Alla ricerca della spada perduta

DRAVEN
Le provviste erano pronte, e Rue era già partita in avanscoperta da
due giorni.
Le pergamene riempivano la mia scrivania, e parte del pavimento del
mio studio nella Torre dei Dragoni.
Compilavo gli ordini con rapidità, la mia penna d'oca scivolava
leggera sulla superficie giallastra. Il lavoro da fare
era sempre di più, ora che il numero dei Dragoni cresceva a vista
d'occhio.
Quanto avrei voluto essere con mia sorella nella foresta, o sulle
montagne, a caccia del prossimo drago.
Ed invece ero lì a districarmi tra le scartoffie, mentre le prime nevi
invernali incominciavano a sciogliersi, ed aprire la strada
all'avventuriero.
Qualcuno bussò alla porta, lo invitai ad entrare senza pensare.
Ed ecco Agwulf, con una montagna di pergamene, entrare e posare il tutto
su di una sedia libera.
"Il resoconto delle provviste, e i rapporti delle esplorazioni, signore"
disse sull'attenti, gettando un'occhiata sul cumulo "in ordine... ehm...
sparso, signore"
Affondai il volto tra le mani, tentando di rimanere lucido e calmo.
Non avrei mai sconfitto questo nemico di pergamena e inchiostro.
Almeno, non da solo.
Aprii un cassetto della scrivania, e porsi un rotolo di pergamena
sigillato ad Agwulf.
"Affiggi questo in bella mostra nel salone principale della Torre" gli
ordinai "e fai giungere notizia anche ai Dragoni fuori della kioskas".
Agwulf prese la pergamena, e uscì di corsa dal mio studio.
Avevo preparato quella lettera, sperando di non doverla mai usare.
Avevo sempre creduto di poter fare tutto da solo, ma avevo imparato che
i miei Dragoni erano tra gli uomini più capaci di Arcano.
Uno di loro avrebbe fatto al caso mio.
Uno di loro, sarebbe diventato il mio vice.
SHIRYU
Kioskas di Nakir
Mio Comandante, io, Shiryu di Nakir ho letto la Vostra pergamena e mi
sto mettendo in viaggio proprio ora per mettermi a Vostra disposizione
per qualunque prova abbiate da sottopormi...
Confido che questa mia pergamena giunga prima di me alla Torre e vi
avvisi in anticipo del mio ritorno imminente.
Con i miei omaggi.
Vostro devoto
DIRKPITT
Avevo letto la pergamena del mio Comandante e mi stavo recando per
questo alla Torre dei Dragoni per mettere i miei servigi al servizio di
Draven.
Stavo cavalcando andando al passo su il mio nero Destriero Southern ma
la mia mente tornava alla sera prima alla taverna del Drago Verde.
Avevo conosciuto una giovane Amazzone Froll e con lei ero rimasto a
parlare del più e del meno per tutta la serata.
L'avevo poi accompagnata alla sua kioskas lei in sella al mio Southern e
io a piedi e continuando a parlare.
Mi aveva colpito molto questa Giovane guerriera, era bella... molto
bella e aveva colpito la mia fantasia e forse... beh! qualcosa in più.
Ero avvezzo a battaglie e a duelli, non sono più un giovane guerriero
focoso e scalpitante ma un guerriero maturo con qualche cicatrice,
ricordi di battaglie passate.. ma quell'amazzone..
Mentre ero immerso in questi pensieri vidi un gruppo di Amazzoni Froll
allenarsi in un prato accanto alla strada, lì per lì non ci badai
tanto.. era normale vedere gruppi di guerrieri e di amazzoni allenarsi
nelle terre di Arcano.. ma all'improvviso tra quelle ragazze la vidi!!
Il mio sguardo la seguì finchè lei mi noto anch'ella, i nostri sguardi
si incrociarono io mi persi nei suoi occhi azzurri e continuai a
guardarla.
Southern impassibile trotterellava incurante di quello che il suo
passeggero provava o vedeva e infatti non lo vidi!!
Ad un tratto gli occhi dell'Amazzone si trasformarono in un mare di
stelle e di fuochi d'artificio, il mondo roteò, non capii più niente e
tutto divenne nero.
SBONKKKK!!!
Mi ritrovai a terra seduto con un bell'occhio gonfio, Southern si era
fermato e mi guardava con un'aria di compatimento.
"Cavallo dei miei stivali!!!" urlai "non potevi fermarti quando hai
visto il ramo arrivarmi addosso??!!"
Ripresi il viaggio verso la torre dei Dragoni con un occhio nero e la
mente confusa per quello che provavo.
"Cominciamo bene" pensai "presentarmi così da Draven è proprio un bell'inizio,
dai Southern, al galoppo!!"
ROY
Mi ero svegliato tardi dopo quell’interminabile serata in taverna. Ledra,
Marlow, Solitaria e Deoris mi avevano fatto passare delle ore da incubo.
"Prima o poi distruggerò quel bastone da Invocatrice di Deo!!" pensavo
mentre mi alzavo dal letto con un terribile mal di testa che mi
offuscava i sensi.
Dovevo assolutamente svegliarmi, quella mattina avevo da compiere
un’importante e dura missione.
La Torre dei Dragoni mi aspettava… e non per gli allenamenti questa
volta.
La notizia della ricerca di un vice comandante era giunta a Kolise e non
avevo esitato a candidarmi. Sapevo che non sarebbe stato facile e che
molti miei compagni vi avrebbero partecipato, ma questo non era
sicuramente un motivo per tirarsi indietro!
Andai a sciacquarmi la faccia con dell’acqua gelida… così era molto
meglio e la mia testa si liberava, piano piano, dal male che non l’aveva
abbandonata per tutta la notte.
Mi vestii in fretta sapendo che il sole era sorto già da un po’… mi
dovevo sbrigare.
Saltai in groppa a Zhalen, il mio cavallo ma, prima di partire per la
torre, decisi di fare un salto e salutare Jarsali, che abita poco
lontano dalla mia dimora.
Speravo che fosse sveglia, per non doverla destare dal suo sonno e mi
accorsi che era già uscita di casa per dirigersi agli allenamenti delle
Froll.
Ora era vice comandante e la pacchia era finita!
Scesi da cavallo e mi diressi verso di lei, l’abbracciai da dietro le
spalle, ma il mio gesto affettuoso (e si, magari un po’ improvviso..)
non ebbe l’effetto desiderato…
L’amazzone infatti si girò di scatto verso di me caricando un pugno.
Sarebbe stato molto doloroso, ma gli allenamenti alla Torre dei Dragoni
erano serviti a qualcosa e lo scansai abbassandomi velocemente.
"Eheh! Ci hai provato a togliermi di mezzo eh Jar?"
Lei sembrò per un attimo imbarazzata ma poi si mise a ridere
sonoramente.
Le diedi un bacio e la salutai frettolosamente, lei sapeva dove mi stavo
dirigendo e non mi trattenne oltre…
…Zhalen procedeva col suo solito galoppo sciolto, cosa che avevo sempre
apprezzato in lui e il viaggio procedette senza intoppi fino alla meta.
Vidi Dirk Pitt e Shiryu che erano già arrivati "Salve compagni!" dissi
loro…
Poi si udirono dei passi scendere giù, lungo le scale della Torre…. "
Salve Comandante"….
SILVER_WIND
Dopo 2 giorni di durissimo allenamento fuori dalla Kioskas, ritorno e
vedo delle strane pergamene in giro sui muri.
Provai a leggerne una per tenermi informato sulla situazione...
Quando lessi che era una chiamata per tutti i Dragoni verso la Torre su
ordine del Comandante, corsi subito a casa e dopo una lavata e una cena
ristoratrice mi buttai sotto le coperte.
Domani sarei andato di filato alla Torre
DRAVEN
Ho accolto con piacere la candidatura di alcuni tra i più valenti
Dragoni, tra i quali ho selezionato coloro che hanno mostrato
maggiore dedizione al gruppo dei Dragoni, e forte senso del dovere,
nonchè coraggio.
Mi trovo altresì di fronte ad una scelta ardua... un dilemma che si
potrà risolvere, a mio avviso, soltanto nella maniera "Arcana".
