Il Mistero della Città delle Stelle
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Vendicatore
CAPITOLO 1
Accetto il fiore di bella vita e visto che le locande sono piene,
dormirò all'esterno della città. Cosa ho intenzione di fare... farò
un giro nei dintorni della città, tanto per capire quale sia il
posto migliore dove fermarmi. |
CAPITOLO 2
Mentre mi dirigevo verso la strada centrale, quasi venivo spinto in
avanti dal resto della gente che letteralmente correva. La mia statura
tutt'altro che elevata mi convinse a fare presto, arrivai sulla strada
ma volevo una posizione più elevata, vidi un chiosco di un venditore di
frutta, senza farmi vedere balzai sul tetto di legno e rimasi lì seduto
ad osservare la scena.
Presto i lati della strada si riempirono di persone, grandi e piccoli,
gli spettatori guardavano tutti verso una direzione al suono della
trombe.
Mi stavo venendo il torcicollo a guardare alla mia sinistra. Osservai
quindi quello che succedeva di fronte a me. Alcuni bambini si
rincorrevano sulla strada, un bottegaio guardava la folla a braccia
conserte davanti alla sua porta. Lo sguardo mi cadde su una giovane
donna che distribuiva dei festoni a bambini e a chiunque ne volesse.
Davvero attraente pensai ma subito l'immagine di Kethry si fece strada
nella mia testa e lì rimase fin quando lo sguardo non mi cadde su un
ragazzo che diede uno spintone fortuito ad un uomo e chiese prontamente
scusa. Il mio occhio riposato però noto subito che il ragazzo indugiava
con grande abilità e velocità nella bisaccia dell'uomo, mentre lo
aiutava a rialzarsi. Non avevo voglia di scomodarmi dalla mia comoda
postazione, però da Dragone non potevo non intervenire.
Staccai una scheggia di legno dal tetto del chiosco, la sfregai con un
dardo narcotizzante che tenevo nella scatoletta, caricai la cerbottana e
centrai il collo del ragazzo proprio mentre questo si stava allontanando
in fretta, il ragazzo ebbe il tempo di uscire dalla vista della gente e
ben presto si accasciò a terra addormentato. Scesi dal chiosco,
recuperai la bisaccia dell'uomo e tornai sul tetto della bancarella.
Presi la mira e lanciai la bisaccia sui piedi del distratto che la
recuperò convinto di averla semplicemente persa. Tornai ad osservare la
folla che intanto era aumentata. Il corteo era ormai in prossimità della
curva che la strada faceva verso il centro.
Sopraggiunsero dei soldati che anticipavano il corteo, i soldati
mandarono via i bambini dal centro della strada, il corteo stava
arrivando.
CAPITOLO 3
"Ma quel fiore è uguale a quello che mi hanno donato fuori dalla
città..." pensai quando vidi il fiore. "Casato di torre oscura... chissà
perchè tutti tremano" non ebbi tempo di pensarlo che rimasi
letteralmente di stucco quando quel vecchio si sbriciolò diventando un
cumulo di animaletti infidi. Mi alzai in piedi sul tetto della
bancarella, forse fui un po' troppo irruente perchè nel farlo crollai a
terra. Ero caduto bene tutto sommato, non avevo nulla, mentre mi
rialzavo un enorme ragno camminò sulla mia mano. La mia aracnofobia mi
colse in pieno e scagliai l'insetto lontano da me.
Incurante del dolore ad una gamba, mi rialzai di scatto e corsi verso la
carrozza del re, il vecchio non c'era più ma tanti animaletti ora
vagavano per la strada e la gente fuggiva da loro terrorizzata. La
strada si svuotò abbastanza in fretta. Quasi persi di vista il corteo
che schizzò via fulmineo verso l'arena. Non sapevo oggettivamente che
cosa fare, un soldato era rimasto indietro per pattugliare la strada,
non sapevo per quale motivo. In ogni caso mi diressi verso di lui per
chiedergli informazioni. Mi accostai, lui fece finta di non vedermi,
evidentemente non voleva avere scocciature oppure aveva molta
diffidenza.
"Soldato, la manifestazione è finita?"
"Dici bene straniero, la manifestazione è finita qui, e quasi
sicuramente tutte le iniziative fino a stasera, ora vai via, quando c'è
di mezzo il casato di Torre Oscura bisogna stare all'erta".
"Casato di Torre Oscura? Che diavolo è? Perchè tutti quanti sono rimasti
sconvolti da quel nome?".
"Straniero... non posso rispondere alle tue domande... stasera allo
spettacolo di magia potrai interrogare chi vorrai su questo argomento,
adesso non troverai nessuno disposto a raccontarti qualcosa di quel
casato, sono tutti intenti a scappare e a nascondersi".
"Forse ti interesserebbe sapere che ho visto uno strano uomo vestito di
nero, aveva un'espressione strana, mi ha raggelato il sangue nelle
vene".
"Senti, che cosa potrei trovare di interessante in quello che mi hai
detto? Non mi interessa, vai via!". Questa volta mi decisi a non
scocciare più la guardia e tornai in strada. Decisi di andare a fare un
giro per la città, magari avrei trovato qualche indizio. Mi interessava
sapere qualcosa sul casato ma anche su quel fiore, probabilmente ne era
il simbolo. Era ora di pranzo, mi fermai in una locanda, forse avrei
trovato qualcuno disposto a darmi delle risposte. Scelsi la locanda e
iniziai a mangiare, in quel momento entrò un ragazzino vestito
poveramente che iniziò a chiedere l'elemosina a tutti. Improvvisamente
ebbi un'idea, aspettai che il ragazzino mi fosse vicino quindi non gli
diedi nemmeno il tempo di porgermi il barattolo che teneva in mano e gli
dissi: "Ciao come ti chiami?"
Lui rimase stupito, si guardò intorno quindi rispose: "Anton"
"Senti, se ti offro un pranzo risponderai ad alcune domande che ti
farò?"
