Il Mistero della Città delle Stelle
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Thelonius
CAPITOLO 1
Mi alzai con comodo e feci una abbondante colazione senza dovermi
affannare per conquistare un posto decente che mi permettesse di
assistere allo spettacolo della sfilata, perchè anche questa volta,
grazie al mio amico Leon potrò godere di un posto di assoluto
privilegio: La vista dalla vecchia torre! |
Essa rappresentava l'ultima vestigia del sistema di fortificazioni
dell'abitato che racchiudeva il nucleo più antico della Città delle
Stelle.
La Torre che si affacciava sulla piazza principale, da dove sarebbe
transitata la parate reale, si ergeva seppur vetusta, ancora maestosa,
ma ormai da moltissimi anni in disuso e disabitata. Per me che ero
allergico alla calca e alla folla era la maniera ideale per assistere ai
festeggiamenti.
La maniera per accedere alla torre in maniera discreta e "alternativa",
era utilizzare i passaggi sotterranei che furono scavati a suo tempo per
motivi di sicurezza, ma che adesso erano caduti nell'oblio.
Ci portammo dell'ottimo vino e delle cibarie per rendere confortevole la
nostra giornata e accedemmo ai cunicoli da un magazzino di proprietà di
Leon. Lui era il depositario dei segreti dei sotterranei tramandati da
padre in figlio da un suo antenato che si occupò delle fortificazioni
della città in prima persona. Senza di lui sarebbe stato impossibile
orientarsi attraverso il dedalo di cunicoli e passaggi che, anche se in
buone condizioni, era impossibile da decifrare. L'atmosfera sotto è
piuttosto inquietante, ad ogni buon conto portai con me la mia fida
balestra e la spada per ogni evenienza.
Giungemmo senza problemi al nostro posto di osservazione poco prima che
partisse il corteo dal palazzo reale e ci sistemammo comodi sulla
sommità della torre da cui potevamo vedere senza essere praticamente
visti.
Il vociare e le risa della gente accalcata lungo il percorso giungevano
appena lievemente smorzate, gli alabardieri impettiti delimitavano e
mantenevano sgombro il lume della strada destinato al passaggio del
corteo, guardavano dritti davanti a loro, tranne qualcuno che non
resisteva al fascino delle molte belle spettatrici a cui, ricambiati,
sorridevano.
I colori delle vesti riservate per gli eventi importanti si mischiavano
ai colori dei gonfaloni in un guazzabuglio cromatico, il profumo delle
cibarie cotte ai bordi della strada e nei laboratori dolciari
provocavano contrastanti sensazioni nelle mie narici. Il cielo era terso
e si avvertiva già la dolcezza della primavera. Sarebbe stata una
giornata memorabile.
CAPITOLO 2
L'attesa fu presto premiata, il corteo finalmente sopraggiunse lento e
maestoso anticipato dagli araldi, in questo momento la folla ammutolì
per dei lunghissimi secondi fino ad esplodere in un moto di meraviglia
alla vista dei corpi scelti della guardia reale; i migliori guerrieri
nelle vesti da parata. Dopo di loro sfilarono una rappresentanza dei
reparti dell'esercito reale e infine comparve il cocchio del re scoperto
dove al suo interno i sovrani salutavano sorridendo il popolo che
eccitato li acclamava. Davvero uno spettacolo stupendo.
In quest'armonia festosa i miei sensi allenati avvertirono qualcosa di
distonico, non ben definito, finché notai al centro della strada
percorsa dalla sfilata una figura indistinta, quasi spettrale che
camminava lentamente in senso contrario.
Non capivo... l'individuo avanzava nell'indifferenza come fosse stato
invisibile, eppure le guardie lo evitavano al suo passaggio, non
capivo.........
Quando egli si trovò sulla verticale della torre, inaspettatamente si
voltò verso di me. (Non dimenticherò mai quello sguardo carico d'odio,
come se fosse stato il mio peggior nemico, uno sguardo che mi raggelò il
sangue e mi provocò una sensazione di nausea). Istintivamente lo presi
di mira con la balestra, era un buon bersaglio da quella posizione. Solo
allora il mio fidato amico si accorse di quello che stava succedendo
chiedendomi spiegazioni, ma ero troppo concentrato a seguire la scena e
non gli risposi.
La figura spettrale non si curò più di me continuando ad avanzare verso
la carrozza del Re Elderion.
La mia mano si tese sulla leva di rilascio della balestra allorché egli
arrivò di fronte al monarca.
Solo allora sembrò palesarsi a tutti, ma, come causata da un'aura di
terrore, la gente rimase basita e in silenzio, compresa la guardia
reale.
I cavalli della carrozza erano tenuti stentatamente a bada dai
palafrenieri, poi vidi il re alzarsi in piedi con aria sicura e ci fu un
breve dialogo fra i due che terminò, quando il losco figuro, che ora
appariva come un vecchio logoro ed emaciato lasciò cadere a terra quello
che mi sembrava un fiore molto simile a quello che il giullare mi aveva
offerto all'entrata della città.
In quel momento mi accorsi che il re s'irrigidì e anche la gente intorno
si ritrasse spaventata, e fu proprio nel momento che decisi di spedire
il quadrello nel corpo del vecchio, che egli si trasformò in un ammasso
brulicante da cui fuggivano topi e altre piccole cose che sembravano
insetti. Mai visto nulla di simile!
Vidi la folla fuggire terrorizzata e il corteo stretto attorno al
sovrano proseguire la marcia verso l'arena quasi come trasformato in un
corteo funebre.
Io e il mio amico ci guardammo con un'aria sbigottita ed angosciata. "Ho
bisogno di bere qualcosa di forte" gli dissi, e andammo via rifugiandoci
in una taverna.
Gli occhi fissi sul bicchiere, dopo lunghi minuti di silenzio dissi a
Leon: "Troppi interrogativi affollano i miei pensieri: chi era quel
vecchio e perché mi ha guardato con odio cercandomi li dove nessuno
sapeva che fossi? Di cosa ha parlato col re? Cosa rappresenta quel fiore
gettato a terra e offertomi dal giullare? E perché egli emanava tutto
quel terrore intorno a se?"
Leon mi prese le spalle e disse di aspettarlo nella taverna che avrebbe
cercato di dare risposta ai miei angoscianti quesiti.
Rimasi solo con i miei pensieri, sollevato leggermente dalla
consapevolezza che il mio fraterno amico avrebbe fatto di tutto per
sapere qualcosa.
Nel frattempo pranzai, e mentre il tempo passava notai che la gente,
quasi sparita in precedenza, ricominciava ad affollare le vie e i
locali, i sorrisi ricomparivano sui volti e la musica si diffondeva per
le strade. C'era ancora voglia di festa.
Seppi che furono cancellate o rinviate tutte le manifestazioni della
giornata ad eccezione del grande spettacolo di magia e abilità che si
sarebbe tenuto nell'arena. Probabilmente ci sarei andato, avevo anch'io
voglia di festa.
