Il Mistero della Città delle Stelle
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Galath
CAPITOLO 1
Un uomo attraversa in silenzio una piazza gremita di mercanti e
gente in festa. I suoi capelli grigi corti come la sua barba, hanno
perso il colore originario, e sono impastati di polvere... troppe
miglia percorse senza quasi soste per raggiungere la città delle
stelle. |
Un fregio sulla divisa da campagna lo qualifica come Esploratore, le sue
armi sono celate alla vista, ma sempre pronte al minimo segno di
pericolo.
Smonta da cavallo davanti a una locanda, e mentre cerca di portare il
cavallo nel retro alla scuderia, si avvicina un giullare e gli porge un
fiore...
Un sorriso sale per un attimo alle labbra del Lokot, sorpreso da un
simile gesto di gentilezza, ma intanto si gira istintivamente a
controllarsi alle spalle... nulla e nessun pericolo... il giullare non è
un tranello.
Vorrebbe accettare il fiore, a questo punto, ma il suo profumo risveglia
in lui ricordi dolorosi, e allora la sua mano distesa si trasforma in un
gesto di diniego... quasi di stizza. "Non posso accettare il tuo fiore,
giullare... ma il mio augurio è che le Dee possano raddoppiarti la
fortuna che mi stai augurando... va in pace" poi sottovoce "...tu che
puoi..." e riprende a camminare verso la scuderia conducendo il cavallo
per la cavezza.
Dopo aver sistemato il cavallo ed avergli controllato personalmente i
ferri, finalmente si concede un ingresso alla locanda... preludio ad un
buon bagno ed ad una notte di sonno ristoratore...
Riesce in qualche modo ad ottenere una stanza, grazie all'aiuto di una
ragazza molto truccata e poco vestita, interessata per mestiere ad
allietare il riposo degli hammers...
Salgono insieme abbracciati e discutendo inframmezzati da risate
fragorose... ma, sulla porta, la ragazza viene congedata con una buona
manciata di scaglie di miara e un sorriso enigmatico dell'uomo.
"Domani sarà tempo per la festa, ma stanotte... voglio solamente
dormire".
Detto questo le passa anche la bottiglia di sidro che reggeva in mano,
poi le allunga un bacio lievissimo sulle labbra... e si chiude la porta
dietro le spalle.
CAPITOLO 2
Avrei voluto dormire quella mattina, ma sembrava una cosa improponibile.
Le voci dalla strada riempivano il mio sonno entrando dalla finestra
chiusa e confondendosi in un rumore festante a tratti più intenso.
Qualche minuto dopo dopo l'alba il mio sonno venne strappato e non si
sarebbe più ricucito.
Tanto valeva quindi alzarsi, e dedicare più calma alle cose della
giornata, lavarsi, vestirsi e scendere infine la scalinata che portava
al piano terra.
Una ragazza sorridente mi accolse al mio ingresso nel salone della
locanda; era bruna, minuta e armata di straccio e spazzolone, che usava
con estremo vigore sul pavimento di legno massiccio.
Le assi avevano un colore antico e, pur consumate dal tempo e dall'usura
dei passi, davano un senso di calore come tutto il resto
dell'arredamento, in legno e cuoio scuro, semplice e solido della
taverna.
La sera precedente questi particolari mi erano sfuggiti, forse a causa
della stanchezza, ma soprattutto della confusione di avventori che
animava la locanda. Una taverna con alloggio e stallaggio, come leggevo
sull'insegna, e come indicato chiaramente dalla figura della stessa; non
erano in molti a possedere la capacità di leggere e scrivere in quel
tempo e anche in quel luogo.
"Aikydo, Forestiero" il saluto arcanese mi sorprese non poco e mi girai
verso la voce. Proveniva dalla cucina che era collegata alla sala da una
minuscola porticina a doppio battente.
"Aikydo" Risposi con un sorriso sinceramente allegro.
