vide la luna tracimare in sangue e l'oracolo invocare morte........ il popolo della magia attese con ansia l'avverarsi della divina profezia... ma purtroppo quel momento ancora non è giunto... il male ancora non è stato evaso dal cuore di Krymenia... lo sento....."
L’eco delle ultime parole si perse in un silenzio assoluto che fu scosso da un cupo fragore che proveniva dal profondo della fonte. Le auree dei presenti gelarono scosse da un brivido di fredda morte.
La tenue luce che si espandeva dal cuore di Krymenia, assunse una tonalità cupa e densa che sembrò avviluppare il corpo inerte di Suron, che come una creatura scaturita dal regno degli inferi si levava ora maestosa, lacerando le carni del guerriero.
Aragon seguiva la scena impassibile, quasi sapesse già cosa doveva accadere, mentre Xandor si frappose tra l’orrenda creatura e gli altri due maghi.
L’Oscuro si mise a fianco di Xandor: “E’ il momento” disse, aspettandosi le parole del mago: “Si, l’ho avvertito, ma Ipse e Nurah non sono ancora pronti allo scontro”.
I due uomini si ersero in tutta la loro statura, risoluti a combattere quell’essere che pareva racchiudere tutto l’antico male pronto ad esplodere su Arcano.
La creatura, percependo la forza dei due maghi girò la testa spalancando quella che doveva essere la bocca, emise un basso grugnito al loro indirizzo e si alzò a sua volta, maestosa.
Aragon, con i palmi delle mani rivolti verso la creatura, iniziò a lanciare il suo incanto per stordirla mentre Xandor, per niente intimorito, mosse alcuni passi verso l’essere, pronto a distruggerlo con l’incantesimo su cui si stava concentrando.
La temperatura del luogo si alzò repentinamente. Sfere infuocate venivano lanciate dalle fauci orrende di quell’essere, Xandor riuscì a bloccarle innalzando una barriera di semplice aria, ma l’energia del mago andava esaurendosi velocemente e la sua aura perdeva lucentezza.
L’Oscuro continuò ad attaccare la bestia per immobilizzarla aiutato dagli incantesimi lanciati anche da Ipse e Nurah che si erano portati accanto a lui.
La barriera eretta da Xandor sembrava reggere alla furia dell’essere infernale, ma il mago appariva sfinito, ormai senza più energia; quando il suo corpo fu intrappolato da una spira infernale e la sua anima trascinata verso la fonte che adesso riluceva di sinistri bagliori.
Nello stesso istante, la mente di Ipse e Nurah venne come rapita da una triste cantilena che improvvisamente giunse alle loro orecchie.... Le loro auree divennero più lucenti e la loro forza iniziò ad espandersi. Aragon si spostò, dietro i due maghi, invocando i suoi poteri e scagliando fulmini e onde spirituali all’indirizzo del nemico che rispondeva a sua volta intaccando l’energia dell’Oscuro.
Un forte boato squassò la grande caverna. Ipse fu colpito ad un fianco da una lama invisibile; Nurah cercò di sorreggerlo, lo trascinò in un punto riparato, poi tornò di fianco ad Aragon per continuare l’attacco, ma un altro colpo partì dalla creatura e centrò la spalla destra del mago: la sua tunica, all’altezza della ferita, iniziò a macchiarsi di un liquido nero e l’uomo, ormai privo di energie, cadde a terra perdendo i sensi.
Nurah era sola con la bestia che stava avanzando verso di lei.
Occhi colmi di odio e morte la fissavano e lei ormai sentiva solo il suo cuore che aveva preso a battere ad un ritmo insostenibile. La sua mente raggelava al pensiero della sconfitta quando, in lontananza, sentì di nuovo la triste melodia in lingua antica.
Adesso Nurah comprendeva quelle parole misteriose che raccontavano la storia di come la magia ebbe inizio nel regno di Arcano e le svelavano i segreti più remoti e nascosti di Krymenia. La maga ascoltava rapita la storia di una strega bruciata su di una pira dal popolo di Krymenia e di una bambina salvata da una sua allieva di cui si persero le tracce e con gli occhi della mente vide in maniera sempre più nitida il volto della figlia della strega: quella bimba in fasce era lei, Nurah!
Calde lacrime iniziarono a rigarle il volto; gocce di affetto per una madre che non aveva mai conosciuto, mentre una nuova forza cominciava a scorrere in lei.
Alzò la testa e fissò, con gli occhi velati, l’animale davanti a sé: l’espressione del suo viso mutò in un ghigno e, pronunciando un maleficio nell’antica lingua, riuscì a colpire la creatura annientandola definitivamente.
La donna si voltò verso Aragon, ancora a terra, e con le mani giunte, recitò una formula che fece riprendere i sensi al suo Maestro che, debolmente, si alzò e si portò vicino ad Ipse, anche lui ancora svenuto.
L’Oscuro, man mano che evocava i suoi poteri, riprendeva le forze che trasmetteva a sua volta ad Ipse che lentamente si riebbe.
Il baratro vomitava volute di denso vapore e, insieme ad esso, rimbombava la voce di Xandor che stava combattendo la sua battaglia contro l’ignoto; Nurah si inginocchiò vicino al corpo del mago, pose le sue mani sul petto e urlò verso la fonte; Aragon e Ipse, con le braccia alzate, cantilenavano una formula; fiotti di melma nera uscivano e, in mezzo a questi, una luce che avvolse il corpo di Xandor: la sua anima stava tornando da lui donandogli di nuovo la vita.
Aragon parlò a Nurah "Ecco Suprema, ora sei pronta; ora sai come stanno le cose e finalmente avverto la tua forza; una forza giusta nella tua aura... E' giunto il momento di completare ciò che tua madre lasciò in sospeso, tutto ciò che noi possiamo fare è unire le nostre aure alla tua per espanderla al massimo, ma poi tutto spetterà a te...."
Tutti e quattro i maghi, in semicerchio, recitarono una formula all’indirizzo della fonte che continuava ad eruttare tutto il male che racchiudeva nel suo centro, il cuore di Nurah si riempì di una rabbia che non conosceva, mentre il buio calava su tutto quanto.
Urla disumane echeggiavano tutto intorno facendo accapponare la pelle, ma Nurah, ormai concentrata nella sua battaglia, continuava a recitare la litania distruttiva; Aragon, Xandor e Ipse si spostarono dietro la maga che ormai sembrava trasformata in una creatura malvagia: il male lottava il male, sconfiggendolo.
La luce tornò a risplendere delicatamente nella caverna, tutto era sparito, distrutto, inghiottito dalla fonte; Nurah cadde a terra priva di sensi e i tre maghi si avvicinarono a lei; Aragon, con voce grave, parlò: "La profezia si è realizzata, Krymenia è di nuovo libera e ora spetterà a noi maghi mantenerla tale affinché il sacrificio di Nurah non sia stato vano; ella ha dato la propria vita per salvare le sorti di Krymenia ed ora tocca a noi far sì che in nome suo la pace regni... noi maghi abbiamo l'obbligo di domare il male che presto o tardi tornerà ad attaccare Krymenia...”
I tre uomini si strinsero intorno al corpo della maga, Xandor si inginocchiò e la prese tra le braccia e mentre Aragon tendeva le braccia per accoglierla, una lacrima scivolò dal volto di Xandor finendo su quello di Nurah “Supremo, ci sarà pure qualcosa che possiamo fare.. non può finire così..."
E Aragon rispose: “Lo hai gia fatto senza saperlo Xandor, come in Suron era nascosta una chiave, in te, dopo la lettura della profezia, ne nascosi un'altra... Ma solo se il tuo animo fosse stato puro essa avrebbe funzionato.... Prendi ti restituisco Nurah”
Nel riprenderla in braccio Xandor sentì il cuore della maga che stava riprendendo a battere.
Aragon parlò di nuovo: “Da oggi Arcano ha di nuovo una Strega Suprema.... Questo giorno resterà segnato nella storia di Arcano come il giorno in cui gli esseri Supremi delle arti occulte, con l'aiuto di un gruppo di maghi, liberarono dalle forze del male la voragine di Krymenia, trasformandola nel tempio della magia.”