CAPITOLO 3
Finalmente Leon fece ritorno portando con sè notizie che placarono un
poco l'arsura della mia curiosità. Mi disse che l'inquietante vecchio
apparteneva all'estinto Casato di Torre Oscura (una volta denominato
Casato di Torre Smeraldo), sterminato da re Elderion I padre
dell'attuale re, una ventina di anni fa a causa di non meglio precisati
patti con il demonio a scopo di sovvertire l'ordine e conquistare il
regno. Il medesimo regno che passerà dieci anni dopo ad Elderion II il
quale ancora oggi governa con saggezza, amato dal popolo. Il re era
altresì famoso per le sue abilità di condottiero e combattente, abilità
conferitegli dalla Spada delle Ere, un artefatto potentissimo da cui non
si separava mai.
Del fiore misterioso seppi che non esisteva nella natura, ma era creato
magicamente come somma concentrazione delle più inebrianti essenze
floreali. Si scoperse poi che poteva fungere come una sorta di
accumulatore di incantesimi, i quali potevano essere liberati a comando,
o in determinate circostanze.
Ci avviammo lentamente verso l'Arena della Stella Madre scambiando le
nostre impressioni sui fatti accaduti nella mattinata, ma quasi senza
che ce ne accorgessimo i nostri pensieri gradualmente si addolcirono
accordandosi con lo spirito nuovamente festaiolo di tutta la gente che
convergeva verso l'arena.
Ci accolsero canti e balli, e coloratissimi giocolieri e saltimbanchi
che con i loro numeri inframmezzavano gli spettacoli teatrali.
Le risate della gente e il bel visino di una dama che ogni tanto
occhieggiava nella mia direzione, dissiparono completamente
l'inquietudine causata dai fatti precedenti.
"Aspettami" dissi al mio amico, e tornai dopo pochi minuti portando con
me una rosa rossa. Fugai il suo sguardo interrogativo dicendogli qualche
parola nell'orecchio, quindi mi precedette nella direzione della dama
dal bel visino. Quando Leon giunse alla sua altezza, come attore
consumato, fece finta di inciampare travolgendo un poco la donna nella
sua caduta, "Mi permetta di offrirle una rosa e mille scuse per la
goffaggine del mio amico". Il suo viso contrariato era ancora più bello,
e si addolcì solo per un attimo quando vide che ero io, ma si capiva che
stava al gioco. Attaccai così bottone, mentre Leon cercò di fare
altrettanto con la sua amica che era invero meno bella e meno simpatica.
Tra una chiacchiera e una risata si accorsero allarmate era più tardi
del previsto, così noi ci offrimmo di accompagnarle tagliando dai vicoli
per fare prima.
Mentre camminando pensavo che era una donna davvero splendida, e sapeva
sapientemente tenermi sulla corda alternando simpatia ritrosia e
arguzia, udii un grido lacerante di terrore provenire da un vicolo
laterale. Ci guardammo allarmati, "Bada tu a loro!" dissi al mio amico,
e corsi in direzione del grido che sembrava femminile, mettendo mano nel
contempo al mio pugnale.
Quello che mi si parò davanti agli occhi si poteva condensare in 3
parole: macabro, innaturale, disgustoso. Un uomo, o meglio dire le
vestigia di un uomo erano a terra e una massa brulicante di vermi neri
banchettava col suo corpo.
Mi resi conto solo allora che chi aveva gridato era una donna che,
appiattita in un angolo era in preda ad un attacco isterico.
Per fortuna, il fatto che fosse accorsa altra gente mi infondeva più
coraggio, ma queste, in preda all'orrore si guardavano bene
dall'avvicinarsi.
Eppure i particolari della scena avevano qualcosa di vagamente...
orrendamente familiare. Mi tornò alla mente l'immagine del vecchio
trasformatosi in vermi e topi, allora la curiosità prese il sopravvento
e mi avvicinai ai macabri resti e, sollevando con il pugnale i vestiti,
mi accorsi che sulla blusa aveva appuntato uno di quei fiori di bella
vita, anche se ormai appassito.
La donna atterrita era stata nel contempo assistita da alcuni della
gente accorsa, ed erano sopraggiunte anche le guardie. Me ne ritornai
sui miei passi, non avevo altro da fare li, e poi avevo anche io delle
donne da assistere.
Trovai Leon che mi aspettava nei pressi del luogo dove li avevo lasciati
"Sono al sicuro in una taverna a pochi metri da qui" mi disse, così
andammo a prelevarle e le riaccompagnammo a casa.
Durante il tragitto, salvo una breve spiegazione dalla quale omisi i
particolari più truculenti, (parlai di un omicidio a scopo rapina)
rimanemmo in silenzio.
Ci fu un intenso sguardo tra noi, quando mi accomiatai della dama dal
bel visino (e da una prima osservazione non doveva avere bello solo
quello), e fu l'unica cosa positiva che mi rimase, perché quella notte
fu solo carica di incubi e angoscia.
CAPITOLO 4
Il torneo dei più grandi campioni del regno, annunciato dagli araldi,
era ormai prossimo, e anche se la serenità e la gioia per l'evento erano
andate a farsi benedire, il richiamo per il grandioso spettacolo dei
combattimenti era irresistibile. Dopo un'abbondante colazione mi avviai
verso l'arena, accompagnato come sempre dal mio amico inseparabile.
Considerata l'inquietante piega che stavano prendendo gli avvenimenti,
essere insieme ci dava maggiore sicurezza.
Osservai che la gente (in pratica tutta la popolazione della città) che
stava raggiungendo l'arena, aveva un'aria un po' assente, i toni dei
discorsi monotoni e lo sguardo fisso davanti a loro. Le stranezze ormai
non mi meravigliavano più, ma l'inquietudine aumentava, tanto che mi
premurai di armarmi più che potevo senza dare troppo nell'occhio.
Coltelli da lancio negli stivali, una corta ma affilata spada
dissimulata nel corpetto di cuoio, le mie due piccole balestre,
micidiali nella corta distanza, nascoste sotto il mantello e una spada
in bella vista appesa alla cintura, mi rassicurarono alquanto. Anche
Leon portò qualcosa con sè.
Avevo mandato un fascio di fiori (ma senza fiori di bella vita) alla
"mia" dama con un biglietto, dandole appuntamento all'arena per lo
spettacolo del giorno. Non ero sicuro che sarebbe venuta, ma il mio
cuore sentiva diversamente, ed ebbe ragione lui. Ci ritrovammo al posto
convenuto quasi contemporaneamente, purtroppo (per Leon) accompagnata
dalla medesima amica, anche se le cose si stavano sbloccando anche per
loro, infatti, lei si era sistemata molto più carina, e quando si
incontrarono cercarono subito gli occhi dell'altro, come d'altronde io
mi ero già perso in quelli di Irina.
L'arena era quasi piena, quando vi giungemmo. All'entrata c'era il
deposito obbligatorio delle armi, dove io consegnai la spada in vista,
ma portai dentro tutto il resto senza problemi sotto lo sguardo
superficiale degli armigeri, probabilmente perché eravamo in coppia.
Mai visto uno spettacolo così maestoso, con tutti i cavalieri più
valorosi e rappresentativi del regno nelle loro armature da parata, e il
palco d'onore con nobili e regnanti in pompa magna.
Da lì a poco iniziarono i duelli e le giostre che assorbirono tutta la
mia attenzione e la mano d'Irina tra le mie contribuirono a farmi
dimenticare le mie inquietudini.
Mi alzai in piedi per seguire uno scontro particolarmente avvincente e
in quel mentre mi accorsi di una cosa che mi fece ripiombare nuovamente
in uno stato d'ansia angosciosa. Il sole era sparito e il cielo plumbeo
emanava dei bagliori verdastri, era come se tutto fosse avvolto da un
sudario opprimente.
