Il Mistero della Città delle Stelle
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Malekit
CAPITOLO 1
Arrivai in città al crepuscolo. La marcia si era rilevata meno
pesante del previsto, quel fresco venticello fu un ottimo compagno
di viaggio.
Le vie della città erano affollatissime. |
Ogni tipo di genti, anche quelle più strane e particolari sembravano
aver preso parte alla festa di Primavera. Tutto ciò fece accrescere
notevolmente il piacere di trovarsi in quel luogo, tanto bello da
sembrar irreale.
Percorsi la via principale della città, dove seminati ovunque stavano
baracconi di mercanti e giocolieri, ma anche carri di nobili guerrieri
giunti sin lì per partecipare ai tornei d'arme. Diversi menestrelli e
cantastorie attiravano l'attenzione della gente, cantando e danzando al
ritmo dell'allegria.
Procedetti in cerca di una taverna in cui cenare, avevo molta fame. Non
mi ero fermato per pranzo e, benchè avessi fatto un abbondante
colazione, la fame iniziava a farsi sentire.
Sorrisi nel vedere banchetti di illusionisti che con banali trucchi
facevano credere al pubblico presente di aver assistito a veri e propri
miracoli.
Improvvisamente un ometto saltellante mi si avvicinò. Con gesto elegante
mi porse un bel fiore: "Salute mio caro viandante, che sia benvenuto il
tuo arrivo fra noi, ti offro l'augurio di un futuro radioso, orsù
accettalo ed assapora le vita, danza con essa fino all'ultimo dì, che
nessun mai ti privi di gioia e fortuna!". Colsi il fiore dalle mani del
gentil giullare e mi inchinai in segno di riconoscenza. Esso sorrise,
per poi correre via canticchiando allegro. "Che tipo!" pensai,
apprezzando la delicata fragranza del fiore che mi aveva donato.
Passai in fronte ad una taverna, si intuiva chiaramente che era
stracolma di gente, qui sicuramente non avrei trovato posto per la
notte.
Successivamente ne trovai una seconda, sempre gremita di gente, ma meno
caotica della prima. Entrai senza indugiare, lo stomaco brontolava
(peggio di Nurah nei suoi giorni storti). Mi sedetti al tavolo per
ordinare la cena, ma purtroppo l'oste mi disse che gli alloggi erano
stracolmi. Cenai in fretta, dopodichè mi rimisi alla ricerca di un posto
confortevole dove passare la notte. Fumando la pipa giravo per le vie,
notando sempre meno gente per le strade. Arrivai infine di fronte ad un
fienile. Sembrava tranquillo, non avrei sicuramente dato fastidio a
nessuno se mi fossi accomodato su un po' di pagliericcio.
CAPITOLO 2
Mi svegliai fresco come una rosa, il giaciglio di paglia si era rilevato
molto comodo, forse addirittura più comodo di un letto in una topaia di
taverna, ma soprattutto a costo zero.
Avevo bisogno di un caffè, quindi raccolsi le mie coperte, gli diedi una
pulita grossolana e le riposi nel fagotto. Uscii dal fienile e con
grande stupore vidi che già molta gente era in piedi, tutti intenti a
raggiungere l'arena dove il Re avrebbe dato il via ufficiale ai
festeggiamenti e ai giochi, al termine della gloriosa processione per le
vie della sua città.
Mi dimenticai del caffè e mi diressi velocemente verso l'arena, le
tribune erano spaziose, ma con tutta la gente che era accorsa per i
festeggiamenti i posti sarebbero finiti in fretta.
La via principale era stata addobbata magnificamente bene, erano stati
appesi stendardi presumibilmente appartenenti ai rioni, alle gilde e ai
nobili della città.
Erano stati fissati dei tiranti da una parte all'altra della via, sui
quali trovavano posto tre effigi. C'erano diverse file su cui trovavano
posto gli stendardi, gli uni paralleli agli altri. Erano stati piazzati
con ordine meticoloso, tutto doveva essere perfetto. Improvvisamente
risuonò un acuto suono di corno, dopodichè una lunga fila di eleganti
alabardieri in armatura dall'elmo piumato si fecero largo per la via,
isolandone l'interno per permettere alla carovana imperiale il passaggio
senza intralci. Ero stato fortunato, ero relativamente vicino all'arena
e anche se tra me e gli alabardieri c'era parecchia gente, godevo di
un'ottima visuale grazie alla postazione rialzata sugli scalini di un
elegante palazzo.
Iniziarono i suoni delle trombe, in lontananza si potevano udire le
grida di gioia degli spettatori, mentre quelli più avanzati attendevano
scalpitanti.
Il corteo era guidato da un gruppo di abili trombettieri in affascinanti
abiti da parata, con lunghi mantelli rossi bordati d'oro. Subito dopo
seguivano piccoli paggi di corte, che pescando da grossi cesti
intrecciati gettavano petali di fiori colorati. Venne poi il turno delle
damigelle di corte, giovani ragazze di sangue nobile che procedevano
ordinate su due file, graziose e affascinanti, si guardavano in giro
compiaciute, raccogliendo e ricambiando i baci lanciati dagli
spettatori.
