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Il Mistero della Città delle Stelle
 

Immagine del racconto

Shademar

CAPITOLO 1

Accaldato e stanco, con il sudore che gli scivola lungo il collo sotto i guardaspalle di cotta di maglia e gli fa prudere la schiena ai limiti del sopportabile.

Serra la mascella e digrigna i denti, per il fastidio si slaccia il mantello rosso e si passa una mano fra i capelli, imprecando in tono sommesso per l'assoluta mancanza di aria. Avanza lentamente, sotto lo sguardo attento delle guardie, supera il portale della città. Ascentia è nervosa e recalcitrante, come il suo padrone detesta le folle, i luoghi chiassosi e il caldo.
Osserva uno strano tipo, un giullare, saltellare che offre fiori coloratissimi e un sorriso di sufficienza tira le labbra di Shademar pensando che la fantasia delle persone non conosce limiti quando si tratta di portar via i soldi agli altri.
Con lo sguardo poi finalmente trova l'unica cosa che gli interessa in quel momento e attento a non investire i bambini distratti che corrono giocando festosi nell'ampia piazza raggiunge l'ingresso della taverna.
Passa una gamba oltre il pomo della sella e si lascia scivolare a terra, con le mani si scrolla di dosso un po' di polvere, allarga le braccia distendendole e inarcando la schiena sente le sue ossa crocchiare mentre inizia a diffondersi nelle sue spalle un senso di benessere. Impastoia il cavallo quando dietro di sè avverte una presenza:
"Salute mio caro viandante, che sia benvenuto il tuo arrivo fra noi, ti offro l'augurio di un futuro radioso, orsù accettalo ed assapora le vita, danza con essa fino all'ultimo dì, che nessun mai ti privi di gioia e fortuna!"
Shademar si volta, sorpreso che quel giullare si fosse rivolto a lui. In genere chi voleva imbrogliare sceglieva sempre le persone più deboli e non uomini dall'aspetto marziale e guerriero. Trova che il tono della voce non era mellifluo e insinuante teso a circuire, al contrario sereno e sincero.
Il giullare s'inchina e gli porge il bel fiore, candido come la neve e profumato come se mille essenze si fossero fatte una.
Gli occhi di Shademar valutano la figura gioiosa che ha davanti, ha poco tempo e molta fretta sta per voltarsi verso il cavallo a prendere la sacca di viaggio, quando accetta il dono dell'uomo.
Il giullare si allontana, verso coloro che ora arrivano, a dispensar gioia e floreali fragranze, Shademar recide con i denti parte del gambo e infila il profumato fiore in un asola della sua sacca ed entra nella taverna.


