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Il Mistero della Città delle Stelle
 

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Ace

Capitolo 1: intro

Finalmente il mio ritorno... Dopo giorni trascorsi nella solitudine di un eremo oltre Cordigliera avevo proprio voglia di recuperare in fretta il tempo perduto. Rimessomi in viaggio mi ritrovo alle porte della Città delle Stelle nel bel mezzo dei preparativi di una festa che attira subito la mia attenzione.

Dopo aver trovato riposo preferendo un tetto di stelle a quello di una locanda, inizio a vagare, pur avendo l'impressione di esser diretto verso una destinazione ben precisa... bizzarre le sensazioni che provo in questa città. La giornata trascorre in fretta ed è già il meriggio quando uno curioso giullare mi si frappone sul cammino porgendomi un dono inusuale: "...che nessun mai ti privi di gioia e fortuna!" offrendomi un fiore candido.
"Mi avete forse preso per una fanciulla?... o per un credulone? Se così fosse vi sbagliate di grosso..." accettando il dono floreale "...ma avete la mia benvolenza per avermi fatto sorridere, buon giullare", mentre mi appunto il fiore al bavero dell'abito. Come sollevo nuovamente il capo, lo strano buffone è già alla ricerca di nuovi ospiti da omaggiare.
Sorrido, e mentre penso a come trascorrere la notte decidendo di viver la festa così come viene senza badare a cercarmi un posto prima dell'alba... nella mia mente un'immagine di una luminescenza smeraldina mi riporta a quanto accaduto la notte precedente.
Ancora col dubbio se fosse frutto della mia onirica immaginazione o meno proseguo in direzione di quella che, senza farci caso, è proprio la posizione dove vidi lo strano fenomeno luminoso.


CAPITOLO 2: Primo giorno (1)

Ancora l'alba non impallidiva il buio della notte che rinunciai definitivamente a riposare: un sonno agitato e popolato di incubi era quanto di meglio fossi riuscito ad ottenere. Non era la prima volta che mi capitava di riscoprirmi sveglio con sollievo, ma il profumo dello strano fiore unito al pensiero di quegli inusuali bagliori verdi della sera precedente, erano stati amplificati e distorti dalla mia mente al punto da non concedermi il ristoro che mi sarei aspettato di ottenere.
Mi preoccupai di procurarmi quanto potesse non far patire a Finisterre i morsi della fame, per permettermi di non dovervi più badare durante la giornata, anche se ero perfettamente consapevole che non si sarebbe fatta mancare nulla. Forse avevo solo bisogno di una conferma dell'affetto che, giorno dopo giorno, quella straordinaria frisona mi dimostrava, facendomi realizzare ogni volta quanto avessi da imparare da un cuore puro come il suo.
Avviandomi verso il cuore della città, notai subito come man mano che mi avvicinavo al centro, le sue vie si facevano più colorate, oltre che popolate. I colori dei differenti rioni, ognuno recanti i simboli di chissà quali origini e leggendari aneddoti, quasi a coprire completamente le mura delle abitazioni. Da ogni angolo festoni dai colori più vivaci erano stati tesi fino a raccogliersi in alti pennacchi che terminavano con banderuole svolazzanti, tutte recanti lo stemma del regno.
Non vi era una sola finestra che non recasse il suo addobbo. Dalle più umili abitazioni, con quel poco che era concesso loro dalle condizioni di chi vi viveva, alle residenze più ricche, fastosamente ornate; tutte quante però con un gusto che dimostrava tanto la dignità dei meno fortunati, quanto l'elegante modestia dei più ricchi, dando riprova che la nobiltà non viene qui misurata dalle tasche. Ben presto l'intera popolazione e chissà quanti forestieri come me parvero essersi riversati completamente per le strade. Il baccano di alcuni mercanti strilloni e il festoso gioire dei più giovani divenne la cornice musicale di quel quadro. Decisi quindi di proseguire per vicoli meno frequentati per cercare di giungere all'arena prima che diventasse impossibile per chiunque non fosse dotato di ali... Non senza fatica vi giunsi: persino le piante erano già cariche dei più agili, quasi fossero strani frutti variopinti. Seguendone l'esempio trovai posto anch'io su un robusto ramo, alto a sufficienza per consentirmi di avere una discreta visuale del viale da cui sarebbe giunto il corteo reale e delle stesse tribune dove vi avrebbero preso posto i suoi nobili membri. Provai solo una leggera punta d'invidia. Meglio di me stava un ragazzino su un ramo più alto di quello dove mi ero sistemato. Secco com'era lui sì che se lo poteva permettere! Dopo esserci scambiati qualche boccaccia, gli lanciai una mela, presa dalla mia bisaccia: il suo sorriso fu la cosa più luminosa che vidi quella mattina.
Un sommesso rullo di tamburi e grancasse fece ruotare verso il viale le teste dei primi: quasi fossero uniti da fili invisibili, tutti volsero progressivamente il capo nella stessa direzione in attesa.
Il mio piccolo amico non aveva ancora finito di mangiare la mela che dalla sua posizione vide prima di me giungere i primi tamburini, seguiti dalle grancasse, tutti nelle loro sgargianti divise: per poco non si strozzava nell'urlare per l'emozione.
A discreta distanza seguirono poi i migliori sbandieratori, che con la loro abilità rendevano quasi viventi le bandiere che facevano danzare alte nell'aria. Dopo qualche istante fu la volta delle trombe preannunciare il passaggio dei reali: Re e Regina fianco a fianco ciascuno sul proprio destriero. Impossibile da stabilire se vi fosse uno dei due a prevalere sull'altro, come impossibile stabilire chi fosse più acclamato dai sudditi.
Entrambi nell'età della saggezza, ma ancor giovane bella lei e vigoroso lui, di un'eleganza difficile da non sminuire tentando di descriverla a parole. Ai loro fianchi, leggermente arretrati i delfini, il principe futuro erede e il fratello più giovane. Qui la differenza si faceva più evidente e non solo per l'età: se nel primo già si vedevano i tratti volitivi nel volto di chi sa che un giorno avrà la responsabilità del suo popolo, nel secondo era la spensieratezza di chi non ha conosciuto che gli agi della vita di corte a trasparire dai suoi atteggiamenti, più interessato alla vita mondana e i pettegolezzi delle damigelle che ai problemi del reame. A suo paragone la splendida principessa, una vera copia della regina madre, dimostrava ben più polso e determinazione che pur non andavano ad intaccare minimamente la sua sensuale femminilità e i lineamenti delicati.
Dietro di loro, le damigelle e i paggetti distribuivano pani, frutti e monete in direzione della folla. I meno fortunati erano oggi tra i più felici.
Seguivano la famiglia reale coloro che dovevano essere i migliori cavalieri del regno, fieri nelle loro alte uniformi i militari accompagnati da una rappresentativa dei reparti di competenza quali picchieri, alabardieri, arcieri, fanti, quanto eleganti nelle variopinte sete e sgargianti mantelli i vassalli, ognuno recanti gli stemmi del proprio casato sorretti dai propri scudieri.
Tra di loro il campione, colui che avrebbe vinto il torneo. Mi sorpresi nel cercare di leggere nei loro sguardi chi potesse essere il migliore. Il mio piccolo amico non stava più nella pelle: compreso presto che ero un forestiero, si fece carico dell'illustrarmi, a suo colorito modo di vedere, i nomi di tutti, dal re all'ultimo degli scudieri, e per ognuno trovava il modo di farcirne la presentazione con aneddoti e curiosità.
Era impossibile non lasciarsi contagiare da quell'entusiasmo così genuino. Le mie preferenze sui cavalieri divennero praticamente le sue. Anche se mi divertii a stuzzicarlo nello sminuire il suo preferito: il primo cavaliere. Quello al cui passaggio il saluto della folla rivaleggiava quasi quello riservato agli stessi reali. Ma qualcosa in quel superbo esempio di forza non aveva convinto del tutto il mio istinto. Chissà se avrei avuto mai modo di capirne il motivo.


CAPITOLO 3: Primo giorno (2)

Una presenza indistinta tra i ranghi ordinati del corteo mi distrasse dai pensieri sul Primo Cavaliere e dallo scambio di battute con il mio giovane amico. Poco più di un'ombra, non me ne resi conto che al suo passaggio vicino all'albero sul quale mi trovavo, quando incrociammo gli sguardi. Non fu che per un breve istante: si fermò e sollevò il suo volto per fissarmi, ma quel che vidi in quegli occhi non l'ho mai scordato: un odio e un rancore che andavano oltre ogni immaginazione. Non ho mai trovato creatura vivente, per sanguinaria che potesse essere, che avesse anche lontanamente uno sguardo simile. Non credo di aver mai provato veramente paura, ma quello sguardo mi raggelò quel giorno e ancor oggi nel ricordarlo, un brivido mi percorre la schiena.
Non mi resi immediatamente conto di quanto accadde dopo il suo passaggio, non so dirvi se tanto per il mio turbamento quanto per fatto che ormai non arrivavo più a vedere la carrozza reale. Ma in un attimo il delirio si scatenò.
La folla atterrita, si precipitò disordinatamente in ogni direzione, isterica e pericolosa come solo può essere quando in preda al panico. E così fu quel giorno. Trattenni il mio piccolo amico dal gettarsi dal suo ramo direttamente in quella fiumana senza controllo che in un attimo travolse qualsiasi cosa, calpestando pericolosamente chi si trovasse ad opporsi a quella folle disordinata fuga. Grida senza senso, allarmavano di un vecchio trasformatosi in un numero indicibile di immonde creature, del ritorno dei Cavalieri della Torre Oscura.
Trascorse lento il tempo prima che l'ordine venisse ristabilito. Un messo reale informò la timida popolazione rimasta che i festeggiamenti sarebbero rimandati all'indomani, fatta eccezione per la celebrazione della sera, che si sarebbe tenuta come previsto all'arena e che avrebbe visto i migliori maghi mostrare le proprie abilità.
Salutai la mia giovane guida ringraziandolo con un'altra mela e un piccolo coltello a serramanico per tagliare piccole radici, chiedendogli come ultimo favore di indicarmi le taverne più frequentate.
Sono molte le persone che cercano nella birra il calore per sciogliere la morsa di gelo in cui precipita a volte il proprio animo. Non dovetti faticare a ricostruire quanto accaduto alla parata, non mi mancarono di certo i volontari che si offrivano di raccontarmi la propria esperienza, ma furono ben più le birre da me dispensate che le informazioni affidabili che raccolsi.
Pochi erano i punti in comune in tutte quelle deliranti favole: un vecchio nobile che fronteggia la carrozza reale e il nome del Casato della Torre Oscura.
Alcuni dicevano di aver visto il vecchio gettare ai piedi del re un Fior di Bella Vita del tutto simile a quello che ancora portavo all'occhiello, ma non diedi troppo peso alla cosa in un primo momento.
Me ne sarei pentito più tardi ma la preveggenza era per chi avesse confidenza con le arti magiche: a me rimane sempre e solo il senno di poi. Avevo ancora un po' di tempo prima delle celebrazioni serali, per cui mi misi alla ricerca di chiunque mi potesse dare qualche informazione su questi due unici punti che ogni racconto riportava, cercando di raccogliere quanto più possibile anche sulla famiglia reale.
Qualche leggenda riportava le gesta degli appartenenti al Casato, ma cosa considerare vero e cosa frutto del folklore e del mito divenne presto difficile da distinguere, anche se le fonti furono un serio chierico e qualche ufficiale di guardia all'arena.
Non migliori risultati ottenni dal richiedere informazioni sul re e sulla famiglia reale. L'unica certezza fu che erano tutti amati e benvoluti: infatti sia per tanto che venivano incensati dai più, quanto per la discrezione nel diffondere informazioni confidenziali degli altri, fu ben poca cosa quanto raccolsi.
Il giorno era giunto alle sue ultime ore, tra poco avrebbe avuto inizio lo spettacolo di magia. Mi diressi verso l'arena. Avrei cercato altre informazioni, e nella peggiore delle ipotesi, avrei stemperato la tensione godendomi quanto avrebbero avuto da offrire i maghi e i giocolieri del regno.


