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Il Mistero della Città delle Stelle
 

Immagine del racconto

Vendicatore

CAPITOLO 1

Accetto il fiore di bella vita e visto che le locande sono piene, dormirò all'esterno della città. Cosa ho intenzione di fare... farò un giro nei dintorni della città, tanto per capire quale sia il posto migliore dove fermarmi.

CAPITOLO 2

Mentre mi dirigevo verso la strada centrale, quasi venivo spinto in avanti dal resto della gente che letteralmente correva. La mia statura tutt'altro che elevata mi convinse a fare presto, arrivai sulla strada ma volevo una posizione più elevata, vidi un chiosco di un venditore di frutta, senza farmi vedere balzai sul tetto di legno e rimasi lì seduto ad osservare la scena.
Presto i lati della strada si riempirono di persone, grandi e piccoli, gli spettatori guardavano tutti verso una direzione al suono della trombe.
Mi stavo venendo il torcicollo a guardare alla mia sinistra. Osservai quindi quello che succedeva di fronte a me. Alcuni bambini si rincorrevano sulla strada, un bottegaio guardava la folla a braccia conserte davanti alla sua porta. Lo sguardo mi cadde su una giovane donna che distribuiva dei festoni a bambini e a chiunque ne volesse. Davvero attraente pensai ma subito l'immagine di Kethry si fece strada nella mia testa e lì rimase fin quando lo sguardo non mi cadde su un ragazzo che diede uno spintone fortuito ad un uomo e chiese prontamente scusa. Il mio occhio riposato però noto subito che il ragazzo indugiava con grande abilità e velocità nella bisaccia dell'uomo, mentre lo aiutava a rialzarsi. Non avevo voglia di scomodarmi dalla mia comoda postazione, però da Dragone non potevo non intervenire.
Staccai una scheggia di legno dal tetto del chiosco, la sfregai con un dardo narcotizzante che tenevo nella scatoletta, caricai la cerbottana e centrai il collo del ragazzo proprio mentre questo si stava allontanando in fretta, il ragazzo ebbe il tempo di uscire dalla vista della gente e ben presto si accasciò a terra addormentato. Scesi dal chiosco, recuperai la bisaccia dell'uomo e tornai sul tetto della bancarella. Presi la mira e lanciai la bisaccia sui piedi del distratto che la recuperò convinto di averla semplicemente persa. Tornai ad osservare la folla che intanto era aumentata. Il corteo era ormai in prossimità della curva che la strada faceva verso il centro.
Sopraggiunsero dei soldati che anticipavano il corteo, i soldati mandarono via i bambini dal centro della strada, il corteo stava arrivando.


CAPITOLO 3

"Ma quel fiore è uguale a quello che mi hanno donato fuori dalla città..." pensai quando vidi il fiore. "Casato di torre oscura... chissà perchè tutti tremano" non ebbi tempo di pensarlo che rimasi letteralmente di stucco quando quel vecchio si sbriciolò diventando un cumulo di animaletti infidi. Mi alzai in piedi sul tetto della bancarella, forse fui un po' troppo irruente perchè nel farlo crollai a terra. Ero caduto bene tutto sommato, non avevo nulla, mentre mi rialzavo un enorme ragno camminò sulla mia mano. La mia aracnofobia mi colse in pieno e scagliai l'insetto lontano da me.
Incurante del dolore ad una gamba, mi rialzai di scatto e corsi verso la carrozza del re, il vecchio non c'era più ma tanti animaletti ora vagavano per la strada e la gente fuggiva da loro terrorizzata. La strada si svuotò abbastanza in fretta. Quasi persi di vista il corteo che schizzò via fulmineo verso l'arena. Non sapevo oggettivamente che cosa fare, un soldato era rimasto indietro per pattugliare la strada, non sapevo per quale motivo. In ogni caso mi diressi verso di lui per chiedergli informazioni. Mi accostai, lui fece finta di non vedermi, evidentemente non voleva avere scocciature oppure aveva molta diffidenza.
"Soldato, la manifestazione è finita?"
"Dici bene straniero, la manifestazione è finita qui, e quasi sicuramente tutte le iniziative fino a stasera, ora vai via, quando c'è di mezzo il casato di Torre Oscura bisogna stare all'erta".
"Casato di Torre Oscura? Che diavolo è? Perchè tutti quanti sono rimasti sconvolti da quel nome?".
"Straniero... non posso rispondere alle tue domande... stasera allo spettacolo di magia potrai interrogare chi vorrai su questo argomento, adesso non troverai nessuno disposto a raccontarti qualcosa di quel casato, sono tutti intenti a scappare e a nascondersi".
"Forse ti interesserebbe sapere che ho visto uno strano uomo vestito di nero, aveva un'espressione strana, mi ha raggelato il sangue nelle vene".
"Senti, che cosa potrei trovare di interessante in quello che mi hai detto? Non mi interessa, vai via!". Questa volta mi decisi a non scocciare più la guardia e tornai in strada. Decisi di andare a fare un giro per la città, magari avrei trovato qualche indizio. Mi interessava sapere qualcosa sul casato ma anche su quel fiore, probabilmente ne era il simbolo. Era ora di pranzo, mi fermai in una locanda, forse avrei trovato qualcuno disposto a darmi delle risposte. Scelsi la locanda e iniziai a mangiare, in quel momento entrò un ragazzino vestito poveramente che iniziò a chiedere l'elemosina a tutti. Improvvisamente ebbi un'idea, aspettai che il ragazzino mi fosse vicino quindi non gli diedi nemmeno il tempo di porgermi il barattolo che teneva in mano e gli dissi: "Ciao come ti chiami?"
Lui rimase stupito, si guardò intorno quindi rispose: "Anton"
"Senti, se ti offro un pranzo risponderai ad alcune domande che ti farò?"
"Se sono domande a cui posso dare risposta... sì".
"Scommetto di sì, dai siediti, oggi è il tuo giorno fortunato". Ordinai anche per lui, io avevo quasi finito il secondo.
Chiesi al ragazzo del casato di Torre Oscura. Smise di masticare l'avido boccone che aveva in bocca, mi fissò, finì di mandare giù tutto e sottovoce mi raccontò quello che sapeva. La mia espressione curiosa lo rassicurò e mi disse parecchio. Interrogato sul fiore, purtroppo scosse la testa dicendo che non ne sapeva niente. Volevo mostrarglielo ma, ricordandomi la reazione che tutti avevano avuto alla vista del fiore, preferii lasciarlo nella scatoletta dei dardi. Finito il pranzo, ringraziai il ragazzino che mi sorrise, mi ringraziò a sua volta e se ne andò. Passai metà del pomeriggio a riposare, pensando e ripensando a quello che il ragazzino mi aveva raccontato sul casato. Decisi che sarei andato allo spettacolo di magia.


