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La Legione
 

Immagine del racconto

 

"E' una storia lunga."
Solo il silenzio, carico di attesa seguì quest'affermazione, ed allora l'uomo proseguì: "Va bene, se proprio vuoi sentirla non interrompermi mentre la racconto. Io vengo da Imperius, un pianeta distrutto quindici anni or sono a causa delle mire della Global Detector.

I loro uomini avevano scoperto, sul nostro pianeta, la presenza di cristalli particolari, molto più adatti dei diamanti ad essere il fulcro dei fasci di luce per i laser, e facilmente lavorabili per ottenere strutture complesse, come quelle che stanno alla base dei campi di forza necessari alle navette per entrare all'interno di un'atmosfera senza incendiarsi o distruggersi.
Inizialmente li vendemmo senza problemi, per noi non avevano un grande valore, ed una miniera non turbava l'equilibrio del nostro pianeta. Poi le cose cambiarono. La miniera si esaurì, e il Consiglio dei Savi stabilì che non doveva esserne aperta un'altra, poiché gli unici altri luoghi dove si trovavano giacimenti di questi cristalli erano in corrispondenza di due faglie instabili, aprire miniere lì avrebbe rischiato di scatenare una serie di terremoti che avrebbe destabilizzato la maggior parte della terra emersa.
Spiegammo tutto questo ai rappresentanti della Global Detector, convinti che avrebbero capito, e così sembrò all'inizio. Poi arrivarono i Brauni."


01. Il Cesare

L'ultima scheda magnetica era passata nel lettore, l'elezione si era conclusa. Richard Monfrey era stato eletto Cesare, a pieni poteri e a tempo indeterminato. I centocinquanta senatori si alzarono in piedi e chinarono il capo, era la fine della Repubblica, lo sapevano, eppure avevano votato all'unanimità. Non gli erano state lasciate altre scelte.
I Senatori sfilarono di fronte al nuovo Cesare, deponendo ai suoi piedi, quando passavano, la toga senatoriale e il Sigillo delle loro Casate. Ora il Cesare aveva tutti i Sigilli di ogni Nazione, pieno potere di vita o di morte su tutti gli appartenenti a ogni singola Casata. E sarebbe stato tutto inutile.
Richard Monfrey non si faceva illusioni, non se ne era fatte neppure trenta anni prima, quando la prima navetta aveva attraccato su Imperius. Gli Stati dell'Unione... Invasori che si presentarono come amici. Culture troppo diverse, gli imperiali avevano abbandonato da troppo tempo il sentiero della guerra, il culto delle armi. La loro storia li aveva costretti a percorrere altri sentieri, altre vie della conoscenza. Ed ora dovevano affrontare qualcosa come cinquemila guerrieri, armati di Spow e chissà che altro.
Gli Stati dell'Unione avrebbero guardato altrove mentre loro venivano distrutti in nome del dio profitto. Richard sputò per terra, desiderando in quel modo sputare su tutti quelli che, per la loro ingordigia, avevano condannato Imperius.
La guardia imperiale raccolse i sigilli e il nuovo Cesare si avviò a passo sicuro verso il luogo più sacro di Imperius, la Bocca dell'Inferno. Aveva preso una decisione appena aveva compreso i piani della Global, mentre ancora implorava gli uomini di Legge degli Stati dell'Unione di proteggere il suo mondo e la sua gente. Qualcosa di loro doveva sopravvivere.
Aprì i sette sigilli scarlatti, mormorando silenziose preghiere a dei dimenticati, e prese le tre gemme a forma di lacrime conservate nello scrigno. Le loro conoscenze, il loro passato e la loro eredità. L'altra cosa che la Global cercava. Quelle gemme erano archivi, un supporto che gli Stati dell'Unione ancora non avevano scoperto. Contenevano il loro passato, i progetti delle loro armi belliche, gli schemi dei virus che avevano elaborato, la storia di come, una volta giunti sull'orlo dell'abisso, si fossero fermati ed avessero rinunciato a quel potenziale bellico. La storia del loro mondo.
Non poteva distruggerli, non voleva distruggere la loro storia, l'anima dei popoli di Imperius. Ma non dovevano cadere nelle mani della Global o di altri come loro. Altri che avrebbero usato quelle informazioni per conquistare e distruggere altri mondi.
Nascose le gemme nella cintura e si diresse rapidamente verso la i quartieri della Legione.