CAPITOLO 4: Secondo giorno (1)

Entrato nell'Arena dedicata all'astro chiamato Stella Madre, cercai di prendere posto sugli spalti quando al sentire una voce familiare chiamare proprio il mio nome, mi voltai. Era Paido che mi raggiunse tra la folla. "Finalmente! Ti facevo più attento, Dragone! Ti ho scorto all'entrata e ormai si erano voltati tutti tranne te!" mi disse porgendomi il braccio.
"Comandante! Anche tu qui? Non mi aspettavo di incontrarti tanto lontano da casa, che piacevole sorpresa! Anche tu attirato dai festeggiamenti?" mentre risposi al saluto stringendogli il braccio.
"Fedele al compito principale di ogni esploratore! Senza negare che una festa è sempre un buon motivo per fare tanta strada. A proposito di strada: hai visto quanto accaduto questa mattina?"
Lo spettacolo era già cominciato, la gente era rapita dalle evoluzioni dei saltimbanchi, mentre la mia attenzione era ora completamente rivolta all'amico.
"A dire il vero no. Ero distante e ho solo visto la confusione della folla". Condividemmo così le informazioni sui recenti fatti. Paido mi raccontò di aver visto poco anche lui e io gli dissi quanto fossi riuscito a raccogliere a proposito del misterioso Casato e dei rapporti con la famiglia reale. Anche così però erano ben poche le certezze emerse dai racconti che sistematicamente ci erano stati riportati farciti di chissà quanto mito e fantasia. La leggendaria quanto mistica spada del re, il ritorno del Casato fantasma dopo la caduta e la maledizione, le proprietà magiche dello strano fiore: queste le trame più ricorrenti.
Ci scambiammo degli sguardi perplessi mentre due giocolieri all'opera nell'arena catturarono la mia attenzione. La loro abilità con le clave era senza eguali: fluttuavano letteralmente nell'aria, poi le lasciarono cadere improvvisamente sulle proprie teste, quasi non se l'aspettassero nemmeno loro.
Quasi mi fossi ridestato con il loro recitato stupore, realizzai che mi sarei potuto accontentare dello spettacolo visto e, congedatomi dal comandante dei Lokot, cercai di guadagnare l'uscita.
Così immerso nei miei pensieri, vagai distrattamente per le vie della città cercando senza troppa convinzione un posto dove trascorrere la notte, passando davanti alle insegne di diverse taverne senza badarci, incurante persino delle poche persone incrociate in quella passeggiata.
D'improvviso, il grido terrorizzato di una donna mi riporta alla realtà; quasi senza rendermene conto, mi lanciai di corsa tra i vicoli. Non giunsi per primo: altri prima di me erano sul posto.
Tra quanti accorsi c'era chi si divise nel rincuorare una donna che visibilmente scossa, trema e non sono le vesti che le vengono offerte a gelare il suo animo prima del suo corpo.
Seguendo il suo sguardo trovai quanto la sconvolse: un corpo, completamente devastato da grossi vermi neri che senza rispetto alcuno banchettavano con quei poveri resti umani.
Altre persone si avvicinarono a quel martoriato corpo, preferendo tenermi in disparte.
Nessuna carne può degenerare in quello stato se non dopo giorni interi, non si trattava di una morte comune. Ma del resto di cose comuni in questa città ne vidi ben poche. Ricordo bene che feci questa riflessione proprio quando una figura stranamente familiare prese ad urlare: "Buttateli viaaa! Quei maledetti fiori.VIAAAA!!"
Temperley il mercante... certo, avrei potuto dubitare forse della mia vista, di stranezze ne capitavano in continuazione, ma non potrei mai confondere con nessun'altra la voce dell'amico strillone di Ylea. L'intervento dei un gruppo di guardie non mi permise di raggiungere Temp. L'avrei di sicuro rivisto presto, per cui preferii non obiettare al perentorio ordine di sgomberare la strada che le guardie impartirono.
Sempre più pensieroso mi avviai verso una locanda. Un bagno caldo non bastò a rilassarmi.
A fatica presi sonno e fu tutta fatica sprecata: incubi angoscianti furono i miei compagni per tutta la durata di quel breve viaggio onirico. Al mio risveglio tra le nebbie dell'alba si dissolsero bagliori verdi, suadenti aromi di bianchi esotici fiori, spettri ed eserciti fantasma con insegne di tempi che furono, e su tutti, insetti delle peggiori specie a divorare le carni di tutti. Tutto parve dissolversi quando d'improvviso mi svegliai... o forse non proprio tutto? Il mio sguardo si posò sul bavero del mio soprabito, dove il Fiore di Bella Vita pareva non esser mai stato reciso.


CAPITOLO 5: Secondo giorno (2)