CAPITOLO 4

Ero veramente stanco, gli spettacoli mi avevano rallegrato ma francamente ne avevo abbastanza.
Tornai verso l'albergo in cui alloggiavo, sentii qualcuno urlare.
Mi destai dai miei pensieri, l'avevo davvero sentito? Una vocina mi diceva:
"Vend! Smettila dai! Possibile che intorno a te debbano sempre succedere delle disgrazie? Ci sarà una serata in cui tu non debba preoccuparti di niente" ma un'altra ripeteva semplicemente: "Agisci! Agisci! Agisci! è lì, lo sai, l'hai sentita! Non fare lo gnorri! bla bla..." volevo darmi una botta in testa per impedirmi di sentire le vocine. Un uomo che correva quasi mi travolse, non mi diede attenzione e corse in direzione dell'urlo...
"Ma quale urlo... era la tua immaginazione!!! Lo vuoi capire?" ma decisi di non ascoltare quella vocina. L'altra se ne stette zitta ma accorsi in poco tempo verso il luogo dove mi pareva aver sentito l'urlo. Non ero il solo ad aver sentito l'urlo, altra gente correva nella mia stessa direzione.
Giunsi in un vicolo. Era buio... non vedevo niente, la mia vista notturna era sempre stata scarsa. Il mio olfatto però era sempre attivo e l'odore di morte che veniva da quel vicolo era davvero ripugnante. Un uomo mi raggiunse alle spalle e portava con sè una lampada ad olio. Il vicolo si illuminò e vidi con chiarezza una donna appiattita al muro di una casa che gemeva di terrore, ai suoi piedi giaceva un cadavere divorato dai vermi.
Mi tornarono immediatamente in mente le immagini del vecchio che aveva salutato il re. L'odore del cadavere mi risveglio dai miei pensieri, mi avvicinai alla donna, era perfettamente cosciente ma era paralizzata dal terrore perchè cercava disperatamente di arretrare ma la paura le aveva annebbiato il senso del tatto perchè il muro che la tratteneva era un ostacolo decisamente eccessivo.
Le afferrai una spalla, le si voltò verso di me, il suo sguardo era tutto un programma. Un altra persona la prese per un braccio e la spinse verso di me. La portai via e la affidai ad un campanello di gente che si era accostato per vedere la scena. Io spostai subito la mia attenzione sul morto, cercai di avvicinarmi ma non ne ebbi il tempo perchè arrivarono delle guardie e cacciarono via me e tutti i curiosi. Coprirono il cadavere con una coperta.
Mi allontanai assorto nei miei pensieri.
Andai a dormire ma non riuscii a fare tanti bei sogni, anzi...