"Se sono domande a cui posso dare risposta... sì".
"Scommetto di sì, dai siediti, oggi è il tuo giorno fortunato". Ordinai
anche per lui, io avevo quasi finito il secondo.
Chiesi al ragazzo del casato di Torre Oscura. Smise di masticare l'avido
boccone che aveva in bocca, mi fissò, finì di mandare giù tutto e
sottovoce mi raccontò quello che sapeva. La mia espressione curiosa lo
rassicurò e mi disse parecchio. Interrogato sul fiore, purtroppo scosse
la testa dicendo che non ne sapeva niente. Volevo mostrarglielo ma,
ricordandomi la reazione che tutti avevano avuto alla vista del fiore,
preferii lasciarlo nella scatoletta dei dardi. Finito il pranzo,
ringraziai il ragazzino che mi sorrise, mi ringraziò a sua volta e se ne
andò. Passai metà del pomeriggio a riposare, pensando e ripensando a
quello che il ragazzino mi aveva raccontato sul casato. Decisi che sarei
andato allo spettacolo di magia.
CAPITOLO 4
Ero veramente stanco, gli spettacoli mi avevano rallegrato ma
francamente ne avevo abbastanza.
Tornai verso l'albergo in cui alloggiavo, sentii qualcuno urlare.
Mi destai dai miei pensieri, l'avevo davvero sentito? Una vocina mi
diceva:
"Vend! Smettila dai! Possibile che intorno a te debbano sempre succedere
delle disgrazie? Ci sarà una serata in cui tu non debba preoccuparti di
niente" ma un'altra ripeteva semplicemente: "Agisci! Agisci! Agisci! è
lì, lo sai, l'hai sentita! Non fare lo gnorri! bla bla..." volevo darmi
una botta in testa per impedirmi di sentire le vocine. Un uomo che
correva quasi mi travolse, non mi diede attenzione e corse in direzione
dell'urlo...
"Ma quale urlo... era la tua immaginazione!!! Lo vuoi capire?" ma decisi
di non ascoltare quella vocina. L'altra se ne stette zitta ma accorsi in
poco tempo verso il luogo dove mi pareva aver sentito l'urlo. Non ero il
solo ad aver sentito l'urlo, altra gente correva nella mia stessa
direzione.
Giunsi in un vicolo. Era buio... non vedevo niente, la mia vista
notturna era sempre stata scarsa. Il mio olfatto però era sempre attivo
e l'odore di morte che veniva da quel vicolo era davvero ripugnante. Un
uomo mi raggiunse alle spalle e portava con sè una lampada ad olio. Il
vicolo si illuminò e vidi con chiarezza una donna appiattita al muro di
una casa che gemeva di terrore, ai suoi piedi giaceva un cadavere
divorato dai vermi.
Mi tornarono immediatamente in mente le immagini del vecchio che aveva
salutato il re. L'odore del cadavere mi risveglio dai miei pensieri, mi
avvicinai alla donna, era perfettamente cosciente ma era paralizzata dal
terrore perchè cercava disperatamente di arretrare ma la paura le aveva
annebbiato il senso del tatto perchè il muro che la tratteneva era un
ostacolo decisamente eccessivo.
Le afferrai una spalla, le si voltò verso di me, il suo sguardo era
tutto un programma. Un altra persona la prese per un braccio e la spinse
verso di me. La portai via e la affidai ad un campanello di gente che si
era accostato per vedere la scena. Io spostai subito la mia attenzione
sul morto, cercai di avvicinarmi ma non ne ebbi il tempo perchè
arrivarono delle guardie e cacciarono via me e tutti i curiosi.
Coprirono il cadavere con una coperta.
Mi allontanai assorto nei miei pensieri.
Andai a dormire ma non riuscii a fare tanti bei sogni, anzi...
CAPITOLO 5
Mi avviai verso l'arena. Scesi in strada e iniziai a camminare
velocemente verso l'arena, volevo capirci qualcosa di più di questo
posto. Pur facendo poco caso alla gente intorno a me, vidi delle facce
che non mi piacevano, ma non erano facce da delinquenti, facce da da
ipnotizzati. Pensai che fosse solo un'impressione, quindi continuai a
camminare verso l'arena.
All'entrata notai subito il gran dispiegamento di forze, un armigere mi
chiese di consegnargli le mie armi. Lasciai lui le mie falci, ma il
coltello che tenevo legato al polpaccio e i miei shuriken preferii
portarmeli dietro. Presi posto nell'arena, c'era già tantissima gente.
Iniziò lo spettacolo, mi guardai distrattamente intorno ma non vidi
nessuno di sospetto. Tornai a guardare lo spettacolo che mi prese a tal
punto che ad un certo punto mi svegliai come da uno stato di trance. Mi
ero incantato, rare volte avevo visto questi spettacoli in vita mia.
All'improvviso un uomo molto alto, seduto di fronte a me, si alzò non
appena un cavaliere fu disarcionato. Imprecai, la mia poca altezza mi
impediva di vedere lo spettacolo, mi alzai in piedi per vedere meglio.
Diedi uno sguardo al cielo e rimasi di stucco. Il sole era sparito ma
non me ne ero accorto, al suo posto una coltre di nuvole e poi degli
strani lampi verdi solcavano il cielo.
Subito mi guardai intorno per commentare lo strano fenomeno con i miei
vicini ma mi accorsi con stupore che nessuno si era accorto di niente.
Sembravano tutti impietriti nel guardare lo spettacolo. I volti di
quella gente mi spaventavano, avrei tanto voluto dire: "ehi guardate
lassù" ma qualcosa mi fece morire le parole in bocca... Rimasi seduto,
tesissimo, al mio posto, diedi uno sguardo all'uscita più vicina. Non
era molto distante, questo mi confortò. Strinsi nelle mie tasche gli
shuriken, una cosa mi sorprendeva, la gente intorno a me sembrava
perfettamente normale, rideva, parlava, ma gli occhi di tutte quelle
persone mi sembravano comandati da qualcun altro.