La donna era grassa e gioviale, i capelli bianchi raccolti in una
crocchia austera sul capo ed ammantati in una cuffia da cucina ricamata
finemente sui bordi e allacciata sotto il mento, secondo l'usanza del
tempo.
Ieri sera non avevo parlato con lei, ma ora riconoscevo l'ostessa a cui
la ragazza si era rivolta per ottenere una stanza per la notte. Si
chiamava Gahriel, come aveva detto la ragazza, ed era vedova di un
guerriero temibile, caduto combattendo i ribelli nella battaglia di
Bakar.
Alla morte del marito, declinò l'aiuto delle madras, e fece ritorno alla
terra di origine, con la proposizione di vivere nel ricordo del suo
unico, grande amore.
Aveva scelto di aprire la locanda, pagando con la miara che aveva
portato con se, e che le avrebbe permesso una vita decorosa e agiata,
poichè non sarebbe stata nella sua indole di vivere senza far nulla e
senza il contatto quotidiano con la gente.
Ecco perchè all'alba era già sveglia da un'ora e preparava personalmente
i cibi per i suoi clienti, cui dispensava manicaretti e consigli.
"Shariel è scesa imbronciata questa notte, forestiero..." mi ammonì.
"Il mio nome è Galath di Lothar, donna..." le risposi con un sorriso "...e
la ragazza è stata pagata".
Tacqui sul fatto di aver regalato a Shariel quasi il doppio della
tariffa richiesta, perchè non sapevo se la donna avrebbe preteso
percentuali illecite.
"Oh certo, non è in discussione la tua generosità, Galath, che va ben
oltre la correttezza" smise di impastare la farina e continuò
guardandomi fisso negli occhi, quasi a voler mettere in chiaro i miei
dubbi inespressi.
Poi ricominciò a parlare in tono basso.
"Questa taverna non è un postribolo, e se permetto a Shariel e ad altre
tre o quattro ragazze, di lavorare qui, lo faccio per aiutarle ad
arrotondarsi i proventi, non per lucro nè per necessità".
Questa era la sua visione, e giusta o sbagliata che fosse, nessuno le
avrebbe fatto mai cambiare idea.
"Shariel si è sentita mortificata dal tuo rifiuto, ed è corsa a
chiudersi in camera sua sbattendo la porta. Lei voleva solo giocare con
te, e tu ti sei tirato indietro all'ultimo, davanti alla porta".
All'improvviso compresi il mio gesto, che era stato interpretato secondo
i costumi e le usanze locali.
Eppure anche su Arcano sono le fanciulle a scegliersi il compagno, che
sia il marito di tutta la vita, o che sia per lo svago di una notte; il
matriarcato affonda le sue radici nella storia più antica e comune ai
due popoli, e sebbene non avesse il rilievo politico che aveva su
Arcano, anche lì era usanza ben nota e consolidata.
Appoggiato con la spalla allo stipite della cucina, mi grattavo
pensieroso la testa, meditando sulle rivelazioni di Gahriel, quando un
fruscio alle mie spalle mi fece girare istintivamente in tempo per
cogliere il movimento di una tunica azzurra attraversare la sala.
Una ragazza bionda era andata a sedersi ad un tavolo in fondo alla sale,
girata verso la finestra e quindi dandomi volutamente le spalle.
La riconobbi ugualmente per Shariel, ed avrei voluto andarmi a sedere
vicino a lei, parlarle... spiegarmi; chiedere scusa.
Ci sarebbe stata un'altra occasione, un altro momento per parlare con
Shariel, o forse non mi avrebbe più dato la possibilità di avvicinarla;
chi lo sa.
Intanto non volevo assolutamente creare la possibilità di generare altri
equivoci, e difatti scelsi di non avvicinarmi al suo tavolo durante la
colazione, anche se così io stesso restavo digiuno... e mi risolsi ad
uscire senza indugio dalla sala, dopo aver salutato Gahriel, diretto
alla scuderia sul retro dell'albergo.
Karol era un gitano, uno zingaro, sulla cinquantina di anni, dalla
corporatura imponente, i capelli lunghi con barba e baffi ancora neri.
