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Ritorno di un'amazzone

Immagine del racconto

 

SIRTHENWEN

Quanto tempo... quanta strada... finalmente i miei passi mi hanno riportato a Klivia. Ero partita tanto tempo fa con la speranza di capire... di risolvere un grande mistero.
Ma quale mistero?

Francamente, con tutto questo tempo passato a cercare e a riflettere, non ricordo nemmeno più di cosa si trattasse.
Ho la mente svuotata dalle problematiche che mi assillavano un tempo, ora mi sento più sicura e soprattutto ho capito che il mio viaggio è stato programmato dalla dea Arawen.
Ricordo poco del mio peregrinare, tanta strada trascorsa immersa in una nebbia fitta ed avvolgente, la ricerca di qualcosa che guidava i miei passi nel vuoto del silenzio e poi la grande grotta dove il mio cuore si sentiva a casa.
Trascorsi giorni, mesi, all'interno del grande antro azzurrino cosparso di sconosciute pietre iridescenti.
Non tardai molto a scoprire che la grotta era intrisa dall'essenza di una presenza che mi donava calma e soprattutto amore...
Amavo quella presenza che all'inizio si mostrava a me solo tramite i sogni, ogni notte, poi un giorno lo vidi, non era più un sogno ma una presenza viva e vera.
Era un uomo dai lunghi capelli scuri con occhi di giada, mi disse di chiamarsi Aerdna, era avvolto dal mistero.
Non sapevo assolutamente nulla di lui ma sentivo in me qualcosa che mi legava a lui come se fossimo cresciuti assieme in tempi remoti e soprattutto il mio cuore lo amava.
Un giorno mi confidò un suo sogno, il più segreto che aveva nell'animo: voleva donarmi una figlia il cui nome sarebbe stato Enelram.
Aveva cercato in molte donne una futura madre ma una maledizione antica postagli sul capo gli impediva di avverare il suo enorme desiderio, quello di innamorarsi e vivere per sempre con la donna amata.
Mi disse che la sua ricerca era finita e la maledizione spezzata.
Ci unimmo in una delle più fredde albe dell'anno e concepimmo Enelram.
Mesi dopo ripresi il mio viaggio di ritorno qui a Klivia con la solenne promessa, sigillata con una magia in una rara perla nera che mi donò come pegno d'amore, che alla nascita della piccola ci saremmo ritrovati per vivere insieme per sempre e sarebbe stata la perla a guidarmi da lui.
Ora sono alle porte di Klivia e chiedo il permesso alla Somma Imperatrice e alla Suprema Madras Myrt di poter ritornare a combattere e far nascere la piccola Enelram sotto la loro protezione e quella degli dei, portando loro in dono una rara e misteriosa gemma iridescente della caverna azzurrina.
Il mio falco vola verso il palazzo di Myrt con la missiva contenente tutta questa cronaca del mio viaggio, il permesso di rientro e 2 gemme: una per l'Imperatrice e l'altra per la Madras......


GALATH

L'esploratore gettò un altro ceppo sul fuoco del bivacco alle porte di Klivia; aveva ascoltato con attenzione il racconto dell'amazzone, e mentre lei raccontava lui la aveva osservata a lungo.
Si muoveva con sicurezza nonostante l'evidente ingombro della sua dolce attesa di Enelram; negli occhi aveva un fuoco di energia indomabile.
Poche ore prima eravamo perfettamente sconosciuti; erano stati i miei cani ad andarle incontro curiosando nel suo bivacco e lei non ne aveva avuto paura, se li era ingraziati offrendo loro un pezzo di carne secca che tolse sorridendo da una bisaccia.
"Chi offre amicizia ai miei veltri la offre a me, sono Galath esploratore di Lokot "
Si presentò con un sorriso aperto e una forte stretta di mano; indossava un corpetto da amazzone dai fregi molto logori, e solo da vicino riconobbi le insegne delle Gana; evidentemente era di ritorno da un lungo viaggio, e come mi raccontò in seguito stava aspettando il consenso di Nimira per fare ritorno alla sua casa di Klivia.
Anche io ero diretto a Klivia, per cercare un guaritore che mi rimettesse in sesto dopo il mio scontro con i ribelli al nord, e non ero riuscito ancora a superare del tutto i postumi delle gravi ferite.
Perciò avevo sellato Urukai, preso una leggera balestra da caccia, chiamato i cani ed ero partito alla volta di Klivia, un po' per cercare un guaritore, un po' approfittando per concedermi qualche giornata di caccia da solo con i miei cani.
Mi era venuto spontaneo scendere da cavallo e prendere la lepre che avevo cacciato per metterla a rosolare al fuoco del bivacco di Sirthenwen; sarebbe stata più che sufficiente per entrambi e decisamente più appetitosa delle porzioni di carne secca che si era portata per il viaggio.
Avevo anche una ghirba di birra regalatami da Trumer, per accompagnare la cena e così mi fermai.
Lei conosceva bene Klivia, e promise che mi avrebbe aiutato nella ricerca di un guaritore, e le sorrisi con gratitudine osservando il suo bel viso nei bagliori del fuoco.
I miei veltri già sonnecchiavano vicini e la notte era scesa velocemente; la temperatura era scesa di parecchi gradi per cui entrambi eravamo seduti con le coperte di pelli sulle gambe pronti a ricoprirci per dormire.
Era strano che Sirth si fosse fermata come una viandante alle porte di Klivia, dove aveva una casa, amici e perfino una grande reputazione come guerriera.
Mi sembrava quasi che tornasse in punta di piedi, per non fare rumore, quasi che la formidabile guerriera avesse lasciato il posto alla tenera mamma.
Avrebbe avuto molte cose da imparare, e molte altre cose nella sua vita sarebbero cambiate con la nascita di Enelram; per esempio, le dissi, sarebbe stato bello dipingere una stanzetta della sua casa con colori tenui, e predisporre culla, fasciatoi e tutti gli altri dettagli che sono necessari per il benessere della bambina. Mi offersi di aiutarla con un sorriso, che mi fu prontamente ricambiato.
A me tornò in mente mia figlia, ormai quasi in età per diventare amazzone, che viveva ancora al villaggio dei nonni materni, nonostante i miei ripetuti inviti a raggiungermi a Launam, dove grazie anche al mio grado sarebbe cresciuta con maggiore agiatezza.
"Non sai mai cosa ti aspetta con i figli, quando li hai messi al mondo, Sirth, non ti appartengono più. Appartengono al mondo. E a se stessi."
Vidi un'ombra di tristezza velare per un attimo gli occhi della ragazza, e decisi di non insistere.
Mi sdraiai appoggiando la testa sul morbido cuoio della mia sella come cuscino e mi tirai addosso la coperta per proteggermi dall'umidità della notte.
Domani saremmo entrati in Klivia.


 

 

 

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