Dragoni, avete di sicuro dimostrato di saper "giocare il vostro ruolo",
ma il nostro amato sito si basa, secondo la mia personalissima opinione,
sui racconti.
Dunque, questo è ciò che vi chiedo:
Ai Dragoni Astor, Roy, Shiryu, Silver_Wind, Usul e Xalon:
La leggenda narra di una spada, un grezzo ferro di antica fattura, la
lama che diede vita al nostro Ordine.
La spada che Dulkar stesso, nel giorno della sua ribellione, rubò ad
un'Amazzone per trucidare la sua padrona (avete letto "La leggenda di
Dulkar"? no? correte in biblioteca, pelandroni!!).
Ebbene, la lama è perduta... e con essa ciò che rappresenta.
Dunque, io vi chiedo questo: partite alla ricerca della lama, e
consegnatemela... chi di voi la riporterà per primo, si sarà guadagnato
il posto d'onore tra i Dragoni, e la benedizione di Dulkar stesso.
Partite dunque, e che la benedizione della Dea sia su di voi.
Buona fortuna, miei Dragoni!
USUL
Non appena ebbi letto il tuo messaggio mi recai in biblioteca,
ovviamente, come ogni dragone che si rispetti, non avevo letto la
leggenda di Dulkar.
Fortuna volle che li incontrai Kristal, l'eccelsa scribana, che mi fornì
la pergamena con la leggenda e mi indicò anche altri testi che parlavano
della rivolta di Draven e della nascita dei dragoni.
Venni così a sapere che la foresta in cui si erano rifugiati i ribelli,
dopo essere stata distrutta quasi completamente dalle amazzoni, era
stata invasa dalle acque, gli argini naturali che contenevano il fiume,
infatti, senza più il sostegno delle forti radici degli alberi, si
sgretolarono e il fiume si impossessò di quelle basse terre.
Ora è un terreno paludoso, dimenticato ed evitato da tutti, luogo di
morte, cimitero a cielo aperto, sacrario dimenticato di noi Dragoni.
Mi misi subito in marcia verso quel luogo, nei racconti la spada non
veniva più citata, quello era l'unico indizio, speravo che sul luogo
fosse rimasto qualche manufatto, struttura o che altro che potesse darmi
una nuova pista da seguire per questa ricerca.
Cavalcai per cinque giorni nei territori sicuri controllati
dall'imperatrice, poi altri tre giorni in territori, sempre
dell'imperatrice, ma non controllati ne frequentati, senza piste da
seguire, potevo orientarmi solo con il sole e le stelle e a fatica
aprirmi un varco tra la boscaglia.
All'alba del nono giorno di viaggio arrivai in una immensa pianura, in
fondo, all'orizzonte una foschia, una striscia grigia si levava appena,
era la palude.
La raggiunsi in una giornata e avvicinandomi avvertii un odore acre, di
zolfo e cloro e non so che altro.
Le prime pozze d'acqua ribollivano, sfoghi di gas smuovevano il fango e
il miasma era quasi insopportabile.
Roku, il mio cavallo si rifiutò di proseguire oltre, lo lasciai andare e
lui tornò indietro, dove la puzza era più sopportabile.
Mi addentrai in quella terra strana, oltre ai gas vulcanici che
permeavano tutto, sentivo delle presenze, anime, fantasmi agitati, suoni
e rumori naturali si confondevano con grida, risa e pianti di cui non
coglievo la provenienza.
La testa mi doleva, gli occhi lacrimavano, all'improvviso calò un buio
spettrale, si accese una fiaccola, poi un'altra, ero incatenato, mani e
piedi, in una grotta.
Sentii d'improvviso dolori salirmi nelle membra, vedevo il mio corpo
ferito, cicatrici vecchie sotto croste e grumi di sangue recenti, due
donne, amazzoni ridevano, un cane, il loro cane giocava con la mia mano
sinistra, mozzata, inerte nelle sue fauci.
Mi lamentai, si girarono "che vuoi schiavo! Ritieniti fortunato, hai
perso solo la mano che ha fatto cadere il piatto della tua padrona
perché sei bravo a cucinare, solo per questo non sei morto" e
scoppiarono a ridere violentemente.
Sentii un'onda, una grossa marea che montava nella mia testa, ricordi di
ingiurie, ordini sprezzanti, punizioni, paura nella notte, timore che
una voce di donna mi chiamasse rompendo il mio sonno per un capriccio, o
per punirmi per un'inezia.
Svenni.
Mi risvegliai in un cunicolo, un canale di scolo, un branco di
sensazioni mi travolsero galoppando, ero freddo, umido, coperto di fango
che mi nascondeva e mi mimetizzava, serravo nella mano un lungo
coltello, lo stavo sfilando dall'orbita del cranio di una fanciulla.
L'avevo colpita a morte, penetrando nel molle occhio alla ricerca del
suo cervello, mi stava seguendo e mi aveva quasi trovato, era giovane,
troppo, ed inesperta.
Eseguiva degli ordini, mi avrebbe ucciso, forse sarei stato il primo
uomo che uccideva, forse sarei stato l'unico, visto che i successivi per
lei sarebbero stati solo oggetti, meno che animali.
Stavo scappando, l'abbandono e la mancanza di speranza che sentivo
quando ero incatenato erano spariti, ora sentivo l'ansia, l'adrenalina
mi sconvolgeva il sistema nervoso, ero un macchina, ero puro istinto, un
solo programma uccidere e fuggire, fuggire ed uccidere.
Le mie scarpe erano bagnate, intrise di sangue, sentivo nelle mani la
fatica dei colpi inferti per uccidere, i colli spezzati e i corpi
trafitti.
Correvo, il tunnel era lungo ma io ero eterno, avrei potuto correre per
sempre.
Uscii dal tunnel, una luce abbagliante mi colpi in pieno.
Il sole era alto, ero in una piazza, uomini guerrieri e amazzoni
camminavano, ridevano e scherzavano. Ero debole, sfinito, chiesi aiuto,
sussurrai, parlai, gridai, ma niente, nessuno mi sentiva, non mi
vedevano, non mi sentivano, mi circondavano, erano ovunque, li sentivo
ridere e gridare.
Ma ero solo, enormemente solo, con il mio dolore, la mia fatica, la mia
paura e i miei rimorsi.
Una bufera di comprensione mi investì, compresi che quella gente mi
doveva qualcosa, io avevo ucciso anche per loro, li avevo salvati da
qualcosa di terribile, mi dovevano la vita.
Loro mi avevano ordinato di agire, di macchiarmi di delitti atroci, di
sporcarmi, e ora mi ignoravano, ora che avevo bisogno di loro mi
lasciavano solo.
Mi risvegliai steso a terra, la testa mi scoppiava, sentivo il fetido
odore del respiro di quella spettrale palude.
Mi rialzai a fatica, ora ero su terra solida, il pantano della palude
era alle mie spalle, dinnanzi scorgevo i resti di quello che doveva
essere stato un palazzo, o un tempio, nella mia testa rimbombava il
clangore di armi antiche, l'eco di grida di battaglia disperse dai
venti.
Una corta scala portava ad una stanza semi interrata, la poca luce che
filtrava era riflessa da alcune porzioni del pavimento in miara, un
altare di pietra era al centro, vecchio e tutto segnato, tranne che un
ricamo su un lato, che era invece lucido, consumato da un uso non
frequente, ma che durava da anni, forse secoli.
Ci appoggiai due dita e spinsi, con uno scatto secco il fregio rientrò,
mettendo in azione un sistema di leve e contrappesi che spostò l'altare
scoprendo un passaggio, una stretta scala a chiocciola mi condusse nel
sotterraneo, rischiarato a giorno dalla miara.
Addossato al muro un sarcofago di pietra finemente lavorato, era la
tomba di Dulkar e il coperchio del sarcofago riproduceva la sua immagine
per intero.
In piedi, fiero, con la spada appoggiata a terra, le mani appoggiate
sull'impugnatura.
Ma la spada era vera, non era di pietra, mi avvicinai, allungai la mano,
non feci in tempo che a sfiorarla, si polverizzò all'istante, la ruggine
l'aveva mangiata completamente, solo un mucchietto rosso scuro restò ai
piedi della figura a testimoniarne la presenza.