Non avevo paura di chi c'era intorno a me ma il cielo mi inquietava.
Sbirciai di nuovo sopra di me, non era un sogno, quella cappa di nuvole
c'era ancora e soprattutto quei bagliori verdi. Continuai a guardare lo
spettacolo, teso come una corda di violino. Ero contento di aver
lasciato nella mia stanza il fiore di Bella Vita. Il torneo continuò fin
quando non rimasero due cavalieri, lo scontro fu lungo, non conoscevo
nemmeno i loro nomi. "lord Cremmiand e lord Gwendam, due grandi
cavalieri!". Pensai che appena lo scontro fosse terminato, me ne sarei
andato subito, volevo ispezionare l'esterno dell'arena, ero sicuro che
all'interno niente sarebbe potuto succedere. Mi sbagliavo di grosso,
quando Cremmiand stese l'avversario e si preparava a vincere l'incontro,
una scarica di tenebre lo raggiunse, dal cielo, lo immobilizzò, il
cavaliere tremava, sorpreso. Guardai in alto, un vortice che nasceva
dalle nuvole scendeva proprio sul cavaliere. "Guardate il cielo" urlò
qualcuno accanto a me, e mi girai, notai subito che gli spettatori
intorno a me avevano degli occhi... umani. Tutti guardavano ora in alto,
ora in basso.
Nemmeno io sapevo dove guardare ma presto i miei occhi decisero che
dovevo guardare in basso, verso l'arena. Vidi una delle scene più
orribili della mia vita, lord Cremmiand cadde in ginocchio e si
trasformò in un orribile mostro, sembrava un demone. Artigli, zanne, in
breve quella bestia sanguinaria fece strage di tutti quelli nel raggio
di pochi metri. Fui tra i primi a capire che se dovevo salvare la pelle
mi conveniva levare le tende. Pensai di scendere ad affrontare il mostro
ma mi accorsi subito che non avevo le mie falci; un pugnale e quattro
shuriken non sarebbero mai bastati contro quella cosa.
La folla terrorizzata prese a scappare verso le uscite. In breve ci fu
una calca pazzesca, cercavo di guadagnare metri verso l'uscita e l'avevo
quasi raggiunta quando uno schizzo di sangue raggiunse un uomo che stava
davanti a me. Non occorreva voltarmi per capire che cosa avesse
provocato quello schifo, il mostro era dietro di me, una decina di
metri, e tranciava la folla che cercava di scappare. "Beh, non ho
intenzione di diventare un aperitivo" cominciai a scappare seriamente,
utilizzando la mia agilità di dragone, ero piccolo, basso, magro e
veloce, riuscì ad infilarmi nell'uscita abbastanza in fretta e corsi
verso il luogo dove la guardia mi aveva requisito le falci, non avevo
intenzione di affrontare il mostro ma se me lo fossi trovato davanti non
avrei voluto fare brutta figura con le Dee. La folla mi spinse via dalla
porta attraverso cui ero entrato, decisi di farne a meno per ora, sarei
venuto a recuperarle dopo. Restare in strada mi sembrava troppo
pericoloso e poi volevo valutare la situazione. Mi infilai in un vicolo
e osservai la scena, c'era gente che scappava, chi era stato calpestato
o era morto oppure veniva finito dal mostro che pareva più interessato
ad uccidere piuttosto che soddisfare una certa fame. Stavo per andarmene
quando vidi nella folla un elemento discordante: un vecchio stazionava
al centro della strada e si preoccupava di evitare i terrorizzati
cittadini che correvano all'impazzata.
Pensai subito ad un matto che si era messo in testa di affrontare il
mostro.
Quando lo guardai meglio però riconobbi lo stesso uomo che avevo visto
il primo giorno, il giorno della sfilata. Quegli occhi di ghiaccio
difficilmente li avrei dimenticati e adesso erano lì, davanti a me. Come
se avesse percepito il mio pensiero l'uomo si voltò verso di me, mi
vide, e in una frazione di secondo si dileguò..."E no! Questa volta
voglio scoprire chi sei temerario anzianotto..." ma questo tanto
anzianotto non sembrava a considerare dalla velocità con cui si muoveva
in mezzo ai viottoli della città. Faticai a seguirlo ma non lo persi di
vista. Lo vidi entrare in una vecchia porta di legno che faceva da
ingresso ad una torre diroccata. Entrai con una relativa facilità. Un
odore di morte subito mi colse all'interno della torre.
Estrassi il pugnale d'istinto e con l'altra mano strinsi uno shuriken in
tasca.
Mi avviai verso l'unica luce che vedevo: una botola che portava alla
cantina della torre. Scesi subito, non era molto buio, i gradini mi
diedero un po' d'impiccio; quando finii la rampa vidi intorno a me una
scena orribile: il pavimento era disseminato di cadaveri e su questi
avevano fatto radici i fiori di Bella Vita. Pensai al giullare, al
vecchio del corteo, al mio fiore, lo stomaco fece qualche balletto su e
giù. Per fortuna non avevo fatto colazione. Dovevo andarmene ma vidi di
fronte a me un'altra luce che proveniva da una porta socchiusa.
Entrai in un laboratorio da alchimista.
L'odore era più accettabile, anzi... Quasi non feci caso al vecchio che
stava ora di fronte a me, il suo sguardo era carico d'odio. Stranamente
non avevo paura, prima che potessi aprire bocca questo disse: "Siano
maledetti tutti coloro che si opporranno alla giustizia che monderà
questa città perversa! Ora è troppo tardi per fermare la mia
vendettaaaaah".