Poi venne il turno del carro reale. Il Re stava in piedi, ritto e
orgoglioso si girava ad oltranza verso i bordi della strada con la mano
destra all'altezza del volto, in segno di saluto. Portava la corona
reale, un lungo mantello candido, ricamato con bellissime rune, simboli
dei suoi predecessori. Sotto di esso portava l'armatura dei Re, stupenda
opera artigiana le cui origini si perdevano nei tempi. Era fatta di un
metallo giallo splendente, un misto tra il colore della miara e quello
dell'oro. L'elegantissima regina con un abito celeste e una corona di
fiori stava seduta, sorridente guardava la gente accorsa per
festeggiare. Ella era di una bellezza incantevole, ricordava il magico
fascino delle fate. Chiudevano il corteo una decina di cavalieri in
sella, le guardie fidate del Re. Essi erano vestiti in armatura, l'elmo
era posto sotto il braccio destro per quelli allineati a destra,
viceversa per quelli dall'altra parte. Ognuno di loro portava un
mantello differente, sia nel colore che nell'effige, evidente stemma del
gruppo d'arme appartenente e rispettivamente comandato. Fui
improvvisamente colto da immenso fascino e gioia, i festeggiamenti erano
ufficialmente iniziati.
CAPITOLO 3
La sfilata era incantevole, fortunatamente ero in una posizione dalla
quale riuscivo a vedere tutta la strada nella sua larghezza, così da non
perdere un singolo particolare della processione festante.
Quasi come un allucinazione, mi parve di notare un'ombra che lentamente
prendeva forma, diventando sempre meno eterea, sempre più concreta. Era
un uomo, vestito diverso da chiunque, dal passo spedito e deciso. Non
sapevo se per l'euforia o per distrazione o per chissà quale motivo gli
altri spettatori non sembravano notare la strana figura.
Vidi che si dirigeva verso la carrozza reale, passata solo qualche
istante prima davanti a me. Non riuscivo a distogliere lo sguardo dallo
strano figuro il quale, non appena mi fu davanti lanciò a mio indirizzo
uno sguardo truce, con occhi gelidi come il più rigido inverno.
Sbalordito e anche un po' intimidito, cercai di farmi largo tra la
folla, seguendo il percorso di quel losco uomo, fin quando non si fermò
sotto l'elegante carrozza reale.
Gli spettatori e le guardie si accorsero finalmente della strana
presenza, che rivolse alcune parole al Re. Tra la confusione generale
non riuscii ad interpretare le parole del viandante, solo due parole
sembrarono rimbombare nell'aria, per le strade, nell'arena... Torre
Oscura, dopodichè gettò a terra un fiore identico a quello che mi aveva
donato il simpatico giullare la sera prima.
All'udire di quelle parole, il silenzio calò tra i presenti, il volto
del Re divenne serio ed allarmato, ma proprio quando la Guardia Reale
stava per acciuffare colui che aveva pronunciato queste parole, quest'ultimo
si trasformò in un orripilante ammasso di insetti e ratti che scapparono
per tutta la strada, facendo esplodere il panico tra la gente.
Nel frattempo la sfilata aveva accelerato la sua avanzata, con gli
uomini d'arme tutti in posizione di difesa alla carrozza reale.
Furono attimi di tensione e panico, ma ben presto tornò l'ordine e la
gente cercò di dimenticare l'accaduto, per non rovinare i
festeggiamenti.
Mi affrettai a raggiungere l'arena, dalla quale era uscita parecchia
gente incuriosita da ciò che era appena accaduto. Vidi che la carrozza
reale era vuota, un paggio si posizionò al centro dell'arena chiamando
il silenzio, aveva un annuncio da fare.
"Tutte le manifestazioni di questo pomeriggio sono annullate, il torneo
dei cavalieri si terrà domani. Stasera si terrà comunque lo spettacolo
di magia".
Il Re era stato chiaramente scortato e condotto a palazzo tramite
qualche uscita secondaria.
Ora mi ritrovavo il pomeriggio libero, ne avrei approfittato per
raccogliere qualche informazione inerente al Re, al casato della Torre
Oscura e su quel bel fiore che mi aveva donato il giullare.
Dopo ciò che era accaduto la gente non era ben disposta a parlare,
raccolsi diverse occhiate indiscrete e qualche notiziola frammentaria,
non molto utili, ma pur sempre qualcosa rispetto al nulla assoluto.
Ora l'imbrunire incombeva, mi diressi all'arena per appostarmi nelle
prime file, il più vicino possibile al punto ove si sarebbero tenuti gli
spettacoli della serata, chissà mai che avrei trovato modo di
partecipare e di divertirmi anch'io con qualche giochetto magico, magari
così facendo avrei conquistato fiducia in qualcuno, in modo da
procurarmi qualche informazione interessante.
CAPITOLO 4
Non avevo cenato per assicurarmi uno dei posti migliori all'interno
dell'arena, il risultato fu appagante in quanto riuscii a piazzarmi
nelle prime file, così da poter apprezzare al meglio l'esibizione della
serata.
Le commedie degli artisti riuscirono a far ricomparire il sorriso sui
volti degli spettatori, alcuni ancora turbati per i fatti accaduti in
mattinata. Abili giocolieri davano spettacolo tra un'opera e l'altra ed
io pensai ad un simpatico scherzetto.
Due di loro giocavano abilmente con delle clave, le facevano roteare in
aria passandosele in continuazione. Mi concentrai su di loro, feci in
modo che le clave restassero fluttuanti per aria. I giocolieri si
guardarono sbalorditi ed io improvvisamente feci ricadere le clave sulle
loro teste. Gli spettatori risero divertiti, mentre i giocolieri ancor
più sbalorditi ripresero i loro giochi di abilità.
Appena si allontanarono dal centro dell'arena per dare spazio all'ultima
opera teatrale, decisi di andare da loro per fare le mie scuse.
"Buona sera. Io sono Malekit il mago, sono stato io a compromettere il
vostro spettacolo e ve ne chiedo scusa" dissi inchinandomi.