Uscii da quella costruzione, richiusi il passaggio segreto, raccolsi
della torba, la avvolsi in un lembo strappato dalla mia casacca, la
bagnai con un poco di acqua e me la premetti sulla bocca.
Il filtro improvvisato mi servì ad attraversare la palude quasi indenne.
Di nuovo nella pianura chiamai Roku con un fischio, ci montai e partii
per il lungo viaggio di ritorno. Dopo nove giorni arrivai a Klivia, ed
ora eccomi qua, di fronte a te. Questo è tutto."
"E la spada? Hai dunque fallito nell'impresa!"
"No Draven, non credo, vedi, ritornando ho avuto molto tempo per pensare
e ripensare a quanto mi era capitato e ho iniziato a non liquidare le
allucinazioni come un semplice sogno indotto dal gas venefico, ma a
cercarne un significato.
Ho ripensato alla storia di Dulkar e ho capito che laggiù nella palude
io ho incontrato gli spiriti di migliaia di Dragoni vissuti prima di me,
li ho sentiti dentro di me, tutti, io ero loro e loro, ora, sono me.
La nostra abilità nell'uccidere è un peso gravoso, la possibilità, o
meglio, la volontà di estraniarci ed essere feroci predatori senza
cuore, più forti di tutti, è la nostra maledizione.
Siamo coscienti che quanto ci viene ordinato è da portare a termine con
ogni mezzo, i rimorsi vivono con noi, ma sono mitigati dalla
consapevolezza dell'ineluttabilità, se siamo chiamati è perché non
esiste alternativa.
Questo è lo spirito che ci guida, lo spirito che ha permesso a Dulkar di
ribellarsi e di liberarci, quello che poi gli ha fatto capire che
un'arma come il corpo dei dragoni non deve finire in cattive mani, ed ha
scelto!
E ha ucciso fedele alla scelta fatta impegnando tutti noi con quella
scelta.
Questo è lo spirito che non deve andare perduto.
La non c'era nessuna spada, tu lo sapevi, la spada è stata tramandata,
prima, di padre in figlio, e poi di comandante in comandante, allo
stesso modo dello spirito dei Dragoni, allo stesso modo del soffio del
Drago che entra in noi attraverso il duro allenamento, una volta scelto
questo corpo.
Non è mai andata persa, come non deve andare perso il nostro spirito.
La spada è in questa stanza, ce l'hai tu, tu sei il nostro comandante e
ci hai tramandato il significato di essere dragoni.
L'importanza di tutto questo l'ho capita laggiù nella palude, e tu lo
sapevi.
Ora, se possibile, sono ancora più fedele al corpo dei dragoni, grazie,
Draven."
SHIRYU
Non appena terminato l'allenamento mattutino con l'amata Seya, Shiryu si
accomiata da lei per avviarsi alla Torre dei Dragoni e sentire se c'è
qualche nuova missione che può fare al caso suo.
Arrivatoci, nota una pergamena affissa da un pugnale sulla porta
d'ingresso.
La carta è fortemente ingiallita ma lascia lo stesso leggere la
richiesta del Comandante.
La leggendaria spada, quella con cui il primo dei Dragoni si rivoltò
alla sua malvagia matrona e fondò il nostro glorioso gruppo, doveva ora
essere recuperata!
Leggendo quel messaggio, la sua mente viene come plagiata da un
sortilegio oscuro e, subito dopo, la sua ubicazione gli pare chiara...
Dulkar fu costretto ad uccidere a sangue freddo le sue due figlie, Taram
e Amyl, e questo lo fece soffrire molto, al punto da piangere lacrime
amare.
Dopo quella tragica e dolorosissima notte però, col cuore del padre,
diede degna sepoltura al sangue del suo sangue.
Sulla loro tomba, impiantò la spada celandola alla vista di un comune
viandante per non farla scorgere e rubare.
In quell'arma stava tutto il dolore di un genitore, costretto a porre
fine all'esistenza del suo stesso seme, ed il suo intero spirito.
Da quel momento, abbandonò tali affetti e si dedicò anima e corpo
all'Imperatrice Nimira, dimenticando l'accaduto e riponendo in lei tutta
la sua devozione.
Shiryu sprona immediatamente il suo cavallo, Artax, per raggiungere il
luogo in cui presumibilmente avrà l'occasione di ritrovare quell'importantissimo
e potente oggetto.
La folta criniera del destriero, mossa dallo spostamento d'aria di
quella marcia forzata, mette in risalto la sua innata bellezza ed i
muscoli in tensione, che agli incitamenti del Dragone rispondono
producendo accelerazioni straordinarie, completano il quadro di quel
maestoso animale, nero come la notte.
Attraversa in preda ad una grande eccitazione ogni tipo di paesaggio che
si mostra sul suo cammino. Foreste e radure, ruscelli e fossati, tutto
sfila velocemente al suo passare.
E' pronto a qualunque sforzo pur di arrivare in fretta a quelle tombe.
Per lunghi giorni continua a viaggiare. Insensibile alla stanchezza.
Sul suo cammino effettua pochissime soste, il minimo che gli è
necessario per continuare la ricerca.
Al quarto giorno però, dopo l'ennesima corsa sfrenata, il cavallo inizia
a vacillare a causa della stanchezza e delle ferite che ormai si fanno
largo sulle sue ginocchia.
Da queste lacerazioni, fini rivoli di sangue macchiano il pelo lucente e
vellutato della bestia.
Shiryu, rendendosi conto di non poterlo forzare oltre, è costretto a
smontare per curarlo e lasciarlo riposare un po'.
Arrestate le emorragie del fedele amico, si poggia contro un tronco
d'albero e si lascia scivolare a terra per ritemprare anch'esso le
stanche membra, fortemente provate dalle fatiche cui i due si sono
sottoposti.
Poco dopo il tramonto però, quando gli ultimi bagliori stanno lasciando
spazio alle tenebre, un sussulto lo riporta alla realtà.
In sogno, un uomo, avvolto in una tunica di un colore intenso, rosso
sangue, l'aveva avvicinato e gli aveva mormorato ad un orecchio:
"Recupera quella spada, affinché il tuo Comandante si serva del suo
potere nelle battaglie che lo attendono!".
Quelle parole l'hanno scosso profondamente e si rimette in marcia, più
motivato di prima ma anche molto più accorto.
Approfittando del favore della notte, alcuni briganti possono facilmente
approntare un'imboscata.
Oltretutto, Artax non è al meglio della condizione.
Marcia cautamente fino alle prime luci dell'alba, quando raggiunge le
sponde di uno splendido ruscello, dalle acque cristalline, oltre il
quale sente di dover proseguire la sua ricerca.
Si ferma per dissetarsi e per mangiare qualcosa e, seguendo il suo
esempio, il cavallo lo imita brucando un po' di tenera erbetta ancora
ricoperta dalla fresca rugiada.
Dopo la pausa, il cammino riprende oltre il corso d'acqua e ben presto,
i due si ritrovano immersi nelle fitte foreste che ricoprono la zona.
Districandosi abilmente fra i vari ostacoli posti da Madre Natura sul
loro sentiero, avanzano con passo rapido all'ombra delle grandi chiome
dei maestosi alberi.
Al limitare della boscaglia, mentre scosta leggermente un rampicante con
la mano destra, un altro flash illumina i suoi pensieri...
Nuovamente quell'uomo col vestito insanguinato, nuovamente la sensazione
d'irrequietezza...
Poi, dalle larghe maniche che coprono le sue mani, un dito indica un
bambino...
Ripresosi, Shiryu medita su quanto appreso ma non riesce a collegare
immediatamente questa rivelazione con le altre precedenti in modo
corretto.
Ricomincia ad affondare i suoi talloni nei fianchi della propria
cavalcatura e questi prende nuovamente ad avanzare speditamente.
Poco dopo, una sorta di croce appare in mezzo ad una radura
splendidamente incorniciata dalle montagne circostanti e dai fusti
d'enormi alberi millenari.
Avvicinandosi rapidamente, la forma si rende sempre più inconfondibile.