Sembrava come se il fenomeno si fosse palesato solo a me, e per maggiore
conferma lo feci notare anche ai miei amici. Solo in quel momento anche
loro si resero conto della situazione, e questa consapevolezza provocò
molta paura nelle due donne, prontamente rassicurate da noi. Mi sentivo
nervoso come una belva selvatica in gabbia, il mio sesto senso mi
suggerì che la situazione poteva diventare pericolosa, così decisi di
allontanare le mie nuove amiche da quell'ambiente affollatissimo e
inconsapevole.
Le riportammo a casa, questa volta Irina disse, con uno sguardo carico
di promesse, che teneva molto alla mia salute, e ci salutammo con un
tenero bacio sulle labbra, ma decisi lo stesso di tornare all'arena per
verificare gli eventuali sviluppi della situazione.
Il cielo stava diventando ancora più cupo e dei tuoni sordi e prolungati
rumoreggiavano lugubri.
Nei pressi dell'arena fummo quasi travolti da una fiumana di gente che
correndo e spingendo si riversava dalle uscite incuranti di calpestare
quelli che cadevano. Urlavano frasi senza senso in cui si potevano
distinguere parole quali "MOSTRO", "DEMONE", "MANGIATI VIVI" o cose
simili. Tutti i miei timori si stavano materializzando nel peggiore
degli incubi.
Per non farci travolgere dalla gente in preda al panico, ci defilammo in
una strada secondaria a fissare sgomenti il pauroso spettacolo. Nello
stesso tempo ci accorgemmo che non eravamo i soli ad osservare la folla,
un uomo guardava davanti a se. Fui attirato in particolare dalla calma
che traspariva dalla sua persona. Avvicinandomi ancora qualche metro,
scorsi su un viso decadente un lieve sorriso come di compiacimento, che
unito alla consapevolezza che quegli era il vecchio comparso alla
parata, mi fece ghiacciare il sangue nelle vene.
Probabilmente accortosi di essere osservato, incominciò rapidamente ad
allontanarsi, infilandosi in un vicolo. Considerai che seppur il suo
aspetto sembrasse di un ottantenne, le sue gambe non avevano più di
venti anni a giudicare dalla velocità con cui cercava di seminarci.
Oltre alla sorprendente agilità, il vecchio (vecchio?) dimostrava anche
molta dimestichezza nel districarsi tra le viuzze della zona più vecchia
e decadente della città, e forse per questo pensò di aver fatto perdere
le sue tracce infilandosi in una vecchia torre facente parte del sistema
difensivo cui apparteneva anche la torre da dove assistemmo alla parata
il giorno precedente.
Dovevamo decidere il da farsi, allora Leon mi propose di dividerci in
modo da sorprendere il vecchio affrontandolo da due fronti diversi. Lui
sarebbe entrato nella torre attraverso i sotterranei, ed io sarei
entrato attraverso l'ingresso principale.
Aspettai qualche minuto in modo da dare al mio amico il vantaggio
sufficiente per poterci ritrovare all'interno più o meno
contemporaneamente.
Questa torre a differenza della prima era cadente e malridotta e
un'ammorbante puzza di chiuso e putrefatto impregnavano l'aria. Entrai
con cautela, e avvertii distintamente rumori che provenivano dagli
ambienti inferiori. Il vecchio stava favorendo il nostro piano
d'accerchiamento, infatti Leon sarebbe arrivato dalle cantine.
Più scendevo lungo la scalinata, più un odore dolciastro e nauseabondo
ammorbava l'aria. Alla fine mi ritrovai in un enorme ambiente, una volta
destinato alle cantine, che ora racchiudeva quello che nemmeno nei miei
peggiori incubi avevo sognato.
Centinaia di cadaveri ammassati, in vari stadi di putrefazione,
giacevano scompostamente sul pavimento, e migliaia di Fior di bella Vita
traevano nutrimento affondando le radici nei corpi in decomposizione e
fiorivano pieni di vitalità.
Non riuscii a resistere, e diedi di stomaco con violenti conati, mio
malgrado contribuendo alla fertilizzazione dei fiori.
Adesso mi sentivo molto meglio (se così possiamo dire), in fondo allo
stanzone mi accorsi che una debole luce filtrava attraverso una porta
socchiusa, la raggiunsi scavalcando nell'orrore e nello schifo fiori e
cadaveri, e aprendola ne varcai la soglia.
In mezzo ad apparecchiature misteriose, alambicchi in ebollizione, e
libri polverosi, al centro dalla stanza trovai infine l'uomo che stavo
cercando, o forse era lui che aspettava me.
Schifosi odori impregnavano l'aria, che mescolata con l'odio che
traspariva dai suoi occhi, rendevano l'atmosfera così densa che si
poteva tagliare con l'accetta.
PER LA DEA, MA DOV'ERA LEON!! Pensavo maledicendolo, mentre il vecchio
stava maledicendo me e nello stesso tempo stava producendo nuovo concime
per i fiori decomponendosi davanti ai miei occhi, anzi, in verità, ne
tenevo aperto uno solo, tanto mi disgustava la scena.
Il vecchio adesso era ancora più vecchio, infatti di lui non rimaneva
che uno scheletro con qualche residuo brandello di carne e gli occhi
avevano lasciato posto a cave orbite illuminate da sinistri bagliori.
Quando lo schifoso non morto prese una spada, farfugliando parole
incomprensibili che sembravano arrivare direttamente dall'aldilà, lasciò
poco spazio alla mia immaginazione, nel capire che mi stava attaccando.
Mi volarono addosso gli alambicchi, e anche se riuscii a ripararmi in
tempo col mantello, un poco del liquido contenuto mi schizzò la pelle di
una gamba ustionandomi superficialmente. Feci cadere il mantello così da
essere più libero nei movimenti e, tenendo un grosso tavolo tra me e
lui, provai ingenuamente a lanciargli due coltelli che scalfirono appena
le costole attraversandole. Le cose si mettevano male.
Per la dea, ma dov'era Leon!!! pensavo maledicendolo, mentre mi buttavo
sotto il tavolo evitando un grosso bagliore bluastro che distrusse la
libreria dietro di me.
Sganciai rapidamente le due piccole balestre e alzai il tiro, uno dei
due quadrelli fece il suo dovere fracassandogli il fondo della cavità
orbitale spegnendo uno dei due lumini cremisi che baluginavano
sinistramente da quello che rimaneva dei suoi occhi.
Un urlo sovrumano sgorgò da una gola che non c'era più, adesso il mostro
era davvero infuriato!
Mentre giravo attorno al tavolo tenendomi a distanza da lui, pensai che
avrei dovuto affrontarlo nel corpo a corpo (corpo?), ma la questione fu
risolta da lui che con un altro paio di formule incomprensibili
distrusse il tavolo in un'esplosione di schegge. Misi mano alla spada.
Com'era agile da vecchio, quando si aggirava veloce per i vicoli, era
agile anche da scheletro mentre cercava di affettarmi con la spada, ma
ero agile anche io con la spada.
L'ossuto nemico parava con maestria i colpi, mentre a mia volta lo
facevo non senza difficoltà, chiedendomi come poteva portare i colpi
così velocemente e pesantemente.