Con i segni della turbolenta notte sul volto, appesantito da un sonno irrequieto caratterizzato da incubi sempre più frequenti, fissavo il vuoto davanti a me, seduto al bancone della piccola taverna della locanda...
"Quando avevo la tua età non mi sarebbe bastata una notte brava a ridurmi così" disse un donnone portandomi un piatto con delle focaccine e dell'indescrivibile stufato? Chissà da quanto mi stava parlando, abbassai lo sguardo al piatto perplesso "La colazione dei campioni: ho visto resuscitare morti dopo aver mangiato la mia colazione!" rispose al mio sguardo anticipando la mia domanda.
Era la locandiera, una signora dall'età indefinibile ma era meglio non azzardare ipotesi con leggerezza: sembrava avere notevole dimestichezza con le grandi padelle che teneva quasi sempre in mano.
"Son risorti perché questa cosa non può uccidere una sola volta!" azzardai, abbozzando un sorriso di ringraziamento.
"Come li conosco i tipi come te: solo a padellate vi entra in testa la buona creanza!"
Fu lei a farmi notare che gli araldi erano passati poco prima annunciando l'inizio del torneo. Salutai la cordiale locandiera, lasciandole un pò più del dovuto e, prese un paio di focaccine, mi avviai verso la porta.
"Dimentichi niente?" disse lanciandomi una mela rossa e lucente "Visto che ti piace allungare le mani quando tornerai quelle focaccine ti aspetteranno sul conto!".
Presi così la via principale alla volta dell'arena, mischiandomi con quanti vi si dirigevano. "Certo che questa gente non si ferma davanti a nulla! Sembra quasi che di tutto il panico che si è scatenato ieri non sia rimasto nemmeno un lontano ricordo!" osservai tra me e me. In effetti era proprio come se non fosse la stessa gente che il giorno prima fuggì terrorizzata. Nessun vociare della morte misteriosa della notte passata: cose del genere passano di bocca in bocca in pochi istanti, acquisendo particolari e dimensioni che superano sempre la reale portata degli eventi.
Questa gente invece sembrava incurante di quanto fosse accaduto, non si preoccupavano di altro che dello spettacolo come se non vi fosse altro ai loro occhi e nelle loro menti.
Forse ero solo io: uno straniero, che per quanto trovasse similitudini con le locandiere di casa, si trovava comunque tra gente di cui non conosceva tanto i trascorsi delle loro origini quanto le abitudini della loro quotidianità.
Tra un pensiero e l'altro giunsi infine all'ingresso della grande arena. Delle guardie invitano gli spettatori a deporre le armi: a nessuno consentono di entrare con quel "peso".
Pur se a malincuore affidai alla loro custodia la mia spada. Una delle guardie storse il naso nel vederla, e spezzò in due una sottile lastra di vetro poco più grande di una moneta.
Una metà la assicurò all'elsa della spada e l'altra me la porse.
Guardai esterrefatto il pezzo di vetro nella mia mano "E con questo che ci dovrei fare?"
"La vuoi rivedere la tua spada? Riportacelo e ti restituiremo la spada a cui corrisponde la nostra metà.! E adesso muoviti, che stai ostacolando l'entrata!".
Il boato del pubblico che salutava i cavalieri mi ridestò e mi fece guadagnare gli spalti: il corteo reale stava facendo in quell'istante il suo ingresso al palco d'onore.
I cavalieri, dalle selle dei loro imponenti destrieri, gli elmi sottobraccio, sollevarono le lance in segno di riverenziale saluto al re. La lucentezza delle loro armature, i finimenti pregiati ed eleganti delle stoffe, i colori dei rispettivi ordini, sembravano rivaleggiassero persino con la luce stessa del giorno, per la verità non proprio ridente.
Le trombe dettavano i ritmi della manifestazione. Gli araldi presentarono i contendenti, e gli scontri ebbero così inizio. Il primo scontro aprì la serie di quanti seguirono e subito un cavaliere dovette constatare cosa si prava a mangiare la polvere in un'esplosione di schegge di legno, colpito in pieno petto dal suo avversario la cui lancia si polverizzò letteralmente.
Il pubblico era in visibilio. Mi ritornò in mente il ricordo del mio primo torneo, la giostra di Moghul: so bene cosa può aver provato quel cavaliere disarcionato. Sorrisi a quel pensiero, ma non durò che un istante.
Volgendo uno sguardo al cielo compresi perché i cavalieri sembravano tanto luminosi: il cielo si progressivamente oscurato. Il sole lasciò il posto a cupe nubi nerastre spezzate da violenti lampi verdastri.
Paradossalmente parve che nessuno ci facesse caso, quasi non lo vedessero o non se ne curassero.
L'arena era un susseguirsi di prove di coraggio e di abilità: lance in frantumi e cavalieri a terra decretarono via via chi fosse il migliore e, tanto i cavalieri quanto gli spettatori sembrarono ignorare quella oscura plumbea minaccia innaturale, finchè non restarono in due a contendersi il titolo di campione.
Lo scontro era al limite e nessuno dei due sembra in grado di prevalere sull'altro. Dopo le serie di lance si passò alle mazze con scudo. Lo scontro non ebbe fine e presto gli scudi si ridussero a brandelli: si passò quindi agli spadoni a due mani.
La stanchezza dell'impegno più che l'abilità portò a decretare il campione che alzando al cielo la spada diventò così il bersaglio di una folgore verde.
Quello che accadde in quegli attimi eterni rasenta la pura follia: il pubblico si rese finalmente consapevole dell'oscuro cielo sopra di sé. Quanto per questo motivo piuttosto che per quello che accadde poi al campione del torneo ancora non l'ho compreso, ma di fatto fu colto dal panico e prese d'assalto le uscite dell'arena.
Rimasi esterrefatto nel vedere il campione colpito da quell'innaturale folgore: cadde in ginocchio e dalla sua armatura prese ad uscire un fumo denso e nero.
L'urlo di dolore per quella punizione celeste agghiacciò i cuori di tutti i presenti, ma quello che paralizzò le gambe di alcuni e scatenò il pandemonio fu quanto seguì..
La corazza del campione esplose quasi non riuscisse a contenerne il corpo che doveva proteggere. Nessuna corazza avrebbe potuto preservare il cavaliere da quell'orrore: tra volte di denso fumo nero una assurda metamorfosi trasformò il cavaliere in un grossa oscena creatura.
Un abominio fu ciò in cui si trasformò e l'uomo, l'eroe che pochi istanti prima la folla acclamava a gran voce, ora aveva lasciato il posto ad un mostro sanguinario che si gettava contro qualsiasi cosa si muovesse.
La guardia reale si era subito frapposta tra la bestia e il palco per consentire alla famiglia reale di mettersi al riparo da quella furia, che non sembrava avere interesse alcuno se non di sfogare contro qualsiasi cosa trovasse a portata, la sua furia distruttrice.
Indistintamente, imprevedibilmente colpiva in ogni direzione. Ogni persona era un bersaglio, una preda da divorare o mutilare selvaggiamente. Non c'era metodo in quel delirio, ma non potevo certo stare a guardare.
Al posto della mia spada avevo solo uno stupido pezzo di vetro. Le uscite erano prese d'assalto dalla folla terrorizzata, quindi pericolosa quasi quanto quella sorta di demone. Non ebbi il tempo di valutare la situazione e reagii d'istinto.
Evitai scartando di lato ed abbassandomi il corpo di uno scudiero che, scaraventato in aria dalla bestia mi stava per travolgere. In pochi passi raggiunsi la staccionata che separava il pubblico dall'arena e saltai all'interno. La bestia, spazzati via in breve tempo lo sparuto numero di guardie reali che le si era eroicamente frapposto, aveva già demolito buona parte del palco reale e si stava dirigendo verso altri malcapitati in fuga.
Raggiunsi la rastrelliera delle lance, mazze, spade e scudi: avevo solo l'imbarazzo della scelta, se non fossero state lance da torneo tenere e spuntate, mazze leggere e spade con lame senza filo.
Poco più che giocattoli da allenamento, ma una alabarda di un picchiere della sfortunata guardia reale no. La presi.
Di un paio di cavalli che pur scossi non erano fuggiti, ne rassicurai uno con qualche rapida carezza su collo e sul muso finchè mi sembrò che si lasciasse cavalcare.
Saltato in groppa, mi lanciai in un breve galoppo contro la bestia di spalle. Quella lancia improvvisata senza nemmeno la resta cui appoggiarla... fu una mossa sciocca quanto avventata che per poco non mi costò la vita.
Uno scarto improvviso del cavallo abbassò la mira dell'alabarda che si conficcò nella parte posteriore della gamba destra della bestia. L'impatto mi disarcionò facendomi capitolare fragorosamente oltre l'immonda creatura, che, ferita, infierì contro il cavallo.
Mezzo tramortito dalla caduta, fui aiutato a rialzarmi da braccia sconosciute: uno dei cavalieri rimasti per consentire la fuga della famiglia reale e del pubblico, mi sollevò e insieme guadagnammo l'uscita.
"Vuoi farti ammazzare per forza tu, eh! Andiamo all'armeria. Se sei coraggioso anche la metà di quanto sei avventato potrai almeno trovarti delle armi vere con cui affrontare quel mostro. Dobbiamo organizzarci e in fretta! Fatti trovare pronto. Io torno dentro a vedere se altri pazzi pensano di poter opporsi alle fiamme dell'inferno sputando".
Come in un incubo ovattato, vidi il cavaliere correre nuovamente dentro l'arena mentre prendevo rapidamente coscienza del massacro che si presentava ai miei occhi.
Ovunque guardassi c'erano corpi senza vita e gente in preda al panico: i più vittime del panico, calpestati a morte o feriti nella fuga scomposta.
Solo un vecchio dimostrava una calma e una sorta di dimestichezza a tutto quel delirio, quasi ne fosse persino compiaciuto.
Non si trattava di un vecchio qualsiasi: riconobbi in lui lo sguardo d'odio che alla parata mi gelò il sangue nelle vene. Prudentemente lo seguii a distanza e dimostrò di aver un'agilità che non mi sarei mai aspettato dal suo aspetto. Percorsi alle sue calcagna un budello di viuzze dimostrandomi una profonda conoscenza della città e del dedalo delle sue vie, finchè non lo vidi infilarsi in un vecchio portone segnato dal tempo e dall'umidità.
Apparteneva ad una torre diroccata che svettava alta in quella che realizzai essere una vecchia e ormai decadente parte della città. Non sarei stato in grado di ritrovare la via per l'armeria e istintivamente pur se con estrema cautela mi addentrai in quella sinistra rocca.
Presto rimpiansi d'esservi entrato. L'aria era a dir poco irrespirabile, umida e pregna di morte come se da anni custodisse gelosamente i propri segreti senza permettere che della nuova ne prendesse il posto. Il buio era rotto soltanto dalla scarsa luce che a fatica riesce a penetrare dalle pareti crepate.
L'impressione era che la torre fosse ormai prossima a perdere la sua personale sfida con il tempo: non mi capacitavo di come potesse stare ancora in piedi e tanto per prudenza quanto per cautela, scesi circospetto una lunga scalinata in pietra.
Fatico a trovare le parole per descrivere l'orrendo spettacolo che mi si parò davanti agli occhi: una sorta di cripta era disseminata di cumuli di cadaveri in decomposizione.
Quasi si trattasse di un aberrante giardino botanico curato con una folle dovizia, sembrava che fosse un vivaio di Fior di Bella Vita: a migliaia crescevano e decoravano in modo ancor più raccapricciante quei lugubri tumuli umani.
Il mio stomaco si contorse stretto in una morsa di ribrezzo, e scorgendo una porta dalla parte opposta di quella diabolica coltura decisi di imboccarla in fretta pur di abbandonare quella vista orrenda.
In questa stanza trovai una sorta di laboratorio: alla destra vi erano diverse scaffali colmi di antichi e polverosi tomi mentre un po' ovunque alambicchi fumanti ribollivano, appestando con le loro esalazioni l'aria già irrespirabile.
In quel miasma incrociai lo sguardo carico d'odio del vecchio. Dopo pochi ma interminabili istanti la voce del vecchio ruppe il silenzio. Teso, disarmato e completamente in balia di eventi cui non riuscivo a dare una spiegazione, rimasi immobile ad ascoltare le sue parole.
"Siano maledetti tutti coloro che si opporranno alla giustizia che monderà questa città perversa! Ora è troppo tardi per fermare al mia vendettaaaaaah." La voce del vecchio echeggiava ancora nel laboratorio mentre il suo corpo prese a decomporsi, riducendosi in breve ad un mucchio di polverose ossa. Del suo sguardo non rimase che una tenue luminescenza scarlatta nelle orbite vuote del suo cranio quasi continuasse anche in quello stato a fissarmi.
Ma non si limitò a fissarmi! Prese infatti a muoversi lentamente ma inesorabilmente verso di me. "Un cadavere... ambulante?" considerai a voce alta. Per quante stranezze avessi già visto, rimasi stupito di quanto visto dai miei occhi, chiedendomi se non fosse frutto di una suggestione.
L'urlo della creatura accompagnò una palla di fuoco che ancor più incredulo vidi generarsi dalla sua mano. "Se è un brutto incubo questo è il momento migliore per svegliarsi! Prometto che non mangerò più avanzi di stufato per colazione."
Evitai la sfera di fuoco gettandomi di lato. Fragorosamente colpì uno scaffale incendiando i libri che vi si trovavano. "Mpf, d'accordo: escludiamo che si tratti di un sogno." Cercai di temporeggiare per imboccare la porta che conduceva alla cripta. "Ti va di parlare? Vecchio mio tu ti trascuri! Sei pelle ed ossa, e pure di quella te ne rimane poca!" Capovolsi un tavolo frapponendolo tra me e il mostro. Gli alambicchi cadendo riversarono i loro contenuti sul pavimento e si mescolarono pericolosamente mentre il mostro castò un'altra magia. In breve dalle sue mani un globo di luce violacea si espanse fino a raggiungere le dimensioni di una testa.
"Non mi sembri un gran chiacchierone" dissi rovesciando un altro scaffale di libri che cadendo su un tavolo da lavoro costrinse il mostro a spostarsi verso il muro liberandomi parte della via per la porta. Fece due passi verso i libri in fiamme e lanciò la sfera. Anticipandola sua mossa mi gettai verso la porta: non mi restavano che pochi passi. La sfera mi sfiorò appena ma ne sentii gli urticanti effetti lungo tutto il fianco sinistro, realizzando che quella magia mi avrebbe corroso completamente le carni se mi avesse colpito. "Non lamentarti però se ti ritrovi solo e senza amici" dissi lanciandogli contro quanto riuscissi a trovare a portata di mano. Il mostro non manifestava di intendere le mie parole, o forse semplicemente non se ne curava affatto. Spietato e mosso da chissà quale volontà, si liberò rabbiosamente della libreria che lo ostacolava nell'inseguirmi, lanciandola verso di me.
"Se parlassi di te ai miei amici...non so se potrei dir loro che sei un tipo di parola" cercai di arrivare alla porta con un tuffo e una capriola sulle spalle. La libreria si schiantò distante da me, ma un pesante libro mi colpi ad un fianco. "Aaaahh, e poi dicono che le parole non fanno male: manca poco e mi ammazzi con delle ricette! Guarda come ti sei ridotto tu a diete!"
Ma proprio mentre raggiunsi la cripta, un'altra sfera magica si schiantò fragorosamente appena a fianco della porta. Pietre e calcinacci mi piovono addosso, ma se non altro il mostro si era chiuso dentro il laboratorio. Non faccio a tempo a fare più di due passi tra i Fior di Bella Vita che con un altro schianto il mostro si apprestò a raggiungermi nella cripta. Un enorme breccia era ora al posto della porta. Fu la volta della torre che a modo suo, con scricchiolii e tremori, manifestò la sua resa ormai prossima. Senza quasi più curarmi del mostro corsi con quanta energia avessi in corpo, con la sola accortezza di non procedere diretto ma cambiando rapidamente direzione per ridurre la possibilità di poter essere colpito.
Morto o non morto, qualunque cosa fosse quel mostro invece, non si curò minimamente del fatto che la torre sembrasse sul punto di crollare da un momento all'altro continuando ad evocare le sue maledette sfere. Il pensiero di finire morto e sepolto mi mise le ali ai piedi: ero già arrivato a metà della scalinata in pietra e sentivo che il mostro non era ancora uscito dalla cripta.
Non c'era il tempo di voltarsi per esserne sicuri "Corri Ace, corri Ace, corri!!" il mio unico pensiero, proprio quando un grosso masso cadendo dalla torre, si portò con sé parte della scala di pietra poco sopra di me. Stava crollando tutto... nemmeno il tempo di pensarlo e mi ritrovai a cercare lo slancio per il salto.
Attimi eterni, e poi arrivai ad aggrapparmi con le braccia al gradino. Con uno sforzo adrenalinico lo risalii. "Vorrei rimanere, ma se non scappo ora, finisce che ci resto!!" dissi rivolgendomi alla base delle scale dove vidi che il mostro scheletrico era rimasto parzialmente travolto dai massi caduti. Per tutta risposta lanciò un ultima sfera cremisi che pur non colpendomi direttamente decretò definitivamente la vita della torre. Feci appena in tempo a guadagnare l'uscita e a voltarmi per vedere un'esplosione di luce scarlatta filtrare dalle pietre. Con un boato la torre si sgretolò in una nube di polvere. Solo quando la polvere scese mi resi conto che la torre si era trasformata definitivamente nel sepolcro che le anime di tutti quei corpi meritavano di avere. Un rapido pensiero al demonio dell'arena... l'ultimo fugace pensiero prima di perdere i sensi.