Quella croce segna la tomba che cerca.
Sicuramente è l'arma in cui è rimasto il cuore ed i propri sentimenti
più nobili di Dulkar.
Riconoscendola, si slancia a terra prima che la bestia abbia il tempo di
frenare la sua corsa e, dopo essere rotolato per qualche metro, si ferma
ad osservare l'abile travestimento.
Sembrerebbe davvero una croce di legni verdi intrecciati, lasciati a
seccarsi in balia degli agenti atmosferici.
L'asta verticale è ricoperta di rovi tra cui, qua e là, fanno capolino
alcuni deliziosi fiori candidi come la neve mentre la parte orizzontale
è stata camuffata con un fitto intreccio di rampicanti vari.
Si avvicina per recuperarla ma si rende conto, stupito, di aver
sbagliato tutto... è una normalissima croce.
Un dubbio s'insinua nella mente del Dragone.
Che fossero semplicemente delle illusioni quelle che credeva
rivelazioni?
Non ne è convinto...
Dopo un attimo d'esitazione, si lascia vincere dalla delusione e
s'inginocchia sulla tomba.
Al contatto col suolo, egli rivive la morte delle due amazzoni, come se
fosse il loro padre.
Ne comprende le motivazioni ed il dolore e dai suoi occhi, alcune
lacrime si mostrano a solcargli il viso.
E' molto provato, quando la terribile sensazione svanisce, giunge alla
comprensione del terzo flash...
Quell'uomo che gli si manifestava era lo spirito di Dulkar ed il bimbo
non era altri che Wismerill, suo figlio.
Se la spada era realmente stata in quel luogo, solo lui poteva sapere
della sua collocazione e solo lui era in grado di riconoscere il
travestimento...
L'aveva recuperata ma per portarla dove?
Questo è l'enigma da risolvere.
Si siede a terra per pensare con calma agli indizi di cui è ora in
possesso e, dopo un'attenta riflessione, deduce che, se Wismerill l'ha
recuperata è perchè teneva a quell'arma e quindi doveva sicuramente
averla nascosta in un luogo sicuro e ben difeso.
Quale? La risposta è ovvia.
Spinto dalla carica interiore di quell'osservazione, si rialza e,
risalito in sella, prende a marciare al galoppo Artax per tornare alla
Torre, fiero del risultato della sua ricerca.
Dopo giorni d'incessante marcia, arriva all'ingresso della sede dei
Dragoni e timidamente chiede al Comandante di essere ricevuto.
Entrato nella sala in cui si sarebbe svolto il loro incontro, con un
profondo inchino saluta Draven e, quando questi inizia a porgere alcune
domande, Shiryu rivela quanto scoperto.
"La spada di Dulkar non è mai andata persa! E' sempre stata sotto ai
nostri occhi ma non ce ne siamo mai resi conto perchè abilmente
celata...
Quell'arma impregna questo luogo della sua potenza, da sempre, da quando
fu costruita questa nostra Torre! Se Vi guarderete attorno, quel gruppo
di pietre posate diversamente sulla pavimentazione, quelle che formano
un drago... quello è il luogo in cui essa è riposta"
Shiryu solleva cautamente quella che dovrebbe essere la pietra che ne
indica il cuore, sotto di lei, un incavo...
Senza timore od apprensione alcuna, infila la mano in quella piccola ma
profonda cavità e, poco dopo, estrae una lama corrosa dalla ruggine in
più punti, a dimostrarne l'antichità.
Producendo un elegante inchino, la porge al Comandante.
Questa è la spada che accoglie al suo interno l'anima di Dulkar, di suo
figlio e dei molti uomini caduti in quella rivolta.
Contiene il loro dolore e la loro rabbia insieme al vero significato
dell'essere Dragoni.
"Eccola, finalmente è rinata per riportare la potenza ed il coraggio di
quei primi eroi a noi, loro discendenti!"
SILVER WIND
Quando arrivò la lettera col sigillo dei Dragoni, non persi tempo,
l'aprii immediatamente e iniziai a leggere.
Quando arrivai alla fine ero felice, era stata accettata la mia
candidatura a vice comandante del corpo al quale appartenevo, ma,
com'era prevedibile, non ero l'unico a volerlo diventare.
C'era una prova da sostenere, trovare la spada con la quale Dulkar
uccise la sua matrona per avere la libertà.
Poiché dell'origine dei Dragoni ne sapevo poco, decisi di andare a
Kavenska, alla biblioteca, dove sapevo che avrei trovato ciò che
cercavo.
Per far ciò più velocemente avevo bisogno di un cavallo, e siccome non
n'avevo, chiesi a Ledra se poteva prestarmi il suo Rei.
"Usalo pure, se ti accetta" aveva detto "ma attenzione ai suoi
scherzetti, lui con gli umani si diverte"
Guardai l'animale, uno stallone possente dai muscoli tonici, ma
dall'animo guerriero, fiero e indomabile.
"Stai tranquilla, io non farò niente di male a Rei e sono sicuro che lui
non ne farà a me"
"Lo spero" poi rivolta a Rei "riportalo a casa intero"
Salutai e ringraziai Ledra e montai a pelo su Rei, il quale rimase
docile come un agnellino, e partimmo a tutta velocità in direzione della
kioskas di Madras Kristal.
Quando arrivai smontai velocemente da cavallo e mi diressi in volata
alla biblioteca incurante di quello che succedeva intorno a me.
Aprii così violentemente le porte che un profondo rimbombo metallico
invase tutta la biblioteca facendo sobbalzare le scribane intente nel
loro lavoro.
Non ci feci caso, entrai e subito andai a cercare la pergamena con la
storia di Dulkar.
Fortuna volle che nella biblioteca ci fosse Madras Kristal; vedendola,
le andai incontro e le chiesi dove era la pergamena che cercavo.
Molto gentilmente mi accompagnò fino allo scaffale sulla quale era
riposta e me la diede, con il dovere di richiamarla quando avessi finito
di usarla.
La lessi, e quand'ebbi finito iniziai a pensare a ciò che poteva essere
successo alla spada, ma ancor di più sul vero significato di essere un
Dragone.
Successivamente cercai di trovare notizie sulla Foresta di Bronzo, ma
l'unica cosa che mi seppe poi dire Madras Kristal era che della foresta
con quel nome si perse traccia alcuni secoli fa, ma, nello stesso
periodo s'iniziò a parlare del Lago degli Spettri, un lago non lontano
dal corso del Kruill, formatosi a causa di una piena del fiume in una
depressione priva di vegetazione.
Decisi di andarci, per dare un'occhiata e per vedere se le ipotesi che
giravano nella mia testa erano esatte.
Diedi la pergamena che avevo consultato all'eccelsa scribana e mi
diressi velocemente da Rei.
Appena lo raggiunsi gli salii in groppa e gli indicai la direzione da
seguire.
In tutta risposta lo stallone partì al galoppo così violentemente che
per un pelo non persi l'equilibrio.
Cavalcai per quattro giorni, fermandomi una notte sì e una no per far
riposare il cavallo che stava dando il meglio di sé.
All'alba del quinto giorno vidi quello che senza dubbio era il Lago
degli Spettri.
Dall'altura dove mi trovavo riuscivo a vedere benissimo tutto il lago e
subito mi colpì la sua forma, sembrava quella di un drago che teneva tra
gli artigli anteriori una spada enorme.
"Guarda qua che cosa combina la natura" pensai "Sembra che questo lago
abbia preso forma dal nostro simbolo, o forse è viceversa?"
Tutto faceva presupporre di essere sulla giusta strada per riuscire nel
mio intento.
Guidai Rei dove, dall'alto, si vedeva la punta della spada brandita dal
drago e li smontai da cavallo e iniziai a cercare un indizio di resti di
una tomba o qualcosa d'analogo.
Cercando, trovai sotto un masso una botola.
Come afferrai la maniglia per aprire la botola mi ritrovai catapultato
indietro nel tempo e vidi...
Vidi le gesta di Dulkar in prima persona, come se io fossi Dulkar,
provai anche i suoi sentimenti che lui provò subendo le torture, quando
fece il giuramento con la neo Imperatrice e quando eseguì l'ordine di
uccidere le sue due figlie.