Le forze incominciavano a cedere e dovevo decidere velocemente. Su un
suo colpo particolarmente potente portato dall'alto verso il basso,
sottrassi la mia lama e mi spostai indietro di misura in modo che pur
sfiorandomi, la spada prolungasse la sua corsa verso il pavimento e
contemporaneamente completai la rotazione del polso colpendo
energicamente quel suo schifoso cranio che si fracassò con un rumore
d'ossa rotte.
Un urlo terrificante mi tormentò i timpani, mentre in un lampo di luce
scarlatta l'essere si disintegrò davanti ai miei occhi. Avevo vinto, ma
questo pensiero non mi appariva così piacevole come avrebbe dovuto,
forse perché sentivo le forze abbandonarmi accompagnate a braccetto
dalla mia coscienza. Stavo svenendo... per la Dea, ma dov'era Leon!!!!!?
CAPITOLO 5
Ero tra le braccia di Irina, e non solo tra quelle. Era dolce e
coinvolgente, potevo sentire la sua pelle liscia, morbida e profumata.
No, non era profumata! L'olfatto fu il primo dei miei sensi che
ritrovai, ma il lezzo insopportabile mal si combinava con l'immagine
sensuale della mia amica, immagine che stata via via svanendo, lasciando
il posto ad altre immagini molto meno piacevoli.
Il gusto fu il secondo senso di cui divenni padrone, mi sentivo come se
avessi masticato una dozzina di scarafaggi. Dubito che avrei mai
convinto Irina a baciarmi in quelle condizioni. Poi fu la volta delle
sensazioni corporee, avevo dolori dappertutto, ma non capivo perché.
L'udito e la vista funzionarono, quando sentendomi chiamare, aprii gli
occhi e vidi che era il mio amico Leon a tenermi tra le braccia,
chiamandomi insistentemente, altro che Irina!
Mi raccontò che aveva trovato il passaggio occultato da macerie, e
dovette ritornare sui suoi passi, per rientrare a cose ormai concluse
dall'ingresso principale, lo stesso che avevo usato io.
Lo stavo maledicendo, una doppia delusione era troppo! Ma ero allo
stesso tempo felice di vedere una faccia amica.
Mi disse anche che, mentre aspettava che mi risvegliassi, perlustrò
l'ambiente trovando due libri molto interessanti. Gli risposi che in
quel momento non ne volevo sapere nulla, avevo solo voglia di
abbandonare quel luogo maledetto.
Il sole aveva deciso di prendersi un periodo di vacanza, infatti, era
giorno inoltrato e mai il cielo era stato così nero e piovoso. Appena
uscito, mentre stavo rimuginando su questo pensiero, fui attorniato da
un drappello di guardie, e il loro capitano c'impose di deporre le armi
e di seguirlo.
Uno scambio di sguardi avviliti tra me e Leon fu più eloquente che mille
parole. Non avevamo né la forza, né la possibilità di opporci a questa
situazione, e così fummo scortati nostro malgrado verso il palazzo
reale.
La pioggia fitta e incessante stava ormai bagnando le mie parti più
intime, accompagnando col suo monotono ticchettio la ridda di pensieri
che mi affollavano la mente.
Raggiungemmo poco dopo l'austero palazzo e, prima di farci accedere
all'interno, ci diedero delle bevande calde accompagnate da un piccolo
spuntino, e ci fecero sommariamente asciugare.
La situazione non sembrava in fondo così preoccupante.
Fummo condotti nelle sale di rappresentanza, quelle più sfarzosamente
arredate, fino a raggiungere un gran salone ricco di divani e poltrone
di velluto verde e finiture in oro, dove ci dissero di aspettare.
Sedemmo in un angolo discreto, non prestando attenzione alle poche
persone presenti. Non avevamo voglia di parlare con nessuno, e
c'immergemmo nella lettura e nella discussione dei testi prelevati tra
quelli che il mostro aveva nella cantina della torre.
"La maledizione di Ezimeth" descriveva il rituale d'invocazione del
Signore della Vendetta, che avrebbe concesso i suoi favori a chi lo
avesse evocato. Questo rituale prevedeva che l'energia evocativa fosse
alimentata dal desiderio di vendetta d'innocenti morti nel rancore.
Quale devastante potenza poteva avere la vendetta concessa da Ezimeth
col sacrificio delle centinaia di vittime trovate sotto la torre?
Un brivido di terrore mi percorse dai talloni alla nuca come se una
scolopendra mi camminasse sulla schiena. Ci interrogammo sgomenti sulla
piega che avrebbero preso gli avvenimenti e sulla possibilità di fermare
quest'abominio, ma il libro smorzò qualsiasi speranza di interrompere la
maledizione, che avrebbe avuto effetto fino a che l'odiato oggetto di
essa avesse pianto l'ultima stilla di sangue trascinando con dolore
anche la propria ombra.
Il secondo libro era piccolo e usurato dal frequente utilizzo e, in
effetti, era "Il diario personale di Osmond di Torre Smeraldo". Ogni
singola frase di esso grondava d'odio e rancore, e nell'insieme era un
inno alla vendetta nei confronti della progenie di re Elderion, padre
dell'attuale sovrano.
Descriveva minuziosamente come l'ascesa al potere del suddetto re, era
stata ottenuta corrompendo i corruttibili e uccidendo gli irriducibili,
forte dell'ausilio di un potente artefatto: La Spada delle Ere. "E' la
stessa spada che portava il re alla parata, avuta in eredità dal suo
padre" mi disse Leon.
Leggemmo ancora che Elderion 1° giunse persino a vendersi l'anima al
maligno pur di raggiungere lo scopo di piegare, anzi annientare
l'opposizione del Casato di torre Smeraldo, cui apparteneva Osmond,
inviando forze demoniache che commisero le peggiori nefandezze in nome
del casato nemico avendo così il pretesto per sterminarne tutti i suoi
appartenenti.
L'unico che a stento si salvò fu appunto Osmond, il quale nei molti anni
successivi fu animato solo dal perseguire la più atroce delle vendette
possibili nei riguardi della progenie del re che aveva sterminato la sua
famiglia.
Il testo era pieno d'innominabili improperi e trasudava astiosa rabbia
più del sudore di un ciccione inseguito da Bers.
"Mai visto tanto concentrato di bassezze umane" dissi disgustato.
Dal punto dove eravamo, alquanto defilato rispetto alla zona centrale
della stanza, mi accorsi che il numero di persone che, come noi
sembravano aspettare, superasse la decina d'unità. "Mi sembra di vedere
dei volti conosciuti" dissi ad alta voce, e mi avvicinai al gruppo che
stata fittamente discutendo seguito da Leon.
Quale fu la mia sorpresa nel vedere che effettivamente erano tra le più
note (e da me ammirate) personalità di Arcano, delle quali conoscevo
fama e gesta, ma di pochi mi onoravo di avere avuto contatti diretti, a
causa della mia eccessiva riservatezza che sfiorava la misantropia.
"Anche tu qui!" disse, accogliendomi con un sorriso, il mio comandante
Paido, presentandomi immediatamente gli altri due esploratori Lokot, i
valenti Galath e Shademar.
A parte Asjah, Kikka, Malekit e Driz che potevo vantare di conoscere
personalmente, mi presentai a tutti gli altri, e così finalmente strinsi
la mano a Dolceluna, Nara, Temp, Vendicatore, Ace, Taal e Galdor.