02. Cento Eroi...

Legione... In realtà i cento legionari non erano altro che guardie. Autorizzate ad eseguire il loro lavoro su tutto il pianeta, non limitati dalle aree giurisdizionali delle quindici nazioni di Imperius. Il nome era un ricordo del passato, quando ancora c'era la possibilità di una guerra, quando al posto del gladio avevano dei neutralizzatori, al posto degli scudi delle cinture a campo di forza, al posto delle lance altre armi dimenticate. Erano stati i primi a gettare quelle armi, martiri il cui esempio aveva portato al disarmo, ed in loro onore il nome era rimasto.
Solo i migliori entravano nella Legione, ed il loro numero era sempre pari a cento, come i legionari trucidati quando si rifiutarono di imbracciare le armi e combattere l'ultima guerra. E sarebbe stata veramente l'ultima se avessero usato i virus e le bombe implosive appena scoperte.
Poi il mondo era cambiato. La pace, perché la guerra avrebbe distrutto tutti, e l'abbandono delle armi... Quelle armi che oggi avrebbero dato almeno una possibilità ad Imperius, ma anche avendo i progetti non si aveva il tempo per fabbricarne di nuovo, non si aveva il tempo per addestrare nuovi combattenti.
Ed ora c'era un nuovo Cesare nella piazza d'armi, un Cesare che aveva dato un ordine.
Il capitano si diresse verso le due Aquile di bronzo che erano il simbolo e l'insegna della Legione e le rovesciò a terra, poi guardò i suoi compagni e disse, con voce forte e chiara: "La Legione è morta. Nessuno di voi è obbligato a eseguire l'ordine, poiché quello che ci viene chiesto è un suicidio, quello che ci viene chiesto è di andare contro tutte le nostre regole, contro il nostro codice d'onore. Chi mi seguirà in questa missione lo farà per sua scelta, non come Legionario ma come Imperiano."
Uno ad uno i Legionari strapparono dall'armatura il simbolo della Legione, uno ad uno decisero di accettare la missione.


03. ...un sopravvissuto

Ed uno ad uno caddero per adempiere alla missione data loro dal Cesare: portare via da Imperius la storia, l'essenza stessa, del pianeta. Le tre Gemme. Attaccati da pattuglie di Brauni, man mano che si avvicinavano al cargo, sempre di meno, mentre i loro popoli venivano trucidati brutalmente. La sede del Senato era esplosa pochi giorni prima, quando in sei, solo in sei, giunsero nella radura dove si trovava il cargo, che vomitava fuori altri Brauni, altre armi, per continuare l'eccidio.
Si dovevano dividere, tre gruppi di due elementi ciascuno. Due gruppi si sarebbero sacrificati per permettere al terzo di entrare nel cargo, nascondersi al suo interno, ed abbandonare Imperius. Un sorteggio, chi prendeva i bastoncini blu doveva entrare nel cargo, gli altri dovevano creare il diversivo affinché non fossero visti.
Un gioco al massacro che sarebbe potuto anche riuscire, ma gli inviati della Global videro qualcosa che non andava nei pressi del cargo: del sangue e un gladio spezzato.
Il capitano della legione diede all'ultimo legionario le tre gemme e gli ordinò di rimanere nascosto all'interno del cargo. Qualcuno l'avrebbe aiutato ad abbandonarlo quando sarebbe giunto negli Stati dell'Unione. Qualsiasi cosa fosse successa non doveva muoversi, non doveva parlare. Qualsiasi cosa.
Poi il Capitano uscì dal cargo, zoppicando, mentre la gamba destra sanguinava per un lungo taglio, ricevuto in una colluttazione con un Brauno appena fuori del cargo.
Fu torturato. Gli inviati della Global erano venuti a conoscenza delle gemme, della memoria di Imperius, ed avevano riconosciuto il capitano della Legione. Voleva sapere dove si trovassero, come usarle. Gli strapparono le unghie, gli spezzarono le dita dei piedi e delle mani con tenaglie arroventate, gli infilarono piccoli uncini nel corpo... Per due giorni lo torturano, strappandogli urla sempre più forti, ed il legionario, ancora all'interno del cargo, piangeva in silenzio. Piangeva per il capitano, per tutti i suoi compagni caduti, per i suoi sogni infranti. Ma rimaneva fermo ed in silenzio, ligio all'ultimo ordine dell'uomo che stava morendo a pochi passi da lui.
Le facce dei torturatori impresse indelebili nella sua memoria, due uomini e una donna.