Vidi i massacri che lui e i suoi figli perpetrarono per ordine
dell'Imperatrice.
Poi vidi tanti fantasmi piangere e urlare di dolore, provare rabbia e
disprezzo, di rimorso, poi provare la sensazione di essere sul punto di
morte, poi...
Quando mi ripresi era già scesa la notte, mi ritrovai sull'altura dove
vidi per la prima volta il lago e lì vicino a me, Rei.
"Che cavallo" pensai "non solo è veloce, ma è anche molto più
intelligente e bravo di quel che vuol far credere".
Dopo sei giorni, cinque per il viaggio e uno per pensare ulteriormente
su ciò che era successo, andai alla Torre dei Dragoni per riferire a
Draven che ero riuscito nell'impresa.
Alla domanda del mio Comandante "Dove è e cosa significa la spada del
fondatore del nostro corpo?"
"Comandante, se non le dispiace risponderei prima a cosa significa e poi
le dirò dove è.
La spada di Dulkar, di per sé è solo un mezzo attraverso cui un uomo
riuscì a liberarsi dal giogo della schiavitù, ma, successivamente, dopo
che Dulkar uccise le sue figlie, acquistò valore, e fu in quell'esatto
momento che nacquero i Dragoni. Infatti, fu lì che Dulkar fece l'ardua
scelta e giurò
impegnando tutti i suoi figli e tutta la discendenza dei Dragoni fino ad
oggi, e spero anche oltre, di servire l'Imperatrice. E' vero che siamo
degli Assassini senza scrupoli, dei "serpenti con le ali", ma la nostra
forza e la nostra bravura, risiede nella convinzione di un ideale di
giustizia e libertà e nella consapevolezza che la nostra è un'opera che
si mette in moto solo quando tutte le altre possibilità possibili sono
oramai esaurite. Ed è per questo che il nostro corpo non deve, mai e poi
mai, cadere in mani sbagliate, altrimenti andrebbe vanificata la scelta
del nostro fondatore. Ed è anche per questo, che da oggi sono ancora più
fedele al corpo dei Dragoni di Dulkar.
Ora veniamo alla spada, anche se credo che la parte più importante della
missione affidatami sia già stata fatta. Essa si trova nella tua stanza
nella Torre, lì dove vi è la figura del Drago con in mano la spada,
fatta tramite incastro di pietre di vari colori, e la dove vi è la punta
della spada, vi è un incavo nel pavimento, celato da una sottile pietra
irriconoscibile dalle altre, ed è nell'incavo c'è la spada. Questo
perché la spada è stata, per un primo tempo, tramandata di padre in
figlio e successivamente dal miglior Dragone al suo successore, quindi
da Comandante a Comandante.
Questo risponde a ciò che mi ha ordinato e spero di aver svolto
egregiamente il lavoro assegnatomi affermando, ora più che mai, di
eseguire qualsiasi compito lei vorrà affidarmi d'ora in avanti nel
migliore dei modi, impegnandomi ancora più profondamente nell'arma dei
Dragoni".
ASTOR
Il sole toccava il punto più alto, era stato un allenamento veramente
faticoso.
Tornando verso la Torre dei Dragoni vedevo comunque un'aria di
compiacimento nei volti dei miei compagni.
Quello che distingue noi Dragoni dagli altri in fondo è proprio il
piacere di combattere, quella sensazione di appagamento che si prova
dopo aver dato il meglio di se.
Giunti alla Torre ognuno si ritirò nei propri alloggi per darsi una
rinfrescata e prepararsi per il pranzo. Una volta pronto mi accorsi che
era stata infilata sotto la porta della stanza una missiva: "Raggiungimi
alla sala riunioni. Draven".
Mi diressi verso il piano superiore.
Nella sala non ero solo, con me c'erano altri Dragoni.
Draven iniziò a parlare: "Bene, ci sono tutti. Ho accolto con piacere la
candidatura di alcuni tra i più valenti esponenti del mio commando,
selezionando coloro che hanno mostrato maggiore dedizione al gruppo dei
Dragoni, e forte senso del dovere, nonchè grande coraggio. Mi trovo
altresì di fronte ad una scelta ardua....questo è ciò che vi chiedo:
Astor, Roy, Shiryu, Silver_Wind, Usul e Xalon, la leggenda di Dulkar
narra di una spada, un grezzo ferro di antica fattura, la lama che diede
vita al nostro Ordine. La spada che Dulkar stesso, nel giorno della sua
ribellione, rubò ad un' Amazzone per trucidare la sua padrona. Dunque,
io vi chiedo questo: partite alla ricerca della lama, e
consegnatemela.... chi di voi la riporterà per primo, si sarà guadagnato
il posto d'onore tra i Dragoni, e la benedizione di Dulkar stesso.
Partite dunque, e che la benedizione della Dea sia su di voi. Buona
fortuna, miei Dragoni!".
Alle sue parole di commiato gli altri uscirono dalla sala.
Io mi fermai un attimo sulla soglia: "Capo, sai che sono una persona
schietta e da quando sono qui ti ho sempre detto quello che penso. Bene,
io non sono convinto che questo sia il modo giusto per risolvere la
situazione. Porterà guai. Se questa è la tua decisione porterò a termine
quello che mi hai chiesto. Ma perché sono consapevole del valore che
quella spada ha per noi Dragoni, non per altro. Spero tu capisca".
Detto questo uscii dalla sala e mi avviai verso il refettorio.
Dopo un pranzo corposo mi ritirai nella mia stanza per prepararmi con
cura al viaggio che avevo intenzione di intraprendere.
Ricordavo bene la leggenda di Dulkar, era una delle prime cose che mi
erano state insegnate al mio arrivo fra i Dragoni.
Una cosa non riuscivo a capire: com'è possibile che un oggetto così
importante sia andato perduto? Dato il suo valore simbolico Dulkar
avrebbe dovuto custodirlo con cura e così i suoi discendenti.
E perchè Draven ha deciso di ritrovarlo solo ora?
E fra l'altro affidando un incarico così importante a singoli Dragoni e
non ad una pattuglia... c'era qualcosa che no andava, non tornavano
tutti i pezzi del mosaico.
Mi preparai comunque al meglio: deposi la divisa nell'armadio e indossai
abiti più comodi; preparai uno zaino con un po' di provviste, qualche
oggetto che sarebbe potuto tornarmi utile e delle scaglie di miara.
Prima tappa: la Foresta di Bronzo.
Non sarebbe stato un viaggio pericoloso, ma per raggiungere in giornata
la foresta avrei dovuto avere un cavallo veloce.
Per questo chiesi l'aiuto di un amico che abitava poco distante dalla
Torre.
Conoscevo la sua abilità nell'ammaestrare i cavalli più selvaggi ed ero
sicuro che mi avrebbe aiutato volentieri.
Falcos non deluse le mie aspettative, affidandomi un maestoso purosangue
brunito.
Avevo tutto quello che mi serviva.
Indossai il mio mantello e partii verso nord, alla volta della Foresta
di Bronzo.
Il destriero che mi aveva prestato Falcos era davvero degno del suo
nome, l'aria quasi mi pungeva il viso dalla velocità.
Era comunque una sensazione piacevole, non cavalcavo da parecchio tempo
visto gli impegni quotidiani.
Mentre procedevo continuavo a pensare.
Ero quasi sicuro che Draven fosse già a conoscenza del luogo in cui si
trovava la spada.
Non avrebbe avuto senso altrimenti mandare degli uomini così allo
sbaraglio.
Nel frattempo il cielo si era incupito e iniziava a cadere qualche
goccia di pioggia.
Tirai su il cappuccio del mantello e presi un sentiero più sicuro per
non fare affaticare troppo il cavallo. Il luogo in cui eravamo diretti
si trovava oltre la foresta inesplorata, ma non era la prima volta che
vedevo quei sentieri.
L'esperienza maturata fra le schiere dei Dragoni mi facilitò il viaggio.
Al calare del sole giunsi ai margini della Foresta di Bronzo.
Una strana sensazione mi attraversava il corpo.