CAPITOLO 2

"Stai bene Esploratore?" Chiede il locandiere
"Il tuo vino ha uno strano sapore" borbotta Shademar, "L'ho sentito scendere nello stomaco pesante come un masso che viene giù dalla montagna e i suoi vapori hanno un effetto peggiore di quello che servono al Drago Verde"
"Come?" l'uomo non conosceva la taverna di Madras Kristal.
"No... nulla"
"Faresti meglio ad andare"
"Già credo sia un ottima idea e forse un po' d'aria mi farà bene".
Shademar esce dalla taverna nella notte, in un cielo privo di nubi sotto luminose stelle, si sfrega gli occhi traendo parecchi respiri profondi. Sente l'aria pungente scendere attraverso il suo petto e dilagare nei suoi polmoni mentre lo stomaco si contraeva leggermente. Non era mai stato particolarmente attratto dagli spettacoli di magia e aveva preferito piuttosto la compagnia di una donna ma ora ne stava subendo le conseguenze. La pesantezza che sente non è tanto dovuta alla qualità del vino ma alla quantità che ne aveva bevuto. Unica consolazione in quel momento è ancora la sensazione di calore del corpo della donna e delle scie di profumo che porta sui suoi abiti.
Si dirige verso la prima piazza, alla sua destra individua la bottega di un mugnaio e nell'angolo del palazzo scorge la via dei Fornai, dai forni esce il profumo del pane che cuoceva: quell'odore stuzzica il suo senso di appetito.
Infila una mano nella tasca e ne trae un pan dolce che gli era stato donato all'ingresso dell'arena e inizia a mangiarlo continuando a camminare.
Gli echi della festa sono ormai spenti, i colori sbiaditi e le emozioni sopite. Ora è tutto oscurità e silenzio. Quella quiete lo colpisce negativamente, cosa c'è che non va in quel dannato silenzio? I suoi muscoli s'irrigidiscono raddrizzando la schiena, sputa il boccone ancora da masticare e getta via il pezzo di pan dolce.
Continua a camminare con un senso di disagio e allenta la spada per la cosciente consapevolezza di un pericolo imminente. Percepisce un movimento oltre il proprio campo visivo, dove l'oscurità impedisce di vedere ogni cosa un'improvvisa brezza gli ghiaccia le sottili scie di sudore che scendono lungo le spalle. Un grido raccapricciante echeggia dal fondo della via, l'esploratore si ferma portando la mano sull'elsa.
"Accidenti ma chi me lo fa fare?" impreca sommessamente contro se stesso e inizia a correre lungo la via in direzione delle grida. Seguendo un pianto convulso, isterico e incontrollato facendo attenzione ogni volta che gira dietro a un angolo raggiunge uno stretto vicolo. Dietro di sè il sopraggiungere di passi e un vociare sempre più diffuso gli danno maggior sicurezza. La pallida luce della luna gli permette ora di distinguere chiaramente in fondo al vicolo una sagoma umana stesa a terra sul dorso e poco distante scorge un ombra scura. Una figura femminile addossata contro il muro, in preda al pianto e a gemiti. Avvicinandosi ai suoi occhi si presenta il corpo, o meglio i resti di un corpo di un uomo scarnificato da vermi neri che ancor ora gli divorano le carni lasciando scoperti ampie parti ossa. La vista e l'odore nauseabondo che si sparge d'intorno gli provocano forti conati di vomito.
Dalle finestre iniziano ad affacciarsi cittadini e una folla curiosa viene a formarsi alle sue spalle formulando domande, anche essi fermati dall'agghiacciante spettacolo che si consuma sotto i loro occhi. Una coppia di donne abbracciano e portano via la giovane addossata alla parete. Shademar facendo attenzione a dove mette i piedi cerca di capire cosa è avvenuto: le tracce sono regolari e non ci sono segni di lotta, l'uomo e la donna procedono abbracciati nella stessa direzione da cui è arrivato lui di corsa e si sono fermati addossandosi alla parete probabilmente per baciarsi. Li le tracce si sovrappongono scivolando verso destra. Quel movimento gli lascia supporre la presenza di un pericolo sulla sinistra ma non vede tracce, la tensione gli fa aumentare la concentrazione, il respiro si fa lento ma profondo e i suoi occhi individuano una strana forma. Disegnata a terra scorge una forma elicoidale non più grande di una moneta d'argento e gli torna in mente l'immagine del vecchio che aveva sfidato il RE. Alle sue spalle una voce autoritaria apostrofa la folla: "Tornate alle vostre case gente, ci pensiamo noi qui!".
COn lo sguardo dà un ultima occhiata alla scena e silenzioso si mescola alla folla che si ritrae lungo la via dei fornai. Anche il profumo del pane ha perso il suo aroma, in bocca gli resta un sapore fetido e vomitevole.
"Shad, anche tu qui?"
A sentire il suo nome si volta sorpreso.


