Il bosco delle foglie cadenti
|
 |
Capitolo 1
Fanno male le gambe
quando si cammina per troppo tempo sulla strada dei ricordi. Potevo
solo sentire il silenzio del bosco, schiacciante, naturale,
profondo. Ogni passo era una sconfitta, ogni respiro una pugnalata
nel ventre, ogni battito poteva essere l’ultimo. |
I piedi si facevano
sempre più pesanti, la mente sempre più offuscata dai ricordi così
tristemente felici e così felicemente tristi.
Crollai sulle ginocchia, il manto di foglie si scosse appena sotto il
mio peso e un filo d’aria spirò solitario, portando i miei ricordi
lontano da me. Crollai nuovamente, abbassai la testa, solo il pianto mi
era rimasto, unico conforto inutile. Non vidi più nulla, le mie mani
coprirono gli occhi, nascondendo a me stesso il mio stato d’animo.
Fu allora che apparve lei con un soffio di vento. La sua mano mi sfiorò
la spalla tremante, poi la schiena e poi ancora l’altra spalla
portandosi di fronte a me. Mi guardò con occhi tristi e carichi di
compassione, allungò la mano e mi accarezzò il viso dolcemente senza
neanche aprire bocca.
Alzai lo sguardo, la guardai, non potevo fare altro che sentire il suo
tocco sulla mia pelle e segnare il percorso con una lacrima. Le sue
vesti di seta azzurra e bianca ondeggiavano ritmicamente, quasi
ipnotizzandomi. Non riuscivo a distogliere il mio sguardo dal suo,
mentre l’aria piano piano si fermava per guardarci meglio in volto.
“Perché sono qui?”, mi chiese con voce candida, quasi sussurrata.
“Io non lo so”, risposi senza che un filo di fiato uscì dalle mie labbra
chiuse dal pianto.
“Tu lo sai”, mi corresse lei.
“Io lo so”, affermai.
“Perché sono qui?”, mi domandò ancora mentre una pioggia di foglie,
cullate dall’aria appena percettibile, scendeva su di noi.
“Ti ho perso”.
“Perché?”, mi sussurrò.
“Tu lo sai”.
“Io lo so”….. “Non mi fai più entrare”.
“Non c’è più posto per te”, accompagnai con queste parole un’altra
lacrima.
“C’è sempre posto per me, in ognuno di voi”.
“No. Solo il vuoto riempie il mio cuore. Non c’è più spazio per te. Lo
sento”.
“Senti solo quello che vuoi sentire”.
“Sento per la prima volta la verità”, risposi abbassando lo sguardo.
Il suo sguardo si fece ancora più triste, il suo tocco ancora più lieve,
la sua voce ancora più soffocata.
“Non mi lasciare”, mi disse.
“Tu mi hai lasciato”.
“Io non vi lascio mai. Tu mi stai cacciando”.
Rimasi in silenzio, immobile, aspettando che il vento mi portasse un
suggerimento. Ma c’era solo silenzio…. ancora il vuoto per me.
“Parlami”.
“Io ho già parlato. Ho detto tutto quello che potevo dire. Ho fatto
tutto quello che potevo fare. E da due mesi, io non vivo”, fu la mia
risposta.
“Vivi per me”.
“Io sono morto per te”.
E tutto smise di muoversi. Cercò di entrare nella mia mente,
rassicurandomi che non avevo nulla da temere. Le stesse parole della
prima volta. Come potevo fidarmi? Come potevo crederci ancora?
“Lasciami entrare. Lasciami parlare ancora di me, di te, del mondo.
Lasciami sentire la musica delle tue parole nascoste, che tieni in fondo
all’anima. Non sono finite, non lo saranno mai”.
“Mi illudi. Mi inganni. Inganni tutti noi. Ti prendi gioco di noi. Ci
fai crescere, ci fai sorridere, ci fai innalzare, ci volti le spalle, ci
deludi, ci uccidi”.
“Tu mi uccidi. Tu mi respingi. Io ti parlo, ti ascolto, ti aiuto. Io ti
faccio vivere. Come puoi vivere senza di me?”, mi chiese con volto
incredulo.
“Nello stesso modo in cui tu vivi senza di me”.
“Ma io posso vivere senza di te….”
“Appunto”, le dissi col pensiero.
“Ho sentito” mi rispose, “Perché mi hai fatto entrare per percepire
questo?”.
Crollai ancora una volta. Il vento ricominciò a danzare, le foglie
ricominciarono a cadere, la sua mano ricominciò a sfiorarmi, le lacrime
ricominciarono a scendere. La guardai ancora in volto. E lei percepì
perfettamente il mio pensiero.
“Io lo so”, disse chiudendo gli occhi per un attimo.
“Tu lo sai”, chiusi gli occhi anch’io.
Li riaprimmo. Ora potevamo vedere i momenti in cui galoppavamo insieme,
in cui giocavamo insieme, in cui parlavamo insieme, in cui ci
abbracciavamo in un girotondo di sorrisi. Le presi per un attimo la
mano, così morbida, così soffice. Me la portai lentamente contro il viso
e iniziai a strofinarmela appena sulle guance, sulla fronte, sulle
labbra, sugli occhi. Lei mi guardò, mi capì, e pianse.
“Perché fai questo?”.
“Perché mi hai fatto soffrire. Perché mi stai facendo soffrire. Perché
mi hai lasciato. Perché mi hai deluso. Perché mi hai ucciso. Ti amo”.
“Come puoi amarmi? Nessuno può amarmi veramente”.
“Io ti amo, per questo ti allontano da me”.