Aveva ereditato e coltivato la specialità della sua gente, diventando un
mastro fabbro ferraio, nonchè maniscalco. E dei più abili. Lo aiutavano
suo figlio Vanni e suo nipote Petrus, due ragazzi poco più che ventenni,
diversi come il giorno e la notte, sia per l'aspetto sia per il
carattere; entrambi erano sempre in bottega per ereditare a loro volta
le arti della mascalcia dal grande Karol.
Lo trovai infatti intento a ripassare i ferri ad una magnifica frisona,
pareggiando con cura la murata degli zoccoli e pulendo con rapidi tagli
il fettone mentre teneva il garretto posteriore della cavalla nera
appoggiato al suo grembiule di cuoio.
Petrus rimodellava il ferro tenendolo saldamente con le lunghe pinze da
fucina, e passandolo sotto i colpi sapienti e vigorosi del martello del
cugino Vanni.
Era uno spettacolo vedere con quanta perizia il ferro veniva scaldato
fino quasi a diventare incandescente e poi rimodellato sull'incudine con
sapienti colpi di martello.
La ferratura nei cavalli da battaglia era un'arte nell'arte.
I destrieri dei cavalieri erano quasi sempre animali forti e imponenti,
frisoni, olandesi, shire... al cui considerevole peso andava sommato
quello del cavaliere e soprattutto della sua armatura metallica.
In queste condizioni di sovrappeso diventava fondamentale un giusto
equilibrio tra l'inclinazione dello zoccolo e quella dei ramponi del
ferro, che altro non erano che una sorta di tacchetti che equipaggiavano
i ferri nella parte posteriore, permettendo un corretto appiombo alla
zampa che doveva reggere svariati quintali di peso, per non parlare
delle sollecitazioni torsionali dei cambi di passo, di direzione o di
volta, o dell'impatto scatenato nella carica a sciabola oppure con la
lancia in resta.
Esempio classico, nei tornei.
E con tutte le variabili dovute al terreno ed a mille altre componenti.
Si necessitava di accorgimenti speciali, dall'inclinazione del garretto,
o dalla forma con cui veniva modellato lo zoccolo; dalla foggia ed
altezza dei ramponi: semplici, o a coda di rondine, o merlati o ancora
dentellati.
Per non parlare delle armi che venivano prodotte artigianalmente, vanto
e orgoglio di ogni fabbro; ciascuno aveva la sua specialità, i suoi
segreti di lavorazione, e perfino i suoi rituali tra il religioso e
l'esoterico, per cui mai, o quasi mai, era dato a chicchessia il
consenso per assistere alla lavorazione di un'arma.
Un buon numero di rastrelliere facevano bella mostra alle pareti della
bottega, situata strategicamente a lato della scuderia sul retro della
locanda di Gahriel, e da ciascun singolo oggetto di ciascuna
rastrelliera, si poteva ammirare la grande perizia di mastro Karol anche
nell'arte armiera.
Lance da guerra e da torneo, spade e sciabole di tutte le forme e poi
scudi, pugnali, stiletti, armature ed elmi.
Non riuscivo a distogliere lo sguardo da tanta meraviglia, ma dovetti
sforzarmi di farlo almeno per salutare Karol e i suoi aiutanti, dopo
essere entrato in bottega, tre scalini più in basso della strada.
Mi complimentai sinceramente con lui per la grande maestria che denotavo
nella sua produzione, e con un sorriso mi rispose elencandomi il nome di
molti cavalieri del regno che avevano scelto la sua officina per
acquistare le loro armi. Di ciascuno, conosceva pregi e difetti, e
sapeva almeno un aneddoto divertente.
"Mio nipote mi ha detto che possedete un cavallo notevole, straniero"
Mi tornò alla memoria l'ammirazione estasiata nello sguardo del ragazzo
quando gli avevo lasciato in consegna Uguccione per la notte passata; mi
aveva fatto compilare un regolare registro, e accompagnato al box dove
il cavallo avrebbe dormito, cosicchè mi ero accertato personalmente
della sistemazione, dietro le indicazioni del ragazzo, che continuava ad
apprezzare l'imponenza e la qualità dello stupendo animale.