CAPITOLO 4

La folla si richiude dietro il carro che lentamente porta via il cadavere. L'esploratore osserva passare quei visi sconosciuti cercando di capire chi avesse pronunciato il suo nome.
La ressa per uscire si fa sempre più pressante che è costretto a seguire il moto della folla che si allontana dal vicolo.
Si guarda intorno ma non scorge nessun volto conosciuto e si avvia alla casa dove aveva affittato una camera.
Sente la voce echeggiare intorno a se, una voce forte e squillante, con la mente ancora intorpidita dal sonno non riesce ad afferrare i nomi di cavalieri al contrario la sua mente ripete i loro titoli altisonanti: lord, cavaliere, conte...
Scuote la testa fissando l'anta che chiude la finestra. Sottili fasci di luce penetrano dalle piccole fessure -almeno sembra un bel giorno- sussurra a se stesso per convincersi ad alzarsi.
Anche se il pane è raffermo, la donna si mostra gentile e graziosa e gli offre una delicata marmellata di albicocca.
Pagato il conto e salutata la padrona di casa esce in strada.
Tutta la popolazione si muove con ordine e silenzio nella direzione dell'arena. Ordine, silenzio tutto sembra cosi irreale stonato. Il giorno prima quella stessa popolazione era una bolgia di colori, una incontenibile manifestazione di gioia e un senso di angoscia, come un'ombra minacciosa, invade il cuore dell'esploratore.
L'uomo si guarda intorno cercando di capire, i visi sono inespressivi, gli occhi senza luce, gli sguardi spenti, solo una donna attira la sua attenzione. L'eleganza degli abiti ne denotano uno stato sociale di nobiltà, le movenze sono eleganti, i capelli biondi come il grano maturo sono raccolti dietro la nuca lasciando scoperto un candido collo. Shademar le è vicino, quanto basta perchè lei possa girarsi appena lui prova a chiamarla in tono gentile:
"Milady..."
La donna ferma il suo passo, si volta fissandolo con due occhi azzurri, il sguardo innocente come quello di un cucciolo lo esamina scendendo verso il basso per poi riposarsi nuovamente sui suoi occhi.
"Dite a me cavaliere?" la sua voce è avvolgente come la lana, il suo tono morbido come la seta "Vi stavo osservando Milady"
"Ah si! Non ricordo di aver mai avuto il piacere di conoscervi cavaliere"
"In effetti..." tanta era la bellezza e la dolcezza della donna che Shademar dimenticò il motivo per cui l'aveva fermata, sentì la sua gola inaridirsi, si umettò le labbra "...è la prima volta che c'incontriamo".
"Oh bene! Posso esservi d'aiuto cavaliere?"
"No. Ehm... si. Volevo sapere come raggiungere l'arena".
"Basta che seguiate la folla" la donna sorrise gentilmente come per accomiatarsi "E... un'altra cosa Milady..."
"Ditemi!"
"Il vostro nome?"
"Ci tenete cosi tanto a saperlo?"
Shademar acconsentì con un cenno del capo
"Monica, Monica Cremmiand".
Suo malgrado fu costretto a lasciare alle guardie poste all'ingresso dell'arena le sue armi, con lo sguardo seguì dove venivano riposte e si affrettò ad entrare. Quando prese posto sulle gradinate lo spettacolo era già iniziato, preso dal fervore dei combattimenti dimenticò lo strano silenzio che avvolgeva la città e presenza della donna cui aveva chiesto il nome. Lo scontro è di una potenza incredibile, l'eco avvolge tutta l'arena subito seguito da un'esclamazione di stupore di tutti gli spettatori quando uno dei due cavalieri finisce rotolando a terra mentre intorno a lui volano le schegge di legno della lancia spezzata.
Shademar si solleva in piedi, sporgendosi dalla balaustra, il sorriso si muta in una cupa espressione preoccupata, minacciose nubi avanzano da nord coprendo rapidamente il cielo, il buio avvolge la città mentre verdastri bagliori saettano minacciosi sopra la sua testa.
"Accidenti... ma che diavolo sta succedendo?"
L'esploratore posa la sua mano sopra all'uomo che gli siede accanto.
"Cosa c'è?" l'uomo non volendo esser disturbato risponde con un tono arrabbiato.
Shademar lo invita ad alzare gli occhi al cielo e nota dipingersi sul viso un'espressione spaventata.
L'oscurità è quasi totale, i raggi del sole riescono a fatica a penetrare sotto quella coltre scura, l'arena illuminata dai bagliori verdi sempre più frequenti assume un aspetto sinistro. I suoi sensi lo avvertono che sta per accadere qualcosa di spaventoso e orribile.
"FUORI! FUORI!" Shademar inizia a gridare con tutto il fiato.