I due inizialmente mi lanciarono uno sguardo di diffidenza misto ad
irritazione, dopo di che sorrisero e uno dei due proferì: "Buona sera
mago. Nessun problema, è stato divertente... almeno per gli spettatori"
disse toccandosi la testa "Io sono Melk, lui è mio fratello Khail" e
amichevolmente mi strinse la mano.
"Sei abile mago, ci farebbe immenso piacere se al termine della serata
venissi con noi in taverna, così brinderemo alla nostra nuova amicizia"
disse Khail.
"Ne sarò lieto..." risposi sorridente.
Finito l'ultimo spettacolo mi unii ai due fratelli e per delle stradine
secondarie ci avviammo in direzione della taverna. Improvvisamente un
urlo raggelò l'allegro discutere tra me e i due giocolieri. Era un urlo
di donna, non lontano da noi. Mi misi a correre nella direzione cui
sembrava essere giunta la voce ricolma di paura, senza sbagliarmi: vidi
una donna terrorizzata, che si copriva gli occhi con le mani e, poco
distante da lei, il corpo di un uomo orribilmente sventrato, con dei
lunghi e osceni vermi che ne divoravano le carni. Mi raggiunsero anche
Melk e Khail, che soccorsero la donna. Io mi chinai al fianco del
cadavere, gli afferrai un braccio e nel tirarlo gli sfilai la mano di
tasca. Tra le dita teneva un fiore identico al mio, solo che era
appassito. Melk esclamò: "Un fior di bella vita!".
Mi voltai verso di lui e gli chiesi: "Che ne sai di questo fiore?"
incuriosito.
Udimmo altra gente arrivare verso la scena del crimine, appena apparvero
ai nostri occhi notammo che erano anticipati dalla guardia imperiale.
Non appena videro il cadavere lo coprirono con un mantello e fecero
allontanare tutti i presenti.
I due fratelli decisero di portarmi alla loro casa, dove avrebbero
potuto parlare liberamente di alcuni dei misteri che gli strani fatti
accaduti in quel giorno celavano.
Mi parlarono del casato di torre Oscura, del Re e dei suoi poteri, del
fiore di bella vita.
"Il casato di torre Oscura... molti tremano nel sentire questo nome e
non per nulla... una volta era un nobile casato ai servigi della
famiglia reale, il casato di torre Smeraldo, finchè il padre del nostro
attuale sovrano arrivò li accusò di eresia, affermando che essi volevano
impadronirsi del potere della spada delle Ere, quindi del regno, con
l'appoggio di entità demoniache. Furono sterminati dalla cavalleria
imperiale, ma evidentemente non fino all'ultimo".
Ascoltavo attento le interessanti informazioni dei giocolieri.
"Cos'è questa spada delle Ere?" Chiesi.
"L'avrai notata sicuramente alla sfilata. Il Re non se ne separa mai. E'
il simbolo del potere del Re, molti dicono che sia anche la causa della
sua fantastica abilità e forza, ma non so dirti nient'altro su quell'arma".
"Mentre quel fiore? il fiore di bella vita... così l'hai chiamato, no?"
"Si, è un fiore creato dalla magia, non è naturale. Possiede poteri
magici molto potenti. Per molti fu la rovina, per chi ne comprendeva e
ne sfruttava i poteri fu la fortuna..."
Rimasi immobile e muto per qualche istante, pensavo al giullare
incontrato il giorno precedente, chissà perchè mi aveva donato tale
fiore, poteva aver riconosciuto i miei poteri? era un complice del
casato di torre Oscura?
Gentilmente i due fratelli mi invitarono a restare per la notte. Mi
posizionai in fronte al caminetto, avvolto nelle mie coperte, ma sapevo
che sarebbe stata una notte dai sogni irrequieti.
CAPITOLO 5
Finalmente si fece giorno. Passai la notte tra sogni confusi e
orribili... il risveglio fu un vero sollievo.
Melk e Khail parevano esser tranquilli, quasi sembrava avessero scordato
il macabro omicidio della sera prima. Dopo una buona e abbondante
colazione uscimmo di casa per raggiungere l'arena.
Già molta gente era incolonnata ai cancelli. Le guardie all'ingresso
avevano l'incarico di non far entrare nessun arma nelle tribune.
Siccome i due fratelli dovevano svolgere servizio presso le stalle,
avevano diritto di precedenza. Grazie a loro riuscii ad entrare evitando
la coda e i controlli delle guardie. La mia spada magica era al sicuro
sotto la tunica.
"Noi dobbiamo andare a lavorare, tu va pure alle tribune, tra non molto
lo spettacolo inizierà!" Disse Melk salutandomi.
Ai piedi delle tribune stavano tre simpatici uomini dalle prorompenti
pance e dallo spirito allegro che vendevano birra. Era mattino, era
presto, ma una birra confesso... non me la negai.
Scelsi uno dei posti che preferivo e mi sedetti.
Il tempo di caricare la solita pipa e la gente già mi aveva circondato,
l'afflusso era aumentato notevolmente. L'inizio era sicuramente vicino.
Lanciando uno sguardo distratto al campo di battaglia notai che era già
stato adornato, alcune figure si intravedevano dietro l'arcata di
ingresso dei cavalieri.
Entrarono prima due file di alabardieri in armatura che ordinati si
sistemarono tra le tribune e il campo di battaglia. Subito dopo
entrarono i primi cavalieri Imperiali, poi la famiglia Reale. Canti e
inni festosi accompagnarono l'ingresso dei sovrani, il Re salutava
agitando la spada delle Ere, facendola volteggiare in aria.
Appena la famiglia reale si sistemò sull'apposita tribuna arrivò il
turno dei cavalieri.
