bordo_op.gif (351 byte)

Sulle ali del sogno

Immagine del racconto


 

Amo il vento, l'ho sempre amato, fin da quando ero un bimbo nella mia terra natia, remotissima ormai nel tempo e nello spazio, al di là degli inarrivabili pinnacoli delle montagne d'oriente, dietro cui sorge l'alba che ridesta il mondo ogni giorno.

Ricordo che salivo a perdifiato i gradini della torre più alta del castello all'ora del vespro, quando le stelle più brillanti iniziavano ad ammiccare nel cielo serotino. Era proprio allora che pareva che la terra sospirasse di sollievo per l'uscita di scena del rovente astro diurno e che quel sospiro, aumentando pian piano, si trasformasse poi in una brezza tesa.
Suscita ancora in me un piacere misto a nostalgia il ricordo di quei momenti, ed anche oggi desidero rinnovare la celebrazione dello stesso rito; qui nella bella terra di Arcano ove ogni cosa sembra più fresca e pura, i colori paiono più vividi e l'aria stessa è più tersa.
Vagabondando sulle alture fra Kanveska e Kolise il mio istinto mi ha guidato fino ai ruderi di una vetusta roccaforte, strapiombante su un precipizio che rovina verso la valle di un affluente del grande fiume Kruill.
Quasi alla sommità delle vestigia della fortificazione scorgo un antro che, anticamente potrebbe essere stato un corpo di guardia; all'interno la parete che da sul vuoto è squarciata.
È il momento che attendevo; proprio quando Amanuator si tuffa oltre l'orizzonte, affondando fra le brume che velano il mare lontano, vago e indistinto, inizio a sentire i primi refoli d'aria, mossa dal respiro di madre Natura.
Il vento cresce d'intensità, amplificato dalla stretta fenditura nella parete di pietra; mille dita eteree iniziano a scompigliarmi i capelli e accarezzano il mio viso, trascinando via amarezze e tribolazioni e donandomi un senso di libertà e benessere traboccante che mi pervade l'anima.
Chiudo gli occhi con una espressione beata dipinta in volto e mi abbandono, ritto in piedi sul bordo del pavimento, immobile e incurante dell'orrido un passo innanzi a me.
Poi, in estasi dispiego lentamente le braccia, come fossero ali e la sensazione di volare è incredibilmente reale.
Mentre la corrente d'aria diventa sempre più forte, inizio a vedere un paesaggio svolgersi placidamente sotto il mio sguardo; è Arcano; riesco a vedere ogni Kioskas, anche se non le riconosco tutte, tranne alcune.
Si innalzano verso il cielo, come fossero correnti d'aria calda, i pensieri e le emozioni degli Hammers. In taluni avverto preoccupazione o tristezza, altri esprimono affetto, in altri ancora echeggiano sfida, giubilo, passione e desiderio; quasi tutti irraggiano positività e ricchezza d'animo ed io veleggio come un grande rapace senza alcuno sforzo, sorretto da tanta luminosa energia.
Poi, d'un tratto l'equilibrio si fa instabile. La corrente diviene turbolenta e gelida; il mio volo si spezza e precipito, come se avessi incontrato un vuoto d'aria.
Serrando le palpebre convulsamente lotto per riguadagnare il cielo, ma ormai sono troppo vicino al suolo; rasento un roseto selvatico e per pochi attimi provo un intenso dolore.
Riesco comunque, non so come, a riprendere quota, ma la piacevole sensazione che mi sosteneva è svanita.
Sgomento, ricordo uno dei pensieri che ho percepito più chiaramente prima di rovinare sul roseto: ...mia madre era una Darkayer, maledette, me la pagherete, la vendicherò. La voce di una giovane donna consumata dall'odio.
Vacillo per un attimo in bilico sullo strapiombo; poi, con un ultimo sforzo sposto il peso all'indietro e crollo a terra sul pavimento in rovina.
Sono madido di sudore, come dopo un duro scontro corpo a corpo, ma è freddo sulla pelle e l'aria, che da tiepida si è fatta pungente, mi fa rabbrividire.
Guardo attonito le mie braccia; recano graffi profondi, come di spine e il cuore mi si stringe in petto.
Mi accorgo che sono trascorse alcune ore e si sta facendo notte alta; aloni di liquida luce argentea immergono il panorama in una atmosfera surreale, quasi incantata ed io, ora timoroso e circospetto, mi rialzo faticosamente e mi incammino in direzione della mia nuova dimora.