CAPITOLO 5: Terzo giorno (1)

Mi risvegliai circondato dalla folla accorsa al crollare della torre. Mi alzai a fatica sorretto da gentili braccia con la mente ancora ottenebrata da confusi e convulsi pensieri "Il demone all'arena... il vecchio... i fiori... i morti... VIAAA CROLLA TUTTO!!" farneticai riprendendo rapidamente coscienza sotto una fitta pioggia.
"Sono... vivo?" Il sorriso dell'uomo che mi sorresse e le sue parole furono l'ultima conferma della fine di quell'incubo infernale "Si direbbe di sì, straniero".
"Largo... fate largo!" Riconobbi la voce del cavaliere che mi aveva aiutato ad uscire dall'arena. Al suo seguito una folta truppa di guardie cittadine. "Non vi avevo forse detto di recarvi all'armeria? Avreste dovuto seguire il mio invito... Ora verrete con noi!"
"Vi ricordavo più affabile. Poniamo il caso che avessi altri programmi..." Non mi fece terminare e, preso per un braccio mi strattonò energicamente.
"Non abusate della mia pazienza. Ho ben altro a cui pensare, ma mi è stato ordinato di scortarvi... o di incoraggiarvi. A vostra discrezione" disse con ironia mentre sfoderava la sua spada.
"Quanto disturbo! Non scomodate la vostra lama, bastate voi e la vostra faccia ad incutermi il terrore necessario. E poi, come potrei mai rifiutare un così gentile invito" Ancora oggi porto i segni del pomo della sua spada sul labbro... ma lui non è qui per raccontarlo!
Sputai del sangue sui calzari del cavaliere che si trattenne dal colpirmi nuovamente, fui scortato per le vie della città semideserta sotto una pioggia torrenziale ed un cielo che ben poco aveva da invidiare all'oscurità di una notte senza astri. Non c'era bisogno di leggere il bando appeso nella piazza per comprendere che i festeggiamenti avevano drammaticamente avuto il loro epilogo.
Presto raggiungemmo la meta cui eravamo diretti: il palazzo reale. Benché decorato con statue di una discreta bellezza artistica, conservava decisamente l'aspetto minaccioso e imponente che chi ne commissionò la costruzione richiese. Sicuramente progettato per affrontare anni ben più oscuri degli ultimi che pur lo avevano ingentilito con giardini di rara bellezza, ma che per la stessa bellezza, male si accompagnavano all'austerità delle mura della costruzione.
Che fosse per l'opprimente cielo plumbeo, piuttosto che per i più recenti e terribili fatti, non saprei dirvi... ma mi sembrò più una lugubre fortezza nonostante i notevoli sforzi e il gusto elegante, tipico di una donna di gusto, che con le stoffe pregiate dei tendaggi, degli arazzi, e dei tappeti, aveva cercato di modificare l'essenza di quella costruzione anche nell'arredo interno. Mobili di pregiata fattura adornavano ogni stanza e ben si accompagnavano a manufatti di rara e precisa abilità, anche nella stanza dove mi fu ordinato di attendere un non meglio precisato evento.
Con mia duplice sorpresa non solo non ero l'unico, ma ero anche in compagnia di un nutrito gruppo di Hammers: trovare Paido e Temperley fu una sorpresa relativa, ci eravamo già incontrati e li sapevo in questa città, ma cosa ci facevamo ora, qui, quasi fossimo riuniti?
Kikka la Strega di Kanveska, appoggiata ad una tenda, osservava il cielo, Galath parlava con Nara, mentre Driz il Betris discuteva animatamente con mio fratello Galdor, Asjah e Thelonius.
Chi da comode poltrone di velluto, chi in piedi, tutti erano presi da una concitata discussione che pareva avesse come oggetto due antichi libri che a turno venivano consultati e citati.
"Si può sapere cosa diamine sta accadendo in questa città? Cosa ci facciamo qui noi Hammers? Non so voi, ma da che ho messo piede in questa città ho visto tante di quelle stranezze che rasentano l'assurdo!" dissi avvicinandomi al gruppo al tavolo.
"Pare che gli eventi degli ultimi giorni abbiano riguardato tutti noi, Ace. Non sei l'unico a non raccapezzarsi in questa delirante situazione." disse Taal.
"Proprio così, fratello. Ci stavamo giusto confrontando per ricostruire i drammatici eventi che sono accaduti in questa città" mi disse Galdor mentre gli strinsi affettuosamente una spalla.
"Beh, non so a voi, ma sapervi qui mi solleva di molto il morale! Non ho capito un solo attimo delle mie ultime giornate, ma adesso sono già meno preoccupato!" rivolgendomi a tutti quanti con un sorriso.
"Perché non hai letto questo!" disse Shademr porgendomi uno dei due libri. Sulle pagine aperte lessi a proposito della maledizione di un certo Ezimeth... oh Arawen come non sopporto le maledizioni!
Lessi a voce bassa quanto riportato a proposito di questo tale signore della Vendetta. Dal nome tutt'altro che confortante... e quel che seguì non venne di sicuro meno a quella presentazione funesta. Era la descrizione di come quest'accidenti di Ezimeth, per concedere la vendetta a chi avesse l'ardire di rivolgersi a lui, richiedesse che innocenti morissero nel rancore affinché fosse il desiderio di vendetta il loro ultimo sentimento da vivi.
Implicito vi era che quanto più alto fosse il numero di vittime per questa indecente offerta sacrificale, maggiore sarebbe stata la portata e l'efficacia della vendetta concessa.
Dal pallore del mio viso compresero che ero giunto alla loro stessa conclusione: i guai non erano che all'inizio!
"Possibile che non vi sia modo di contrastare questa maledizione?" chiesi con voce bassa e seria.
"Forse un modo ci sarebbe..." rispose Malekit dall'altro capo della sala.
"Anch'io prima di te ho consultato a lungo quelle scritture, volta un paio di pagine e leggi ad alta voce. Noi tutti ci stiamo ancora interrogando sul significato di quelle parole. Una mente in più, anche se è la tua, non può che farci bene!"
Ricambio con uno sguardo di ironica gratitudine Malekit e leggo per tutti "Vi è solo un modo in cui la maledizione possa volgere al fine, dopo che brani dell'esistenza odiata siano stati strappati dai morsi della fiera rabbiosa, dopo chela vita stessa di cui ci si voglia vendicare sia stata resa peggiore della morte stessa, finchè l'ultima lagrima di sangue abbia solcato il volto di chi ormai non sia null'altro che l'ombra di se stesso! - adesso sì che è tutto chiaro... qualcuno vuole darmi ripetizioni, perché credo di non aver compreso appieno le sfumature di questo testo? Galdor, tu sei il nostro Mastro Enigmista: illuminaci!"
"Scherzi sempre tu, eh?" mi rimproverò Driz "Dicci qualcosa che non sappiamo, se proprio hai qualcosa da dire."
"Ma la volete smettere voi due... sempre i soliti! La dico io qualcosa... qualcosa sul casato di Torre Smeraldo... o, se volete, di Torre Oscura".
Ascoltammo tutti le parole di Dolceluna mentre spiegava quanto letto nel diario di Osmond, riportando qua e là nella sua esposizione, interi brani dal piccolo quanto logoro libro che aveva in mano. Si trattava della testimonianza della vita passata tra l'odio e il rancore dell'ultimo esponente della casata di Torre Smeraldo, nato e cresciuto tra i fasti e gli onori della più famosa delle famiglie di queste terre, seconda solo a quella reale. L'autore vi descrisse con amore e stima la figura del nobile padre, uomo saggio e dedito alla difesa della propria terra, rispettato da tutti tanto per le strade quanto tra i seggi del consiglio reale.
Non allo stesso modo però veniva descritto l'allora re Elderion, padre del regnante attuale: con minuzia e precisione vi erano riportati un considerevole numero di efferati delitti perpetrati con oscure trame ai danni delle migliori menti del paese e di come da semisconosciuto signorotto delle terre del nord quale era, si ritrovò ad indossare la corona reale.
Non risparmiò particolari nella descrizione dei delitti che, grazie al potere mistico della Spada delle Ere macchiò tanto quella dannata lama quanto la sua ancor peggior diabolica anima.
Ovunque non si parlava di altro che di corruzione e di tradimenti che uno dopo l'altro resero Elderion signore pressochè incontrastato, finchè non rimase che il casato di Torre Smeraldo, amato da generazioni da tutta la popolazione.
Ultimo ostacolo che s'interponeva tra Elderion e la sovranità assoluta, non avrebbe mai potuto affrontarlo apertamente senza far scoppiare una guerra civile che, anche nella più ottimistica delle previsioni, avrebbe comunque distrutto quel regno che con tanta cupidigia mirava a conquistare.
Fu così che giunse ad invocare entità demoniache e a stringere con loro un patto offrendo la propria anima in pegno. Da quel funesto giorno creature infernali si resero responsabili dei delitti più atroci che furono mai visti da occhi umani nel nome della nobile casata della Torre di Smeraldo.
Fu immediato l'appoggio del popolo. Con il marchio di quell'infamia a gravare sul casato, Elderion fu così giustificato dallo sterminare uno dopo l'altro tutti i suoi esponenti. Solamente Osmond sfuggì in qualche modo a quell'ennesimo scempio e quella che Dolceluna stava leggendo era la sua testimonianza da sopravvissuto.