Ero troppo affascinato dallo spettacolo che anch'io quasi dimenticai gli
orrendi accadimenti dei giorni precedenti, di conseguenza non diedi
notevole peso l'indifferenza che la gente del posto mostrava.
Uno squillo di tromba segnò l'inizio degli scontri.
La giornata non era serena, ma lentamente il cielo stava assumendo uno
strano oscuro aspetto.
Subito spostai i miei occhi agli incontri non badando più a questo
inquietante fenomeno.
Passarono ore e la giostra dei cavalieri era giunta alla finale. I due
nobili cavalieri erano pronti ad affrontarsi, convinti che non ci
sarebbero stati vincitori e vinti, la gloria era di tutti.
L'ultimo incontro iniziò, i colpi sferrati da lord Cremmiand e lord
Gwendam erano accompagnati da da strani lampi di colore violaceo, che
andavano riflettendosi sulle corazze impolverate dei cavalieri.
L'epilogo era arrivato, finalmente la giostra aveva il suo vincitore.
Lord Gwendam era a terra, lord Cremmiand allungò la mano in segno di
amicizia allo sconfitto, dopodichè sollevò la spada in segno di
vittoria.
Il fervore degli spettatori si mutò improvvisamente in urla di paura: la
gente iniziò a levare gli occhi al cielo e notando lo strano e
inquietante colore del cielo si fece sopraffare dal panico. Lord
Cremmiand cadde in ginocchio portandosi le mani al collo, come gli
mancasse il fiato. Dalle fessure della corazza iniziò a fuoriuscire una
sorta di fumo... uno stano sortilegio aveva colpito il cavaliere, ne
percepivo la forza e la corruzione. Artigli e corna iniziarono a
fuoriuscire dalle sue carni, l'armatura esplose dando vista all'orribile
creatura che era diventata il povero eroe guerriero.
La gente parve impazzita, strillando e spintonando iniziarono a correre
verso le uscite, mentre il mostro ruggiva infuriato al centro
dell'arena. Ero pietrificato, avevo intenzione di scappare, quando la
vidi: una ragazza aveva fatto il suo ingresso in scena, armata di due
spade e senza eccessive protezioni era decisa a sfidare la bestia
immonda.
Decisi di correre da lei, non sapevo esattamente cosa mi stesse portando
a compiere un'azione tanto sconsiderata, ma avevo come l'impressione di
conoscere l'impavida donna.
Avvicinandomi la riconobbi... era Kloda! Ma che ci faceva qui?
Corsi in sua direzione, vedevo il mostro avvicinarsi sempre più a lei,
feci appena in tempo a lanciarmi scostando la donna ed evitare che gli
artigli della bestia la troncassero.
Ci ritrovammo a terra, nella polvere, dissi:
"Kloda, mio amore, cosa fai qui? Vuoi per caso morire? Quell'abominio
non ti lascerà scampo!"
"Come mi hai chiamato, straniero?" Improvvisamente si interruppe, mi
spinse via salvandomi dagl'artigli del mostro dai quali lei non riuscì a
scappare. La disperazione e la furia mi offuscarono la mente.
Mi scagliai verso l'abominio pur sapendo di non aver speranza, ma in
quel momento sentii la bestia gemere di dolore. Erano accorsi dieci
gladiatori, uomini possenti e dalla forza spaventosa. Brandendo flagelli
e mazze chiodate colpivano violentemente la creatura. Lanciai un ultimo
sguardo al corpo della donna, con immenso stupore vidi che era
scomparso, sia il corpo che il sangue. Scappai.
Appena fuori dall'arena lo spettacolo a cui assistetti mi raggelò il
cuore. Gente che in preda al panico totale scappava in ogni direzione,
travolgendo i più deboli senza alcuna pietà. Un solo uomo stava immobile
poco distante da me... lo riconobbi, era l'uomo apparso alla parata il
giorno prima.
Improvvisamente il vecchio si destò, allontanandosi velocemente per un
vicolo secondario. Decisi di seguirlo senza troppo indugiare. L'uomo
doveva essere pratico del luogo, si muoveva con destrezza e con
sorprendente velocità. Mi condusse nell'antico borgo della città,
l'unico angolo diroccato e spettrale della città. Tenendomi a debita
distanza riuscii a seguirlo senza farmi scorgere, infine il vecchio
entrò in un'antica torre semi diroccata. Attesi qualche istante,
dopodichè forzai il portone di legno addentrandomi nella torre.
Pareva essere abbandonata, l'unica illuminazione della torre era dovuta
alle crepe nei muri, dalle quali filtravano fiochi raggi di luce
pallida. Un odore nauseante condizionava l'aria, scricchiolii
inquietanti giungevano dai sotterranei. Scesi per la scalinata, sentivo
l'odore di putrefazione crescere insieme alla mia nausea.
Infine arrivai nelle vecchie cantine della torre, allestite a camere
mortuarie. Molti cadaveri in decomposizione stavano sul pavimento e su
tavoli improvvisati, alcuni fiori di bella vita erano sbocciati dalle
carni morte.
Cercando di ignorare il più possibile il macabro scenario, attraversai
la stanza raggiungendo la porta in fronte a me. Sentivo un maligno
potere celarsi dietro essa, mi feci coraggio e aprii.
Era un laboratorio perfettamente allestito, alambicchi e libri di magia
sparsi quà e là lasciavano percepire la follia della mente di chi aveva
creato tutto ciò.
nel centro della stanza stava il vecchio che avevo inseguito, che
immobile mi fissava.