Detto ciò si sbriciolò di fronte a me e diventò uno scheletro. Un po' di
pelle era rimasta, ma avevo altro a cui pensare, passai il pugnale sulla
mano sinistra per poter lanciare gli shuriken. Ne afferrai due, il
non-morto si lanciò contro di me, io subito cercai di colpirlo con gli
shuriken, il primo andò a segno e gli portai via qualche costola,
l'altro invece si fermò come d'incanto a pochi centimetri da lui e cadde
a terra tintinnando. "Maledizione! Questo ha pure dei poteri magici".
La sicurezza che mi animava cadde di botto, avevo il terrore della magia
negativa, dimenticai gli altri due shuriken e afferrai il pugnale.
Improvvisamente lo scheletro sparì di fronte a me e riapparve
improvvisamente a mezzo metro da me. Subito cercò di colpirmi ma mi
parai con la piccola arma. La violenza del colpo fece volare via il
pugnale ma qualche dito era però sparito dalla mano del non-morto. Ero
disarmato, vista la forza dell'osso-buco, non avrei avuto scampo in uno
scontro a mani nude. Cercai un'altra arma. Le dee mi furono d'aiuto,
trovai un robusto bastone che era servito da manico di scopa e lo
utilizzai contro il non-morto. Il combattimento si fece aspro, quel
contenitore di midollo marcio non sembrava intimorito dalla mia bravura
nel mulinare l'asta.
"Non ha niente da perdere, io sì, la vita" pensai e cercai di chiudere i
giochi.
Non ci riuscivo, dopo qualche minuto ero già stremato, lo scheletro
invece era "freschissimo" per così dire e si preparava ad attaccarmi di
nuovo.
Avevo una voglia di vivere pazzesca, quando quel coso mi attaccò, puntai
il bastone al collo del non-morto e lo centrai con tutta la forza che
avevo.
Lo scheletro subito rimase sconvolto, quasi mi pareva provasse dolore,
non stetti a compiacermi del gran gesto, cominciai a colpirlo, a
casaccio, ma in fretta e senza dargli respiro". Diedi fondo a tutte le
mie energie per stenderlo. Volevo colpirlo in testa ma sbagliai il colpo
e lo centrai in pieno di nuovo sul collo. Questa volta qualcosa si
ruppe, il mio bastone!
Stavo per fare le mie ultime preghiere quando vidi lo scheletro
barcollare e crollare polverizzandosi all'istante. Tornai a respirare ma
sentì tutto girarmi intorno e svenni. L'ultima cosa che vidi fu un
bagliore di luce scarlatta.
CAPITOLO 6
Un colpo di tosse. Così mi svegliai. Cioè, ero sicuro che qualcun'altro
avesse tossito al mio posto ma intorno a me non vidi nessuno e la mia
gola ardeva. Dovevo bere, ma soprattutto mi distruggeva quel maledetto
odoraccio che era sparso nella stanza. Ricordavo tutto benissimo, la
lotta con quel coso piuttosto magro...poi il nulla. Mi guardai intorno,
un disastro intorno a me. Non volevo restare in quel posto più di tanto.
Per rialzarmi mi aggrappai ad uno scaffale e questo si ruppe
rovesciandomi addosso una decina di libri.
Ero ancora intorpidito, non sentii niente ma mi accorsi senza dubbio che
mi trovavo di fronte ad una biblioteca. Non c'erano molti libri, la mia
attenzione mi cadde subito su due volumi: "La Maledizione di Ezimeth" e
"Il diario di Osmond di Torre Smeraldo". Decisi di tenerli. Mi affrettai
ad uscire da quel postaccio. Appena sbucai dalla porta fui investito da
una fitta pioggia e il mio animo si rattristò nel vedere un cielo
nero... parecchio nero. "Andiamo bene... dovunque poso lo sguardo c'è
qualcosa di brutto".
"Mi hai letto nel pensiero straniero! Fermo dove sei e non tentare la
fuga" disse un soldato, spalleggiato da una decina di compagni. Il
comandante si fece avanti: "Deponi le armi e seguici, non voglio
storie!". Mi accorsi di aver lasciato pugnale e asta dentro la torre,
solo uno shuriken era rimasto nella mia tasca. Dissi che ero disarmato,
mi perquisirono ma anche se avessero trovato lo shuriken lo avrei
spacciato per un gingillo. Non lo trovarono.
Le seguii attraverso le vie della città. Il buio era lieve ma
penetrante.
Poca gente in giro, e non osava incrociare lo sguardo nè con me, nè con
le guardie. Notai un bando che sanciva la sospensione dei
festeggiamenti.
Mi portarono al palazzo reale. Bello, pensai, fui condotto all'interno.
Percorsi corridoi, stanze, saloni, ero immerso nel lusso più puro.
Sarebbe stato divertente confrontare quell'ambiente così ricco e
confortante a confronto con quello schifoso della torre. Ad un certo
punto entrai in un salone, immerso di luce. Appena i miei occhi si
abituarono alla forte luce, vidi nel salone molti alcuni miei compagni.
Ace, Temp, Asjah, Thelonius, Dolceluna, Shademar, Driz e Galdor. Di
colpo tutti i cattivi pensieri svanirono.
Non potevo desiderare altro che rivedere persone a me care. Stavo per
correre verso di loro ma quando vidi che nessuno di loro apparentemente
mi riconosceva, stetti zitto e mi sedetti osteggiando indifferenza
accanto ad Ace che mi guardò con sguardo d'intesa. Allora capii, le
guardie non dovevano sapere che ci conoscevamo, chissà come avrebbero
reagito.
Appena le guardie si allontanarono, Ace mi sbattè una mano sulla spalla
e cercava di trattenere uno scoppio di risa. Mi sussurrò: "Vend, sono
contento che tu sia qui. Questa sceneggiata è iniziata con Driz e
continua ogni volta che arriva qualcuno di nuovo poi ogni volta che
entrano le guardie continuiamo a fare i perfetti sconosciuti, mi sto
divertendo un mondo..." poi tornò subito serio e mi chiese che avevo
fatto in queste ore. Guardai tutti in volto, sguardi di intesa ma nessun
urlo di gioia. Mi rigirai verso il mio compagno: "Guarda Ace, sarebbe
troppo lungo da raccontare".