CAPITOLO 5

Mi avviai verso l'arena. Scesi in strada e iniziai a camminare velocemente verso l'arena, volevo capirci qualcosa di più di questo posto. Pur facendo poco caso alla gente intorno a me, vidi delle facce che non mi piacevano, ma non erano facce da delinquenti, facce da da ipnotizzati. Pensai che fosse solo un'impressione, quindi continuai a camminare verso l'arena.
All'entrata notai subito il gran dispiegamento di forze, un armigere mi chiese di consegnargli le mie armi. Lasciai lui le mie falci, ma il coltello che tenevo legato al polpaccio e i miei shuriken preferii portarmeli dietro. Presi posto nell'arena, c'era già tantissima gente.
Iniziò lo spettacolo, mi guardai distrattamente intorno ma non vidi nessuno di sospetto. Tornai a guardare lo spettacolo che mi prese a tal punto che ad un certo punto mi svegliai come da uno stato di trance. Mi ero incantato, rare volte avevo visto questi spettacoli in vita mia. All'improvviso un uomo molto alto, seduto di fronte a me, si alzò non appena un cavaliere fu disarcionato. Imprecai, la mia poca altezza mi impediva di vedere lo spettacolo, mi alzai in piedi per vedere meglio. Diedi uno sguardo al cielo e rimasi di stucco. Il sole era sparito ma non me ne ero accorto, al suo posto una coltre di nuvole e poi degli strani lampi verdi solcavano il cielo.
Subito mi guardai intorno per commentare lo strano fenomeno con i miei vicini ma mi accorsi con stupore che nessuno si era accorto di niente.
Sembravano tutti impietriti nel guardare lo spettacolo. I volti di quella gente mi spaventavano, avrei tanto voluto dire: "ehi guardate lassù" ma qualcosa mi fece morire le parole in bocca... Rimasi seduto, tesissimo, al mio posto, diedi uno sguardo all'uscita più vicina. Non era molto distante, questo mi confortò. Strinsi nelle mie tasche gli shuriken, una cosa mi sorprendeva, la gente intorno a me sembrava perfettamente normale, rideva, parlava, ma gli occhi di tutte quelle persone mi sembravano comandati da qualcun altro.
Non avevo paura di chi c'era intorno a me ma il cielo mi inquietava.
Sbirciai di nuovo sopra di me, non era un sogno, quella cappa di nuvole c'era ancora e soprattutto quei bagliori verdi. Continuai a guardare lo spettacolo, teso come una corda di violino. Ero contento di aver lasciato nella mia stanza il fiore di Bella Vita. Il torneo continuò fin quando non rimasero due cavalieri, lo scontro fu lungo, non conoscevo nemmeno i loro nomi. "lord Cremmiand e lord Gwendam, due grandi cavalieri!". Pensai che appena lo scontro fosse terminato, me ne sarei andato subito, volevo ispezionare l'esterno dell'arena, ero sicuro che all'interno niente sarebbe potuto succedere. Mi sbagliavo di grosso, quando Cremmiand stese l'avversario e si preparava a vincere l'incontro, una scarica di tenebre lo raggiunse, dal cielo, lo immobilizzò, il cavaliere tremava, sorpreso. Guardai in alto, un vortice che nasceva dalle nuvole scendeva proprio sul cavaliere. "Guardate il cielo" urlò qualcuno accanto a me, e mi girai, notai subito che gli spettatori intorno a me avevano degli occhi... umani. Tutti guardavano ora in alto, ora in basso.
Nemmeno io sapevo dove guardare ma presto i miei occhi decisero che dovevo guardare in basso, verso l'arena. Vidi una delle scene più orribili della mia vita, lord Cremmiand cadde in ginocchio e si trasformò in un orribile mostro, sembrava un demone. Artigli, zanne, in breve quella bestia sanguinaria fece strage di tutti quelli nel raggio di pochi metri. Fui tra i primi a capire che se dovevo salvare la pelle mi conveniva levare le tende. Pensai di scendere ad affrontare il mostro ma mi accorsi subito che non avevo le mie falci; un pugnale e quattro shuriken non sarebbero mai bastati contro quella cosa.
La folla terrorizzata prese a scappare verso le uscite. In breve ci fu una calca pazzesca, cercavo di guadagnare metri verso l'uscita e l'avevo quasi raggiunta quando uno schizzo di sangue raggiunse un uomo che stava davanti a me. Non occorreva voltarmi per capire che cosa avesse provocato quello schifo, il mostro era dietro di me, una decina di metri, e tranciava la folla che cercava di scappare. "Beh, non ho intenzione di diventare un aperitivo" cominciai a scappare seriamente, utilizzando la mia agilità di dragone, ero piccolo, basso, magro e veloce, riuscì ad infilarmi nell'uscita abbastanza in fretta e corsi verso il luogo dove la guardia mi aveva requisito le falci, non avevo intenzione di affrontare il mostro ma se me lo fossi trovato davanti non avrei voluto fare brutta figura con le Dee. La folla mi spinse via dalla porta attraverso cui ero entrato, decisi di farne a meno per ora, sarei venuto a recuperarle dopo. Restare in strada mi sembrava troppo pericoloso e poi volevo valutare la situazione. Mi infilai in un vicolo e osservai la scena, c'era gente che scappava, chi era stato calpestato o era morto oppure veniva finito dal mostro che pareva più interessato ad uccidere piuttosto che soddisfare una certa fame. Stavo per andarmene quando vidi nella folla un elemento discordante: un vecchio stazionava al centro della strada e si preoccupava di evitare i terrorizzati cittadini che correvano all'impazzata.