Si potevano ancora sentire l'odore del sangue che aveva macchiato quelle
terre ed i rumori di quella notte di dolore.
In lontananza notai del fumo, dietro le colline. Avevo sentito parlare
di un villaggio nelle vicinanze.
Il sole era ormai tramontato e pensai che fosse meglio passare la notte
li, d'altre parte addentrarsi nella foresta con il buio non sarebbe
stato saggio da parte mia e in ogni caso nel villaggio avrei potuto
chiedere informazioni sulla spada leggendaria.
Arrivato al villaggio cercai subito una locanda per la notte.
Il prezzo era modesto, così come quello che offriva, ma più che
sufficiente per quello che dovevo fare.
La notte passò in fretta, anche se non avevo incontrato grosse
difficoltà il viaggio era comunque stato lungo.
Il mattino seguente raccolsi le mie cose e mi recai al piano inferiore
per fare colazione.
L'oste si dimostrò molto gentile: "Buongiorno, cosa desidera?"
"Mi accontenterei di una buona tazza di sidro signora"
"Mi pare di non averla mai vista da queste parti forestiero, posso
esserle utile in qualche modo?"
"Potrebbe.. sto cercando una spada.. la spada di Dulkar.. ne ha mai
sentito parlare?".
Quando nominai la spada la stanza cadde in un silenzio quasi
imbarazzante.
Mi sentivo osservato.
"Ne ho sentito parlare, ma penso che il saggio del villaggio possa
esserle più utile di me. Noxius si trova in fondo a questa strada. Abita
nella capanna più grande, non può sbagliare"
"La ringrazio signora".
Finii la colazione e uscii dalla locanda nel silenzio generale.
Ecco la capanna, bussai.
"Buongiorno forestiero, posso esserle utile?"
"Buongiorno, alla locanda mi hanno detto di rivolgermi a lei. Sto
cercando informazioni sulla spada di Dulkar. Mi può aiutare?"
"Accomodati. Era molto tempo che non vedevo un Dragone"
"Ma come.."-
"I tuoi occhi ragazzo.. devi sapere che questo è il villaggio natale
dell'uomo che tu chiami Dulkar".
Non sapevo cosa dire, non potevo essere più fortunato di così.
Il saggio iniziò a raccontarmi la storia di Dulkar.
Potevo cogliere solo in parte la sofferenza di quelle parole.. ne ero
ipnotizzato.
"Comunque la spada non si trova più qui".
Le mie speranze svanirono in un secondo.
"Ma posso dirti una cosa. Molto tempo fa venne qui un altro Dragone con
il tuo stesso intento. Non ricordo il suo nome, ma era un giovane molto
fiero. Lui si diresse verso l'interno della foresta... non lo vidi più".
"Lei è stato molto gentile, seguirò anch'io quella strada allora"
"Che il fato sia con te ragazzo".
Che persona rassicurante.
Uscii dalla capanna con un velo di tristezza e lasciai il villaggio in
dorso al mio cavallo, verso la Foresta di Bronzo.
Erano circa due ore che vagavo fra la folta vegetazione, quando vidi
davanti a me le rovine di un tempio.
Entrandovi rimasi a bocca aperta.
Le pareti della stanza erano ricoperte si affreschi raffiguranti la
leggenda di Dulkar.
Quasi non riuscivo a muovermi dall'emozione.
Quegli affreschi emanavano un'energia vellutata, sembrava di rivivere
quei giorni.
Al centro della stanza un'enorme statua. Era lui.. e stringeva sulla
mano sinistra la spada leggendaria. Solo in quell'istante mi resi
veramente conto di cosa significasse appartenere al gruppo dei Dragoni
di Dulkar.
Una cosa in particolare attirò la mia attenzione.
Sulla spada che il Dragone stringeva in pugno era inciso un simbolo.
Non era la prima volta che lo vedevo... e finalmente capii.
I pezzi del mosaico iniziavano a combaciare.
Lasciai il tempio e presi la via del ritorno.. non avevo più niente da
fare.
Lungo la strada che portava a Klivia mi sentivo pervaso da un sentimento
che non so spiegare, misto ad orgoglio e tristezza.
Era stata un'esperienza intensa.
Arrivai alla Torre dei Dragoni con il calare del sole. Entrai subito
nella sala riunioni e li, seduto ad aspettare, vi trovai Draven.
"Ben tornato Dragone. Noto con dispiacere che non hai nulla con te"
"Ti sbagli capitano. Credo di aver capito..."
"Ma io non vedo nulla. Cosa pensi di aver capito.. spiegati"
"Porto con me l'orgoglio di appartenere all'esercito dei Dragoni di
Dulkar, porto con me la sofferenza di un uomo coraggioso che ha lottato
per la libertà, porto con me il sangue di molti innocenti.. porto con me
lo spirito di Dulkar"
"Molto bene Astor, ma..."
Sperando di non aver frainteso l'intento del mio capitano e di aver
messo tutti i pezzi al loro posto continuai senza lasciargli il tempo di
finire la frase: "La spada.. si la spada.. sappiamo entrambi dove si
trova la spada di Dulkar. Mi sbaglio forse, Draven?" dissi rivolgendo lo
sguardo verso il suo fianco sinistro..
ROY
Era freddo, mi stavo stringendo nella mia giacca pesante mentre
discutevo, in tono scettico, con quello strano individuo.
"Allora? Parla chiaro ragazzo! Non ho tempo da perdere con te in questo
momento!"
La mia voce suonò scocciata alle orecchie dell’esile figura che avevo
davanti ma, nonostante le apparenze, non si perse d’animo.
"Io lo so…" proseguì il ragazzo "… so dove si trova la spada di Dulkar."
"Hai letto la pergamena alla Torre dei Dragoni?!"
Il mio tono ora era diventato aggressivo. Chi aveva dato il permesso a
quel moccioso di entrare?
Il ragazzo non rispose, si limitò ad abbassare lo sguardo e, in quel
momento, capii che continuando così non avrei concluso un bel niente con
lui.
"Qual è il tuo nome ragazzo?" Gli chiesi con tutta la calma che potevo.
"Nith" mi rispose.
"Nith, sei un tipo di poche parole" continuai "Questo mi piace molto, ma
ti giuro che se stai cercando di prenderti gioco di me, la tua testa
andrà a macchiare il candore di questa neve in men che non si dica!".
Dicendo questo gli puntai la spada alla gola.
"Ora dimmi, perché lo sei venuto a riferire proprio a me?".
Nith sembrò titubare ma poi rispose: "Niente di personale. So che sei un
dragone, tutto qui. Hai solo avuto la fortuna d’incontrarmi… Roy".
La lama della mia spada andò a sfiorare pericolosamente il collo inerme
del ragazzo.
Sapeva il mio nome e io non l’avevo mai visto prima.
Ora ero sicuro che non potevo lasciarlo andare via, dovevo tenermelo ben
stretto ed essere vigile. Immaginavo che si trattasse di una trappola
dei ribelli, perciò perquisii il ragazzo e, quando constatai che non
aveva nulla di pericoloso addosso, lo feci salire in groppa a Zhalen
insieme a me.
"Forza ragazzo: dimmi dove pensi d’aver visto la spada di Dulkar."
Ero pronto a ricevere le visite dei ribelli… se volevano assaggiare il
mio acciaio sarebbero stati accontentati.
Nith mi condusse piuttosto lontano, fino al limitare di una sterminata
macchia d’alberi spogli e sinistri. Era la vecchia foresta di Bronzo…
rimasi affascinato; ne avevo tanto sentito parlare e, ora che potevo
vederla con i miei occhi, sentivo un forte brivido scorrermi lungo la
schiena.
Era un luogo sacro per noi Dragoni, non c’ero mai stato, ma mi sentivo
già parte di quella vecchia foresta dimenticata.
Spinsi senza indugio il mio cavallo tra i rami rinsecchiti dal tempo.
Poche volte mi trovai in posti più umidi di quello, ma ciò non mi
preoccupava tanto in confronto ai dubbi che nutrivo verso il ragazzo che
stava in sella con me.
"Fermati qui!" Disse Nith in tono sicuro alzando una mano verso l’alto.