Naturalmente presentai a tutti, il mio amico Leon.
Dopo le presentazioni, appresi quello che gli altri già sapevano, in
altre parole che ognuno di loro aveva a sua volta vissuto
contemporaneamente la mia stessa esperienza, come se fino a quel
momento, pur con modalità diverse, il fluire delle nostre vite alla
Città delle Stelle fosse scorso su piani d'esistenza paralleli e
contemporanei. Un mistero davvero grande, pensai, con lo sguardo perso
nel vuoto.
La giornata volgeva alla metà del suo corso, quando, ancora impegnati
nelle nostre discussioni, ci fu annunciato l'ingresso della regina
Firith. Facemmo improvvisamente silenzio alla sua vista, e, prima ancora
delle incantevoli fattezze, fu il suo incedere elegante ed armonioso che
ci catturò.
Un delicatissimo profumo pervase la stanza e notai che i volti dei miei
compagni erano distesi e rilassati e le preoccupazioni erano svanite
come nebbia al sole del mattino. Quando si avvicinò compresi la ragione
di quelle reazioni, il guardarla e ascoltare la sua voce melodiosa mi
riappacificò con l'universo, era la prima volta che vedevo un'Elfa, ed
era più bella di quanto avessi mai potuto immaginare.
Affermò che le sue guardie avevano pensato di aver catturato alcuni dei
responsabili per i fatti successi in città, ma avendo letto nei nostri
cuori, e constatato che non vi era traccia di malvagità, ci porgeva le
sue scuse invitandoci a raccontare quello che era successo.
Ci ascoltò attentamente, fu più che altro un racconto a più mani, dato
che avevamo avuto la stessa esperienza, ma fu ugualmente molto
interessante sapere come gli altri affrontarono le varie situazioni, e
in particolare degli avvenimenti nell'arena di cui non ero stato
testimone.
CAPITOLO 6
Mentre i nostri racconti si composero nell'orrida descrizione che ci
vide, nostro malgrado, protagonisti, il viso dell'eccelsa ascoltatrice
si fece sempre più triste fino a che, quando terminammo, una lacrima che
sembrava una perla lucente sgorgò dai suoi occhi.
"Piango per lo spirito dilaniato dal dolore di colui che generò tutto
questo male, ma piango anche per il dolore che tanti innocenti hanno
provato e molti di più proveranno se non si porrà termine a questo
abominio" disse la Regina, e poi continuando "La prova dei fatti e
l'irreale combinazione di avvenimenti che vi hanno visti in qualche modo
come unici possibili solutori di questo problema più grande di noi, e la
fiducia che sento di riporre nei vostri animi generosi, m'impongono di
chiedervi di agire per la salvezza del mio popolo e di noi tutti. Resta
inteso che non biasimerò mai chi non volesse partecipare a questo
compito che appare d'impossibile soluzione, avete dato tutti ampia prova
di coraggio, nulla avete più da dimostrare".
Alcuni discutevano fra loro e altri, come me, erano concentrati a
seguire quello che il proprio cuore dettava dopo le toccanti parole di
Firith, quando fummo attratti da un lucore scarlatto che proveniva dai
tetti del palazzo.
La Regina sorpresa si diresse verso le scale che conducevano in alto,
autorizzandoci a seguirla qualora avessimo voluto, e così facemmo senza
indugio.
La massiccia merlatura di granito faceva da cornice ad una scena degna
dei peggiori deliri da intossicazione alcolica, re Elderion II e la
regina erano davanti ad un'esile figura seduta su un trono nero, occhi
di brace, vestito da consunte fasce di cuoio che si reggevano
disgustosamente mediante uncini ancorati nella pelle grigiastra. Esile
ma di proporzioni gigantesche l'essere era al centro della scena e ai
suoi piedi era accovacciato un lupo fiammeggiante proporzionato alla
stazza del suo padrone.
Rivolgendosi all'imponente sovrano che in proporzione appariva come un
piccolo folletto dei boschi, disse:
"Sono il signore della vendetta, colui che chiamate Ezimeth, e sono
stato evocato su questa terra dall'odio sconfinato di uno di voi che,
anche se morto, aspetta soddisfazione dal mio operato".
Ero ancora a bocca aperta per la scena precedente, quando ascoltai
queste lugubri parole dall'essere che bocca non aveva. A quel punto il
re serrando le mandibole in un'espressione determinata, sfoderò la
magica spada che già risplendeva, accingendosi a portare un attacco al
demone, ma questi senza quasi scomporsi fece partire qualcosa dalla sua
mano che Elderion evitò agilmente. "Sei tutto apparenza, non vali l'elsa
della mia spada!" disse il sovrano sfidandolo, ma Ezimeth ridendo
sardonicamente rispose: "Ormai tutto è compiuto, devo solo aspettare la
tua misera fine", I suoi perfidi occhi rubino guardarono un punto poco
oltre le spalle del sovrano, il quale, come illuminato da un'improvvisa
intuizione si voltò col volto già contratto dall'angoscia. Non era lui
il destinatario del sottile ago infisso in pieno petto, ma la regina,
che giaceva riversa a terra come un sacco vuoto.
Anche io mi sentivo come un sacco vuoto e freddo, assistevo inebetito
alla scena, come se il mio spirito ed i miei occhi fossero disgiunti dal
corpo.
Il sovrano aveva perso tutta la sua regalità e appariva fragile e
indifeso inginocchiato presso la sua amata. Fissava il lungo ago tra i
due piccoli seni che si stava velocemente trasformando in un bocciolo di
Fior di Bella Vita.
Ripresi pienamente coscienza della mia corporeità (compresa la nausea,
mia affettuosa compagna in questa storia) quando Ezimeth ci degnò della
sua attenzione con queste parole: "Per voi misere pulci lo spettacolo è
finito, fuggite prima che decida di prendere anche le vostre vite. La
maledizione è prossima al suo compimento, e quando l'amata sposa esalerà
l'ultimo respiro, il penoso re diverrà l'ombra di se stesso e porterà
tutto alla rovina".
La situazione mi sembrò irrimediabilmente compromessa, e non avevo
alcuna intenzione di fare da puntaspilli, nonché substrato fertile per
fiori al "caro" Ezimeth, ed ebbi un istintivo impulso ad abbandonare
quel luogo di disperazione. Mi trattenne l'immagine luminosa della
regina Firith, ed i suoi occhi che parlavano al mio cuore e dicevano che
ero uno dei pochi predestinati per oppormi a quello che sembrava un
destino ineluttabile.
Mi accorsi che anche gli altri, che come me assistettero inebetiti alla
scena, stavano prendendo coscienza della situazione, ed ero sicuro che
anche loro non avrebbero lasciato nulla d'intentato per salvare i
sovrani, ma soprattutto il popolo inerme e innocente.
Fu Asjah per prima che ebbe prontezza di spirito e scaltrezza per
affrontare Ezimeth in maniera efficace, e usando l'adulazione come leva
disse: "O grande e potente Signore della Vendetta, perdonate il mio
ardire nel parlarvi e concedete a questa misera umana l'onore di
rivolgermi a voi". Constatato che egli non sembrava avere intenzione di
giocare a freccette con la coraggiosa amazzone. Ella continuò
"Considerando che, chi vi ha chiamato a compiere la vostra opera è
morto, e dovendo dar conto solo a voi stesso del vostro operato, vorrei
osare di chiedervi di darci una possibilità per difendere le nostre vite
e quelle di tutti gli innocenti che soffriranno per questa vicenda."