Pensai subito ad un matto che si era messo in testa di affrontare il mostro.
Quando lo guardai meglio però riconobbi lo stesso uomo che avevo visto il primo giorno, il giorno della sfilata. Quegli occhi di ghiaccio difficilmente li avrei dimenticati e adesso erano lì, davanti a me. Come se avesse percepito il mio pensiero l'uomo si voltò verso di me, mi vide, e in una frazione di secondo si dileguò..."E no! Questa volta voglio scoprire chi sei temerario anzianotto..." ma questo tanto anzianotto non sembrava a considerare dalla velocità con cui si muoveva in mezzo ai viottoli della città. Faticai a seguirlo ma non lo persi di vista. Lo vidi entrare in una vecchia porta di legno che faceva da ingresso ad una torre diroccata. Entrai con una relativa facilità. Un odore di morte subito mi colse all'interno della torre.
Estrassi il pugnale d'istinto e con l'altra mano strinsi uno shuriken in tasca.
Mi avviai verso l'unica luce che vedevo: una botola che portava alla cantina della torre. Scesi subito, non era molto buio, i gradini mi diedero un po' d'impiccio; quando finii la rampa vidi intorno a me una scena orribile: il pavimento era disseminato di cadaveri e su questi avevano fatto radici i fiori di Bella Vita. Pensai al giullare, al vecchio del corteo, al mio fiore, lo stomaco fece qualche balletto su e giù. Per fortuna non avevo fatto colazione. Dovevo andarmene ma vidi di fronte a me un'altra luce che proveniva da una porta socchiusa.
Entrai in un laboratorio da alchimista.
L'odore era più accettabile, anzi... Quasi non feci caso al vecchio che stava ora di fronte a me, il suo sguardo era carico d'odio. Stranamente non avevo paura, prima che potessi aprire bocca questo disse: "Siano maledetti tutti coloro che si opporranno alla giustizia che monderà questa città perversa! Ora è troppo tardi per fermare la mia vendettaaaaah".
Detto ciò si sbriciolò di fronte a me e diventò uno scheletro. Un po' di pelle era rimasta, ma avevo altro a cui pensare, passai il pugnale sulla mano sinistra per poter lanciare gli shuriken. Ne afferrai due, il non-morto si lanciò contro di me, io subito cercai di colpirlo con gli shuriken, il primo andò a segno e gli portai via qualche costola, l'altro invece si fermò come d'incanto a pochi centimetri da lui e cadde a terra tintinnando. "Maledizione! Questo ha pure dei poteri magici".
La sicurezza che mi animava cadde di botto, avevo il terrore della magia negativa, dimenticai gli altri due shuriken e afferrai il pugnale. Improvvisamente lo scheletro sparì di fronte a me e riapparve improvvisamente a mezzo metro da me. Subito cercò di colpirmi ma mi parai con la piccola arma. La violenza del colpo fece volare via il pugnale ma qualche dito era però sparito dalla mano del non-morto. Ero disarmato, vista la forza dell'osso-buco, non avrei avuto scampo in uno scontro a mani nude. Cercai un'altra arma. Le dee mi furono d'aiuto, trovai un robusto bastone che era servito da manico di scopa e lo utilizzai contro il non-morto. Il combattimento si fece aspro, quel contenitore di midollo marcio non sembrava intimorito dalla mia bravura nel mulinare l'asta.
"Non ha niente da perdere, io sì, la vita" pensai e cercai di chiudere i giochi.
Non ci riuscivo, dopo qualche minuto ero già stremato, lo scheletro invece era "freschissimo" per così dire e si preparava ad attaccarmi di nuovo.
Avevo una voglia di vivere pazzesca, quando quel coso mi attaccò, puntai il bastone al collo del non-morto e lo centrai con tutta la forza che avevo.
Lo scheletro subito rimase sconvolto, quasi mi pareva provasse dolore, non stetti a compiacermi del gran gesto, cominciai a colpirlo, a casaccio, ma in fretta e senza dargli respiro". Diedi fondo a tutte le mie energie per stenderlo. Volevo colpirlo in testa ma sbagliai il colpo e lo centrai in pieno di nuovo sul collo. Questa volta qualcosa si ruppe, il mio bastone!
Stavo per fare le mie ultime preghiere quando vidi lo scheletro barcollare e crollare polverizzandosi all'istante. Tornai a respirare ma sentì tutto girarmi intorno e svenni. L'ultima cosa che vidi fu un bagliore di luce scarlatta.