"Non avresti dovuto seguirmi, sciocco! La mia vendetta non conosce
pietà... morte e disperazione caleranno su chi si interporrà tra me e la
mia causa!"
Il vecchio iniziò a decomporsi sotto il mio sguardo, divenendo uno
spaventoso non-morto. La sua aura magica crebbe a dismisura, quasi
riuscì a spaventarmi. L'orrenda figura lanciò un potente incantesimo che
mi scagliò contro una parete. Accusai un forte dolore alla schiena, ma
non appena alzai lo sguardo l'orrendo scheletro era già a pochi passi da
me, potevo sentire l'odore del suo fetido alito. Era pronto a
infliggermi il colpo di grazia, con un movimento rapido mi scostai
evitando il suo colpo, presi una pozione incendiaria dalla mia borsa e
la lanciai al nonmorto. Il mostro prese fuoco, ma non fermò la sua
avanzata nella mia direzione. Era la fine, non sarei riuscito a
difendermi, ero troppo debole. Appena fu a poco più di dieci passi da
me, lo scheletro crollò a terra, ne seguì un grande urlo...
un'esplosione, una luce intensa... poi... fu buio...
CAPITOLO 6
Aprendo gli occhi avvertì un forte dolore alla testa. Ero rimasto
svenuto per diverso tempo, mi guardai intorno e vidi i danni provocati
dall'esplosione. La maggior parte degli alambicchi erano andati in
frantumi, ciò mi rammaricò notevolmente visto che avrei ritenuto
proficuo lo studio del lavoro di quei pazzi.
Iniziai a cercare qualcosa di utile tra la gran confusione creatasi,
trovando null'altro che appunti sparsi e semidistrutti, finchè trovai un
paio di volumi interessanti e pressochè illesi: "La maledizione di
Ezimeth" e "Il diario di Osmond di Torre Smeraldo". Presi entrambi i
tomi e li misi nella borsa.
L'odore insopportabile che saturava l'aria mi spinse ad uscire da quel
luogo riluttante in fretta. Giunto al livello superiore notai che la
luce che prima filtrava dalle crepe nei muri si era fatta ancor più
fioca e il rumore della pioggia battente preannunciava il pessimo tempo
all'esterno. Ma la voglia di uscire cresceva sempre più, il piacere di
una boccata d'aria fresca era l'unico pensiero che mi girovagava per la
mente.
Appena fuori, neanche il tempo di inspirare che una voce mi intimò
l'alt. Feci appena in tempo a mettere a fuoco la vista che notai
un'intera guarnigione di guardie intorno a me. Il loro comandante mi si
avvicinò, con tono deciso disse:
"Straniero, per il tuo bene ti consiglio di gettare le armi a terra e di
non opporre resistenza, se così farai per il momento avrai salva la
vita".
Annuendo alle parole del possente guerriero gettai prima il bastone
magico a terra, poi la spada.
Subito due guardie raccolsero le mie armi, dopodichè mi invitarono a
seguirli.
Sicuramente mi stavano portando a palazzo, dove sarei stato interrogato.
L'oscurità del cielo era insolita e inquietante, ma ormai nulla più
riusciva a stupirmi.
Per le strade non si vedeva molta gente, gli occhi dei pochi viandanti
mostravano tutta la paura e la preoccupazione di chi fosse in una città
sotto assedio. Di sfuggita scorsi un bando imperiale che annunciava la
sospensione di tutte le manifestazioni.
La vista del palazzo imperiale non fece che confermare le mie ipotesi,
sarei stato condotto e interrogato là. Il palazzo era un'antica
costruzione di pietra, le imponenti mura di roccia granitica
costituivano l'ultimo ed invalicabile baluardo della città. Costruzione
di alta e raffinata architettura, era adornata qua e là da affascinanti
sculture raffiguranti i diversi Re che avevano governato sulla città;
capitelli e affreschi facevano da decoro ad una delle più affascinanti e
imponenti costruzioni su cui avevo posato i miei occhi.
L'interno del palazzo fu ancora più incantevole: mobilio lavorato
finemente, volte affrescate, pavimenti in marmo pregiato, oggetti
preziosi e lussuosi completavano l'arredamento, ordinati meticolosamente
sopra mobili e le mensole nei lunghi corridoi per i quali le guardie mi
condussero, probabilmente erano collezioni di vari oggetti del Re e dei
suoi predecessori.
Giungemmo infine ad un'ampia stanza, arredata con sedie e poltrone di
legno come fosse una sala d'aspetto. Alcune persone stavano sedute qua e
là all'interno della stanza. Li salutai con un cenno del capo per poi
andarmi a sedere in disparte. Sollevai il cappuccio sul capo, mi sedetti
a gambe incrociate in un angolo della sala e iniziai a leggere i curiosi
volumi che avevo trovato nella torre.
Il primo volume mi fece rabbrividire. Parlava di un rito magico molto
potente e pericoloso, La maledizione di Ezimeth appunto. Un rito dai
poteri capaci di devastare un intero popolo; inoltre le uccisioni dei
giorni precedenti non avevano fatto che accrescere il potere di quell'inconcepibile
maleficio. In poche righe era prigioniera l'unica possibile soluzione.
"V'è solo un modo in cui la maledizione possa volgere al fine, dopo che
brani dell'esistenza odiata siano stati strappati dai morsi della fiera
rabbiosa, dopo che la vita stessa di cui si voglia vendicare sia stata
resa peggiore della morte stessa, finché l'ultima lagrima di sangue
abbia solcato il volto di chi ormai non sia null'altro di se stesso!".