Come un piccolo sasso che cade dal versante di una montagna trascinando a valle una valanga così quel grido dell'esploratore diventa un allarme generale. Il terrore assalì gli spettatori come un'onda di marea spingendoli ad urtarsi tra di loro per scappare mentre si affollavano all'uscita rimanendo schiacciati dalla folla. Il re cercò invano di rassicurare le genti con la sua voce ma invano.
Il panico continuò a diffondersi e tutti stavano scappando verso l'esterno. Shademar si sporge dalla balaustra e pensa che quattro metri non sono poi cosi tanti, la scavalca aggrappandosi con le mani e si lascia scivolare verso il basso. Quando tocca terra inizia a rotolare su se stesso per attutire la caduta. Si rialza velocemente appena in tempo per vedere il corridoio che è stato preso dai combattenti. Corre velocemente nella stessa direzione e in pochi minuti si ritrova all'uscita dell'arena. Raggiunge la porta di legno dove aveva visto posare le sue armi e con un calcione ne fa saltare la catena che la tiene bloccata recuperando la sua ascia e la spada.
Intorno a lui è un fuggi fuggi generale. Gente che spinge, lotta, cade e viene calpestata.
Chi a fatica riesce ad alzarsi e ferito prova a scappare, chi aiutato viene sospinto altri più sfortunati invece muoiono uccisi dai propri concittadini. La visibilità è sempre minore, l'aria è percorsa da un vento gelido, tuoni potenti sembrano annunciare la fine del mondo.
Shademar si sblocca da quell'ipnosi e fugge in un vicolo secondario. Si ferma un attimo, addossandosi con le spalle a un muro per riprender fiato e scorge la figura del vecchio che aveva sfidato il re durante la parata del giorno precedente. Calmo, misurato nei passi, sicuro di sè si allontana verso un altro vicolo. L'esploratore raccoglie fiato nei suoi polmoni e inizia a seguirlo, entra in un edificio e un senso di paura sembra divampare dentro di lui. Sente la gola secca e le mani iniziano a sudare. La struttura in cui si trova è un'alta torre diroccata nella zona più vecchia e decadente della città, il portone in legno è perlopiù marcito, non dovrebbe essere impossibile forzarlo.
L'ascia scende decisa, il legno si spacca sotto la violenza del colpo e il portone si apre.
Con prudenza e cautela si addentra nell'edificio diroccato, un fortissimo odore di chiuso e putrefazione ammorba l'aria. Le stanze vengono illuminate a tratti da fasci luminosi che penetrano dalle crepe sui muri. Scricchiolii e rumori provengono dalle cantine e, sempre più attento, procede. Scende una lunga scalinata in pietra e si ritrovi in un'immensa stanza che un tempo doveva essere la cantina, ora invece divenuta un orrore senza fine. Intorno a lui sono sparsi un'infinità di cadaveri in putrefazione sui quali migliaia di Fior di Bella Vita han messo radici e fioriscono. Sente il tuo stomaco contorcersi e conati di vomito lo forzano. Oltrepassa velocemente la stanza turandosi il naso con una mano ed apre la porta che ha scorto all'estremità opposta. Oltre trova un laboratorio alchemico, decine di alambicchi sono in ebollizione ed alla sua destra una polverosa libreria. L'uomo che ha seguito è al centro della stanza e lo guarda con odio.
"Siano maledetti tutti coloro che si opporranno alla giustizia che monderà questa città perversa! Ora è troppo tardi per fermare la mia vendettaaaaa".
L'uomo inizia a decomporsi fino a che non resta un mucchio d'ossa con pochi brandelli di carne. Ora gli occhi che prima lo fissavano con odio si sono mutati in vuote orbite appena illuminate di una tenue luminescenza cremisi.
Il non morto lo attacca, i colpi sono potenti ma i movimenti lenti e ciò permette a Shademar di schivarli indietreggiando. Poi l'esploratore si scaglia in avanti portando un colpo deciso con l'ascia che colpisce il non morto, la lama però ne attraversa il corpo come se avesse colpito l'aria. Rimane sorpreso e le scheletriche mani lo prendono per il collo, la stretta è mortale. In quel momento scorge un lampo nelle fosse degli occhi del teschio.
Porta la mano alla cinta e afferra il suo pugnale, poi facendo roteare la mano solleva il pugno verso l'alto. La lama penetra da sotto attraversando la testa dal basso verso l'alto.
Una fiammata fuoriesce dal teschio e le ossa si trasformano in polvere, si disintegra emettendo un'aura di luce scarlatta fortissima. E' l'ultimo ricordo che gli rimane prima di perdere i sensi e svenire.