CAPITOLO 6

Un colpo di tosse. Così mi svegliai. Cioè, ero sicuro che qualcun'altro avesse tossito al mio posto ma intorno a me non vidi nessuno e la mia gola ardeva. Dovevo bere, ma soprattutto mi distruggeva quel maledetto odoraccio che era sparso nella stanza. Ricordavo tutto benissimo, la lotta con quel coso piuttosto magro...poi il nulla. Mi guardai intorno, un disastro intorno a me. Non volevo restare in quel posto più di tanto. Per rialzarmi mi aggrappai ad uno scaffale e questo si ruppe rovesciandomi addosso una decina di libri.
Ero ancora intorpidito, non sentii niente ma mi accorsi senza dubbio che mi trovavo di fronte ad una biblioteca. Non c'erano molti libri, la mia attenzione mi cadde subito su due volumi: "La Maledizione di Ezimeth" e "Il diario di Osmond di Torre Smeraldo". Decisi di tenerli. Mi affrettai ad uscire da quel postaccio. Appena sbucai dalla porta fui investito da una fitta pioggia e il mio animo si rattristò nel vedere un cielo nero... parecchio nero. "Andiamo bene... dovunque poso lo sguardo c'è qualcosa di brutto".
"Mi hai letto nel pensiero straniero! Fermo dove sei e non tentare la fuga" disse un soldato, spalleggiato da una decina di compagni. Il comandante si fece avanti: "Deponi le armi e seguici, non voglio storie!". Mi accorsi di aver lasciato pugnale e asta dentro la torre, solo uno shuriken era rimasto nella mia tasca. Dissi che ero disarmato, mi perquisirono ma anche se avessero trovato lo shuriken lo avrei spacciato per un gingillo. Non lo trovarono.
Le seguii attraverso le vie della città. Il buio era lieve ma penetrante.
Poca gente in giro, e non osava incrociare lo sguardo nè con me, nè con le guardie. Notai un bando che sanciva la sospensione dei festeggiamenti.
Mi portarono al palazzo reale. Bello, pensai, fui condotto all'interno.
Percorsi corridoi, stanze, saloni, ero immerso nel lusso più puro.
Sarebbe stato divertente confrontare quell'ambiente così ricco e confortante a confronto con quello schifoso della torre. Ad un certo punto entrai in un salone, immerso di luce. Appena i miei occhi si abituarono alla forte luce, vidi nel salone molti alcuni miei compagni. Ace, Temp, Asjah, Thelonius, Dolceluna, Shademar, Driz e Galdor. Di colpo tutti i cattivi pensieri svanirono.
Non potevo desiderare altro che rivedere persone a me care. Stavo per correre verso di loro ma quando vidi che nessuno di loro apparentemente mi riconosceva, stetti zitto e mi sedetti osteggiando indifferenza accanto ad Ace che mi guardò con sguardo d'intesa. Allora capii, le guardie non dovevano sapere che ci conoscevamo, chissà come avrebbero reagito.
Appena le guardie si allontanarono, Ace mi sbattè una mano sulla spalla e cercava di trattenere uno scoppio di risa. Mi sussurrò: "Vend, sono contento che tu sia qui. Questa sceneggiata è iniziata con Driz e continua ogni volta che arriva qualcuno di nuovo poi ogni volta che entrano le guardie continuiamo a fare i perfetti sconosciuti, mi sto divertendo un mondo..." poi tornò subito serio e mi chiese che avevo fatto in queste ore. Guardai tutti in volto, sguardi di intesa ma nessun urlo di gioia. Mi rigirai verso il mio compagno: "Guarda Ace, sarebbe troppo lungo da raccontare".
Driz invece disse: "Almeno spiegaci cosa sono quei due libri che hai in mano, non te li hanno tolti di mano". Vidi che avevo ancora i libri. "Li ho trovati in una torre diroccata. I loro titoli sembrano promettenti".
Detto questo aprii il primo e iniziai a leggerlo a voce sufficientemente bassa perchè tutti sentissero. Metà del libro era illeggibile, riuscii a leggerne solo un pezzo: Parlava di una maledizione che aveva degli effetti particolarmente somiglianti con quel che era successo in questi giorni incredibili.
Lessi, splendido, che a quanto pare non c'era modo di fermare questo casino.
Fantastico. Posai il libro, gli sguardi di tutti erano particolarmente preoccupati.
Scambiammo tra di noi poche parole per capire come interpretare quelle frasi.
Ace prese in mano il diario e mi disse di leggerlo. "Quasi mi ero dimenticato di sto libretto". Ero molto curioso di leggerne qualche pezzo. C'era una sola tipologia di pensiero lì dentro: ODIO. E parecchio, anche a giudicare dalla calligrafia in cui erano riportate le parole. Erano parole appassionanti ma soprattutto riguardavano il re e ponevano la sua famiglia da un altro punto di vista: invertito. Talmente ero preso che smisi di leggere a bassa voce e subito Galdor mi diede un colpetto perchè non sentiva niente.
Finii di leggere un pezzo particolarmente cruento e sconvolgente per quello che riportava. "Un patto con le forze del male! Però... mica male come trucco per sconfiggere i nemici" disse Galdor. "Sono d'accordo con te, ma l'ironia non servirà a molto temo. Io non so se credere a queste parole".
"Nemmeno io" dissero in molti. Intanto arrivarono altri miei compagni: Taal, Kikka e altri.
Verso mezzogiorno entrò nella stanza la regina. Splendida, non avevo altri aggettivi. Ci disse che non ci riteneva pericolosi e ci chiese di riferirle quello che sapevamo. Non iniziai io, questo mi permise di prepararmi un bel discorso. Quando toccò a me, le raccontai tutto tranne il fatto che il giullare mi aveva regalato un fiore di bella vita. Non sapevo perchè ma non volli dirlo. Raccontai il primo incontro con l'uomo dagli occhi di ghiaccio e poi la lotta con esso nella torre il giorno del torneo.
Tralasciai qualche particolare che preferii non riferirle.