Driz invece disse: "Almeno spiegaci cosa sono quei due libri che hai in
mano, non te li hanno tolti di mano". Vidi che avevo ancora i libri. "Li
ho trovati in una torre diroccata. I loro titoli sembrano promettenti".
Detto questo aprii il primo e iniziai a leggerlo a voce sufficientemente
bassa perchè tutti sentissero. Metà del libro era illeggibile, riuscii a
leggerne solo un pezzo: Parlava di una maledizione che aveva degli
effetti particolarmente somiglianti con quel che era successo in questi
giorni incredibili.
Lessi, splendido, che a quanto pare non c'era modo di fermare questo
casino.
Fantastico. Posai il libro, gli sguardi di tutti erano particolarmente
preoccupati.
Scambiammo tra di noi poche parole per capire come interpretare quelle
frasi.
Ace prese in mano il diario e mi disse di leggerlo. "Quasi mi ero
dimenticato di sto libretto". Ero molto curioso di leggerne qualche
pezzo. C'era una sola tipologia di pensiero lì dentro: ODIO. E
parecchio, anche a giudicare dalla calligrafia in cui erano riportate le
parole. Erano parole appassionanti ma soprattutto riguardavano il re e
ponevano la sua famiglia da un altro punto di vista: invertito. Talmente
ero preso che smisi di leggere a bassa voce e subito Galdor mi diede un
colpetto perchè non sentiva niente.
Finii di leggere un pezzo particolarmente cruento e sconvolgente per
quello che riportava. "Un patto con le forze del male! Però... mica male
come trucco per sconfiggere i nemici" disse Galdor. "Sono d'accordo con
te, ma l'ironia non servirà a molto temo. Io non so se credere a queste
parole".
"Nemmeno io" dissero in molti. Intanto arrivarono altri miei compagni:
Taal, Kikka e altri.
Verso mezzogiorno entrò nella stanza la regina. Splendida, non avevo
altri aggettivi. Ci disse che non ci riteneva pericolosi e ci chiese di
riferirle quello che sapevamo. Non iniziai io, questo mi permise di
prepararmi un bel discorso. Quando toccò a me, le raccontai tutto tranne
il fatto che il giullare mi aveva regalato un fiore di bella vita. Non
sapevo perchè ma non volli dirlo. Raccontai il primo incontro con l'uomo
dagli occhi di ghiaccio e poi la lotta con esso nella torre il giorno
del torneo.
Tralasciai qualche particolare che preferii non riferirle.
CAPITOLO 7
Quando la regina finì di ascoltare le storie e le versioni di ciascuno
di noi, ci supplicò di aiutare la sua città. Quella supplica mi colse
profondamente, sentivo di doverle dare una mano. Allo stesso tempo però
non riuscivo a capire come avrei potuto aiutarla in quanto gli eventi a
cui avevo assistito mi lasciavano perplesso e con poche spiegazioni in
mano, poche certezze.
Stavo pensando a questo quando mi accorsi che la regina si era
allontanata, presa improvvisamente da una luce scarlatta che proveniva
dalla sommità del palazzo. La seguii, quando raggiunsi uno spazio
esterno delimitato da muri di granito, vidi il Re che fronteggiava uno
strano individuo. Individuo?
Beh, difficile definirlo in modo diverso. Sembrava alto tre metri,
magrissimo, scuro di carnagione. Alle sue spalle un lupo di fiamma,
davvero imponente.
Non ho bisogno di strofinarmi gli occhi per vedere se è
un'allucinazione.
Tanto con tutto quello che ho visto finora... La strana figura si
presenta al Re: è Ezimeth, il signore della vendetta...
Ascoltate le minacce di Ezimeth decisi che era meglio non contraddirlo,
ma non volevo ascoltarlo in tutto e per tutto. Pronto a schivare
qualsiasi attacco, chiesi ad Ezimeth una possibilità. Attimi di
tensione, ora mi fissava, cercavo di sembrare il più tranquillo e
risoluto possibile ma la cosa mi riusciva poco e male. Ezimeth in ogni
caso non si preoccupò, a dir la verità non credo gliene importasse molto
se lo temevo o meno. Lui si mostrò disponibile, ma noi avremmo dovuto
salvare una donna in pena che stava per cadere vittima del suo
maleficio. Se non l'avessimo fatto il fiore conficcato nel corpo della
regina avrebbe annientato lei e il re. Detto questo se ne andò.
Pensai al da farsi, in fondo si trattava di trovare questa donna,
proteggerla da qualcosa (ed era quello ciò che mi turbava... non sapere
cosa) e a quel punto avremmo salvato il regno. Oggettivamente l'impresa
non mi affascinava: tutte le situazioni che avevano a che fare con la
magia non mi erano gradite anzi, cercavo di rifuggirle il più possibile.
Tuttavia l'unica alternativa sarebbe stata la fuga dalla città e questo
era ancora peggio. Umiliante, non sarei mai scappato per nessuna ragione
al mondo. Decisi di andare alla ricerca di questa donna. Mentre me ne
andai, sentii il re mormorare delle frasi strane, tragiche e splendide
allo stesso tempo. Uscii dal palazzo, alcuni dei miei compagni erano già
andati via, alcuni invece restarono nell'evenienza di un ritorno di
Ezimeth.
Decisi di tornare nel mio alloggio, lì avevo lasciato il fiore di bella
vita. Credevo che portarmelo dietro mi avrebbe solo aiutato... non
sapevo in che modo ma avevo un presentimento. Mentre mi incamminavo però
ripensai ai mostri e solo allora mi sovvenne il fatto che le mie falci
erano ancora... dove?