Nervosamente chiusi il volume, andando a fissare un punto indefinito del
muro antistante. La frenesia con la quale stavo ricercando una soluzione
mi creò una gran confusione.
Cercai di distrarmi con il secondo volume. Il diario di Osmond di Torre
Smeraldo era segnato da rabbia e profondo rancore, un racconto
sconvolgente di chi vide la sua casata spazzata via per mano dei propri
fratelli. Il racconto riguardava le azioni mosse contro la casata di
Torre Smeraldo dal padre dell'attuale sovrano, e di come il potere della
spada delle Ere fu d'aiuto alla devastazione di uno dei casati più
prosperosi del regno.
Perplesso tornai a riflettere tra di me.
Il primo pomeriggio fu segnato dall'arrivo di una delle creature più
incantevoli dell'universo, la regina Firith. Il suo fascino d'elfa colpì
tutti i presenti ed il silenzio cadde nella stanza.
"Benvenuti miei signori" proferì cordiale "le mie guardie mi avevano
avvisato della presunta cattura di alcuni artefici di questi nostri
tristi giorni, ma ora che vi vedo, comprendo perfettamente quanto fosse
errato il loro giudizio. Non vedo traccia nei vostri animi del male che
ci circonda e vi porgo le mie scuse per le brusche maniere che avete
dovuto patire. Ora vi chiedo, per il bene di questa città, di riferirmi
ciò che sapete"
La regina iniziò a girare per ogni uomo presente in sala, rivolgendo
domande inerenti a quanto successo. La sua voce soave, il suo corpo
esile ed armonioso erano ben più che incantevoli alla vista di un
semplice uomo.
Stranamente si rivolse a me per ultimo, sapevo che non era un semplice
caso.
Appena mi fu di fronte mi alzai in piedi per poi prostrarmi in un grande
inchino, ella senza aprire bocca, telepaticamente mi disse:
"Sono a conoscenza di ciò che ti turba, da quando sono arrivata in
questa stanza ho percepito la preoccupazione nei tuoi pensieri. La mia
domanda è una, Malekit il mago, cosa farai ora?"
Rimasi immobile in fronte a lei, pensai alla visione di Kloda
nell'arena, pensai ad Arcano, ai miei amici, a tutto ciò che di più caro
possedevo. Infine, sempre tramite telepatia, dissi alla regina elfa:
"La maledizione di Ezimeth va fermata, ha accumulato un grandissimo
potere e per chi la gestisce non sarà cosa difficile perderne il
controllo. Se così sarà non c'è posto dove io possa nascondermi, tutto
ciò che mi sta a cuore andrebbe distrutto... resterò..."
CAPITOLO 7
Silente assistevo al discorso della regina, benchè avessi già espresso
il desiderio di restare a difesa della città. Non prestavo attenzione
alle parole, riflettevo, riflettevo e ancora riflettevo...
Improvvisamente un bagliore da fuori la finestra colpì la mia
attenzione; guardando meglio mi accorsi che proveniva dalla sala del
trono, quindi d'istinto seguii la regina che allarmata si avviò verso la
sommità del palazzo.
Passai per saloni e scalinate imponenti, lungo corridoi apparentemente
interminabili...una sorta di labirinto regale. Arrivato alla maestosa
sala vidi il Re e la regina innanzi al trono, ove sedeva un essere a dir
poco terrorizzante: alto circa tre metri, la pelle scura tendente al
grigiastro, gli occhi fiammeggianti e come se non bastasse ai suoi piedi
stava accucciato un lupo di fiamma. L'essere con voce roca mormorò:
"Re Elderion, l'odio di un uomo mi ha chiamato su questo mondo, io sono
colui che voi chiamate Ezimeth, il Signore della Vendetta e devasterò
ogni cosa finchè il rancore di un uomo ormai morto non troverà pace".
Il re reagì alle parole del demone estraendo la Lama delle Ere per poi
avanzare verso la figura di Ezimeth. Una smorfia di compiacimento segnò
l'oscuro volto del demone, mentre con un rapido gesto scagliò un
proiettile magico al Re. Elderion con movimento veloce schivò il colpo,
per poi farsi di nuovo in avanti.
"Non sai fare altro, demone?" Esclamò avanzando minaccioso il Re.
"Hahahaha! Ora la mia vendetta si compirà, segnando la tua distruzione!"
Il Re assunse un'espressione rabbiosa "Sei per caso impazzito demone?
Cosa credi..."
Subito il carisma del Re si spense come il suo volto, come penso anche
il suo cuore. La regina Firith era stata colpita dal demone. Il Re franò
in ginocchio al fianco dell'amata, nel punto in cui era stata colpita
dall'attacco del demone spuntò un bocciolo di fior di bella vita.
Poi, con tono arrogante e satanico il demone si rivolse a me ed alcuni
altri che erano giunti:
"Voi chi sareste? fuggite via, prima che decida di prendere le vostre
vite! La maledizione si compirà ed alla morte della sua amata sposa, il
Re diverrà l'ombra di se stesso conducendo tutto alla rovina!"
Una risata impetuosa interruppe le sue parole, con tono deciso e fermo
pronunciai le stesse parole che avevo letto sul libro della maledizione:
"V'è solo un modo in cui la maledizione possa volgere al fine, dopo che
brani dell'esistenza odiata siano strappati dai morsi della fiera
rabbiosa, dopo che la vita stessa di cui si voglia vendicare sia stata
resa peggiore della morte stessa, finchè l'ultima lacrima di sangue
abbia solcato il volto di chi ormai non sia null'altro di se stesso.
Sarai tu, Signore della Vendetta, a indicarci la strada da seguire per
far si che ciò non accada... tu ci mostrerai la nostra ultima
speranza!".