Ripercorrendo il sentiero a ritroso ripenso a quanto è appena accaduto e affiorano alla mia memoria altre esperienze oniriche che sperimentai in passato; è possibile che in qualche modo possano correlarsi a ciò che ho vissuto questa sera?
Sono sempre stato un solitario, fin dalla nascita, anche per via del rango della famiglia a cui appartenevo, ma devo riconoscere che la solitudine è sempre stata la mia reale dimensione, la mia quasi onnipresente compagna, e spesso, in passato, i miei sogni hanno rivelato luoghi, persone e circostanze completamente ignote che sono divenute reali dinanzi ai miei occhi non molto tempo dopo, lasciandomi sbigottito.
Turbato da tali pensieri, continuo stancamente a strascicare i piedi sull'erba bassa e grigia al chiaro di luna. Il terreno esala ancora il calore della giornata. Devo affrettarmi! Spero che la sorte mi sia propizia e mi eviti di essere avvistato da una delle pattuglie di amazzoni di ronda; che spiegazioni potrei dare circa la mia presenza in una zona disabitata a questa ora della notte.
Conosco ancora così poco queste fiere guerriere e non so quale potrebbe essere la loro reazione, anche se, dopotutto non ho nulla da nascondere.
Oppure si? Il mio sogno ad occhi aperti dovrebbe essere reso noto, almeno alla Madras della Kioskas che mi ha accolto.
Ma come posso informarla senza correre il rischio di essere frainteso? Mi crederebbe? Penso di no.
Già in passato mi affibbiarono lugubri appellativi come: latore di oscuri presagi o araldo della sventura.
Non desidero più farmi sospingere dal destino in un angolo cieco, restando con le spalle al muro e senza via di scampo ad assistere inerme allo svolgersi degli eventi. Questa volta devo assolutamente sfuggire al fato; questa volta non deve accadere di nuovo; non voglio vedere ancora tutto ciò cui tengo trasformarsi in cenere. Alle spalle ho lasciato troppe ragnatele polverose, troppi amori traditi, troppe dimore in rovina, deserte e fredde.
Forse solo lei potrebbe credermi e aiutarmi; non ho forse visto anch'ella nei miei sogni tormentati durante i bivacchi nelle lande desolate qualche tempo prima di giungere qui? Penetranti occhi di smeraldo coronati da una cascata di capelli rosso fiamma. Uno sguardo duro e dolce allo stesso tempo che svaniva ahimé, quando sbarravo gli occhi e restavo nelle tenebre e nel silenzio a mirare la vastità del firmamento.
E non è forse ella Maestra di Incanti e interprete dei sogni?
Confortato da tale pensiero mi stringo nel leggero mantello cercando di impedirmi di tremare. La notte sta invecchiando e l'astro gentile inizia già il suo eterno declino.
Il mio caparbio desiderio di rinverdire, anche se per breve tempo, un piccolo scampolo d'una gioia antica, serbata ancora solo nella mia memoria, è costato assai caro, ma nonostante tutto ne è valsa la pena, anche se vi dovessero essere conseguenze tragiche per me stesso.
Che gli dei mi siano testimoni: non voglio più fuggire; sono stanco di ricominciare sempre da capo. Questa volta se dovrò perire con ciò che mi resta di sacro, allora perirò, e con me la musica, il sapere e l'Arte che è sempre stata la mia vera vita.
Cercando un anfratto che possa accogliermi per il tempo che mi separa dall'alba distinguo alcune luci non troppo lontane: le fiaccole presso le porte di Kanveska. Mi addormento con quei bagliori tremuli negli occhi; il mio sonno ora non porterà sogni, come la morte.
Ridestandomi poco prima dell'alba, mi volto sul fianco e la fresca rugiada dell'erba sul viso mi ritempra. Accomodate le vesti, scendo lestamente per il crinale del colle che domina la Kioskas che ho eletto a mia nuova casa.
Varco le porte salutando rispettosamente le amazzoni a guardia dei cancelli, defilandomi immediatamente fra la babele di voci e figure che animano il mercato, percorrendo poi vicoli angusti e poco frequentati, fino al mio modesto alloggio. Esausto, mi lascio cadere sul giaciglio senza togliere nemmeno il tabarro; provo a rilassarmi e inizio a respirare lentamente cercando di reagire alla fatica e dar fondo a nuove energie.