Sorrisi allo zingaro, "E tuo nipote ha occhio notevole per le
cavalcature da guerra"
Ci presentammo stringendoci la mano e l'avambraccio alla maniera gitana.
"Sei qui per il torneo, vero?"
"No, a dire il vero, no" non mi sembrava il caso di spiegare e di
raccontargli della luce strana che due notti prima mi aveva guidato in
direzione della città delle stelle.
"I migliori cavalieri si sfideranno, ma la vittoria annunciata sarà
ancora sua... del Primo Cavaliere; ormai fa parte della leggenda, ha
vinto sempre lui da sette anni a questa parte sconfiggendo cavalieri
provenienti da ogni parte, forse per abilità o forse per sortilegio" e
iniziò a raccontarmi una serie incredibile di episodi e scene di
combattimento, colorite quanto solo uno zingaro sa fare, e condite con
un buon pizzico di fantasia; o almeno tale giudicai alcuni episodi
raccontati con enfasi dall'uomo corpulento e loquace.
"...vedi bene per questo, che nessuno di noi sudditi avrebbe piacere di
una ulteriore vittoria del primo cavaliere... temuto da tutti, per non
parlare di noi zingari... tu sei un Lokot, ed i Lokot sono considerati
combattenti abili e scaltri, anche se non feroci e spietati come i
Betris della legione Uait o sanguinari e selvaggi quanto i guerrieri
Ardes del Vicario di Nistra"
"Mi piacerebbe partecipare alla giostra" tagliai corto, "ma non ho armi
da torneo con me, e neppure uno scudiero che possa aiutarmi allo scopo".
Un silenzio improprio scese nell'officina; Petrus e Vanni avevano smesso
di martellare sui ferri, e di alimentare il mantice della fornace, dove
le fiamme presero a guizzare in libertà con un crepitìo sommesso dei
carboni.
Credevo così di aver chiuso un argomento.
Ma mi sbagliavo, un sorriso enigmatico spuntò sulle labbra dei tre
zingari, mentre il mio sguardo indagatore rimbalzava da un sorriso
all'altro nella luce guizzante delle fiamme nella fucina.
Le trombe del corteo si stagliavano nel silenzio innaturale
dell'officina, e sembravano così ancora più vicine.
Vanni si pulì le mani callose sui pantaloni, e Petrus fece lo stesso,
preparandosi a uscire.
Karol si slacciò il grembiule di cuoio e lo posò su un cavalletto di
metallo, poi si avvicino e prendendomi confidenzialmente per il gomito,
avvicinò il suo volto dagli occhi di brace alla mia faccia stupita... e
indicando con un cenno dello sguardo le rastrelliere tutto intorno "non
mi par che le armi possano mancare, qui, Galath. Ma ora andiamo o
perderemo il corteo regale".
Uscimmo e in pochi passi ci portammo semplicemente sulla via principale,
dove era l'ingresso della locanda, ed aspettammo di veder sfilare il
corteo che si intravedeva al fondo della strada.
La gente si è riversata in strada, molti sono qui da stamattina presto,
il via vai dei ragazzini che corrono a frotte mimando le gesta che hanno
visto compiere nell'arena e che torneranno rivedere presto. Sono
comparsi banchetti di ogni genere di mercanzia ai lati della strada, ma
non si può attraversare se non di corsa, sotto lo sguardo contrariato
degli alabardieri, che diventeranno difensori invalicabili al passaggio
del corteo, ma che intanto... chiudono un occhio.
I balconi sono gremiti di persone, ed alle case sventolano bandiere e
gonfaloni, dei casati, dei mestieri, e delle corporazioni, altri non
riesco a definire in alcun modo... perchè sono straniero qui.