CAPITOLO 7

Quando la regina finì di ascoltare le storie e le versioni di ciascuno di noi, ci supplicò di aiutare la sua città. Quella supplica mi colse profondamente, sentivo di doverle dare una mano. Allo stesso tempo però non riuscivo a capire come avrei potuto aiutarla in quanto gli eventi a cui avevo assistito mi lasciavano perplesso e con poche spiegazioni in mano, poche certezze.
Stavo pensando a questo quando mi accorsi che la regina si era allontanata, presa improvvisamente da una luce scarlatta che proveniva dalla sommità del palazzo. La seguii, quando raggiunsi uno spazio esterno delimitato da muri di granito, vidi il Re che fronteggiava uno strano individuo. Individuo?
Beh, difficile definirlo in modo diverso. Sembrava alto tre metri, magrissimo, scuro di carnagione. Alle sue spalle un lupo di fiamma, davvero imponente.
Non ho bisogno di strofinarmi gli occhi per vedere se è un'allucinazione.
Tanto con tutto quello che ho visto finora... La strana figura si presenta al Re: è Ezimeth, il signore della vendetta...
Ascoltate le minacce di Ezimeth decisi che era meglio non contraddirlo, ma non volevo ascoltarlo in tutto e per tutto. Pronto a schivare qualsiasi attacco, chiesi ad Ezimeth una possibilità. Attimi di tensione, ora mi fissava, cercavo di sembrare il più tranquillo e risoluto possibile ma la cosa mi riusciva poco e male. Ezimeth in ogni caso non si preoccupò, a dir la verità non credo gliene importasse molto se lo temevo o meno. Lui si mostrò disponibile, ma noi avremmo dovuto salvare una donna in pena che stava per cadere vittima del suo maleficio. Se non l'avessimo fatto il fiore conficcato nel corpo della regina avrebbe annientato lei e il re. Detto questo se ne andò.
Pensai al da farsi, in fondo si trattava di trovare questa donna, proteggerla da qualcosa (ed era quello ciò che mi turbava... non sapere cosa) e a quel punto avremmo salvato il regno. Oggettivamente l'impresa non mi affascinava: tutte le situazioni che avevano a che fare con la magia non mi erano gradite anzi, cercavo di rifuggirle il più possibile. Tuttavia l'unica alternativa sarebbe stata la fuga dalla città e questo era ancora peggio. Umiliante, non sarei mai scappato per nessuna ragione al mondo. Decisi di andare alla ricerca di questa donna. Mentre me ne andai, sentii il re mormorare delle frasi strane, tragiche e splendide allo stesso tempo. Uscii dal palazzo, alcuni dei miei compagni erano già andati via, alcuni invece restarono nell'evenienza di un ritorno di Ezimeth.
Decisi di tornare nel mio alloggio, lì avevo lasciato il fiore di bella vita. Credevo che portarmelo dietro mi avrebbe solo aiutato... non sapevo in che modo ma avevo un presentimento. Mentre mi incamminavo però ripensai ai mostri e solo allora mi sovvenne il fatto che le mie falci erano ancora... dove?
Nel marasma generale potevano essere finite da qualsiasi parte. Non avevo scelta che tornare all'arena. Da lì avrei iniziato le ricerche delle falci e poi della donna. Mi diressi furtivamente verso l'arena. Poco tempo dopo infatti feci uno sgradevole incontro. Si trattava di una specie di porcospino su due zampe con un muso da formichiere. Non si accorse di me per fortuna, camminava apparentemente senza meta. Cominciai a farmi un'idea di questi mostri apparsi improvvisamente in questa città: al servizio del caos, era la prima cosa che mi veniva in mente. Non mi venivano in mente altre soluzioni.
Uccidere, terrorizzare, questo era il loro mestiere. L'unico modo per eliminarli era portar via il maleficio dalla città. Dovevo fare in fretta. Raggiunsi l'arena, inciampai sulle orme del primo mostro apparso nell'arena. Ricordavo benissimo l'entrata da cui avevo fatto il mio ingresso. Quando arrivai trovai il cancello divelto, distruzione e sangue dappertutto. Il posto dove avevo lasciato le mie falci era completamente spoglio. Ricordavo che le avevo lasciate ad un soldato che le aveva gettate in un mucchio di armi accumulato in un angolo. In quell'angolo non c'era più niente... mentre cercavo di capire dove potessero essere finite, sentii un ringhio dietro di me e mi gettai a terra, una specie di frusta spessa come una mia gamba mi sfiorò la testa.
Quando mi girai vidi un'altra strana creatura. Abbastanza simile ad un uomo per forma, al posto delle braccia era munita di due tentacoli lunghi qualche metro. Rapidamente passai in rassegna le armi che avevo in mio possesso.
Impiegai molto poco: non ne avevo! Fui più veloce del mio stesso pensiero, mi voltai e corsi a perdifiato per il perimetro dell'arena. Sentii il mostro che mi rincorreva, lo distanziai, mi girai a vedere quanto fosse distante: non era distante! Semplicemente non correva più con i piedi ma con le braccia e non faceva rumore! Ripartii subito e cercai un posto dove nascondermi.
Sempre sul perimetro dell'arena vidi un gabbiotto di legno aperto. Mi gettai all'interno e richiusi la porta dietro di me. Presi fiato, il mostro mi aveva visto e mi aspettai una sua improvvisa entrata in scena. Ma nessuno tentò di forzare la porta. Sbircia dall'interno e lo vidi lì fuori. Era immobile e fissava la porta. Mi aspettava! Oppure stava lentamente pensando a come entrare?
"Pensare... come se quel coso potesse pensare" mormorai e mi guardai intorno. Grande fu la mia sorpresa e anche il dolore quando andai a sbattere il naso contro una lancia da soldato. La riconobbi subito per le intagliature che aveva sul manico. Con la poca luce che entrava cercai di guardarmi ancora intorno: era un gabbiotto adibito alla custodia delle armi! E c'erano anche quelle degli spettatori! Vidi spade, pugnali, daghe, aste, archi, faretre, tutto ammucchiato in fondo al gabbiotto. Scavai freneticamente nel mucchio e trovai, in fondo, le mie falci. La mia contentezza si affievolì subito: una delle due falci aveva l'impugnatura rotta. Un'ascia era stata gettata sopra da un soldato sbadato e questa aveva spezzato la parte centrale in legno. Imprecai in dieci lingue, quella falce ora era buona solo per tagliare una bistecca a tavola. La infilai nel fodero che tenevo dietro la schiena e imbraccia l'altra. La fortuna mi aiutò perchè era rimasta la falce sinistra e quindi avevo la destra libera di impugnare un'altra arma.
Ero destro, presi una spada a casaccio nel mucchio e la soppesai. Mi tornò a mente Draven, che insisteva: "Un dragone dovrebbe essere ambidestro..." e cose del genere. Astor aveva ripreso il discorso ma in pochi avevano ascoltato queste ammonizioni. Mi promisi di riproporre la questione alla torre. "E non sarai certo tu, schifezza rossa, ad impedirmelo".
Con questo pensiero spalancai la porta e schivai di scatto un suo attacco: mulinava le braccia come fruste. La forza di quei tentacoli era impressionante: frantumò porte e parte del gabbiotto. Lo attaccai mirando subito alle sue armi di offesa, volevo affettare quelle braccia in modo da renderlo inoffensivo.
Quanto colpii con la spada una delle braccia del mostro capii che non sarebbe stato così facile. La spada, seppur di buona fattura, terminò la sua corsa qualche centimetro dentro le carni del mostro. Una sola falce aveva la stessa capacità di penetrazione. Non potevo colpirlo lì. Il mostro non si curò della lieve ferita e cercò ancora di colpirmi.
Un tentacolo mi centrò ad un piede e mi fece cadere a terra. L'altro tentacolo subito arrivò a colpirmi ma con la spada e la falce devia il colpo, mi rialzai e mi gettai verso la parte centrale del mostro. Questo chiuse le braccia per coprirsi ma non ci riuscì in tempo. Piantai la spada nel suo ventre e con la falce sinistra provocai un lungo squarcio al suo fianco. Sentii le sua braccia afferrarmi ma perdere subito forza. La falce mulinò di nuovo e questa volta centrai la sua gamba.
Entrambi cademmo a terra ma l'unico a rialzarsi fui io. Il mostro giaceva lì, non riusciva a rialzarsi e perdeva tanto sangue. Stava morendo, e lentamente.
Me ne andai sempre facendo attenzione. Dimenticai di recarmi nel mio alloggio e mi misi alla ricerca di questa donna. Intanto pensavo a come riparare la falce e a come non farmi beccare da altri mostri.