Nel marasma generale potevano essere finite da qualsiasi parte. Non
avevo scelta che tornare all'arena. Da lì avrei iniziato le ricerche
delle falci e poi della donna. Mi diressi furtivamente verso l'arena.
Poco tempo dopo infatti feci uno sgradevole incontro. Si trattava di una
specie di porcospino su due zampe con un muso da formichiere. Non si
accorse di me per fortuna, camminava apparentemente senza meta.
Cominciai a farmi un'idea di questi mostri apparsi improvvisamente in
questa città: al servizio del caos, era la prima cosa che mi veniva in
mente. Non mi venivano in mente altre soluzioni.
Uccidere, terrorizzare, questo era il loro mestiere. L'unico modo per
eliminarli era portar via il maleficio dalla città. Dovevo fare in
fretta. Raggiunsi l'arena, inciampai sulle orme del primo mostro apparso
nell'arena. Ricordavo benissimo l'entrata da cui avevo fatto il mio
ingresso. Quando arrivai trovai il cancello divelto, distruzione e
sangue dappertutto. Il posto dove avevo lasciato le mie falci era
completamente spoglio. Ricordavo che le avevo lasciate ad un soldato che
le aveva gettate in un mucchio di armi accumulato in un angolo. In
quell'angolo non c'era più niente... mentre cercavo di capire dove
potessero essere finite, sentii un ringhio dietro di me e mi gettai a
terra, una specie di frusta spessa come una mia gamba mi sfiorò la
testa.
Quando mi girai vidi un'altra strana creatura. Abbastanza simile ad un
uomo per forma, al posto delle braccia era munita di due tentacoli
lunghi qualche metro. Rapidamente passai in rassegna le armi che avevo
in mio possesso.
Impiegai molto poco: non ne avevo! Fui più veloce del mio stesso
pensiero, mi voltai e corsi a perdifiato per il perimetro dell'arena.
Sentii il mostro che mi rincorreva, lo distanziai, mi girai a vedere
quanto fosse distante: non era distante! Semplicemente non correva più
con i piedi ma con le braccia e non faceva rumore! Ripartii subito e
cercai un posto dove nascondermi.
Sempre sul perimetro dell'arena vidi un gabbiotto di legno aperto. Mi
gettai all'interno e richiusi la porta dietro di me. Presi fiato, il
mostro mi aveva visto e mi aspettai una sua improvvisa entrata in scena.
Ma nessuno tentò di forzare la porta. Sbircia dall'interno e lo vidi lì
fuori. Era immobile e fissava la porta. Mi aspettava! Oppure stava
lentamente pensando a come entrare?
"Pensare... come se quel coso potesse pensare" mormorai e mi guardai
intorno. Grande fu la mia sorpresa e anche il dolore quando andai a
sbattere il naso contro una lancia da soldato. La riconobbi subito per
le intagliature che aveva sul manico. Con la poca luce che entrava
cercai di guardarmi ancora intorno: era un gabbiotto adibito alla
custodia delle armi! E c'erano anche quelle degli spettatori! Vidi
spade, pugnali, daghe, aste, archi, faretre, tutto ammucchiato in fondo
al gabbiotto. Scavai freneticamente nel mucchio e trovai, in fondo, le
mie falci. La mia contentezza si affievolì subito: una delle due falci
aveva l'impugnatura rotta. Un'ascia era stata gettata sopra da un
soldato sbadato e questa aveva spezzato la parte centrale in legno.
Imprecai in dieci lingue, quella falce ora era buona solo per tagliare
una bistecca a tavola. La infilai nel fodero che tenevo dietro la
schiena e imbraccia l'altra. La fortuna mi aiutò perchè era rimasta la
falce sinistra e quindi avevo la destra libera di impugnare un'altra
arma.
Ero destro, presi una spada a casaccio nel mucchio e la soppesai. Mi
tornò a mente Draven, che insisteva: "Un dragone dovrebbe essere
ambidestro..." e cose del genere. Astor aveva ripreso il discorso ma in
pochi avevano ascoltato queste ammonizioni. Mi promisi di riproporre la
questione alla torre. "E non sarai certo tu, schifezza rossa, ad
impedirmelo".
Con questo pensiero spalancai la porta e schivai di scatto un suo
attacco: mulinava le braccia come fruste. La forza di quei tentacoli era
impressionante: frantumò porte e parte del gabbiotto. Lo attaccai
mirando subito alle sue armi di offesa, volevo affettare quelle braccia
in modo da renderlo inoffensivo.
Quanto colpii con la spada una delle braccia del mostro capii che non
sarebbe stato così facile. La spada, seppur di buona fattura, terminò la
sua corsa qualche centimetro dentro le carni del mostro. Una sola falce
aveva la stessa capacità di penetrazione. Non potevo colpirlo lì. Il
mostro non si curò della lieve ferita e cercò ancora di colpirmi.
Un tentacolo mi centrò ad un piede e mi fece cadere a terra. L'altro
tentacolo subito arrivò a colpirmi ma con la spada e la falce devia il
colpo, mi rialzai e mi gettai verso la parte centrale del mostro. Questo
chiuse le braccia per coprirsi ma non ci riuscì in tempo. Piantai la
spada nel suo ventre e con la falce sinistra provocai un lungo squarcio
al suo fianco. Sentii le sua braccia afferrarmi ma perdere subito forza.
La falce mulinò di nuovo e questa volta centrai la sua gamba.
Entrambi cademmo a terra ma l'unico a rialzarsi fui io. Il mostro
giaceva lì, non riusciva a rialzarsi e perdeva tanto sangue. Stava
morendo, e lentamente.
Me ne andai sempre facendo attenzione. Dimenticai di recarmi nel mio
alloggio e mi misi alla ricerca di questa donna. Intanto pensavo a come
riparare la falce e a come non farmi beccare da altri mostri.