Dissi puntando deciso lo sguardo contro il demone. Ezimeth proferì
subito:
"E sia! Vi darò una speranza per poter gustare la vostra disperazione
quando essa si infrangerà. Il fiore sboccerà all'alba del secondo giorno
da oggi strappando alla regina la vita ed il senno al re. Voi prima di
quel limite dovrete salvare un'anima che sta per cadere vittima della
maledizione... Essa appartiene ad una donna che lotta per difendere il
suo tesoro più prezioso dall'orrore che avanza. Vaga solitaria per la
città, là dove le merci più preziose giungono in questa città da terre
lontane... ma presto perderà tutto, divenendo per sempre mia!"
Così dicendo il demone sparì in una grande fiammata; mi girai verso la
scala deciso a lasciare il palazzo. Passai in fianco al Re, sentii le
tristi parole che mugugnava alla sua adorata sposa, con un sibilo di
voce dissi: "La affidi alle cure dei suoi migliori medici e alchimisti,
Sire... vegliate su di lei, noi cercheremo di salvare la città... il
vostro orgoglio e la vostra sfrontatezza vi renderebbero pericoloso e
stupido..."
Mi avviai deciso per le scale... rammaricato per la regina, si era
rilevata saggia e sicuramente sarebbe stata d'aiuto. "Sicuramente senza
i consigli della regina Firith il regno sarebbe già caduto nel caos da
tempo..." pensai, rimuginando la sconsiderata reazione di Elderion nei
riguardi di Ezimeth. Nel frattempo velocemente mi avviai verso l'esterno
del palazzo, la zona commerciale della città si divideva in vari
settori, la ricerca non sarebbe stata facile... ma dovevo salvare quella
donna...
CAPITOLO 8
Camminavo senza meta per le vie del porto, urla di terrore e gli occhi
dei rari passanti mi incutevano un intenso senso di irrequietezza...
paura credo.
Le onde del mare agitato si infrangevano lungo la banchina del porto,
producendo alti schizzi di acqua salata. "Maledizione, come troverò la
donna che cerco... qui non c'è praticamente nessuno e se mi dovessi
azzardare a rivolgere la parola a qualcuno... minimo si darebbe alla
fuga, massimo mi accoltella...", pensai nervoso, mentre aguzzavo tutti i
miei sensi alla ricerca di una pista da seguire.
Di colpo un attimo di quiete... il mare sembrava essersi calmato, le
urla della gente terrorizzata non si udivano più... era un altro
maleficio? Il tempo pareva essersi fermato, ma improvvisamente udì un
lamento... un pianto, un pianto di infante tra le vie interne del porto.
Senza pensarci sopra due volte mi avviai veloce per le vie, non sapevo
dove stavo andando... non ero mai stato là, inoltre le strade sembravano
tutte identiche, rendendo il tutto ancora più assurdo e preoccupante.
L'innocente voce strillava sempre più forte, sicuramente qualcosa di
irreparabile stava per succedere... dovevo fare in fretta.
Sentivo il fiato sempre più pesante, le vie interminabili che stavo
percorrendo non mi stavano portando da nessuna parte, ma in preda alla
disperazione ed alla frenesia non mi fermai.
Il pianto ora rimbombava lungo i viottoli, in balia del mio istinto
girai un paio di angoli e lo vidi: un uomo vestito di abiti lordi di
sangue, sotto effetto di una qualche possessione o charme brandiva una
spada lungo la cui lama alcune incisioni runiche splendevano di stani
bagliori, ne riconobbi alcuni che avevo visto raffigurati nel libro de
"La Maledizione di Ezimeth".
Ai piedi dell'uomo sdraiata per terra una donna stringeva tra le braccia
un piccolo bambino con gli evidenti segni delle lacrime lungo le guance.
La donna era l'obbiettivo di quel pazzoide, veloce mi lanciai verso di
loro mentre svelavo da sotto il mantello la spada magica.
Grazie alle Dee riuscii a proteggere con la mia lama la donna e il
bambino dal fendente letale di quell'indemoniato. Subito tirai un
violento calcio agli stinchi dell'avversario, atterrandolo per quel
tanto che bastava a mettere in piedi la donna e farla scappare. Ma ero
in grande pericolo.
Non ero un grande spadaccino, a fatica ero riuscito a tenere in mano la
spada nel parare quella malefica lama e quell'essere si stava rialzando.
Indietreggiai di qualche passo, nervosamente frugavo nella borsa in
cerca di qualche cosa di utile, senza sapere cosa usare. La maggior
parte delle pozioni le avevo già adoperate... poi, scorsi con il tatto
il pugnale. Lesto lo afferrai in mano, proprio mentre entravo nel tiro
della lama nemica. Appena realizzai che stava per sferrare il suo
attacco mi feci improvvisamente avanti, con il braccio destro e la spada
parai il roverso tondo nemico, feci perno sulla gamba destra che in quel
momento trovava posto in posizione avanzata, mirando la gola del nemico
con la sinistra e il pugnale, la cui lama era disposta lungo
l'avambraccio. Il maledetto parò il colpo afferrando il braccio e la
lama affilata del pugnale, gli tagliai le dita ma non sembrava darci
molto peso, visto che pronto mi rifilò un violento calcio nello stomaco.
Caddi all'indietro, finendo ad alcuni passi di distanza dal nemico. Il
pugnale mi era caduto, la spada invece ancora la stringevo in mano.
Rimasi immobile per qualche istante, quel che bastava per far sì che la
distanza fosse stata giusta... e improvvisamente balzai in piedi
lanciando violentemente la spada verso l'indemoniato, colpendolo in
pieno petto.