CAPITOLO 8

Recuperate le falci e il fiore di bella vita, mi misi alla ricerca della donna descrittami da Ezimeth. In giro vedevo sempre meno gente, c'era una sensazione di tensione costante, viaggiavo guardingo, scrutavo ogni angolo e studiavo qualsiasi persona o simil cosa che incrociasse la mia strada. Tenevo le falci nei foderi e la spada in mano, adagiata su un fianco, pronta ad essere sguainata. Mi aggiravo per le viuzze quando sentii un pianto. Fermai la mia andatura e mi misi all'ascolto: non sentivo niente. Rimasi all'ascolto ma non sentii nulla.
Ricominciai a camminare e lo risentii. Non mi ero sbagliato ne ero sicuro. Una porticina di una casetta sbatteva sferzata dal vento. Rabbiosamente la chiusi con forza per impedirle di farmi sentire quello che volevo. Ora lo sentivo, era debolissimo, cioè lontano, oppure proveniente da un luogo chiuso. Spalancai le orecchie e cercai di capire da dove provenisse.
Quando intuii la direzione del pianto, mi tornò alla mente la mia ricerca, la mia missione, decisi di lasciar perdere ma subito dopo cambiai idea. Cominciai a correre verso il pianto, più mi avvicinavo, più ero convinto che si trattasse di un bambino. Raggiungere il bambino... tutt'altro che facile, le viuzze erano davvero intricate, troppo intricate, correvo a perdifiato, inciampai anche in due occasioni. Mi rialzavo sempre prontamente ma più correvo verso il pianto, più avevo la sensazione che questo si allontanasse da me.
Col respiro strozzato svoltai un angolo. Il vento improvvisamente mi sferzò riversandomi in faccia polvere e foglie. Fermai la mia corsa, mi strofinai la faccia e mi piegai a terra per spolverarmi più in fretta. Le orecchie però mi riversarono quel pianto, debole, nel cervello: era vicinissimo: anzi era davanti a me. Mi strofinai gli occhi e mi rialzai, aprii le palpebre, gli occhi mi bruciavano ed inizialmente vidi due figure, una per terra e l'altra in piedi.
Quando misi a fuoco la scena vidi che le persone erano tre, una in piedi e due, una donna ed un bambino, per terra. Era il bambino, in lacrime, ad emettere il pianto. ma l'attenzione mi cadde subito su ciò che la persona in piedi stringeva in mano: una spada nera, dalle strane incisioni. La stringeva un uomo in stato di trance. Ero di spalle alla donna e al bambino, l'uomo invece era di fronte a me, vedevo che la sua espressione era vuota ed emetteva uno strano suono dalle labbra. La donna stringeva a sè il bambino, ella ansimava, non so se per paura o cos'altro.
Rimasi impietrito: era come se aspettassi che quella spada calasse da un momento all'altro. Non riuscivo a muovermi ma ad un certo punto l'uomo smise di rantolare, mi svegliai improvvisamente, quasi sentii i muscoli delle sue braccia che si contraevano per vibrare il fendente.
Scattai il più velocemente possibile, sollevai la spada e proprio mentre la nera arma dell'uomo era a metà strada, contrapposi la mia e il clangore del metallo risuonò nelle mie orecchie e provai un gran sollievo. Lo slancio però mi fece incespicare sul vestito della donna e, con una capriola, atterrai a qualche metro dai tre. Mi girai verso l'uomo.
Subito egli mi inquadrò, i suoi occhi esprimevano più rabbia che sorpresa. Anche la spada sembrò arrabbiarsi, iniziò a vibrare e subito l'uomo si mise a correre verso di me. Sollevai la spada, pensai di estrarre la falce ma l'uomo non me ne diede il tempo. La sua spada era un'arma formidabile ma non la sfruttava al meglio.
Mi difesi, non combattevo con quest'arma da mesi e mesi. Mantenni la calma, riuscivo a malapena a non indietreggiare. La stanchezza però si fece sentire, non dormivo da tanto e per me il sonno era sacro. Non riuscivo a far pendere la bilancia dell'incontro dalla mia parte. Dovevo estrarre la falce, se non ci fossi riuscito, alla lunga avrebbe vinto lui, più fresco e sembrava non provare fatica o paura.
Colpiva con chirurgica espressione, quasi la sua mano fosse guidata da uno spadaccino provetto. Comincia a pensare che fosse la spada a guidare la mano dell'uomo. Dovevo rischiare: provai a prendere l'iniziativa, intensificai le parate e portai qualche attacco.
Riuscii ad allontanarlo quel tanto che mi bastò per estrarre la falce. La sola presenza della mia adorata arma mi diede una forza immensa: in quel momento ripensai alla missione e al fatto che quell'uomo stava uccidendo due esseri inermi e innocui. Riacquistai piena lucidità e cominciai a non sbagliare più un colpo. Riuscii a disarmarlo con un abile colpo di falce e a spingerlo lontano da me. Improvvisamente l'uomo parve destarsi dal suo stato di trance e guardandomi disse: "Ti... ti ringrazio, mi hai impedito di dannare la mia anima per l'eternità... grazie". La spada gli scivolò dalle mani e si ruppe in terra come se fosse stata di cristallo. L'uomo ebbe il tempo di guardare la sua donna e il suo figlio e si accasciò al suolo privo di sensi.
Non ebbi il tempo di voltarmi verso i due che lei disse: "La salvezza è giunta, le mie preghiere sono state ascoltate, grazie, grazie!". Non dissi nulla, sorrisi a lei al bambino, ero felice, l'uomo in terra non era morto ma solo svenuto, si sarebbe ripreso presto.