CAPITOLO 8
Recuperate le falci e il fiore di bella vita, mi misi alla ricerca della
donna descrittami da Ezimeth. In giro vedevo sempre meno gente, c'era
una sensazione di tensione costante, viaggiavo guardingo, scrutavo ogni
angolo e studiavo qualsiasi persona o simil cosa che incrociasse la mia
strada. Tenevo le falci nei foderi e la spada in mano, adagiata su un
fianco, pronta ad essere sguainata. Mi aggiravo per le viuzze quando
sentii un pianto. Fermai la mia andatura e mi misi all'ascolto: non
sentivo niente. Rimasi all'ascolto ma non sentii nulla.
Ricominciai a camminare e lo risentii. Non mi ero sbagliato ne ero
sicuro. Una porticina di una casetta sbatteva sferzata dal vento.
Rabbiosamente la chiusi con forza per impedirle di farmi sentire quello
che volevo. Ora lo sentivo, era debolissimo, cioè lontano, oppure
proveniente da un luogo chiuso. Spalancai le orecchie e cercai di capire
da dove provenisse.
Quando intuii la direzione del pianto, mi tornò alla mente la mia
ricerca, la mia missione, decisi di lasciar perdere ma subito dopo
cambiai idea. Cominciai a correre verso il pianto, più mi avvicinavo,
più ero convinto che si trattasse di un bambino. Raggiungere il
bambino... tutt'altro che facile, le viuzze erano davvero intricate,
troppo intricate, correvo a perdifiato, inciampai anche in due
occasioni. Mi rialzavo sempre prontamente ma più correvo verso il
pianto, più avevo la sensazione che questo si allontanasse da me.
Col respiro strozzato svoltai un angolo. Il vento improvvisamente mi
sferzò riversandomi in faccia polvere e foglie. Fermai la mia corsa, mi
strofinai la faccia e mi piegai a terra per spolverarmi più in fretta.
Le orecchie però mi riversarono quel pianto, debole, nel cervello: era
vicinissimo: anzi era davanti a me. Mi strofinai gli occhi e mi rialzai,
aprii le palpebre, gli occhi mi bruciavano ed inizialmente vidi due
figure, una per terra e l'altra in piedi.
Quando misi a fuoco la scena vidi che le persone erano tre, una in piedi
e due, una donna ed un bambino, per terra. Era il bambino, in lacrime,
ad emettere il pianto. ma l'attenzione mi cadde subito su ciò che la
persona in piedi stringeva in mano: una spada nera, dalle strane
incisioni. La stringeva un uomo in stato di trance. Ero di spalle alla
donna e al bambino, l'uomo invece era di fronte a me, vedevo che la sua
espressione era vuota ed emetteva uno strano suono dalle labbra. La
donna stringeva a sè il bambino, ella ansimava, non so se per paura o
cos'altro.
Rimasi impietrito: era come se aspettassi che quella spada calasse da un
momento all'altro. Non riuscivo a muovermi ma ad un certo punto l'uomo
smise di rantolare, mi svegliai improvvisamente, quasi sentii i muscoli
delle sue braccia che si contraevano per vibrare il fendente.
Scattai il più velocemente possibile, sollevai la spada e proprio mentre
la nera arma dell'uomo era a metà strada, contrapposi la mia e il
clangore del metallo risuonò nelle mie orecchie e provai un gran
sollievo. Lo slancio però mi fece incespicare sul vestito della donna e,
con una capriola, atterrai a qualche metro dai tre. Mi girai verso
l'uomo.
Subito egli mi inquadrò, i suoi occhi esprimevano più rabbia che
sorpresa. Anche la spada sembrò arrabbiarsi, iniziò a vibrare e subito
l'uomo si mise a correre verso di me. Sollevai la spada, pensai di
estrarre la falce ma l'uomo non me ne diede il tempo. La sua spada era
un'arma formidabile ma non la sfruttava al meglio.
Mi difesi, non combattevo con quest'arma da mesi e mesi. Mantenni la
calma, riuscivo a malapena a non indietreggiare. La stanchezza però si
fece sentire, non dormivo da tanto e per me il sonno era sacro. Non
riuscivo a far pendere la bilancia dell'incontro dalla mia parte. Dovevo
estrarre la falce, se non ci fossi riuscito, alla lunga avrebbe vinto
lui, più fresco e sembrava non provare fatica o paura.
Colpiva con chirurgica espressione, quasi la sua mano fosse guidata da
uno spadaccino provetto. Comincia a pensare che fosse la spada a guidare
la mano dell'uomo. Dovevo rischiare: provai a prendere l'iniziativa,
intensificai le parate e portai qualche attacco.
Riuscii ad allontanarlo quel tanto che mi bastò per estrarre la falce.
La sola presenza della mia adorata arma mi diede una forza immensa: in
quel momento ripensai alla missione e al fatto che quell'uomo stava
uccidendo due esseri inermi e innocui. Riacquistai piena lucidità e
cominciai a non sbagliare più un colpo. Riuscii a disarmarlo con un
abile colpo di falce e a spingerlo lontano da me. Improvvisamente l'uomo
parve destarsi dal suo stato di trance e guardandomi disse: "Ti... ti
ringrazio, mi hai impedito di dannare la mia anima per l'eternità...
grazie". La spada gli scivolò dalle mani e si ruppe in terra come se
fosse stata di cristallo. L'uomo ebbe il tempo di guardare la sua donna
e il suo figlio e si accasciò al suolo privo di sensi.
Non ebbi il tempo di voltarmi verso i due che lei disse: "La salvezza è
giunta, le mie preghiere sono state ascoltate, grazie, grazie!". Non
dissi nulla, sorrisi a lei al bambino, ero felice, l'uomo in terra non
era morto ma solo svenuto, si sarebbe ripreso presto.
Mi tornò alla mente la mia missione. Le chiesi: "Sai nulla di cosa sta
succedendo in questo paese? Conosci Ezimeth?". Lei aggrottò la fronte e
mi rispose con un sincero no, scuotendo la testa. Cominciai a pensare
che la donna da salvare non fosse quella di fronte a me. "Tuo marito
sembrava in preda ad una maledizione, una specie di ipnosi, non ti viene
in mente niente?"