Probabilmente stava provando gusto a tormentarci e voleva godersi lo
spettacolo di noi che ci saremmo arrabattati pateticamente di qua e di
là senza risultati, perché con aria sadicamente magnanima ci concesse
questa possibilità dicendo: "Il fiore sboccerà all'alba del secondo
giorno da oggi, in quel momento la regina cesserà di vivere e il re
perderà senno e regno. Se riuscirete, prima di quel momento, a salvare
l'anima di una donna che sta lottando invano per difendere ciò che ha di
più caro, e sta per essere vittima della maledizione e col suo odio
alimentarla ancora, scomparirò da questa terra portando con me tutti i
mostri che la stanno tormentando.
La donna in questione vaga senza rifugio nella zona della città
destinata ad accogliere le mercanzie più preziose provenienti da terre
lontane, e presto diventerà mio strumento"
Detto questo s'innalzò una colonna di fuoco dove scomparvero Ezimeth e
il suo focoso cucciolo.
Alcuni di noi avevano provato ad avvicinare Elderion per assisterlo e
cercare consiglio, ma era assolutamente assente, limitandosi a dondolare
lievemente l'amata come a cullarla e sussurrarle dolci parole tra un
sospiro e un singhiozzo.
Ci fu un breve conciliabolo tra noi e fummo tutti d'accordo ad andare
fino in fondo alla questione a qualunque costo. Per aumentare le
probabilità di rintracciare la donna nominata dal dio della vendetta,
decidemmo di dividerci, e così partimmo tristi ma risoluti a sfruttare
questa infinitesimale possibilità.
Ci abbracciammo tutti e ci separammo, chi da solo chi con il suo fidato
compagno d'avventura, io naturalmente con Leon, che finalmente aveva
ripreso l'uso della parola.
Il cielo era nero e pioveva, ed io, causa l'umidità, mi sentivo molto
affine ai funghi. Costrinsi Leon ad includere nel nostro tragitto verso
il luogo dove presumibilmente avremmo potuto trovare la persona che
c'interessava, una visita ad Irina, che sicuramente era in pena per me e
volevo tranquillizzare, ma soprattutto abbracciare. Il suo pensiero mi
faceva rimescolare il sangue! Il mio amico mi guardò con riprovazione,
non c'era tempo per le smancerie, e poi si era scocciato di mantenerci
la candela. Riusciva sempre a strapparmi un sorriso anche nei momenti
più tragici. Gli promisi che avremmo perso solo pochi minuti, ma ne
perdemmo anche meno, nella sua casa non c'era nessuno, la porta era
divelta e tutto a soqquadro.
Mi allontanai con la morte nel cuore, e altri inquietanti interrogativi
si aggiunsero ai tanti che già avevo.
La Città delle Stelle, fiore all'occhiello dell'Impero, era diventata il
parco giochi di demoni, mostri e schifezze varie, e nessuno era animato
da buone intenzioni nei confronti degli umani, usati come stuzzichini da
sgranocchiare dopo averci giocato un po'. L'aria risuonava di suoni
grida e rumori relativamente vicini dei quali non osavo nemmeno
immaginare la provenienza né la causa.
Per rimanere "possibilmente vivi" decidemmo ancora una volta di usare le
vie sotterranee, nelle quali c'era poco divertimento per i mostri.
Attraverso esse raggiungemmo la zona mercantile della città dove erano
battuti all'asta e fissati i prezzi per i lotti di spezie rare, legnami
pregiati, tessuti raffinati, oro, argento, gemme e ogni merce preziosa
proveniente dai territori lontani. Ma adesso dovevamo uscire allo
scoperto alla ricerca della donna e della sua anima da sottrarre alle
brame di Ezimeth.
CAPITOLO 7
Ci ritrovammo nella zona del porto, che di solito non spiccava per
l'atmosfera allegra, ma potete ben immaginare quanto lo fosse in quest'occasione.
Il cielo plumbeo e piovoso, una foschia che si poteva tagliare con il
coltello, e se il lugubre silenzio non fosse stato rotto ogni tanto
dalle grida di terrore di qualche povero malcapitato e dai versi del
corrispondente mostro che lo stata mangiando, sembrava di essere in una
città fantasma.
Ce la stavamo facendo addosso dalla paura d'essere parte del menù del
prossimo mostro che ci avrebbe trovato, eppure continuavamo indomiti ad
aggirarci per i vicoli maleodoranti del porto alla ricerca del "tesoro"
che ci avrebbe permesso di uscire vivi da questa situazione e salvare
con noi tutti quelli che ancora potevano salvarsi.
Non era un verso inumano, e nemmeno il lamento del malcapitato di turno,
era piuttosto il pianto disperato di un bambino, che aveva lo stesso
ritmo della risacca, e da essa si distingueva appena.
"Se riuscirete a salvare l'anima di una donna che sta cercando invano di
difendere ciò che ha di più caro". Mi ritornarono in testa le parole di
Ezimeth, e quale cosa ha di più caro una donna se non il frutto del suo
ventre?
Decidemmo di seguire questa pista, ma non era per niente facile
orientarsi sulla direzione da cui proveniva il pianto, che, come onda
del mare lontano ci portava ritmicamente ma flebilmente il suo suono.
Non c'è nulla di più allarmante del pianto disperato di un bambino, e
noi eravamo disperati almeno quanto lui, mentre ci aggiravamo, nervi
tesi e orecchie ancora più tese, per le stradine portuali che, come un
labirinto, sembravano portarci lontano invece che avvicinarci alla meta.
Finalmente sembrò definirsi meglio in che direzione avremmo dovuto
dirigerci. Lo facemmo dapprima con cautela, ma poi ci affrettammo sempre
più fino a che iniziammo a correre, e correvamo probabilmente oltre che
per raggiungere il nostro obiettivo, anche per la paura di fare brutti
incontri.
Io ero più avvezzo a percorrere lunghe distanze di corsa, ma il mio
amico per la fatica si stata trascinando dietro la lingua e m'implorava
di rallentare. Sarà sicuramente successo anche a voi, in prossimità di
un luogo che vi premeva raggiungere, accelerare il passo istintivamente.
E così stavo facendo io, solo che il punto da dove proveniva il vagito
sembrava irraggiungibile, come se qualcuno si stesse facendo beffe di
noi con un incantesimo che ci facesse girare in tondo attraverso un
labirinto di vicoli.
Svoltando l'ennesimo angolo, ormai prossimi allo sfinimento fisico e
mentale, ci trovammo davanti ad una scena drammatica di cui faceva parte
il bambino tanto cercato. Piangeva in braccio ad una donna che cercava
di difenderlo dall'aggressione di un uomo, e piangeva come se dal suo
pianto dipendessero le sorti dell'universo. Al contrario, senza quasi
voce per chiedere aiuto, la donna stava impiegando le forze residue per
proteggere il bimbo dall'attacco del bruto che, con l'aria inespressiva,
brandeggiava pericolosamente una spada nera ricoperta da rune violacee.