Due innamorati sono leggermente in disparte, appoggiati al pozzo, e
sembrano molto disinteressati al corteo in arrivo, bensì molto più
intenti a guardarsi reciprocamente negli occhi, mani nelle mani lui
vestito con pantaloni verdi, e un corpetto dello stesso colore su una
camicia bianca, lei con una lunga tunica blu, finemente ricamata in
oro...
Mi guardo attorno, dovunque traspare eccitazione ed entusiasmo per
questo evento, di cui la parata è uno dei momenti più rilevanti.
Ma io cerco di capire e di comprendere a fondo il senso di inquietudine
che mi pervade a tratti, e mi siedo con aria noncurante per terra, come
molti altri, in attesa che passi il corteo.
CAPITOLO 3
Restavo a osservare la folla che aspettava il corteo regale, parlando
distrattamente di cavalli con Vanni, Petrus e Karol.
Non avevo affatto intenzione di cambiare la mia cavalcatura, ma promisi
ugualmente agli zingari che avrei visitato volentieri il campo di un
cugino di Karol, presso cui questi teneva alcuni cavalli di sua
proprietà per farne commercio.
Ecco in lontananza il corteo regale sfilare davanti alla nostra
postazione; Re Elderion II e la sua sposa dispensavano sorrisi ai loro
sudditi, che acclamavano al loro passaggio, chi gettando fiori, chi
applaudendo, chi sollevando i bambini sopra la testa.
Le ovazioni mi sembravano sincere e, al di la del fatto che come
straniero non potevo comprendere se e quanto il sovrano fosse realmente
illuminato, e il suo popolo davvero felice, questo era quello che
appariva osservando il corteo sfilare nello sfarzo più assoluto e fra
due ali di folla in festa.
Mi tornò alla mente la strana luce della notte precedente il mio arrivo
alla città, quello strano bagliore verdastro che somigliava vagamente a
una cometa.
La stessa inquietudine mi fece perdere il filo del discorso, mentre
Karol mi stava decantando un baio la cui possanza era senza pari in
tutto il regno.
Annui distrattamente mentre osservavo una figura ammantata e
incappucciata risalire la strada verso di noi a passo sicuro.
Quella figura misteriosa aveva quasi raggiunto la carrozza reale, che
ora stava passando proprio nel tratto della via dove ero seduto con i
maniscalchi; mentre Karol e i suoi figli si alzarono per avvicinarsi a
tributare il saluto ai regnanti sulla carrozza, la figura incappucciata
diresse il suo passo verso di me, e mi si fermò di fronte, a due passi
di distanza.
La mia mano istintivamente si strinse sull'impugnatura della spada,
mentre sollevando lo sguardo verso l'uomo, non riuscii a vederne i
tratti del volto. Solo il brillare infuocato degli occhi.
Quell'essere non era umano, e mentre la mia mano cercava di sguainare la
corta spada, in un gesto automatico e forse inutile, l'ombra ammantata
con un ghigno beffardo mi voltava le spalle e si dirigeva verso la
carrozza di re Elderion.
Rimasi raggelato a osservare la scena, con un senso di inquietudine.
Giunto davanti al tiro a quattro della carrozza, l'ombra si fermò e
rimase immobile a bloccarne il passaggio.
I quattro cavalli, nonostante i paraocchi, scalpitavano e nitrivano
nervosi, accennando ad impennarsi più volte.
La folla che un istante prima era festante attorno al suo Re, iniziava a
diradarsi, a tal punto che riuscii a vedere benissimo la scena.
Fu il Re ad alzarsi intimando di cedere il passo, l'altro abbassò il
cappuccio e lasciò cadere a terra il mantello, rivelandosi per un
vecchio, vestito con abiti sfarzosi al pari della nobiltà seppure
piuttosto consunti, che rispose al sovrano, porgendo l'omaggio di un
fiore di Bellavita e lasciandolo cadere a terra dinanzi ai piedi del Re.