In tutta risposta io arrestai il passo di Zhalen e mi guardai attorno…
silenzio… non un filo di vento… non un movimento di rami… non un’ombra
sospetta…
Tornai a concentrarmi sul ragazzo.
Che mi stesse dicendo la verità?… ne dubitavo.
"Allora?" gli chiesi.
Lui fece per scendere da cavallo ma lo fermai con uno scatto,
afferrandolo per la maglia.
"Non provare a muoverti senza il mio permesso!" lo ammonii.
Poi smontai da cavallo insieme a lui, tenendolo ben stretto per evitare
inutili rischi.
Cominciavo ad odiarlo, non sopportavo l’idea di avere come guida quel
ragazzino, ma d’altronde, non potevo lasciarlo libero… sarebbe stato
troppo rischioso viste le notizie di cui era a conoscenza.
Lo spronai a farmi strada e lui, prontamente, cominciò a camminare
adagio, lungo i grigi sentieri che ci circondavano.
Poi Nith ruppe il silenzio "Ti sei mai chiesto come mai Dulkar non
uccise le sue due figlie usando la spada?"
"Ora l’unica domanda che mi pongo è come tu faccia a sapere tutto
questo" risposi.
Il ragazzo non badò alla mia frase e proseguì: "Forse fu una sua
decisione… in fondo quell’acciaio aveva sopportato tanto sangue… quella
lama aveva portato in sé il riflesso di tante morti, di tanti occhi
imploranti, di tanti visi disperati… forse Dulkar non voleva usare
un’arma così per uccidere le sue figlie. Oppure…"
Qui Nith s’interruppe alzando lo sguardo fino ad incontrare il mio.
"Oppure?" lo incitai.
"Oppure – riprese – non aveva la spada con sé".
I miei dubbi si stavano facendo sempre più accentuati e pressanti, ma
ormai era troppo tardi per tornare indietro e rinunciare, se non altro
perché dovevo ammettere che le parole del ragazzino mi avevano
maledettamente incuriosito.
Sapevo che stavo commettendo un gesto imprudente ma continuammo a
camminare.
Zhalen era rimasto indietro e capii perché Nith ci aveva lasciati
proseguire a piedi.
"Dobbiamo passare di qui" mi riferì indicando con una mano un varco che
si apriva attraverso un enorme ammasso di rocce.
Nith ci s’infilò con sorprendente agilità, ma il mio passaggio richiese
un po’ più di tempo…
Quando ebbi varcato l’angusto cunicolo mi accorsi che Nith aveva già
acceso una fiaccola e, portandosi un indice alle labbra, mi invitò a
fare silenzio.
Mi fece strada fra quei corridoi oscuri; eravamo all’interno di una
grotta umida, maleodorante e probabilmente, pensavo, popolata da
centinaia di pipistrelli.
Il ragazzo si orientava bene tra i corridoi rocciosi della caverna e,
dopo poco, m’informò che eravamo giunti a destinazione.
Mi guardai intorno, era molto buio e non scorgevo nulla di particolare…
nessuna spada… nessuna tomba…
"Ragazzino, stai cercando di prendermi in giro o…"
Ma le mie parole furono bruscamente interrotte da una voce che echeggiò
rimbombante per tutta la grotta: "Ahahah! Non mi dire, Dragone, che
speravi che la tua missione fosse finita qui!"
Era una voce femminile ma d’inumana spietatezza, che con altrettanto
vile sarcasmo continuò: "Non sei in una bottega uomo! E non ti guardare
intorno cercando tombe o sarcofagi, perché ci sei già dentro!"
Di scatto Nith si volse e diresse la luce della sua fiaccola verso una
parete che, fino a quel momento, era rimasta celata dall’oscurità e vidi
ciò che non mi sarei mai aspettato… la parete non era fatta di roccia
naturale ma era stata costruita con le ossa di migliaia di cadaveri.
Gli scheletri erano orrendamente ammassati l’uno sull’altro, appiccicati
come fosse uno spettrale gioco ad incastri.
Rimasi impietrito a fissare l’orrenda scena, senza avere la forza di
reagire.
Di chi erano tutti quei corpi? Un tempo erano stati fieri Dragoni?
Oppure spietate Matrone con le loro fedeli amazzoni?
Non lo sapevo e questa inconsapevolezza mi infastidiva e m’impauriva.
All’improvviso venni bruscamente distratto da un frullio alle mie
spalle, simile ad un incessante sbattere di una moltitudine di ali.
Mi voltai indietro e una marea di pipistrelli travolse me e Nith in un
impeto di panico e terrore.
Mi riparai servendomi della mia giacca e della spada, finché, dopo un
tempo che sembrava non terminare mai, l’orrenda orda si placò e mi
ritrovai di nuovo di fronte allo spettacolo agghiacciante che quella
parete d’ossa mi offriva.
La osservai in preda al disgusto, scorrendola con lo sguardo
attentamente.
Ci doveva essere un indizio da qualche parte… e quella voce…
Poi i miei occhi notarono una sporgenza nella parte alta della parete,
mi avvicinai per poterla distinguere meglio e notai che era una spada
brutalmente conficcata tra le costole di uno scheletro. Forse… la
speranza si fece largo nel mio animo prima torturato da mille esitazioni
e senza pensarci due volte andai a recuperare l’arma.
Mi arrampicai su per la parete, aggrappandomi a teschi e costole che
sporgevano procurandomi un buon appiglio, finché raggiunsi la famosa
lama.
Vidi inciso grezzamente sull’elsa l’antico simbolo di Dulkar e non
esitai ad estrarla dal groviglio di ossa in cui era saldamente
impiantata.
La vecchia lama emise uno stridulo rumore metallico mentre usciva da
quello che, una volta, doveva essere stato il petto di un’amazzone.
Guardai la lama della leggendaria spada di Dulkar, rovinata dagli anni e
scheggiata dall’ira e dalla rabbia di un uomo che, insieme ai suoi
figli, aveva cambiato le sorti dell’avvenire.
Ringraziai silenziosamente quel valoroso primo Dragone e ridiscesi la
parete velocemente.
Volevo andarmene da lì il prima possibile.
Appena i miei piedi toccarono terra la voce oscura che mi aveva accolto
poco prima tornò a risuonare per la grotta.
"Bene! Sei stato un buon servo. Avevo bisogno delle mani di un Dragone
per impossessarmi della spada di Dulkar. Ora... lasciati ammaliare
dall’Oscurità… lascia che il tuo infimo cuore pulsi per me! Il Male
s’impossesserà delle tue membra e tornerai schiavo, uomo! Miserabile
creazione! Le catene torneranno e non commetteranno lo stesso errore che
è stato commesso all’epoca di Dulkar! Non bloccheranno solo le vostre
mani e i vostri piedi, non stringeranno solo le vostre caviglie e i
vostri polsi, ma andranno ben oltre! Anche le vostre menti e i vostri
cuori saranno schiavi!"
Vidi un’immagine riflessa nella lama della spada, una donna avvolta il
uno scuro mantello.
Le fattezze del volto coperte dall’ombra e le sue parole… non poteva
essere che lei… la Madras Oscura!
Mi voltai di scatto verso di lei, non potevo più sentire le sue parole,
non le sopportavo.
"No!! – gridai – Dulkar non voleva questo! La schiavitù è finita! Non
intralciare, oltre, il mio cammino!"
"Ahah! Sei un’infima bestia, mi fai quasi pena, ma la pietà ha
abbandonato da tempo il mio cuore, come una rondine abbandona d’inverno
i luoghi freddi e sterili, consumati dal ghiaccio! Ma ora mi servi,
grazie a te avrò tra le mani l’intero Ordine dei Dragoni di Dulkar!
Vieni… lasciati trasportare dalle mie parole…"
La donna iniziò a muovere le mani sinuosamente, compiendo gesti
dall’eleganza irresistibile.
Portava le braccia in avanti, col palmo della mano rivolto verso l’alto,
le dita aperte in un invito… e poi le stringeva in un pugno serrato,
vibrante di potere… e ogni volta che lo faceva sentivo una parte di me
abbandonarmi.
Stavo cedendo… non potevo permetterlo!