"Il resto non sono che i vaneggiamenti di una mente ormai troppo segnata dal dolore: non parla che di vendicarsi, ma in qualche raro passaggio di lucidità Osmond racconta di come venne a conoscenza della maledizione di Ezimeth. Si tratta di anni e anni fa: avete idea di quanti delitti potrebbe aver commesso questo povero vecchio pazzo?"
"Occhio e croce... tanti quanti i corpi nella cripta." osservò Galath
"Dimentichi forse i Fiori di Bella Vita? Quel poveraccio in strada ne indossava uno proprio come te, Ace. L'avesse ricevuto anche lui da un giullare... a quanti potrebbe averlo distribuito?!"
Dal bavero della mia giacca, il fiore sembrava ancora fresco come se non fosse mai reciso. Lo presi e lo osservai a lungo, quasi a cercare di trovare una spiegazione, come poteva essere tanto pericoloso un fiore dall'aspetto così delicato, dal profumo così suadente. Rendendomi conto che esercitava anche su di me uno strano ascendente affascinante, lo poggiai sulle pagine della maledizione di Ezimeth. Fui tentato di chiudere quel libro, quasi a volerlo rinchiudere al suo interno, ma mi limitai a posarlo delicatamente sulle sue pagine.
Cercavo di fare ordine tra i miei pensieri già confusi prima di quelle rivelazioni, e proprio mentre si faceva largo dentro di me l'idea che Osmond e l'intero casto di Torre Smeraldo avessero la parte della vittima designata più che del carnefice rispetto ad Ederion I, pur concedendo il beneficio del dubbio che le colpe dei padri fossero ancora una volta ricadute sulle spalle dei figli, loro malgrado, quale il caso di Elderion II, la voce di Berserk tuonò come un giudizio senza appello: "Questa situazione irreale mi ha stankato! Non sono venuto fin qui per lasciarmi koinvogere in beghe ke non mi riguardano! Sono venuto fin qui cerkando fiumi di birra e ho trovato solo vekki pazzi farneticanti e fiori di kampo! Me ne torno a Nistra e fareste bene a seguire il mio esempio. Non sono affari nostri, e non vedo kosa potremmo mai rikavarne" Tra lo stupore dei più gli fece eco Aegon..." Mi trovo dello stesso avviso del vicario di Nistra. Affari ben più importanti di questi attendono le mie attenzioni. Senza contare che un coinvolgimento così esplicito e diretto di rappresentanti del regno di Nimira potrebbe avere serie ripercussioni a livello diplomatico per Arcano stessa."
"Tu pensa all'etichetta, noi agiremo per dovere morale nei confronti della popolazione e di tutti quelli che non hanno voce, ma che col loro sudore mandano avanti questo regno." rispose seriamente Kikka.
"Abbiamo delle responsabilità che le nostre cariche ci impongono. Non mi aspetto la vostra comprensione, ma se darete ascolto ai vostri cuori, saprete bene che non è con gioia che lasciamo questa città, i loro abitanti e voi stessi al destino che vi attende. Ci è di consolazione il vostro atteggiamento: non abbiamo mai dubitato che vi sareste prodigati in loro favore. E, per quanto possa servire, sappiate che i nostri animi saranno sempre al vostro fianco. Ora è tempo che ci si metta in viaggio. Ailkydo!"
Quasi increduli, osservammo i due prender commiato e andarsene. Un stante dopo la regina Firith stessa fece il suo ingresso nella stanza.
La discussione concitata si placò come se fossimo tutti quanti colpiti da un incantesimo. La bellezza eterea della nobildonna riempì completamente quel vuoto silenzio, quasi il tempo stesso si fosse dilatato. Non si trattava di un imbarazzante silenzio, quanto più di un religioso rispetto, misto ad una sincera ammirazione al limite della contemplazione estatica di tanta eleganza della quale tutti i presenti, nessuno escluso, era stato colpito. Ogni passo della regina, ogni lembo delle sue regali vesti, sembravano accompagnare quel corpo più che esserne la conseguenza dei movimenti.
Un leggero velo preservava il volto della regina dall'esser raggiunta dai nostri sguardi, di certo non avvezzi ad ammirare tanto nobili lineamenti, ma non era sufficiente a celare la bellezza che ne traspariva. Con una voce leggera e di una musicalità senza eguali, avvolgente, quasi non provenisse dalle sue labbra ma dall'aura argentea che pervadeva l'intera stanza ci salutò "Siate i benvenuti, gentili dame e nobili signori. Vogliate accettare le mie scuse per come alcuni di voi sono stati condotti sin qui dalle mie guardie. Ero stata informata della cattura di alcuni tra gli artefici dei tragici episodi occorsi in questi ultimi giorni, ma, ora che vi vedo, non posso che constatare che il nostro giudizio è stato affrettato, vittima della confusione e della preoccupazione che ha così ottenebrato il comune buon senso, cedendo il posto all'impulsività. I vostri sguardi parlano per ognuna delle vostre anime, lasciandomi intendere che non vi è traccia alcuna del male che aleggia sulla mia città. In nome di questa e della sua gente, vi prego, vogliate concedermi il vostro aiuto e ditemi quanto il vostro buon cuore ha da dirmi, al fine di permettermi di riportare la serenità nei cuori dei miei sudditi".
Non sapevo proprio cosa pensare, ero arrivato anche a dubitare degli attuali regnanti, sebbene le apparenze non supportavano questo ardito pensiero. Mi ero quasi deciso a tenere per me le mie impressioni, mentre sentivo, senza prestare attenzione che ai miei confusi pensieri, i miei compagni esporre a loro volta i propri. E sarebbe stato così, se la regina non si fosse rivolta direttamente a me, decidendo che era giunto il mio turno.
"E voi messere, cosa hanno visto i vostri occhi, e cosa il vostro cuore vi sussurra?"
Quasi non riuscendo a sostenere quello sguardo, che sentivo come se fosse in grado di giungere ai miei pensieri senza che dovessi esternarli, mi ritrovai ad esporre per filo e per segno ogni impressione personale, come se mi fosse impossibile sottrarmi a quella richiesta.
Sentivo che l'unica alternativa sarebbe stato tacere. Ma anche tacendo ebbi l'impressione che avesse già preso dal mio cuore le risposte che attendeva dalla mia voce.
"Vostra altezza, non sono che uno straniero attirato dalla curiosità di prender parte ai festeggiamenti, e che si è trovato travolto da eventi più grandi di lui, come qualsiasi dei vostri sudditi."
"Quanto vedo ardere nei vostri occhi non corrisponde all'umile ritratto che le vostre parole dipingono di voi. Non appartiene dunque a voi questa lama Yan? Volete farmi credere che la trasportavate per conto di altri, come fosse una merce qualsiasi?" mentre con un gesto fece portare la mia spada davanti a me. Il sollievo di rivedermela dinnanzi fu il segnale della mia definitiva resa.
"Nelle terre da dove provengo insieme agli uomini che vedete qui riuniti, sono ciò che viene chiamato un dragone"                                                                                      "...di Dulkar" completò la mia frase accompagnando le sue parole con sul leggero sorriso, compiaciuta della sorpresa dipinta sul mio volto.
"Ma vi prego... continuate."
"Ho come l'impressione che conosciate già le risposte alle vostre domande, per cui, tanto vale che ve lo dica apertamente. Non sono molte le cose che son riuscito a comprendere. Tanto quelle cui ho avuto modo di essere, mio malgrado, testimone, quanto quelle che ho cercato di ricostruire riguardo il vostro sposo e re, e più ancora il di lui padre. Non possiedo il vostro dono, tutt'altro. Le mie impressioni mi hanno sistematicamente condotto verso guai che chiunque sarebbe stato in grado di evitare. Ma non credo che la sventura che ha travolto il casato di Torre Smeraldo sia frutto del caso. Ho in cuor mio la convinzione che sia il risultato di oscure trame ordite ai confini del naturale, e oltre" Per quanto pensassi fosse improbabile, ebbi la netta impressione di notare un cenno di risentimento nell'espressione della regina, che ora mi osservava impassibile.
"Le persone a cui stavo a cuore" sorrisi, ormai ero compromesso... sempre la stessa storia: mai che riesca a dominare la mia linguaccia "...mi hanno sempre detto che è la mia lingua la fonte di tutti i miei problemi. Permettetemi la franchezza, non vogliate intendervi dell'insolenza ma..." forzando la pausa per gravare maggiormente l'effetto attento all'eventuale reazione "... quanto conoscete l'uomo che vostro marito ha chiamato padre?"
Non mi sembrò di notare mutamenti nel sorriso della regina, che se fino a quel momento mi era sembrato cortese e affabile, ora mi appariva come sibillino ed impenetrabile.
Avevo voluto portare la regina ad avere una reazione emotiva che potesse darmi un riscontro cui riflettere, ma era stato tutto vano. Che sciocco! Ottenni solo la mia spada e la sensazione di aver confermato alla regina quanto sapesse già, ben prima che le mie parole gliene avessero dato conferma.