"L'omaggio del Casato di Torre Oscura", sentii chiaramente quelle
parole, e, prima che il Re o qualcuno potesse replicare in alcun modo,
il vecchio si accasciò al suolo trasformandosi in una miriade di topi,
scarafaggi, insetti e altri esseri che si sparpagliavano per la via
smaterializzandosi dopo pochi metri.
Le guardie reali, sopraggiunte in pochi istanti, non poterono fare altro
che stringersi a protezione del Re, e condurre avanti la carrozza che
ora conteneva la famiglia reale più gli armigeri della scorta.
Entrai alla taverna, e ci trovai pochi avventori intenti a parlare
sottovoce, probabilmente stavano commentando il sortilegio cui avevamo
assistito poco prima.
Seppi così che di tutto il programma, restava confermato solo il Torneo
di Magia che si sarebbe svolto nell'arena, la sera stessa.
Decisi di non andare all'arena, avevo da spiegarmi con una persona, che
cercavo con gli occhi nella semioscurità della sala.
Ordinai da mangiare, e intanto scrutavo intorno a me per vedere
comparire la ragazza.
Invece fu Vanni a entrare e, rispondendo al mio saluto, venne a sedersi
al mio tavolo.
Avrei voluto interrogarlo sul Casato misterioso, ma rispose
evasivamente, e dubito che mi avrebbe detto altro; cambiò discorso
invitandomi a vedere il Torneo di Magia nell'arena, che stava quasi per
cominciare.
Declinai il suo invito e ci salutammo così.
Volevo riflettere e il tavolo in ombra di quella locanda mi sembrava il
posto migliore per farlo.
CAPITOLO 4
Era una sensazione inquietante; quell'essere, uomo o demone che fosse,
si era smaterializzato sotto gli occhi di tutti eppure la gente ora
sembrava aver dimenticato, forse cancellato quella visione dalla mente.
Ognuno era intento alle sue faccende, e presto il clima di festa avrebbe
avvolto tutta la città. Come se un incantesimo annebbiasse le menti di
tutti gli abitanti del luogo.
Forse gli zingari erano i soli che sembravano aver realizzato
compiutamente il fatto, non essendo nativi di quella terra; ancora meno
io, o qualunque altro forestiero.
Queste erano le considerazioni che si accavallavano nella mia mente,
mentre camminavo da solo nelle vie intorno alla locanda e una voce in
fondo alla mia percezione inconscia cominciava a farsi sentire
bisbigliandomi "vattene!"
Nonostante fosse ormai buio il mercato non sembrava aver interruzione, i
commerci proseguivano alla luce danzante delle torce, nelle botteghe e
sui banchi per le vie trasformavano di fatto la città in un immenso
bazar, a cui le ombre e i colori davano un fascino a cui era impossibile
sottrarsi.
Davanti a me un banco vendeva tessuti, e la mercante stava decantando la
sua merce ad un'amazzone che mi voltava le spalle; potevo comunque
riconoscere i lucenti capelli neri che ricadevano sulle sue spalle forti
e aggraziate, avvolte in un mantello che nascondeva la corazza di cuoio
arcanese morbidissimo, le borchie di acciaio lucente.
Avvicinandomi potevo notare meglio i particolari e sentire perfino una
zaffata leggerissima di un profumo che mi era noto.
Una spada blu al fianco dell'amazzone la rivelava per una Mokada mentre
ero ormai alle sue spalle; le afferrai le braccia pronunciando il suo
nome. Nara si girò con un movimento fluido e rapidissimo liberandosi le
braccia dalla mia presa mentre sguainava la spada puntandola all'altezza
della mia gola nel tempo di un battere di ciglia.
Ora eravamo di fronte e difatti mi riconobbe scoppiando a ridere: "Galath!"
poi, abbassando la spada "...ehm... mi aiuti a scegliere un taglio di
tessuto? Vorrei una tunica nuova per le serate di festa".
Le sorrisi ammirato dal suo fascino selvaggio e dalla rapidità con cui
maneggiava la spada.
