Sulle ali del sogno
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Amo il vento, l'ho sempre amato, fin da quando ero un bimbo nella
mia terra natia, remotissima ormai nel tempo e nello spazio, al di
là degli inarrivabili pinnacoli delle montagne d'oriente, dietro cui
sorge l'alba che ridesta il mondo ogni giorno. |
Ricordo
che salivo a perdifiato i gradini della torre più alta del castello
all'ora del vespro, quando le stelle più brillanti iniziavano ad
ammiccare nel cielo serotino. Era proprio allora che pareva che la terra
sospirasse di sollievo per l'uscita di scena del rovente astro diurno e
che quel sospiro, aumentando pian piano, si trasformasse poi in una
brezza tesa.
Suscita ancora in me un piacere misto a nostalgia il ricordo di quei
momenti, ed anche oggi desidero rinnovare la celebrazione dello stesso
rito; qui nella bella terra di Arcano ove ogni cosa sembra più fresca e
pura, i colori paiono più vividi e l'aria stessa è più tersa.
Vagabondando sulle alture fra Kanveska e Kolise il mio istinto mi ha
guidato fino ai ruderi di una vetusta roccaforte, strapiombante su un
precipizio che rovina verso la valle di un affluente del grande fiume
Kruill.
Quasi alla sommità delle vestigia della fortificazione scorgo un antro
che, anticamente potrebbe essere stato un corpo di guardia; all'interno
la parete che da sul vuoto è squarciata.
È il momento che attendevo; proprio quando Amanuator si tuffa oltre
l'orizzonte, affondando fra le brume che velano il mare lontano, vago e
indistinto, inizio a sentire i primi refoli d'aria, mossa dal respiro di
madre Natura.
Il vento cresce d'intensità, amplificato dalla stretta fenditura nella
parete di pietra; mille dita eteree iniziano a scompigliarmi i capelli e
accarezzano il mio viso, trascinando via amarezze e tribolazioni e
donandomi un senso di libertà e benessere traboccante che mi pervade
l'anima.
Chiudo gli occhi con una espressione beata dipinta in volto e mi
abbandono, ritto in piedi sul bordo del pavimento, immobile e incurante
dell'orrido un passo innanzi a me.
Poi, in estasi dispiego lentamente le braccia, come fossero ali e la
sensazione di volare è incredibilmente reale.
Mentre la corrente d'aria diventa sempre più forte, inizio a vedere un
paesaggio svolgersi placidamente sotto il mio sguardo; è Arcano; riesco
a vedere ogni Kioskas, anche se non le riconosco tutte, tranne alcune.
Si innalzano verso il cielo, come fossero correnti d'aria calda, i
pensieri e le emozioni degli Hammers. In taluni avverto preoccupazione o
tristezza, altri esprimono affetto, in altri ancora echeggiano sfida,
giubilo, passione e desiderio; quasi tutti irraggiano positività e
ricchezza d'animo ed io veleggio come un grande rapace senza alcuno
sforzo, sorretto da tanta luminosa energia.
Poi, d'un tratto l'equilibrio si fa instabile. La corrente diviene
turbolenta e gelida; il mio volo si spezza e precipito, come se avessi
incontrato un vuoto d'aria.
Serrando le palpebre convulsamente lotto per riguadagnare il cielo, ma
ormai sono troppo vicino al suolo; rasento un roseto selvatico e per
pochi attimi provo un intenso dolore.
Riesco comunque, non so come, a riprendere quota, ma la piacevole
sensazione che mi sosteneva è svanita.
Sgomento, ricordo uno dei pensieri che ho percepito più chiaramente
prima di rovinare sul roseto: ...mia madre era una Darkayer, maledette,
me la pagherete, la vendicherò. La voce di una giovane donna consumata
dall'odio.
Vacillo per un attimo in bilico sullo strapiombo; poi, con un ultimo
sforzo sposto il peso all'indietro e crollo a terra sul pavimento in
rovina.
Sono madido di sudore, come dopo un duro scontro corpo a corpo, ma è
freddo sulla pelle e l'aria, che da tiepida si è fatta pungente, mi fa
rabbrividire.
Guardo attonito le mie braccia; recano graffi profondi, come di spine e
il cuore mi si stringe in petto.
Mi accorgo che sono trascorse alcune ore e si sta facendo notte alta;
aloni di liquida luce argentea immergono il panorama in una atmosfera
surreale, quasi incantata ed io, ora timoroso e circospetto, mi rialzo
faticosamente e mi incammino in direzione della mia nuova dimora.