Mi tornò alla mente la mia missione. Le chiesi: "Sai nulla di cosa sta succedendo in questo paese? Conosci Ezimeth?". Lei aggrottò la fronte e mi rispose con un sincero no, scuotendo la testa. Cominciai a pensare che la donna da salvare non fosse quella di fronte a me. "Tuo marito sembrava in preda ad una maledizione, una specie di ipnosi, non ti viene in mente niente?"
"No, di queste cose non ne so nulla, a mio marito non è mai successa una cosa del genere, lui non è uno che si droga o beve al punto da finire in queste condizioni".
"Quindi qualcosa di strano è accaduto, non hai notato niente di particolare?", la donna scosse di nuovo la testa: "Se escludiamo quello che sta succedendo in questa città allora no..." il bambino le tirò una manica del vestito, sua madre lo esortò a parlare ma lui, vergognandosi di me, non volle e le chiese di poterle parlare all'orecchio.
Classico dei bambini pensai. Il piccolo proferì poche parole con un tono interrogativo all'orecchio della madre. Lei subito parve ricordarsi di qualcosa e mi disse: "A dir la verità qualcosa di strano mi è capitato. Io non ricordo mai i sogni che faccio e proprio per questo mi è rimasto impresso nella mente: ho fatto uno strano e terribile sogno l'altra notte"
"Che cosa? Dimmelo per favore, è di vitale importanza!"
Lei trasalì poi disse, timida, "Un lupo di fiamma che mi inseguiva... un lungo inseguimento".
Spalancai gli occhi e digrignai i denti. Era lei. La ringraziai e quasi inciampando sull'uomo svenuto a terra, raccolsi spada e falce e cominciai a correre disperatamente verso il palazzo reale. Sentivo dolore dappertutto, lo scontro con l'uomo ipnotizzato mi aveva tolto tante energie e le cadute che avevo subito mi avevano ridotto un po' male. Ma non volevo cedere proprio adesso.
Arrivai al palazzo. Era tetro, tanto. Nessun uomo era di guardia, entrai indisturbato nel corridoio centrale che portava al salone. Un servo corse verso di me, mi evitò di scatto e scappò dietro di me. Aveva una faccia carica di paura. Un altro per poco non mi travolse. Questo mi indispettì e, visto che nessuno mi ascoltava, presi letteralmente per un braccio un altro servo: "Dov'è il re?"
"Nei sotterranei!" disse e se ne andò di forza.
Avanzai risolutamente verso i sotterranei, impiegai un po' a trovarli ma non ebbi esitazione a scendere le scale in pietra. Passai accanto a celle, strumenti di tortura... proseguendo vidi la regina distesa su un altare. Il fiore di bella vita era quasi sbocciato. Accanto a lei il re, scosso dal pianto. Cautamente mi avvicinai, ero sicuro di aver risolto temporaneamente la situazione quindi non avevo fretta di fare altre mosse.
Volevo parlare col re e capire dove fosse Ezimeth. La risposta al secondo quesito arrivò quando, dall'altra parte della stanza, fece la sua comparsa Ezimeth sul lupo infuocato.
La sua voce risuonò malvagia: "Hahaha! E' stato divertente osservare il vostro affanno nel tentare di salvare quest'elfa dalla morte ed il suo patetico sposo dalla follia, tuttavia non mi è piaciuto il finale della commedia, ora ci penserò io a darle un lieto fine" detto questo un balzo del lupo mi raggiunse. Ero immobile, lui disse: "Ora consumerò la tua vita".
Sguainai la falce e la spada: la lucidità era ormai andata a farsi benedire, gli occhi mi bruciavano ancora per la violenta impolverata di prima. Cominciai a pensare che Ezimeth avesse avvelenato il terreno e che qualche strana sostanza mi stava rovinando la vista.
Ezimeth estrasse una spada e un'ascia e cominciò ad attaccarmi. In quelle condizioni non potevo fare altro che difendermi ed aspettare che qualcuno arrivasse in mio soccorso. La spada presto volò via, la falce restò incollata alla mia mano. Ezimeth neutralizzò il mio unico tentativo. Alcuni dei suoi colpi mi raggiunsero, ferendomi, non persi la testa, avevo male dappertutto, i miei occhi chiedevano sollievo e sonno, perdevo sangue ma non ci pensavo: dove evitare di lasciarci le penne.
Fu la determinazione a farmi resistere qualche minuto poi sull'ennesimo attacco di Ezimeth le nostre armi si scontrarono violentemente ed entrambi rimanemmo disarmati. Ezimeth non era assolutamente disperato di aver perso la spada. Anzi sorrise e fu affiancato dal lupo infuocato.
Mi reggevo in piedi per miracolo, ormai lo sguardo non andava più nè alla porta nè al re. Nessuno sarebbe venuto, nessuno mi avrebbe aiutato. Ezimeth rimase fermo sorridendo: il lupo invece mi attaccò: sentii un fortissimo calore, i miei occhi urlarono ancora più di dolore, le ferite che avevo nella parte superiore del corpo quasi si cauterizzarono.
Stavo per fare la mia ultima preghiera quando sentii un sibilo e poi un grido di dolore soffocato. Il calore scemò di colpo, rimasi con gli occhi chiusi: li avrei più riaperti? Non ci riuscivo. Caddi in ginocchio, rialzai la testa e guardai Ezimeth. Una spada lo aveva raggiunto alla gola. Dietro di lui vidi il re, era stato lui a scagliarla.
Sangue nero colava dalla gola di Ezimeth, il metallo che l'aveva trafitta era quello della spada delle Ere. Il demone si sfilò la spada, la guardò e disse con rabbia: "Che tu sia in eterno maledetto Elderion! Siate tutti maledetti! Non dimenticherò l'affronto! Mai!" quindi si sbriciolò in terra. Non mi sentivo vittorioso o contento, volevo soltanto lasciarmi andare... vidi la regina viva e sorridente, i due si avvicinarono a me ma subito dopo caddi. Finalmente... pace.
Finalmente... pace.




 

 
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