Ci incamminammo per le vie della città in festa, e le dissi che ero
riuscito a trovare alloggio alla locanda e che sarei stato felice di
dividere con lei la mia stanza... sorvolando abbondantemente sul come ci
ero riuscito.
Urla strazianti ci colsero di sorpresa, provenienti da piuttosto
lontano. Una donna stava gridando parecchie vie più in là. Ci
addentrammo correndo affiancati tra le stradine dell'interno che erano
strette e tortuose fino a che arrivammo in tempo per vedere allontanarsi
un paio di figure vagamente familiari nel buio della strada.
Alcune persone stavano confortando una donna,che singhiozzava
sommessamente, mentre le guardie reali stavano prendendo rilievi intorno
ad un corpo che pareva essere stato di un uomo, completamente
scarnificato da vermi neri.
Un fiore di bellavita, appassito, lasciato da qualcuno accanto al
cadavere.
Anche questo non era razionalmente spiegabile. "...tu pensi che ci sia
un collegamento con il fiore?" mi chiese la voce di Nara "...senza
dubbio un qualche sortilegio, a noi ignoto" risposi mentre la cercavamo
inutilmente altri possibili indizi.
Questo poveraccio non ha più bisogno di noi... la donna ormai piangeva
sommessamente tra le braccia di alcune persone e presto le guardie
avrebbero fatto rimuovere il corpo, anzi i resti dell'uomo.
Ci avviammo in silenzio verso la locanda, camminando alla luce della
luna nelle vie interne, mentre io riflettevo su chi poter chiedere
spiegazioni circa la strana realtà della città delle stelle e i suoi
misteri.
Il braccio di Nara si infilò tra il mio fianco e il mio braccio, quasi a
chiedere silenziosamente alleanza.
CAPITOLO 5
Una voce conosciuta mi risvegliò dal torpore in cui ero precipitato.
Nara mi stava chiamando; mi sollevai con gran fatica, e le tesi la mano
per aiutarla a mettersi in piedi. Tutti e due eravamo parecchio provati
dalla lotta e soprattutto dal senso di oppressione che dominava sopra
ogni altra cosa.
La cosa più saggia da fare sarebbe stata uscire dalla torre,
precipitarsi alla scuderia, montare a cavallo senza neppure perdere
tempo a sellare i nostri destrieri e partire al galoppo verso Kolise, o
Nakir... o dovunque. Lontano da quella città stregata e dai suoi
misteri.
Nara indugiava rivolgendo la sua attenzione agli scaffali della piccola
biblioteca, ed ai polverosi volumi che erano riposti secondo una logica
che mi sfuggiva.
Gran parte dei tomi erano scritti in lingue incomprensibili per noi
hammers, soprattutto un esploratore ed una amazzone.
Si alzò sulla punta dei piedi e prese da uno scaffale un volume.
"Hey, da un'occhiata qua..." mi porse il volume e mentre stavo cercando
di leggere nella semioscurità del sotterraneo, ne prese un secondo...
questo era sottile, forse un quaderno, e lo infilò lesta nella sua
bisaccia che solitamente teneva arrotolata alla sua vita sottile.
"Basta" Afferrai saldamente la sua mano e mi diressi verso le scale e
l'uscita tenendo sempre la sua mano stretta nella mia.
L'aria pulita mi sferzava i polmoni, e la luce dell'esterno ci costrinse
a socchiudere gli occhi, quindi non potevamo vedere.
Ci stavano aspettando da un pezzo. Un drappello di armati aveva
circondato la costruzione, e il comandante, un corpulento soldato, ci
intimò la resa.
Valutai rapidamente le possibilità: eravamo circondati, disarmati e
troppo lontani dalla locanda per tentare una fuga o peggio una reazione.
Alzai lentamente le mani, e ci arrendemmo ad un militare che ci guardava
con odio, e anche con molta paura.
Chi credeva che fossimo ??
Lanciai un'occhiata ammiccante a Nara, e lei distolse lo sguardo per non
scoppiare a ridere.