04. L'ultimo Ordine

Il legionario non ricordava come era riuscito a rimanere nascosto, come era uscito dal cargo. Ricordi confusi in un delirio dettato dalla fame e dalla sete. Poi si era mosso negli Stati dell'Unione, messe al sicuro le gemme, di cui gli altri ignoravano il valore e il significato.
Iniziò ad allenarsi con la spada, nella lotta libera, nell'utilizzo degli spow e nel tiro con l'arco. Iniziò a pianificare la sua vendetta, a frenarlo le gemme, la memoria di Imperius.
L'incontro con Guill Monfrey eliminò quest'ultimo freno. Il ragazzo portava l'ultimo ordine di suo padre, il Cesare, prima di morire: "Distruggi la gemma rossa e quella azzurra. Fa quello che vuoi della gemma bianca."
Le gemme da distruggere contenevano i progetti delle armi e gli schemi dei virus scoperti da Imperius nel corso del tempo. Quella bianca era la storia di Imperius, anche se mancava l'ultimo capitolo, quello della sua fine.
Ligio al suo dovere distrusse le due gemme, poi prese l'ultima e la fece incastonare nell'elsa della sua spada. Non pianse, non provò tristezza. Perseguì il suo piano, anche se sapeva che da solo non avrebbe potuto fare nulla, voleva morire in battaglia contro i Brauni, contro gli assassini del suo popolo. Voleva morire in quella battaglia che gli era stata negata da un ordine inutile. E se possibile uccidere chi aveva torturato il suo capitano prima di morire.


05. Arcano

La battaglia contro i Brauni era vinta, ne aveva uccisi parecchi, e parecchie ferite sul suo corpo testimoniavano come si fosse gettato su di loro senza curarsi della sua incolumità. Era finita. Rimase disteso a fissare il cielo.
Mihoky, Mirko e Molina erano morti, coloro che avevano torturato il suo capitano e avevano guidato l'attacco al suo pianeta erano stati uccisi. Ora poteva finalmente morire. Chiuse gli occhi ed attese l'oblio, esausto.
"E se invece provassi a vivere anche per coloro che sono morti per farti giungere fin qui?" La voce femminile risuonò nella sua mente. L'uomo spalancò gli occhi cercandone la fonte con lo sguardo, senza trovare nulla. Con estrema fatica si rialzò e si diresse, strascicando i passi, verso i suoni festanti degli hammers, cercando qualcuno che potesse curarlo.

"Ed eccomi qua. Alla fine della mia storia. Un tempo mi chiamavo Leon Mirror, oggi mi faccio chiamare Legione, perché vivo per tutti i miei compagni, perché loro sono morti per me. Sono rimasto qui, fedele all'Imperatrice Nimira che ha vendicato, anche senza saperlo, il mio mondo, e chissà quanti altri distrutti dalle brame della Global Detector. Vivo per loro, oltre che per me, loro che sono morti."
Una pausa, come a verificare se c'era qualcos'altro da aggiungere. Riflettè se parlare o meno del senso di cameratismo della Legione, di come fossero stati sempre pronti a dare tutto per i compagni, e di come l'avesse ritrovato solo in questo mondo tra tutti quelli che aveva visitato mentre cercava la sua vendetta e la sua morte. Poi lasciò perdere, avrebbe richiesto altre parole e ne aveva già dette molte quella sera. Raccolse il suo mantello, nero come i suoi abiti e i suoi capelli, tinti in segno di un lutto che avrebbe portato sempre con sé, un lutto per tutti i compagni che erano caduti, gli amici persi, ed i sogni infranti. Un lutto spezzato dalle fasce verdi smeraldo ai polsi e in vita, perché oltre a ciò che si era perduto c'era anche quello che si aveva ancora e quello che ancora doveva essere trovato, e anche la speranza doveva trovare posto in lui.
 



 
Legione
 

 

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