"No, di queste cose non ne so nulla, a mio marito non è mai successa una
cosa del genere, lui non è uno che si droga o beve al punto da finire in
queste condizioni".
"Quindi qualcosa di strano è accaduto, non hai notato niente di
particolare?", la donna scosse di nuovo la testa: "Se escludiamo quello
che sta succedendo in questa città allora no..." il bambino le tirò una
manica del vestito, sua madre lo esortò a parlare ma lui, vergognandosi
di me, non volle e le chiese di poterle parlare all'orecchio.
Classico dei bambini pensai. Il piccolo proferì poche parole con un tono
interrogativo all'orecchio della madre. Lei subito parve ricordarsi di
qualcosa e mi disse: "A dir la verità qualcosa di strano mi è capitato.
Io non ricordo mai i sogni che faccio e proprio per questo mi è rimasto
impresso nella mente: ho fatto uno strano e terribile sogno l'altra
notte"
"Che cosa? Dimmelo per favore, è di vitale importanza!"
Lei trasalì poi disse, timida, "Un lupo di fiamma che mi inseguiva... un
lungo inseguimento".
Spalancai gli occhi e digrignai i denti. Era lei. La ringraziai e quasi
inciampando sull'uomo svenuto a terra, raccolsi spada e falce e
cominciai a correre disperatamente verso il palazzo reale. Sentivo
dolore dappertutto, lo scontro con l'uomo ipnotizzato mi aveva tolto
tante energie e le cadute che avevo subito mi avevano ridotto un po'
male. Ma non volevo cedere proprio adesso.
Arrivai al palazzo. Era tetro, tanto. Nessun uomo era di guardia, entrai
indisturbato nel corridoio centrale che portava al salone. Un servo
corse verso di me, mi evitò di scatto e scappò dietro di me. Aveva una
faccia carica di paura. Un altro per poco non mi travolse. Questo mi
indispettì e, visto che nessuno mi ascoltava, presi letteralmente per un
braccio un altro servo: "Dov'è il re?"
"Nei sotterranei!" disse e se ne andò di forza.
Avanzai risolutamente verso i sotterranei, impiegai un po' a trovarli ma
non ebbi esitazione a scendere le scale in pietra. Passai accanto a
celle, strumenti di tortura... proseguendo vidi la regina distesa su un
altare. Il fiore di bella vita era quasi sbocciato. Accanto a lei il re,
scosso dal pianto. Cautamente mi avvicinai, ero sicuro di aver risolto
temporaneamente la situazione quindi non avevo fretta di fare altre
mosse.
Volevo parlare col re e capire dove fosse Ezimeth. La risposta al
secondo quesito arrivò quando, dall'altra parte della stanza, fece la
sua comparsa Ezimeth sul lupo infuocato.
La sua voce risuonò malvagia: "Hahaha! E' stato divertente osservare il
vostro affanno nel tentare di salvare quest'elfa dalla morte ed il suo
patetico sposo dalla follia, tuttavia non mi è piaciuto il finale della
commedia, ora ci penserò io a darle un lieto fine" detto questo un balzo
del lupo mi raggiunse. Ero immobile, lui disse: "Ora consumerò la tua
vita".
Sguainai la falce e la spada: la lucidità era ormai andata a farsi
benedire, gli occhi mi bruciavano ancora per la violenta impolverata di
prima. Cominciai a pensare che Ezimeth avesse avvelenato il terreno e
che qualche strana sostanza mi stava rovinando la vista.
Ezimeth estrasse una spada e un'ascia e cominciò ad attaccarmi. In
quelle condizioni non potevo fare altro che difendermi ed aspettare che
qualcuno arrivasse in mio soccorso. La spada presto volò via, la falce
restò incollata alla mia mano. Ezimeth neutralizzò il mio unico
tentativo. Alcuni dei suoi colpi mi raggiunsero, ferendomi, non persi la
testa, avevo male dappertutto, i miei occhi chiedevano sollievo e sonno,
perdevo sangue ma non ci pensavo: dove evitare di lasciarci le penne.
Fu la determinazione a farmi resistere qualche minuto poi sull'ennesimo
attacco di Ezimeth le nostre armi si scontrarono violentemente ed
entrambi rimanemmo disarmati. Ezimeth non era assolutamente disperato di
aver perso la spada. Anzi sorrise e fu affiancato dal lupo infuocato.
Mi reggevo in piedi per miracolo, ormai lo sguardo non andava più nè
alla porta nè al re. Nessuno sarebbe venuto, nessuno mi avrebbe aiutato.
Ezimeth rimase fermo sorridendo: il lupo invece mi attaccò: sentii un
fortissimo calore, i miei occhi urlarono ancora più di dolore, le ferite
che avevo nella parte superiore del corpo quasi si cauterizzarono.
Stavo per fare la mia ultima preghiera quando sentii un sibilo e poi un
grido di dolore soffocato. Il calore scemò di colpo, rimasi con gli
occhi chiusi: li avrei più riaperti? Non ci riuscivo. Caddi in
ginocchio, rialzai la testa e guardai Ezimeth. Una spada lo aveva
raggiunto alla gola. Dietro di lui vidi il re, era stato lui a
scagliarla.
Sangue nero colava dalla gola di Ezimeth, il metallo che l'aveva
trafitta era quello della spada delle Ere. Il demone si sfilò la spada,
la guardò e disse con rabbia: "Che tu sia in eterno maledetto Elderion!
Siate tutti maledetti! Non dimenticherò l'affronto! Mai!" quindi si
sbriciolò in terra. Non mi sentivo vittorioso o contento, volevo
soltanto lasciarmi andare... vidi la regina viva e sorridente, i due si
avvicinarono a me ma subito dopo caddi. Finalmente... pace.
Finalmente... pace.
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