CAPITOLO 6: Terzo giorno (2)

La regina era a terra, un bocciolo di Fior di Bella Vita faceva capolino dal suo petto ma avevamo già amaramente constatato quanto quel magico fiore fosse più una promessa di una morte atroce che l'espressione di una naturale bellezza. Re Elderion con la sua consapevolezza, confermava la nostra preoccupazione. Sconvolto dal dolore, la assisteva amorevolmente, con l'animo stretto nella morsa dell'angoscia di perdere l'amore della sua vita, inerte tra le sue braccia.
"E voi altri, mortali, chi sareste?" tuonò la voce responsabile di questo come degli altri orrori occorsi in quei giorni. Ezimeth in persona si stava rivolgendo al gruppo di hammers che si era precipitato per le scale al seguito proprio della regina. Pur se dal suo trono di ossidiana, sovrastava in altezza chiunque di noi, esile ma ben più alto di Berserk almeno di un'antia o poco più, rivolse il suo sguardo rubino a noi. Taal prese la parola "Siamo forestieri, provenienti tutti dallo stesso regno, giunti per i festeggiamenti previsti e ora, nostro malgrado, coinvolti in tutto questo" allargando le braccia e alzando appena gli occhi al cielo sempre oscuro e agitato quanto un mare in tempesta. "Non sono cose di vostra pertinenza! Fuggite prima che decida di spegnere le vostre vite!" e a sottolineare quella minaccia, l'enorme lupo di fiamme, prima accovacciato, si alzò rivelando d'esser alto ameno quanto un uomo, ringhiando rauco contro Shademar.
"Ora la maledizione si compirà ed alla morte della sua amata sposa, il patetico re diverrà l'ombra di se stesso, portando alla rovina ogni cosa. Ahahahah".
Come per incanto, le parole che la regina ci aveva rivolto solo pochi istanti prima, riecheggiarono nelle nostre menti. "Provo pena per lo spirito di colui che ha generato tutto questo male, uno spirito affogato nel dolore. Tuttavia non posso permettere che i giorni del tramonto avvolgano la Città delle Stelle ed i suoi abitanti innocenti" mentre il suo sguardo cercò negli occhi di ognuno di noi le rispettive anime con la speranza di raggiungerle "Quindi vi prego, no... vi imploro di aiutare tutti noi in questi giorni di sofferenza, la mano del destino protegge i vostri passi ed io sento in cuor mio che solo nel giudizio dei vostri animi si cela la nostra salvezza".
Nara fece coraggiosamente un passo avanti e, con la mano destra stretta in quella di Galath, alzando in pugno la sinistra disse: "Abbiamo dato la nostra parola alla regina che ci saremmo presi cura degli innocenti. Non riguarda noi nella stessa misura in cui non riguarda nemmeno la popolazione di questa città".
Anche Galdor, spronato dalla visione della regina, intervenne "Questa vendetta sta degenerando, mietendo vittime indiscriminatamente. Prendete ciò per cui siete qui, ma lasciate in pace questa gente"
"Non abusate della mia pazienza!" interruppe bruscamente Ezimeth con lampi scarlatti pulsanti dalle pupille. "Vi avevo dato la possibilità di restarne fuori... ma vedo che la vita non vi preme se scalpitate tanto per salvare qualche misero zotico. Sarà ancor più gustoso assaporare la vostra disperazione quando anche la vostra ultima speranza sarà infranta" un ghigno di puro sadismo gli si dipinse agli angoli della bocca prima che proseguisse soddisfatto "Il fiore sboccerà all'alba del secondo giorno da oggi strappando alla regina la vita ed il senno al re. Voi prima di quel limite dovrete salvare un'anima che sta per cadere vittima della maledizione e con il suo rancore l'alimenterà ulteriormente. Essa appartiene ad una donna che in questo momento lotta per difendere il suo tesoro più prezioso dall'orrore che avanza, vaga senza rifugio per i vicoli della città; lì dove le merci più preziose giungono in questa città da terre lontane, e presto perderà tutto per mano di ciò che un tempo fu la sua vita...divenendo per sempre mia! Prima ancora di avere l'anima della regina, avrò anche le vostre!"
Detto questo Ezimeth scomparve in una colonna di fuoco innalzatasi fino a perdersi nel più nero del cielo, lasciando dietro di sè solo l'eco della sua tetra risata.
Le nostre reazioni furono disordinate. Nel tempo che Driz proponeva un coordinamento nelle ricerche, altri si erano già diretti verso la città. Malekit fu uno dei primi, in silenzio, a congedarsi per seguire il suo istinto. Altri lo seguirono rapidamente, dopo aver scambiato poche parole con il re, che pareva essersi chiuso nel suo dolore.
Personalmente mi ritrovai paralizzato. L'idea di non sapere dove cominciare le ricerche e soprattutto di come poter riconoscere la donna menzionata da Ezimeth, mi stava letteralmente frustrando. Cercai di concentrarmi sulle parole di quell'empia creatura sforzandomi di capire come riconoscere una simile donna tra quante avrei potuto incontrare in città...e così assorto quasi non mi resi conto di avere ai miei piedi la spada che il re aveva lasciato cadere nel correre in soccorso dell'amata. Il freddo acciaio della sua lama risplendeva flebile. L'antica spada delle Ere, custode di poteri inimmaginabili e di cui ben poco ero riuscito a sapere, ed era lì, quasi a chiamarmi.
Lentamente, a metà tra il fascino di poter tenere tra le mani una simile arma, forgiata in chissà quale epoca, e una sorta di mistico rispetto per il potere che in sé serbava, infusole da chissà quale creatura, la raccolsi. Per un attimo fui seriamente intenzionato a restituirla al suo legittimo proprietario "Sire... la vostra spada...".
Il re era rimasto solo e non sembrava curarsi di altro che della regina tra le sue braccia. Quella mistica lama tra le mie mani... giustificai il mio gesto: in quello stato Elderion non si rendeva conto di altro che non riguardasse la sua sposa.
Fu così che mi sentii persino legittimato affinché il potere della spada delle Ere potesse tornare a servire il re e la regina attraverso le mie mani. Presi a percorrere la scalinata quando una strana consapevolezza si fece largo in me... il potere che la lama possedeva sembrava volesse pervadere la mia più profonda essenza.
Mi ritornarono in mente parole che mi furono sussurrate in un tempo che avevo ormai dimenticato "Il tuo cuore è libero. Abbi il coraggio di seguirlo" Le parole di mio padre!
Il padre di cui non mai avuto memoria... nella mente non un volto conosciuto da abbinare a quella parola, ma ora... avevo un suo ricordo!
Una nuova energia sembrava farsi largo dentro di me: quanto fosse per merito del potere dell'antica spada e quanto per la gioia di quella luce affiorata dalle tenebre della mio passato, non saprei dirvi.
Sembrava quasi che nulla fosse più in grado di toccarmi, la pioggia stessa, che pur incessantemente cadeva, nemmeno la sentivo, nonostante fossi fradicio da cima a fondo. Improvvisamente una creatura simile a quella che aveva preso il posto dello sfortunato campione del torneo, mi sbarrò il cammino. Stavo percorrendo la strada maestra e quest'immondo incubo, dalle dimensioni più contenute rispetto all'oscenità incontrata all'arena, con artigli lunghi e affilati alle estremità di quelle che sarebbero paragonabili a braccia, vomitando un alito fetido mi fissava minaccioso.
Strinsi la spada nelle mie mani e tutto fu un attimo dilatato. Nel tempo che la creatura caricò passai dalla posizione di guardia ad una strana postura che non mi apparteneva.
Più che ad affrontare il mostro che sopravanzava era la spada a guidarmi in movimenti che non potevo che non assecondare perché erano la naturale risposta ad ogni movimento della bestia.
Ogni fibra di ogni mio muscolo rispondeva al suo muto comando: ero uno strumento consapevole Non era la mia volontà a determinare i miei movimenti, ma il mio corpo rispondeva ad una volontà di gran lunga superiore alla mia, e io ero solo un lucido spettatore di quella entità.
Quasi potesse leggere ogni movimento del mostro prima ancora che lo completasse, ecco che il mio corpo si muoveva per anticiparlo. Parato con un colpo alto e schivato un affondo con uno scarto sulla sinistra, proseguii in una rotazione elegante e naturale, quasi fosse una danza.
Abbassai la lama della spada che, a rotazione completata trovò l'arto superiore della bestia, tranciandolo di netto, quasi fosse un fuscello. Incurante della ferita infertagli, il mostro cercò di mordermi le braccia tese nella posizione finale della rotazione. Ancora una volta la spada sembrò anticiparne le intenzioni. Facendo una mezza rotazione del polsi caricai su di essi la spada che colpì d'incontro il mostro proprio al tozzo collo prima che le sue orribili fauci potessero raggiungermi.
Questa volta il colpo piegò le gambe alla creatura... il collo era troppo grosso perché il mio colpo lo potesse recidere di netto, ma risultò ugualmente fatale.
Si era svolto tutto in pochi istanti, e fu tanto intenso quanto innaturale che mi riscoprii a non aver nemmeno il respiro affaticato, quasi non fossi stato nemmeno io quello impegnato nello scontro.
Nell'istante in cui un lampo verdastro squarciò l'oscurità del cielo, un'altra folgore sconquassò il mio animo. Come non averci pensato subito! Quale tesoro più prezioso che una donna potesse mai voler difendere a costo della propria vita... se non la vita stessa! Il sangue del suo sangue... ma certo! Poteva benissimo trattarsi di una madre.
Avrei cercato una donna nel disperato tentativo di portare in salvo il frutto del suo grembo, forse proprio da chi insieme a lei aveva condiviso anima e cuore.
Ora avevo un punto da cui partire... era ancora una ricerca disperata. La città era piena di vicoli bui, non sarebbe stato affatto facile, e non avevo nessuna garanzia che si trattasse di una simile donna.
Strinsi la spada, avevo forse più di quanto avessi bisogno: a volte è sufficiente sperare in un sogno perché questo prenda vita. La regina... l'intera città e chissà quant'altro sarebbe perduto se non fossero state tentate tutte le strade.
Avevo scelto la mia: ascoltare ancora una volta la voce mio cuore.