Ripercorrendo il sentiero a ritroso ripenso a quanto è appena accaduto e
affiorano alla mia memoria altre esperienze oniriche che sperimentai in
passato; è possibile che in qualche modo possano correlarsi a ciò che ho
vissuto questa sera?
Sono sempre stato un solitario, fin dalla nascita, anche per via del
rango della famiglia a cui appartenevo, ma devo riconoscere che la
solitudine è sempre stata la mia reale dimensione, la mia quasi
onnipresente compagna, e spesso, in passato, i miei sogni hanno rivelato
luoghi, persone e circostanze completamente ignote che sono divenute
reali dinanzi ai miei occhi non molto tempo dopo, lasciandomi
sbigottito.
Turbato da tali pensieri, continuo stancamente a strascicare i piedi
sull'erba bassa e grigia al chiaro di luna. Il terreno esala ancora il
calore della giornata. Devo affrettarmi! Spero che la sorte mi sia
propizia e mi eviti di essere avvistato da una delle pattuglie di
amazzoni di ronda; che spiegazioni potrei dare circa la mia presenza in
una zona disabitata a questa ora della notte.
Conosco ancora così poco queste fiere guerriere e non so quale potrebbe
essere la loro reazione, anche se, dopotutto non ho nulla da nascondere.
Oppure si? Il mio sogno ad occhi aperti dovrebbe essere reso noto,
almeno alla Madras della Kioskas che mi ha accolto.
Ma come posso informarla senza correre il rischio di essere frainteso?
Mi crederebbe? Penso di no.
Già in passato mi affibbiarono lugubri appellativi come: latore di
oscuri presagi o araldo della sventura.
Non desidero più farmi sospingere dal destino in un angolo cieco,
restando con le spalle al muro e senza via di scampo ad assistere inerme
allo svolgersi degli eventi. Questa volta devo assolutamente sfuggire al
fato; questa volta non deve accadere di nuovo; non voglio vedere ancora
tutto ciò cui tengo trasformarsi in cenere. Alle spalle ho lasciato
troppe ragnatele polverose, troppi amori traditi, troppe dimore in
rovina, deserte e fredde.
Forse solo lei potrebbe credermi e aiutarmi; non ho forse visto
anch'ella nei miei sogni tormentati durante i bivacchi nelle lande
desolate qualche tempo prima di giungere qui? Penetranti occhi di
smeraldo coronati da una cascata di capelli rosso fiamma. Uno sguardo
duro e dolce allo stesso tempo che svaniva ahimé, quando sbarravo gli
occhi e restavo nelle tenebre e nel silenzio a mirare la vastità del
firmamento.
E non è forse ella Maestra di Incanti e interprete dei sogni?
Confortato da tale pensiero mi stringo nel leggero mantello cercando di
impedirmi di tremare. La notte sta invecchiando e l'astro gentile inizia
già il suo eterno declino.
Il mio caparbio desiderio di rinverdire, anche se per breve tempo, un
piccolo scampolo d'una gioia antica, serbata ancora solo nella mia
memoria, è costato assai caro, ma nonostante tutto ne è valsa la pena,
anche se vi dovessero essere conseguenze tragiche per me stesso.
Che gli dei mi siano testimoni: non voglio più fuggire; sono stanco di
ricominciare sempre da capo. Questa volta se dovrò perire con ciò che mi
resta di sacro, allora perirò, e con me la musica, il sapere e l'Arte
che è sempre stata la mia vera vita.
Cercando un anfratto che possa accogliermi per il tempo che mi separa
dall'alba distinguo alcune luci non troppo lontane: le fiaccole presso
le porte di Kanveska. Mi addormento con quei bagliori tremuli negli
occhi; il mio sonno ora non porterà sogni, come la morte.
Ridestandomi poco prima dell'alba, mi volto sul fianco e la fresca
rugiada dell'erba sul viso mi ritempra. Accomodate le vesti, scendo
lestamente per il crinale del colle che domina la Kioskas che ho eletto
a mia nuova casa.
Varco le porte salutando rispettosamente le amazzoni a guardia dei
cancelli, defilandomi immediatamente fra la babele di voci e figure che
animano il mercato, percorrendo poi vicoli angusti e poco frequentati,
fino al mio modesto alloggio. Esausto, mi lascio cadere sul giaciglio
senza togliere nemmeno il tabarro; provo a rilassarmi e inizio a
respirare lentamente cercando di reagire alla fatica e dar fondo a nuove
energie.