Le mie ginocchia si piegavano, le braccia perdevano forza, la mente si
annebbiava sempre più, quando trovai la forza di reagire.
Posai lo sguardo sulla lama consunta e vi notai il riflesso dei miei
occhi… no… non erano i miei… era un solo occhio… profondo…deciso… Dulkar!
Alzai la lama della spada davanti al mio volto e gridai con tutte le
forze che mi rimanevano: "Dulkar e i suoi fieri Dragoni hanno lottato
selvaggiamente per una vita da umani e non da bestie! Hanno liberato gli
uomini dalle catene dell’oppressione e del dominio! Scompari dalla mia
vista! Non avrai mai al tuo servizio l’Ordine dei Dragoni!"
Quando ebbi terminato, la mia voce si spense, le energie mi
abbandonarono e caddi in ginocchio. Continuavo però a tenere alta la
lama e con la mia vista offuscata vidi che io e la Madras Oscura eravamo
circondati da figure velate di nebbia, dai lineamenti sfumati.
Alcuni erano a cavallo, altri a piedi ma tutti erano armati, con gli
occhi colmi d’ira e le mani tremanti dalla voglia di uccidere.
Non potevano farlo, erano solo riflessi di morte, il ricordo degli
antichi Dragoni che la spada di Dulkar portava in sé.
Poi mi mossi, puntai la lama verso la Madras Oscura e le centinaia di
figure, che prima ci avevano circondato immobili, si scagliarono contro
la donna.
Sentivo che lentamente le mie forze tornavano, riuscii finalmente a
sollevarmi in piedi e, data un’ultima occhiata alla battaglia che
infuriava, ripercorsi velocemente a ritroso le vie della caverna, finché
non mi ritrovai fuori, nella Foresta di Bronzo.
La Madras Oscura non sarebbe stata sconfitta con così poco, ma l’onore
dei Dragoni aveva creato sui suoi solidi piani, una crepa che non
sarebbe andata via facilmente.
Ritrovai Zhalen poco lontano, tra gli alberi secchi e ingrigiti della
foresta, saltai in sella e galoppammo fino a Kolise.
"Salve Comandante" dissi a Draven quando mi ritrovai al suo cospetto in
cima alla Torre dei Dragoni.
Tenevo la spada che avevo trovato nella grotta, avvolta in un panno
verde.
Draven ricambiò il saluto per poi puntare il suo sguardo sul fagotto che
mi portavo stretto tra le mani.
"La spada di Dulkar è stata ritrovata Comandante" gli dissi
porgendogliela, dopo averla srotolata delicatamente dal fodero
improvvisato.
Lui la prese e la osservò con attenzione, se la rigirò per un po’ tra le
mani e poi puntò il suoi occhi su di me e io presi a raccontargli quello
che mi era accaduto.
Quando arrivai a parlargli della Madras Oscura lo vidi irrigidirsi dalla
rabbia.
"In ogni caso – ripresi - sono sicuro che se anche l’Oscura fosse
riuscita a mettere le sue mani sulla spada, non le sarebbe stato facile
entrare in possesso del nostro Ordine. Conosco i miei compagni e mi fido
di loro".
"Buon lavoro Roy - mi disse infine - ma…"
Attesi impaziente che Draven proseguisse
"…attento a non sottovalutare mai nessuno, soprattutto i nemici"
"Lo sarò Comandante" gli risposi.
Uscii dalla Torre e l’aria frizzante del mattino mi fece sentire subito
meglio, volevo andare a casa e riposarmi, perciò mi diressi subito verso
Zhalen che era rimasto legato ad una staccionata.
Mi avvicinai a lui e, da sopra la sua robusta schiena, vidi in
lontananza una figura immobile in mezzo alla neve.
Strizzai gli occhi per osservarla meglio… era Nith… la prova che la
Madras Oscura non aveva rinunciato al suo intento…
DRAVEN
E' giunta l'ora di annunciare chi sarà il Vicecomandante dei Dragoni.
Voglio innanzitutto complimentarmi con tutti coloro che mi hanno inviato
il loro racconto, avete tutti molto talento, ed ognuno di voi ha uno
stile molto particolare che spero continuerete a coltivare.
Desidero chiarire che il Vicecomandante non è "meglio degli altri", è
semplicemente quella persona che,
secondo il mio personale giudizio, potrà aiutarmi a seguire meglio il
sempre mutevole mondo di Arcano, e in particolar modo l'ordine dei
Dragoni di Dulkar.
La mia scelta è stata guidata non soltanto dalla vostra bravura nei
racconti, che ripeto è davvero notevole, ma anche dalla conoscenza che
ho di voi, dai vostri trascorsi, da tutte le, forse poche, informazioni
che ho potuto racimolare sul vostro conto (big brother was watching you!).
Spero che la mia decisione non vi dispiaccia e non vi demoralizzi, ma vi
sproni a continuare a scrivere e a raccontarmi, e raccontare a tutti, le
vostre avventure.
Al Vicecomandante avviso di non considerarsi superiore agli altri: i
Dragoni non saranno al suo "servizio", ma lui più degli altri si dovrà
prodigare per ascoltarli e risolvere i loro problemi.
Ci sarebbero centinaia di altre cose da dire, ma suppongo avremo il
tempo di discuterne in futuro, a decisione presa.
Dunque, bando alle ciance, ecco il finale del racconto:
* * *
Posi la mano sull'elsa della spada, e la sfoderai.
I secoli non avevano intaccato il suo letale filo, come se la magia di
Arcano l'avesse benedetta, per compiere una qualche impresa futura che
soltanto il Fato ci avrebbe svelato.
"I miei complimenti, Dragone" gli dissi "sei stato il primo a risolvere
l'enigma".
L'uomo abbassò il capo, e si inginocchiò dinanzi a me.
"Tu hai servito l'Ordine per lungo tempo" continuai, abbozzando un
sorriso "tra alti e bassi, a dire il vero" aggiunsi.
Sorrise.
Ne aveva passate tante, da quando era entrato a far parte dei Dragoni,
ma aveva sempre dimostrato la sua dedizione e il suo coraggio.
Posi la Spada di Dulkar sulla sua spalla destra, poi su quella sinistra.
"Ti nomino Vicecomandante dei Dragoni di Dulkar" dissi con voce
imperiosa, gonfiando il petto "Sappi essere d'esempio ai tuoi compagni,
e non dimenticare l'umiltà che ti ha condotto fino a questo giorno"
Vidi una lacrima solcare il suo volto.
"In piedi, Dragone" gli ordinai.
Si alzò, e guardandomi fiero tirò su con il naso.
"Non temere, amico mio, il tempo dei sorrisi è vicino" mi guardò senza
comprendere.
"Stasera ci sarà la cerimonia ufficiale" gli dissi sorridendo,
avvicinandomi ad uno stipite.
Ne tirai fuori un elmo di bronzo, sulla cima del quale spiccava il lungo
collo di un dragone rampante, ai cui lati si allargavano le ali.
"Ecco il simbolo della tua carica, portalo con onore, stasera alla
festa" gli dissi, ponendo l'elmo sul suo capo.
Si congedò, ed uscì rapidamente dalle mie stanze, per sfogare il grido
di gioia che già gli nasceva nei polmoni.
Mi voltai verso la finestra, lo vidi mentre correva verso gli alloggi
dei soldati.
Sorrisi, curioso di sapere cosa il futuro avesse in serbo per noi,
pensieroso.
"Fai un buon lavoro, Astor, Vicecomandante dei Dragoni di Dulkar"
ASTOR
Quando Draven appoggiò la spada sulla mia spalla scese una lacrima dal
mio viso.
Lo so, non si addice il pianto ad un Dragone, ma non potevo farne a
meno.
Il suo gesto mi aveva commosso, significava molto per me, anche se non
lo avevo mai ammesso.
In quel momento non pensavo alla carica di Vice, ma all'amicizia che
finora ci aveva legato e alle esperienze che avevamo condiviso come
Dragoni.... come amici.
Non ebbi neanche la forza di parlare in quel momento, ma dentro di me lo
stavo ringraziando per la fiducia che mi aveva dato......
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