CAPITOLO 7: Terzo giorno (3)

Mi ritrovai poco lontano dalla zona portuale della città. L'aria salmastra e la foschia che a tratti s'infittiva in veri e propri banchi di nebbia, era la prima conferma. I vicoli si susseguivano uno dopo l'altro. Troppo simili per uno sconosciuto come me. L'atmosfera era resa ancor più spettrale da un irreale silenzio in cui sembrava fosse caduta l'intera città. Una sensazione ovattata stava lentamente inibendo i miei sensi. D'improvviso qualche urlo di terrore poco lontano. Un'ombra furtiva mi faceva voltare di scatto. Tutto pareva concorrere per guidare anche me verso la follia che ormai regnava da... già: da quanto? La foschia ottenebrava la vista e l'udito, ma anche la percezione del tempo era ormai un lontano ricordo. Come se fossi in balia di una spirale, che lenta ma inesorabile, mi stava allontanando da ogni riferimento reale e logico, così stavo percorrendo i vicoli, sempre più vicino alla disperazione mentre sentivo riecheggiare nella mia mente la risata di Ezimeth.
Una fitta mi colpì al petto, tanto forte da farmi vacillare. La mia mano a stringere le carni quasi a volersi liberare del cuore. Il mio viso contratto in una smorfia muta di sofferenza. Il Fiore di Bella Vita... o una suggestione? Il dolore passò, e con un sospiro mi rilassai. Riuscii a sentire il sommesso sciabordio delle onde sul molo poco distante. Ebbi persino la sensazione di sentire il pianto di un bambino. Quanto mancava ancora prima che perdessi il lume della ragione?
Potevo forse correre senza meta rincorrendo ombre e suoni come se fossi una damigella isterica?
Mi sedetti e incrociando le gambe cercai, concentrandomi, di riprendere contatto con me stesso e con la realtà. Rimasi in quella posizione qualche istante. La lama della Spada delle Ere tra le mani, appoggiata di piatto sulla mia fronte. Gli occhi chiusi. Il lamento di quel bambino. Ora era così nitido: la stessa Spada pareva vibrare. Come con il mostro affrontato poco prima, nuovamente il mio corpo prese a rispondere alla volontà di quella magica lama. Quasi non fossi in grado di oppormi, realizzai di correre per le stradine del porto con una dimestichezza che non mi apparteneva. Correvo sempre più veloce, verso una destinazione che non pareva conoscere né il mio corpo né la mia mente, destreggiandomi lungo un dedalo di viottoli. Quando ormai ero pronto ad accettare di essere definitivamente in balia di chissà quale sortilegio, convinto di essere ormai irrimediabilmente impazzito... fu allora che li vidi.
Una giovane donna coraggiosamente proteggeva con il suo corpo il bambino che teneva tra le braccia. Stremata dalla fatica, solo il suo sguardo era ancora una disperata richiesta d'aiuto, un grido che la sua gola senza voce non riusciva più ad emettere. A pochi passi di distanza da loro, un uomo dalle vesti logore e sudice brandiva minaccioso una nera spada. Nel sollevarla al cielo ne vidi la lama rilucente di violacee sinistre incisioni mentre con poco più di un rantolo sommesso si apprestava a colpire la donna e il bambino.
Con un urlo selvaggio mi ritrovai a caricare l'uomo che, per nulla scosso, reagì con una velocità che non gli avrei mai attribuito e mi affrontò. Animato da una foga e da un'energia innaturale, a stento riuscivo a schivare gli affondi che con quella spada nera portava sempre più velocemente. Paravo sempre più a fatica i colpi che, pur mostrando d'essere in preda ad una cieca e folle furia, l'uomo portava sempre più pericolosamente prossimi al bersaglio. Era letteralmente incontenibile. Non dava il benché minimo cenno di volersi risparmiare, quasi non sentisse alcuno sforzo. Di contro, la fatica che non sentiva il mio avversario, sembrava la provassi doppiamente io. Provato dalla serie innumerevole di sventure, ad ogni colpo avevo la sensazione che non sarei riuscito a resistere a quello successivo.
Un primo affondo trovò la mia guardia in ritardo e non riuscì a deviare a sufficienza il colpo che, seppur di striscio, mi ferì alla coscia sinistra. Nuova adrenalina rifluì nelle mie vene e con rinnovato slancio mi gettai contro il mio avversario. Lo colpii ad una spalla e fu poco più di un graffio quello che riuscii a portare all'altezza della sua cintura. Non ci fu un solo attimo in cui in quegli occhi vidi altro che odio. Colpo dopo colpo, si gettava contro di me come se non si curasse minimamente della sua vita, alimentato esclusivamente dal risentimento. Diversamente che con l'ultimo mostro, la spada non si dimostrò altrettanto efficace. Perlomeno questo era quello che pensai prima che l'ennesimo affondo deviato a sufficienza da salvarmi la vita, non portò l'uomo a sbilanciarsi contro il mio petto.
La sua spada nera mi trafisse all'altezza del costato. Non so se il mio colpo lo ferì a sua volta. Rimanemmo in quell'improbabile abbraccio meno di un istante. Il suo volto si contrasse in una smorfia dopo essere stato a diretto contatto con il Fior di Bella Vita ancora appuntato sul mio giacchino ormai sudicio. Si ritrasse con un gorgoglio strozzato. Barcollando, indietreggiai di un passo. I polmoni mi bruciavano per lo sforzo, mentre cercavo di recuperare quanto più ossigeno possibile. L'uomo lasciò cadere la spada, portandosi le mani al volto. Quasi m'indignai al veder la spada nera frantumarsi quasi fosse di cristallo, con tanta semplicità, dopo tanti sforzi. Con sollievo trovai nel volto dell'uomo il suo sguardo, tornato ad essere umano.
Con voce tremante mi disse: " Ti... ti ringrazio. Mi hai impedito di dannare la mia anima per l'eternità... Grazie". Poi rivolgendosi quasi in lacrime verso la donna e il bambino, li chiamò per nome, quasi ad invocarne il perdono. "Fianna... Terin" le forze però lo abbandonarono e si accasciò al suolo privo di sensi.
Io stesso, stremato, mi ritrovai a dover puntare la Spada delle Ere a terra e ad appoggiarmici pesantemente. La donna, corsa ai piedi del compagno, mi rivolse in un sussurro tutta la sua gratitudine "La salvezza è giunta. Le mie preghiere sono state ascoltate. Grazie... grazie"
"La salvezza non è ancora giunta. Alzatevi." La invitai a fatica a sollevarsi caricandosi il braccio dell'uomo dietro il collo per trasportarlo. "Trovate un riparo e chiudetevici. Il vostro compagno avrà bisogno delle vostre cure. E' ancora lontano il momento in cui potremo nuovamente sentirci al sicuro. E' stato solo un caso che vi trovassi lungo il mio cammino."
"No, mio signore." rivolgendomi uno sguardo carico di nuova luce "Ho sognato un lupo fatto della stessa materia dell'inferno. Mi inseguiva senza tregua, minacciando la mia vita e quella di mio figlio. Poi ho visto la vostra spada dissolvere l'oscurità. Non siete giunto per caso, mio signore. C'è un disegno per ognuno di noi e io ho visto parte di questo disegno".
Le parole della donna mi fecero tornare in mente le condizioni che Ezimeth aveva dettato per la vita della regina. La spada delle Ere mi aveva permesso di trovare la donna misteriosa.
"La catena della maledizione... è quindi spezzata!".
Fianna mi guardò teneramente "Non so a cosa vi stiate riferendo, mio signore. Vi posso solamente assicurare che vi sarò eternamente grata. Ogni istante che vivremo sarà solo grazie a voi". Lentamente si trascinò via il compagno con il piccolo Terin sempre in grembo.
Con una nuova speranza nel cuore cercai di ripercorrere la strada per il castello, pur se appesantito nei miei passi dalle ferite riportate e dalla stanchezza accumulata. Una nuova luce sentivo scaldarmi il profondo dell'anima. Che fosse veramente finito tutto?
Bisognava esserne certi che il Signore della Vendetta avesse rinunciato al suo ignobile disegno. Ogni passo mi causava fitte alla gamba e al costato, che pur se fasciati alla bell'e meglio continuavano a sanguinare. Quando infine giunsi al maniero di re Elderion l'entusiasmo mi scese: non aveva per nulla l'aria di essere meno tetro e pericoloso di come l'avevo lasciato.
Desolato, anche le guardie si erano date alla fuga. Solo pochi e vili sciacalli cercavano di appropriarsi di qualche oggetto di valore prima di seguire quanti avevano già abbandonato il castello al proprio destino. Penetrando nei saloni incontrai pochi servi terrorizzati. Fermandone uno mi feci dire dove fossero le stanze reali e se avessi trovato là re Elderion. Mi sarei aspettato di trovarlo ancora accanto alla sua sposa. Terrorizzato, si divincolò dalla mia presa con cui gli serravo un braccio "Il re è sceso al tempio sotterraneo... non è mai stato nei suoi alloggi. E' impazzito! Non sto qui un istante di più... Siete pazzo anche voi se non pensate di mettervi in salvo... sono tutti impazziti!" e fuggì sconvolto verso l'uscita del maniero.
Dopo alcuni tentativi a vuoto, trovai la massiccia scala in pietra che scendendo, conduceva ai sotterranei. Afferrata una torcia da una parete, iniziai a percorrere i suoi robusti gradini fino a scendere diversi piani. Il lato oscuro, nero e pulsante di quella costruzione era ora davanti ai miei occhi. Intravidi celle dalle quali i detenuti ora imprecavano ora supplicavano qualcuno che venisse a liberarli. Inoltrandomi sempre più profondamente trovai quella che anche a prima vista non poteva ingannare nessuno: tavoli e strumenti tortura, macchine di cui, pur ignorandone il funzionamento, gli scopi mi erano ben chiari. Continuai a scendere finchè non giunsi ad una enorme cripta che pareva essere stata scavata nella solida roccia. Al centro dei quella sorta di mistico santuario, la regina giaceva distesa lungo un marmoreo altare rosso. Al suo cospetto stava re Elderion, il viso segnato dal dolore e dalla disperazione. Passo dopo passo, mi avvicinai all'altare. Le pareti del santuario erano spoglie. La nuda pietra conferiva a quell'ambiente un aspetto ancor più lugubre di quanto non fosse. Dal petto della regina un bocciolo di Fior di Bella Vita pareva sul punto di aprirsi da un momento all'altro. Di contro, il pallore del volto della nobildonna non era per nulla rassicurante. Tesi la Spada delle Ere al suo legittimo proprietario, aspettando che la prendesse dalle mie mani aperte e tese come in una offerta pagana. Come se non fosse in grado di vedere altri che la sua amata, Elderion non diede cenno di vedermi. La deposi accanto al corpo della regina e mi avvicinai all'uomo, nel tentativo di riportarlo alla realtà.
Improvvisamente, una sfera di rosso scarlatto fumo si materializzò. Al suo interno la risata di Ezimeth annunciò quello che gli occhi videro solo in un secondo momento. Cavalcava l'inseparabile lupo di fiamme da cui troneggiava con la sua corazza di bande di nero cuoio attaccate direttamente alla cinerea pelle da macabri uncini.
"E' stato divertente osservare il vostro affanno nel tentare di salvare quest'elfa dalla morte ed il suo patetico sposo dalla follia. Tuttavia non mi è piaciuto il finale della commedia". Il lupo rimarcò le parole del suo padrone con un ringhio fiammeggiante.
"Ora ci penserò io a darle un lieto fine" minacciò con un ghigno sadico e un lampo rubino dagli occhi, mentre con un balzo della bestia mi raggiunse. "Ora consumerò le vostre vite!"
Indietreggiai d'istinto e per poco non caddi. Con la mano sinistra tenevo premuta la ferita del costato quasi a volerla proteggere dalle fauci del lupo, che sembrava aver fiutato l'odore del sangue almeno quanto quello della mia paura.
Ora che non avevo più la Spada delle Ere potevo solo contare sulla mia ben più modesta lama. Pur se in diverse situazioni me l'ero cavata grazie al suo filo, la situazione era drammatica. Lo scontro troppo palesemente impari. Le ferite riportate oltre alla stanchezza e alla differenza tra me e Ezimeth... sarebbe bastato il suo lupo ad incenerirmi!
Per quanto forti e superiori mi fossero stati gli avversari che ero finora riuscito a superare, quelli che ora stavo affrontando erano formidabili. Come se ciò non fosse sufficiente, il Fior di Bella Vita aveva preso ora causarmi dolori lancinanti. Forse era solo suggestione, ma ebbi la chiara sensazione che Ezimeth avesse il controllo di quei dannati fiori. Avevo fatto appena in tempo a schivare una carica del lupo, quando di giunse in pieno volto il rovescio di Ezimeth. Mi aveva colpito con il dorso della lunga mano. Le borchie e i ganci che l'assicuravano alla sua pelle, avevano lacerato la mia. Un rivolo di sangue mi colava ora dall'occhio. Tutti a vuoto invece i miei tentativi di attaccare i due. Ero poco più di un patetico cucciolo contro un predatore a me superiore in tutto. Goffo in ogni movimento, ero impacciato al confronto della grazia e dell'agilità del lupo. Ezimeth si divertiva a giocare con me come il gatto con il topo, e per quanto ne fossi consapevole, la frustrazione per non essere in grado di fare altro, stava bruciando ogni mia energia residua.
I miei colpi andavano sistematicamente a fendere l'aria. Ubriaco di dolore, ferito, stremato e sotto l'influsso del Fiore: la situazione si faceva sempre più disperata. Avrei perso presto anche la lucidità mentale. Più volte persi l'equilibrio e solo l'orgoglio mi fece rialzare. Più Ezimeth si beffava di me e più la mia reazione gli dava soddisfazione. Ad ogni caduta si faceva sempre più faticoso e doloroso rialzarsi. Ormai avevo deciso: sarei morto in piedi e con la mia spada in pugno. Cercai dentro di me un pensiero felice per contrastare anche con lo spirito il sedicente Signore della Vendetta, vista l'impossibilità di resistergli fisicamente.
Non avrei dannato la mia anima con un pensiero di odio in punto di morte.
Vidi verdi distese... dei bambini giocare e... Finisterre... Nakir e le sue scuderie... un piccolo riflesso, una presenza forse, diventare un raggio di luce e diffondersi sempre più... mentre il terribile lupo di fuoco, a fauci spalancate, si apprestava a infliggermi il colpo definitivo.
Il calore generato era insostenibile. Avevo la percezione della mia pelle che si stava ustionando. Chiusi gli occhi e attesi l'inevitabile.
Poi un sibilo frustò l'aria, seguito da un gorgoglìo di dolore. D'improvviso la sensazione di calore scemò fino a lasciarmi per contrasto, freddo. Che fosse l'inizio di un viaggio più lungo? Pensai di essere già morto. Timidamente aprii gli occhi. Da quello di destra il sangue rappreso dalla ferita non mi permise di vedere nulla, ma con l'altro riuscii a scorgere Ezimeth a carponi a terra. Del lupo fiammeggiante non vi era più nessuna traccia. Dal collo del suo padrone spuntava una lama lucente, in contrasto con il nerastro e putrido sangue che colava copioso lungo le sue cineree membra.
Alle sue spalle una figura si stagliava, rivelando lentamente la sua identità emergendo dai fumi in cui pareva essersi dissolto il lupo infernale. Era re Elderion e nella spada conficcata nel collo di Ezimeth riconobbi la Spada delle Ere. Con un ultimo sforzo, il demone riuscì a sfilarsi la lama dal collo e a scagliarla lontano. "Che tu sia maledetto in eterno... Elderion! Siate tutti maledetti! Non dimenticherò l'affronto. Mai!" trovò modo di sentenziare con queste parole prima di dissolversi in un mucchio di carne putrida.
Quasi il mio corpo avesse realizzato di non dover più resistere, caddi, dapprima in ginocchio. In un attimo riuscì a scorgere la regina sollevarsi dall'altare. Il Fiore di Bella Vita era a terra, appassito e il caldo sorriso della regina accompagnava la mia caduta come in un morbido abbraccio.
"Ho il mio pensiero positivo... posso anche morire sereno" Fu il mio ultimo pensiero prima di perdere i sensi.