Era sporco di sangue e ad ogni respiro emetteva un rantolo gutturale
accompagnato da un filo di bava che gli scorreva dall'angolo della
bocca.
Guardavo la scena come al rallentatore, respirando affannosamente per
recuperare il debito d'ossigeno. Leon stava sopraggiungendo arrancando
stancamente, sapevo che non avrei potuto contare su di lui.
L'adrenalina, nonostante la scarsa ossigenazione, acuiva i miei sensi.
Dovevo agire subito cercando di preservare l'incolumità della donna e
del suo "tesoro".
L'uomo ormai prossimo alla donna, che una volta doveva essere molto
bella, ma adesso era solo una maschera contorta dal terrore, si
accingeva a vibrare il colpo fatale, lei si accartocciò intorno al
piccolo in un ultimo disperato tentativo di proteggerlo, allorché pensai
che forse era davvero il momento di agire.
Ero ad una decina di metri da lui, a quella distanza decisi di usare le
due piccole balestre ad una mano, ma avevo in ogni caso timore di
colpire la donna che col suo corpo, per la posizione nella quale mi
trovavo, copriva parzialmente quella dell'uomo, ma non avevo tempo per
strategie più raffinate. Il primo colpo, complice anche la respirazione
ancora affannosa che rendeva instabile la mira, si perse alle sue spalle
dopo essere rimbalzato sul selciato. Ma il secondo quadrello per fortuna
(direi meglio per bravura), si conficcò nella coscia un attimo prima che
il fendente calasse inesorabilmente sulla testa della malcapitata.
Come speravo si voltò nella nostra direzione, sussultando appena, quando
il colpo lo raggiunse. Il suo sguardo esprimeva finalmente
un'espressione, che purtroppo non faceva presagire nulla di buono per
noi, era carica d'odio più degli archetti delle mie balestre.
Persino le rune sulla sua spada presero a pulsare rapidamente come a
gridare "PERICOLO! PERICOLO!"
L'uomo era in evidente stato d'alterazione mentale, o più semplicemente
pazzo, fuori di senno, non fosse altro per il fatto che avanzava verso
di noi come un treno, nonostante dieci centimetri di quadrello
profondamente infissi nella coscia.
Mentre sguainavo la spada feci un cenno col capo al rinfrancato Leon, il
quale si allontanò qualche metro da me impugnando anch'egli la sua arma.
La manovra disorientò solo per un attimo il nostro assalitore che si
diresse (la solita sfortuna!) senza indugio verso di me.
La spada baluginava di riflessi violacei, mentre egli la roteava sopra
il capo, io ero in posizione di guardia cercando di non farlo avvicinare
troppo, ogni tanto menava un gran fendente che, grazie alla mia agilità,
e alla sua poca lucidità, riuscivo a schivare. Mi preoccupai di più,
quando un suo colpo tranciò come il burro una grossa catena che chiudeva
un cancello, quella lama doveva avere dei poteri particolari! Non osavo
pensare cosa sarebbe successo se mi avesse colpito.
Le mie preoccupazioni raggiunsero l'apice, quando constatai la sua
assoluta indifferenza agli stimoli dolorifici avendolo colpito seppur di
striscio un paio di volte. Considerando l'esiguità di sanguinamento, il
suo cuore doveva pompare solo adrenalina.
Finalmente un grosso pezzo di legno piombò sul suo capo per opera del
mio amico, quando ormai i riflessi incominciavano a rallentare. Vidi con
disappunto che egli barcollò appena sotto un colpo che avrebbe abbattuto
un toro, ma il mio disappunto crebbe a dismisura, quando la sua
bellissima spada che tanto invidiavo, sfuggendogli di mano s'infranse in
mille pezzi come fatta di cristallo. Sarei tanto voluto venirne in
possesso, che rabbia!
Forse il colpo in testa, forse la spada infranta, ma l'espressione del
viso e gli occhi dell'uomo riacquistarono la luce della saggezza e mi
fissarono intensamente. Poi riprese l'uso della parola chiedendomi
perdono e ringraziandomi di aver salvato la sua anima e avergli impedito
di uccidere la moglie e il figlio, infine perse conoscenza accasciandosi
al suolo.
Anche la donna sembrava piuttosto rianimata e riacquistava via via
parvenze maggiormente femminili, e anche il bambino, che si chiamava
Terin, incominciò ad acquietarsi.
Si avvicinò piuttosto preoccupata per le sorti del marito, e la
rassicurai che si sarebbe presto ristabilito avendo solo ferite di poco
conto. Non si spiegava il comportamento assassino del marito, ma credeva
sicuramente che le sue preghiere fossero state ascoltate da qualcuno
molto in alto. Si profuse in mille ringraziamenti e voleva in qualche
modo offrirmi la sua riconoscenza, le assicurai che un bacio al bimbo mi
avrebbe ripagato e ogni tanto sarei passato da loro a vederlo crescere.
Non feci alcun cenno della maledizione, mi assicurai che fosse al sicuro
insieme a Tarin e al marito bisognoso di cure. Non poteva nemmeno
immaginare quanto era stata importante per la salvezza di tutti.
Soddisfatti e sollevati ci dirigemmo verso il castello per verificare
che il cerchio della maledizione fosse finalmente interrotto e il suo
vendicativo signore avesse definitivamente lasciato questo mondo.
Leon si accorse di un'ombra di tristezza passarmi sul volto e me ne
chiese spiegazioni, gli ricordai che nella foga dei recenti avvenimenti
avevamo dimenticato Irina e la sua famiglia, ma purtroppo c'erano delle
priorità da rispettare.
L'adrenalina e le tensioni stavano gradualmente lasciandomi, ma con esse
anche le energie mi stavano abbandonando, come se tutta la fatica
accumulata in questi giorni prendesse possesso del mio corpo, ma ormai
tutto era sistemato, e fra poco avrei goduto il meritato riposo.
Raggiungemmo il castello, che si stagliava più tetro che mai
nell'atmosfera plumbea che il cielo provocava. Considerai che ci stavamo
abituando anche a quello, eppure se Ezimeth fosse andato via, anche la
sua macabra coreografia sarebbe scomparsa con lui. Le sensazioni non
erano buone, e poi nel palazzo c'era aria di smobilitazione, poche
guardie incerte sul da farsi e pochi servi in fuga. Da un paggio che
sembrava meno terrorizzato degli altri, mi feci dire dove era il re, e
il modo per raggiungerlo.
Elderion aveva portato la sua sposa agonizzante nelle cripte reali, e
non ne era mai venuto fuori, eppure mi aspettavo di trovare tutti, come
nelle migliori favole, a brindare e festeggiare, aspettando l'eroe (che
ero io) che li aveva salvati.
Il mio morale stava sprofondando almeno della stessa misura in cui stavo
scendendo nei sotterranei. Qualcosa non era andato per il verso giusto,
vuoi vedere che avevo salvato la donna sbagliata?
E tutti i miei compagni d'avventura che fine avevano fatto?
Attraversai, scendendo sempre più in basso, le prigioni e poi il luogo
dove i detenuti venivano "convinti" a collaborare e confessare le loro
malefatte, una vera allegria.
Il livello più basso era occupato interamente da un'enorme cripta che
conteneva i resti mortali della stirpe reale. Al centro del sacrario era
stato ricavato nella roccia un tempio circolare, illuminato da una serie
di torce disposte ad intervalli regolari, che gettavano ombre sinistre
su una scena che non avrei mai immaginato di vedere.