CAPITOLO 5

Quando riapre gli occhi, un pungente e acre odore aleggia nella stanza. Osserva a terra le ampolle di vetro frantumate, liquidi colorati si raccolgono in ampie chiazze dalle forme più varie. La memoria fa fatica a ricordare cosa è avvenuto, scuote la testa cercando di capire quanto tempo è rimasto svenuto. Si alza in piedi e si guarda attorno e inizia a camminare lentamente per la stanza. Nonostante il disordine il luogo conserva ancora il suo fascino misterioso, avvolto da un alone di magia. Nella parete di fronte è appoggiata una struttura in legno che contiene diversi libri. Ci sono parecchi volumi, ingialliti dal tempo, che parlano della storia del regno e delle terre confinanti. Due volumi appoggiati in disparte attirano la sua attenzione, li prende tra le mani e soffia sulla copertina:
"La maledizione di Ezimeth, Il diario di Osmond di Torre Smeraldo"
Rigira più volte i libri tra le mani, sta per aprirne uno quando sente echeggiare fuori dalla stanza dei passi lo richiude e li nasconde nella sua sacca. Dopo aver dato un'ultima occhiata a ciò che lo circonda, apre la porta e rapidamente cerca di guadagnare la superficie.
Appena uscito dalla zona delle cantine, altri passi giungono alle sue orecchie, la fitta ragnatela di corridoi e la non conoscenza del palazzo gl'impedisce però d'individuarne la direzione. Giunto a pochi metri dall'uscita un sorriso gli illumina il viso, tira un sospiro di sollievo e supera l'enorme portone. Fuori il cielo è nerissimo ed scende una fitta pioggia mentre l'aria è gelida. Getta il cappuccio del suo mantello sulla testa e si avvia verso la strada.
"Alt!" L'ordine è secco, la voce perentoria e l'esploratore sorpreso scatta in avanti ma due figuri armati gli sbarrano immediatamente la strada. Sente il suo respiro affannato, si volta intorno e capisce che non ha via d'uscita. Si ritrova circondato da una numerosa truppa di guardie cittadine ed il loro comandante, un robusto e massiccio uomo sulla trentina, gli intima di deporre le armi e seguirlo.
La pioggia continua a cadere, incessante, il cielo è sempre più basso e l'oscurità sempre più densa, le guardie lo conducono, verso il palazzo reale. Lungo le strade nonostante c'è pochissima gente ed i pochi viandanti si aggirano circospetti, impauriti, come se ad ogni svolta potessero incontrare un nemico in agguato.
Il grande palazzo reale, per quanto sia stato adornato di statue ed arazzi, circondato da giardini fioriti, presenta ora un aspetto cupo e minaccioso. Avvolto dall'oscurità le luci che brillano attraverso le grandi vetrate gli conferiscono un aspetto sinistro. Le sue alte torri si confondono nell'oscurità assomigliando a due orrendi corni. L'esploratore viene guidato all'interno del palazzo, dove tutte le torce sono accese, lungo maestosi saloni arricchiti con i più raffinati mobili ed oggetti d'arte. Raggiunta quella che sembra una grande sala d'attesa, viene fatto accomodare su una lussuosa e comoda poltrona. La sala è grande di forma irregolare, sono presenti altri gruppi di armigeri ciascuno che controlla uno o più stranieri. L'attesa è lunga, nella sala è stato imposto il silenzio rotto soltanto dall'arrivo di nuovi stranieri scortati dalle truppe del regno. L'esploratore è nervoso per la situazione in cui si trova ma i suoi sensi non fanno affiorare in lui alcun segno di pericolo decide allora di dare una rapida letta ai due tomi recuperati.