Rinfrancato, levandomi poco dopo, mi inginocchio per frugare fra i miei
fardelli celati in fretta sotto l'alcova. Dal fondo del più voluminoso
estraggo un involto lungo e stretto e inizio a svolgerlo ritrovandomi
fra le mani un pesante scrigno ligneo, scuro e opaco.
Sul coperchio, perfettamente levigato, sono intarsiati arcani simboli in
un metallo che pare argento. Le mia dita scivolano su di essi come
fossero i tasti di uno strumento musicale, ma la sensazione che provo è
quella di accarezzare lame di rasoio o pietre roventi. All'interno, uno
stendardo a me ben noto e caro nasconde un'arma. Un grifone rampante
nero in campo rosso: è l'emblema della mia casata, ormai estinta. Io
sono l'ultimo. La lama esposta reagisce alla luce e pare assorbirla
rifulgendo fiocamente. Reggo con la destra l'elsa e appoggio sul palmo
dell'altra il medio, facendo estrema attenzione al filo della lama; ciò
che sembra acciaio è in realtà ben più di esso, e pure se di arcaica
fattura è come se fosse uscita ora dalla bottega dell'armaiolo.
Ammirandola, indugio con lo sguardo sul sinuoso intreccio dei due
serpenti marini che costituisce l'impugnatura. Fra le teste dei
serpenti, che formano il pomolo, è incastonato uno smeraldo di
straordinaria caratura mentre, la coda poderosa di ognuno funge da
guardia ed è ornata da un piccolo ma sfavillante rubino. Sul forte, ambo
i lati, vi è una iscrizione in rune che conosco: esortazioni crudeli che
schiantano infine la mia fermezza.
Travolto dalle emozioni mi arrendo al pianto; le lacrime rigano la lama,
fredda e indifferente, e scivolano su di essa, mescolandosi al sangue
che sgorga ora dalla mano sinistra che, senza che me ne rendessi conto,
si è ferita.
Il ricordo della cerimonia, durante la quale mi fu affidato il maggiore
fra i cimeli della mia stirpe da innumerevoli generazioni, mi fa gemere:
questa spada mi fu consegnata da mia madre, regina e sacerdotessa
anziana, come la tradizione ancestrale del mio popolo imponeva.
La ricevetti inginocchiato dinanzi a lei e quando mi rialzai ella,
genuflessa a sua volta, pose il bacio rituale sulla lama come segno di
benedizione.
La stessa lama le trafisse il cuore, non molti anni dopo a causa della
mia incuria e della mancata consegna a cui avevo giurato di adempiere;
ed è questa una pena che mi tormenterà finché avrò vita, ma non è ancora
giunto il momento di pagare il fio. Posso ancora tentare di mutare il
corso degli eventi che mi accadono intorno, affinché almeno rare tracce
restino a testimoniare la mia ricerca di redenzione.
Se solo riuscissi ad avere l'aiuto che bramo, sarei certo di non fallire
l'impresa, affrancandomi finalmente dagli spettri che tormentano il mio
animo.
Illuminato da questa flebile speranza rimango lì in terra, accosciato
sul pavimento della camera a cullare quella ferale latrice di morte come
se fosse un neonato, non badando più ne alle lacrime ne alla mano che
sanguina. Un mesto sorriso mi affiora alle labbra. L'ultimo mio
desiderio, dopo aver dimostrato il mio valore, sempre che vi riuscirò,
sarà quello di liberarmi di questa inutile e greve eredità che ho fra le
mani, gettandola finalmente nelle quiete e profonde acque scure di un
lago montano come la profezia sentenziò, oppure donandola ad un
guerriero o ad una amazzone che se ne rivelassero degni, spezzando così
anche l'ultimo dei legami che mi vincola al passato.
Anche quando tutte le ferite saranno sanate, serberò forse non soltanto
i ricordi lieti di ciò che ero, ma certamente sarò libero di scrivere il
resto della mia storia senza più dover chinare il capo alla sorte.
Solo allora potrò considerarmi nulla più che l'artista che in fondo al
cuore ho sempre desiderato essere, traendo genuino diletto sia dalle
note cavate dall'arpa che dai versi ispiratimi dalla Musa e condividendo
la gioia dell'Arte con ogni animo sensibile che sarà disposto a
prestarmi orecchio.
Soronto
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