L'uomo cadde in ginocchio, saliva e sangue iniziarono a colare dalle sue
labbra. I suoi occhi sembravano cambiati, sembravano più... più umani,
quando con un rantolo di voce disse: "Ti... ti ringrazio, m... mi hai
impedito di dannare la mia anima per l'eternità... grazie..." e cadde
privo di vita.
La sua spada era a terra in frantumi, da un angolo sbucò il volto
consumato dalla paura della donna cui avevo detto di scappare.
"Costui... era m.. mio marito... era impazzito, ma le mie preghiere sono
state ascoltate!"
Avanzai verso la donna, vidi che era sconvolta ma non ferita, come il
suo bambino. Evitai di soffermarmi troppo, ero riuscito a battere
Ezimeth sul tempo... ora però chi rischiava la vita era la regina. La
maledizione era stata interrotta, ma la morte della regina avrebbe
significato in ugual modo la fine del regno di Città delle Stelle.
Cercai di procedere verso palazzo con il massimo della velocità, benchè
accusassi i duri colpi subiti durante l'incontro, ma soprattutto la
stanchezza. Le energie mi stavano lentamente abbandonando, solo il
coraggio e la cocciutaggine mi spingevano ad andare avanti. Il mio
carisma ne risentì quando, arrivato a palazzo, vidi il ponte di accesso
praticamente abbandonato, anche le guardie di palazzo e i più fedeli
guerrieri del Re si erano dati alla fuga. Percorsi alcuni saloni senza
incrociare nessuno, si sentiva solo l'eco dei passi di chi in preda al
panico si stava dando alla fuga. Per mia fortuna incrociai un servitore
del Re sulla mia strada, lo afferrai per un braccio e con un sibilo di
voce gli chiesi: "Dov'è il Re? Dove ha portato la regina? rispondi!"
Gli occhi del servo erano intrisi di paura e panico, vedendomi nervoso e
preoccupato mi rispose solerte: "Nei sotterranei... nel Tempio... ti
prego, lasciami andare!"
"E voi sareste sudditi devoti? guardate come scappano, ma dove pensate
di andare? Ezimeth va fermato, o nessuno troverà mai salvezza!" Risposi
lasciando il braccio del malcapitato. Esso, appena si fu allontanato di
qualche passo si voltò e mi rispose "Tu sei pazzo, straniero! fossi in
te scapperei più lontano possibile... non si possono combattere i
demoni!" Poi si dileguò per i saloni del palazzo.
Fortunatamente avevo intravisto una scala che scendeva ai livelli
inferiori nella mia precedente visita a palazzo, quindi mi diressi verso
di essa senza indugi. Iniziai a scendere le scale, nessuna guardia era
nei paraggi, solo le urla dei detenuti del primo livello interrato
tagliavano il silenzio. Nel secondo livello altre celle, queste vuote,
adornate con catene e tavoli sicuramente utilizzati per chissà quali
atroci trattamenti. Infine giunsi al terzo ed ultimo livello. Nelle
profondità della fortezza trovava posto un affascinante Tempio,
interamente scavato nella roccia, le quali mura spoglie formavano una
cupola incredibilmente perfetta. Al centro stava un altare adornato di
rosso, sopra il quale trovava spazio il corpo della regina. In fianco a
lei il Re vestito in armatura, con la Spada delle Ere appoggiata a terra
in fianco a lui. Il fiore di bella vita sul petto della regina era in
procinto di sbocciare, ma sapevo di aver interrotto la catena della
maledizione, quindi non avevo fatto tardi. Feci appena qualche passo in
direzione dell'altare che improvvisamente la figura di Ezimeth apparve
nel Tempio, a cavallo del suo destriero di fuoco.
"Hahaha! è stato divertente osservare il vostro affanno nel tentare di
salvare quest'elfa dalla morte ed il suo patetico sposo dalla follia"
Esordì Ezimeth "Tuttavia non mi è piaciuto il finale della commedia, ora
ci penserò io a darle un lieto fine... Consumerò le vostre vite!"
Così dicendo il demone spronò il lupo di fiamma che, con un agile balzo,
si portò a pochi metri di distanza da me. Sentivo l'intenso calore
emanato dalla bocca di quella creatura pazzesca, sguainai la spada
magica tenendola tra me e il lupo fiammeggiante. Vidi la fiera ruggire
nervosamente alla vista della mia lama, subito lanciò a mio indirizzo
un'alitata di fuoco. Afferrai saldamente la spada con ambedue le mani,
inspirai profondamente... "Urathair!!!" Gridai con tutte le mie forze.
La mia spada tagliò le fiamme del lupo, lo sforzo però mi fece rovinare
a terra, persi la sensibilità alle mani e lasciai cadere la spada a
terra. Iniziai a vedere sfocato, il calore si faceva sempre più intenso
e insopportabile, Ezimeth stava avanzando implacabile verso di me e io
non possedevo le forze per potermi difendere, anche se non avrei
comunque potuto fare molto.
Sentivo la fine vicina, attendevo solo il momento... quando un gemito di
dolore trapelò dalla bocca di Ezimeth, il quale era stato trafitto
all'altezza della gola da una spada... una spada speciale, la spada
delle Ere.
"Che tu sia maledetto Elderion! Siate tutti maledetti! Non dimenticherò
l'affronto! Mai!"
Queste furono le ultime parole di Ezimeth, la cui figura divenne
null'altro che un mucchietto di carne putrefatta, poi... sorridendo
chiusi gli occhi... completamente esausto mi abbandonai alla morsa di
fatica e dolore...
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