Quando finisce l'ultima pagina del diario di Osmond di Torre Smeraldo, un mormorio si diffonde nella stanza. Le guardie assumono una posizione marziale invitando gli stranieri ad alzarsi. Una donna avvolta in un manto dei colori d'autunno entra nella stanza, sul suo volto un lieve velo di seta trattiene appena la sua eterna bellezza di elfa. Verdi occhi le risplendono in viso ed i suoi stessi lineamenti sono come il dolce scorrere di un ruscello cristallino, capelli neri come la notte la accarezzano, tanto sottili da sembrar più fragili di un respiro. La voce del comandante delle guardie squilla come un suono di tromba:
"Inginocchiatevi stranieri, Ella è la regina Firith"
Il cuore dell'esploratore viene travolto da un ondata di ammirazione, i suoi sensi si perdono nella contemplazione della bellezza e solo la sua voce argentea riesce a richiamarlo alla realtà:
"Benvenuti miei signori, le mie guardie mi avevano informato della presunta cattura di alcuni artefici di questi nostri tristi giorni, ma ora che vi vedo, comprendo perfettamente quanto fosse errato il loro giudizio. Non vedo traccia nei vostri animi del male che ci circonda e vi porgo le mie scuse per le brusche maniere che avete dovuto patire. Ora vi chiedo, per il bene di questa città, di riferirmi ciò che sapete".
Le guardie secondo un ordine da loro prestabilito fanno avanzare uno straniero alla volta a parlare con la regina.
Al turno di Shademar la Regina con modi gentili e cortesi gli chiede:
"E voi esploratore, cosa sapete dirmi di quanto sta avvenendo nella nostra città?" l'uomo nota in quegli occhi più luminosi di uno smeraldo una sfumata traccia di apprensione che danno allo sguardo una malinconica nota condiscendente.
"Nulla di più che il vostro cuore già conosce e teme. Le forze che minacciano il vostro regno non sono di questo mondo anche se nascono dal vostro mondo". Shademar afferra dalla sua borsa a tracolla i due tomi e li mostra alla regina.
"Dunque anche voi li avete trovati?"
L'esploratore annuisce in silenzio e abbassa il capo.
"Il vostro silenzio è dunque di condanna per mio marito?"
"Mia Signora, ciò che ogni uomo percepisce è solo una parte della verità che lo circonda e nessuno potrà mai possedere la verità per intero. L'angoscioso tormento delle parole di questo diario", solleva in alto il diario di Osmond Torre di Cristallo," hanno lo stesso valore dell'ansia che i vostri occhi trasmettono. Per la Dea in cui credo il Destino di un uomo è quello di percorrere la via in cui si trova senza tornare indietro o cercare un'altra via anche quando la sua vita è minacciata da forze oscure"
"Quindi voi rimanete?"
"Si mia Signora, io non abbandonerò ora questa città!"


 

 
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