Rinfrancato, levandomi poco dopo, mi inginocchio per frugare fra i miei fardelli celati in fretta sotto l'alcova. Dal fondo del più voluminoso estraggo un involto lungo e stretto e inizio a svolgerlo ritrovandomi fra le mani un pesante scrigno ligneo, scuro e opaco.
Sul coperchio, perfettamente levigato, sono intarsiati arcani simboli in un metallo che pare argento. Le mia dita scivolano su di essi come fossero i tasti di uno strumento musicale, ma la sensazione che provo è quella di accarezzare lame di rasoio o pietre roventi. All'interno, uno stendardo a me ben noto e caro nasconde un'arma. Un grifone rampante nero in campo rosso: è l'emblema della mia casata, ormai estinta. Io sono l'ultimo. La lama esposta reagisce alla luce e pare assorbirla rifulgendo fiocamente. Reggo con la destra l'elsa e appoggio sul palmo dell'altra il medio, facendo estrema attenzione al filo della lama; ciò che sembra acciaio è in realtà ben più di esso, e pure se di arcaica fattura è come se fosse uscita ora dalla bottega dell'armaiolo.
Ammirandola, indugio con lo sguardo sul sinuoso intreccio dei due serpenti marini che costituisce l'impugnatura. Fra le teste dei serpenti, che formano il pomolo, è incastonato uno smeraldo di straordinaria caratura mentre, la coda poderosa di ognuno funge da guardia ed è ornata da un piccolo ma sfavillante rubino. Sul forte, ambo i lati, vi è una iscrizione in rune che conosco: esortazioni crudeli che schiantano infine la mia fermezza.
Travolto dalle emozioni mi arrendo al pianto; le lacrime rigano la lama, fredda e indifferente, e scivolano su di essa, mescolandosi al sangue che sgorga ora dalla mano sinistra che, senza che me ne rendessi conto, si è ferita.
Il ricordo della cerimonia, durante la quale mi fu affidato il maggiore fra i cimeli della mia stirpe da innumerevoli generazioni, mi fa gemere: questa spada mi fu consegnata da mia madre, regina e sacerdotessa anziana, come la tradizione ancestrale del mio popolo imponeva.
La ricevetti inginocchiato dinanzi a lei e quando mi rialzai ella, genuflessa a sua volta, pose il bacio rituale sulla lama come segno di benedizione.
La stessa lama le trafisse il cuore, non molti anni dopo a causa della mia incuria e della mancata consegna a cui avevo giurato di adempiere; ed è questa una pena che mi tormenterà finché avrò vita, ma non è ancora giunto il momento di pagare il fio. Posso ancora tentare di mutare il corso degli eventi che mi accadono intorno, affinché almeno rare tracce restino a testimoniare la mia ricerca di redenzione.
Se solo riuscissi ad avere l'aiuto che bramo, sarei certo di non fallire l'impresa, affrancandomi finalmente dagli spettri che tormentano il mio animo.
Illuminato da questa flebile speranza rimango lì in terra, accosciato sul pavimento della camera a cullare quella ferale latrice di morte come se fosse un neonato, non badando più ne alle lacrime ne alla mano che sanguina. Un mesto sorriso mi affiora alle labbra. L'ultimo mio desiderio, dopo aver dimostrato il mio valore, sempre che vi riuscirò, sarà quello di liberarmi di questa inutile e greve eredità che ho fra le mani, gettandola finalmente nelle quiete e profonde acque scure di un lago montano come la profezia sentenziò, oppure donandola ad un guerriero o ad una amazzone che se ne rivelassero degni, spezzando così anche l'ultimo dei legami che mi vincola al passato.
Anche quando tutte le ferite saranno sanate, serberò forse non soltanto i ricordi lieti di ciò che ero, ma certamente sarò libero di scrivere il resto della mia storia senza più dover chinare il capo alla sorte.
Solo allora potrò considerarmi nulla più che l'artista che in fondo al cuore ho sempre desiderato essere, traendo genuino diletto sia dalle note cavate dall'arpa che dai versi ispiratimi dalla Musa e condividendo la gioia dell'Arte con ogni animo sensibile che sarà disposto a prestarmi orecchio.



 

Soronto



 

 

Cerca nella Biblioteca

bordo_op.gif (351 byte)