CAPITOLO 8: Quarto giorno

Mi risvegliai quasi sorpreso di aver riposato serenamente. Mostri, bagliori smeraldini nel buio, fiori dagli aromi suadenti... tutto quello che nei miei ultimi giorni aveva popolato sia i miei incubi che le mie giornate, sembrava avermi concesso una tregua.
Aprendo gli occhi al timido sole del mattino, mi chiesi se non stessi sognando.
Con cautela mi sollevai dal comodo letto.
Il timore si sollecitare le recenti ferite si rivelò infondato. Ero stato completamente spogliato, lavato e medicato da mani delicate e sapienti. Il risultato era stupefacente.
Un leggero imbarazzo crebbe in me al constatare che qualcuno si era preso cura del mio corpo con tanta dedizione, disponendo della mia nudità indifesa senza che me ne rendessi minimamente conto.
Lo stupore aumentò ancora quando realizzai il lusso da cui ero circondato. Velluti e stoffe pregiate ornavano il letto a baldacchino da cui mi ero alzato, un tavolo da salotto, le sedie di complemento, i tendaggi, i tappeti e gli arazzi. Tutto era di un gusto squisito per quanto ricercato.
Sul dorso di una sedia erano state disposte delle raffinate vesti. Non trovando traccia delle mie, compresi che chi mi aveva curato, avrebbe preferito vedermi con quelle vesti, piuttosto che con i miei logori seppur comodi panni.
La ferita al petto si tese nei movimenti che feci nel vestirmi. Anche il taglio alla coscia riprese a farsi sentire. Leggermente claudicante mi avvicinai così vestito alla porta, quasi timoroso delle sorprese che mi avrebbero atteso dall'altro lato: ne avevo avuto veramente a sufficienza.
Decisi comunque di seguire il suono di quello che sembrava essere un banchetto. Più della mia volontà potè il mio stomaco: l'idea di mettere qualcosa sotto i denti dopo tanto tempo mi attirava nonostante non avessi nessuna intenzione di altro clamore.
Giunsi così alla maestosa sala del trono. La corte e tutto il suo seguito pareva esservi radunata. Centinaia e centinaia di persone... quelle che tanto celermente avevano poco prima abbandonato il maniero, erano ora riunite a festeggiare il re e la tanto amata regina.
I più rapidi a defilarsi erano di sicuro ora i più vicini ai sovrani, tutti disposti al lati della grande sala. Un lungo tappeto di pregiato velluto scarlatto attraversava la sala per tutta la sua lunghezza, dagli scalini dell'enorme portale dove mi trovavo, fino ai troni di re Elderion e della sua amata sposa, la regina Firih.
Alla mia comparsa la gente esplose in chiassose grida di acclamazione. Ci misi qualche istante a comprendere che erano rivolte a me. "Gloria al salvatore della città!", "Viva l'eroe straniero!"
Rimasi intimorito e sbigottito, finchè non incrociai lo sguardo di Galdor. Insieme a Kikka, Malekit, Taal, Temperley. Tutti quanti erano schierati davanti al re. Uno più elegante dell'altro, ero letteralmente stordito da tanto clamore e vedere quei visi conosciuti agghindati, come me del resto, in quei panni eleganti e raffinati, mi fece sorridere.
La gioia fu ricambiata. Larghi sorrisi comparvero anche sui volti dei miei amici. Probabilmente non ero meno ridicolo di loro in quei panni tanto eleganti. Peccato solo non ci fosse il barbaro... sarebbe stato indimenticabile!
Anche la regina si avvide del mio ingresso e, alzandosi, con la grazia che contraddistingueva ogni suo gesto, mi fece cenno di raggiungere lei e i miei compagni.
Con buona lena cercai di percorrere il lungo tappeto, ma mille mani cercarono le mie, chi per stringerle, chi per farmi dono di fiori profumati elaborati in splendide ghirlande e composizioni varie. Superando l'avversione ai fiori che avevo sviluppato, mi lasciai contagiare da quell'euforia generale. Quando raggiunsi il gruppo ero quasi ebbro di tanta euforia e il dolce sorriso della regina contribuì notevolmente a rendermi più gioviale. In quel mentre, il re, alzatosi, proclamò a gran voce: " Per voi è giunto il tempo della gloria, i vostri nomi saranno scritti fra quelli degli eroi. Non ci sarà più una lunga notte di morte, ma giorni di luce su ognuno di noi. Avete sfidato il destino ed avete vinto, avete dato coraggio alla disperazione. Gloria! Gloria ai Signori del Destino!"
La risposta fu corale. Tutti i presenti fecero eco alle parole del re con entusiasmo "Gloria! Gloria ai Signori del Destino!"
Per quanto fossi euforico, non riuscii ad aggiungere la mia voce al coro. Poco avvezzo ad una simile celebrazione tanto pomposa, ne ero più frastornato che affascinato. Fondamentalmente a disagio di fronte a tutto quel clamore, attesi impazientemente il momento per defilarmi non visto.
Con un profondo sospiro liberatorio mi fermai un istante sulla soglia di una porta che dava accesso ai giardini. Sembrava trascorsa un'eternità, invece solo poco tempo prima Ezimeth e il suo dannato lupo di fiamme si era materializzato proprio dove stavo guardando.
Il cielo stesso era ora terso e limpido come nemmeno avrei potuto sospettare potesse tornare ad essere. Strappai uno stelo di erba, sfuggito a qualche giardiniere e, portatolo alla bocca, mi avviai verso l'uscita. Non vedevo l'ora di recuperare Finisterre.
Ero preoccupato di quanto potesse esserle capitato in tutto quel delirio. Senza rendermene quasi conto stavo praticamente correndo, forse per tornare al più presto a cavalcarla spensierato in terre a me più congeniali, forse per lasciarmi quella città alle spalle prima possibile.
La Città delle Stelle sarebbe stata presto un ricordo che avrebbe dovuto contendersi con altri lo spazio per non perdersi nelle nebbie della mia memoria.
 


 

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