L'altare di marmo rosso al centro del tempio faceva risaltare l'aspetto
esangue della regina, distesa sopra come se dormisse. Il suo petto era
ancora "adornato" dal bocciolo del fiore maledetto, vitale e gonfio come
se dovesse sbocciare da un momento all'altro.
Profondamente prostrato e gli occhi arrossati di pianto, il re era
accanto a lei. Aveva l'aspetto annichilito e assente così come lo
avevamo lasciato, e non fece cenno di avvertire la nostra presenza.
Avanzammo per avvicinarci al re, quando dalla parte opposta del tempio
comparve Ezimeth a cavallo del gigantesco lupo infuocato (forse per la
mia tendenza a sdrammatizzare le situazioni più critiche, ma in quel
momento mi chiesi se le sue parti intime risentissero del calore emanato
dal destriero fiammeggiante).
Ridendo di noi e del nostro patetico tentativo (riuscito) di sovvertire
gli eventi da lui decisi, affermò che non gli era davvero possibile, per
una questione di serietà professionale, accettare la fine della storia
così come ci promise in uno slancio di "generosità". Anzi avrebbe
rimpinguato il suo bottino consumando le nostre misere vite.
Detto fatto! Ci raggiunse con un balzo del suo destriero "alternativo".
Istintivamente mi feci scudo di una delle tante colonne che sostenevano
la volta circolare del tempio, la sensazione di calore era molto forte
ma ancora sopportabile. Ezimeth incominciò un gioco a rimpiattino con
noi. Ridendo sguaiatamente ci rincorreva attorno alle colonne cavalcando
il lupo fiammeggiante, avvicinandosi ogni volta sempre di più. Quando
egli si accaniva su Leon, io provavo a colpirlo con le mie balestre, ma
avevo visto che il mostro di fuoco era immune ai miei proiettili, che lo
attraversavano incendiandosi come fiammiferi.
Entrambi cercavamo più che altro di tenerci lontani dal fuoco girando,
come bambini che giocavano a rincorrersi, intorno alle colonne e menando
goffamente qualche inutile colpo di spada. Stavamo facendo la fine dei
topi inseguiti dal gatto.
Provai ad alzare il tiro, ma i miei quadrelli causavano poco danno ad
Ezimeth, ma lo stavano innervosendo. Smise di ridere e questa volta lo
vidi risoluto a schiacciare il topo, anzi arrostirlo.
L'enorme lupo, a fauci spalancate come una finestra aperta sull'inferno,
mi si avvicinò di molto, il calore era insopportabile, sentivo l'acre
odore dei capelli e dei peli che stavano bruciando, ma finalmente
avrebbero smesso di prendermi in giro per la mia notevole produzione
pilifera. Stavo diventando glabro come una coscia di pollo passata sulla
fiamma.
Cercai di coprirmi il viso con le braccia, l'aria consumata dal fuoco
era insufficiente, e quella poca rimasta arroventava i miei polmoni.
Mi BRUCIAVA molto finire i miei giorni in questo modo, e i miei pensieri
erano tutti presi dal considerare se morire soffocato o arrostito,
quando udii un rauco grido di dolore, e contemporaneamente allentarsi la
morsa del calore.
Aprii gli occhi, mentre affannosamente ingoiavo sorsate d'aria, il lupo
era sparito ed Ezimeth era in ginocchio col collo, da cui spurgava
liquido nerastro e putrido, attraversato dalla Spada delle Ere. Il re in
piedi impugnava saldamente la spada, e i suoi occhi avevano la
determinazione e la fierezza di sempre. Il demone con un ultimo gesto
d'orgoglio, estrasse la spada dalla ferita e strappandola dalle mani di
Elderion la scagliò lontano.
Dopo un interminabile istante di silenzio, il signore della vendetta,
che adesso aveva le sue personali ragioni per vendicarsi, disse: "Che tu
sia in eterno maledetto Elderion! Siate tutti maledetti! Non
dimenticherò l'affronto! Mai!" Dopodichè il corpo di Ezimeth incominciò
rapidamente a disfarsi, finché non rimase che una poltiglia
maleodorante.
Mentre le forze mi stavano inesorabilmente abbandonando, notai
un'espressione raggiante negli occhi del sovrano, e seguendo il suo
sguardo, vidi la regina Firith sollevarsi dal giaciglio di marmo, il suo
viso tornò come per incanto alla naturale bellezza, e il Fiore di Bella
Vita era scivolato al suolo ormai rinsecchito.
Queste immagini, e i dolci occhi della regina che per un attimo
incontrarono i miei, furono le ultime cose che vidi, prima di
abbandonarmi all'oblio.
CAPITOLO 8
Mi sentivo tanto Frodo Baggins scampato ai cavalieri neri e ospite degli
Elfi quando mi risvegliai nel morbido e profumato letto. Ero riposato e
risanato, e se non fosse stato per la pelle liscia, lì dove una volta
crescevano pelose foreste, mi sentivo più in forma di prima.
Dopo giorni lividi e piovosi ero finalmente asciutto e pulito. Sostai
per qualche minuto ad occhi chiusi, nudo davanti alla finestra gustando
la sensazione meravigliosa del calore del sole sulla pelle. Sentivo in
lontananza voci e risate festose di molta gente, mentre cercavo i miei
vestiti, ma poi pensai che li avessero buttati via perché bruciati.
Indossai delle vesti raffinate che erano su una sedia, anche se mi
sentivo piuttosto ridicolo vestito da damerino.
Uscii dalla stanza seguendo la scia dei suoni festosi, finché non
raggiunsi la sala del trono, era piena di gente divisa su due ali che
fiancheggiavano un lungo tappeto rosso che arrivava alla base dei troni
reali.
Proprio mentre pensavo che quella gente sembrava aspettare qualcuno,
tutti gli sguardi si posarono su di me e tutte quelle persone
elegantemente vestite mi acclamarono con entusiasmo.
Quello che doveva essere il ciambellano, mi invitò ad avanzare verso il
fondo della sala, cosa che feci con malcelato disagio, vista la mia
allergia ai luoghi affollati.
Applaudivano al mio passaggio, dentro di me mi stavo dando dell'idiota
sentendo il mio viso avvampare per l'imbarazzo, ma queste sensazioni
scomparvero alla vista del mio caro Leon e di molti dei miei compagni di
avventura schierati davanti al re e alla regina che, più bella che mai,
mi avvolgeva col suo sguardo. Ma le sorprese non erano finite, mi
salirono le lacrime agli occhi per l'emozione, quando mi venne incontro
abbracciandomi appassionatamente la mia amata Irina. Avrei voluto avere
notizie di quello che le era accaduto, ma in quel momento il re si alzò
e ad alta voce proclamò:
"Per voi è giunto il tempo della gloria, il vostro nome sarà scritto fra
quelli degli eroi.
Non ci sarà più una lunga notte di morte, ma giorni di luce su ognuno di
noi.
Avete sfidato il destino ed avete vinto, avete dato coraggio alla
disperazione.
Gloria! Gloria ai Signori del Destino!"
A queste parole gli astanti esultano: "Gloria! Gloria ai Signori del
Destino!"
Stavo sognando. Non c'erano altre spiegazioni.
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