Fummo scortati a Palazzo Reale, senza catene ne ceppi, da un drappello
di armigeri che parevano preoccupati di non avvicinarsi troppo a noi
due.
Fummo condotti in un salone, dal soffitto altissimo e grandi finestre,
schermate da pesanti tende di velluto rosso scarlatto.
Varcata la soglia, fummo sorpresi dal vedere li riuniti i nostri
compagni; forse loro avevano una spiegazione... forse Paido, il mio
comandante di reparto, un valoroso che sapeva usare bene il cervello
oltre alla spada.
O forse Malekit il mago, con cui avevo brindato in taverna più di una
volta.
Temp, il mercante, un uomo che sprigionava una formidabile personalità,
e mi fu detto, era valoroso quanto un guerriero o un dragone... Ace,
Galdor... gemelli terribili di Dulkar...
Altri hammers li avevo visti meno, ma ero felice di fare la loro
conoscenza.
Stella, la mercante bellissima seppure un velo di tristezza pareva
offuscarle lo sguardo; Kikka la strega, le cui arti magiche potevano
farne una combattente temibile.
Tutti li riuniti e, mi fu detto, Berserk e Aegon avevano lasciato il
salone indignati poco prima del nostro arrivo.
Non eravamo prigionieri dunque.
Mi sedetti su una poltrona e Nara mi si gettò in braccio, un gesto di
confidenza che non aveva mai voluto palesare in pubblico.
Ascoltai i ragionamenti dei miei amici, e stavo appunto per dire dei
testi raccolti da Nara... quando vidi le stesse copertine in mano a
Galdor che spiegava la sua tesi sulla maledizione... i libri erano
scomparsi dalla bisaccia... e forse non vi erano mai stati.
Un istante cosmico che avevamo trascorso su piani di realtà parallela.
Avevo sentito parlare di tali evenienze, ma non vi avevo mai dato
credito... quanto mi ero sbagliato.
Intento nei miei ragionamenti surreali, quasi non mi sarei accorto
dell'ingresso della regina.
"Benvenuti miei signori, sono la Regina Firith. Le mie guardie mi
avevano informato della presunta cattura di alcuni artefici di questi
nostri tristi giorni, ma ora che vi vedo, comprendo perfettamente quanto
fosse errato il loro giudizio. Non vedo traccia nei vostri animi del
male che ci circonda e vi porgo le mie scuse per le brusche maniere che
avete dovuto patire. Ora vi chiedo, per il bene di questa città, di
riferirmi ciò che sapete".
Mi volto incantato dalla straordinaria bellezza della donna dai tratti
elfici, e una poderosa gomitata mi riconduce alla realtà. "ehm...
Nara... vorrei raccontare alla regina, quello di cui stavamo parlando...
quando sarà il mio turno"
Una cosa sola per tutte. Lo stregone, non credo davvero sia stato tolto
di mezzo in modo definitivo, visto che ha lottato con tutti noi,
soccombendo per ritornare a lottare con un nuovo Hammers.
Cosa lega dunque Arcano alla Città delle Stelle?
Quale ponte abbiamo varcato, sia pure inconsapevolmente, per ritrovarci
a vivere su mondi paralleli al nostro, al di fuori del tempo, come un
istante déja vu che rivive su nuove sfere a beneficio, o meglio contro,
ciascuno di noi hammers.
Comincio a pensare ad Asjah, che dopo la sua galoppata si è ritrovata
ancora alla Città delle Stelle... per Arawen, che fine avevano fatto
Bers e il Mago Aegon che avevano lasciato quel salone per far ritorno
alle loro Kioskas.
Ci sarebbero riusciti?
Un senso di inquietudine mi stava iniziando a opprimere, e quasi
respiravo a fatica.
Guardavo nella sala, i miei amici sembravano avere i miei stessi
pensieri e le mie stesse paure.
La mano di Nara stringeva la mia in una domanda muta.
Quanto mi sembravano lontane le rive del Kruill.
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