ARAGON (9)

A quel punto Aragon posò la penna sullo scrittoio e dopo aver riletto le ultime righe, richiuse delicatamente il libro. Scostò la sedia.... Il fumo della torcia disegnava strane ombre nell’aria, che per un attimo sembrarono danzare nella luce della nicchia per poi scomparire nell’oscurità della caverna.
Lentamente uscì dalla stanza e sfiorando la chiave di volta, richiuse l’ingresso di quel luogo sospeso tra la realtà e la leggenda.
Con la mano sfiorò il legno consunto dal tempo del tavolone che da secoli accoglieva gli studi di generazioni di maghi.
Ma ora tutto stava per cambiare..... Ora che a Krymenia, la Torre dei Maghi aveva trovato la sua collocazione definitiva, ora che i due esseri Supremi della Magia Arcana si erano riuniti, nessuno avrebbe più inquinato le acque magiche della Sacra Fonte e nessuno ne avrebbe più sfruttato impropriamente i poteri.
I due Guardiani erano finalmente giunti e come recitavano le ultime parole della profezia:
“.... Grande è il loro potere, tanto che nemmeno le tenebre possono oscurare la luce della Sacra Fonte che essi portano nel cuore.”
La loro storia era stata dunque scritta nel Libro delle Ere.... Così è stato e così sarà per sempre....


 

 

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