“Allora mi ami davvero”, ammise tristemente. “Io non posso amarti”.
“Io lo so”.
“E allora perché?”.
“Perché posso fare solo questo. Non mi è rimasto altro che rimanere
intrappolato in questo bosco per sempre. Camminare fino a quando le mie
gambe reggeranno e poi crollare ancora….. e ancora…. e ancora…. fino a
quando non tornerai tu per accarezzarmi, e solo allora potrò
allontanarti ancora. Per adesso, ti amerò per sempre”.
“E allora perché ti sei fermato qui? Perché non riprendi a camminare?
Perché piangi?”.
“Perché ti amo”.
“Io lo so”.
“Tu lo sai”.
Il bosco rispondeva a tutte le nostre frasi, le nostre parole, le nostre
sillabe, le nostre lettere, e le foglie ci scrutavano, ci ruotavano
attorno come un’aura di sensazioni vibranti.
“Mi stai trattenendo qui con te”, disse con voce sempre più flebile.
“Mi manchi”.
“Hai detto che mi ami, non posso mancarti adesso. Non stai camminando.
Sei solo stanco”.
Accarezzai il manto di foglie sotto di me, sentendo la sensazione che ne
derivava per tutto il corpo. Alzai lo sguardo verso di lei, la sua
immagine era una figura eterea ma ancora pulsante di vita.
“E questo che si vede?”, chiesi sentendo ancora le lacrime sul mio viso.
“Questo è quello che vedi tu. Al prossimo alito di vento potrei non
resistere. Potrei alzarmi da terra ed essere trasportata fuori dal
bosco. Il luogo dove siamo ora non rispetta le mie leggi, sei tu che lo
hai creato”.
“Grazie a te”.
“Senza di me”.
“Appunto”, risposi ancora nella mia mente, percependo nel suo sguardo
che il messaggio era stato letto.
“Lo hai fatto ancora”, sottolineò facendo cadere in terra una lacrima.
Quasi a mio comando, si alzò dal fondo del bosco l’ultimo soffio di
vento. Mi voltai per guardarlo arrivare e sentendo che era quasi giunto
il momento mi alzai in piedi e la guardai fissa nei suoi occhi dorati.
“Sta arrivando”….. “Io lo so”.
“Anche io”, fu questa volta la sua risposta, al contrario delle mie
precedenti.
“Non aspettarmi. Io non verrò”, le dissi.
L’Amore aprì le sue braccia facendo danzare nell'aria le lunghe maniche
della veste di seta azzurra e bianca che la ricopriva, e sfruttando quel
leggero, quasi impercettibile soffio di vento si alzò dolcemente in
volto. Disegnando ampi cerchi nell’aria, mi guardava piangendo e
sorridendo allo stesso tempo. La vidi sparire poco dopo e mentre i miei
occhi si riempivano ancora una volta di lacrime, una pioggia di foglie
ricominciò a scendere. Lenta. Candida. Dolce. Triste. Malinconica.
“Non posso venire….” sussurrai, “….io ti amo….”.
“Io lo so”, mi rispose la sua voce lontana.
“Tu lo sai”, dissi piangendo.
Il bosco delle foglie
cadenti - Capitolo 2
“Sono stanco di piangere”.
“Cosa sono queste foglie?”, mi chiese il bosco.
“Lacrime”.
“E cosa sono le lacrime?”.
“Foglie”, risposi girandomi verso un’entità invisibile.
“Capisco”.
“Io no”, dissi chinandomi a terra chiudendo le braccia intorno alle
ginocchia, con lo sguardo fisso al terreno. Il bosco riprese a parlare.
“Tu chi sei?”, mi domandò.
“Perché me lo chiedi?”.
“Voglio sapere per chi sto facendo cadere le foglie”.
“Per saperlo, dovrei dirti per chi sto facendo cadere le lacrime”,
sedendomi a terra finita la frase.
“Chi è?”, fu l’interrogativo che mi pose.
Non riposi. Alzai lo sguardo al cielo. Il suo candido color celeste era
mutato in una sfumatura scarlatta. Aprii il palmo della mano, aspettando
che una foglia ci cadesse sopra. Non dovetti aspettare molto. La
guardai, facendo attenzione a non rovinarla, e mi ci specchiai dentro.
“Ogni foglia” iniziai, “rappresenta una frase che avrei voluto dire, una
carezza che avrei voluto dare, un bacio che avrei voluto regalare. Ora
possono solo cadere…. qui…. e in nessun altro posto”.
“Sei tu che mi hai creato vero?”, mi chiese il bosco.
“Sì”.
“Perché?”.
“Tu lo sai”.
“E tu invece?”, fu la domanda a sorpresa che mi fece.
Mi fermai a pensare. Le foglie iniziarono a diminuire, lo stesso il
vento. L’aria si fece più calda e pesante. Mi scrutai, mi parlai, ma non
capii.
“Mi stai cambiando, vero?”.
“No”, risposi secco. “Sei tu che mi stai cambiando. Perché ci sono meno
foglie?”.
“Perché hai meno lacrime”, mi rispose il vento.
“Tu chi sei?”, domandai guardandomi attorno.
“Sono te, ricordi? Ho portato via l’Amore come tu hai voluto…. perché tu
hai voluto….”.
“Anche tu sei diminuito però”, sottolineai tristemente.
Il vento iniziò a girarmi attorno, scrutandomi attentamente ma cercando
costantemente di evitare il mio sguardo. Sì fermò per un attimo, girò su
se stesso, e ricominciò a scrutarmi.
“Cosa stai facendo?”, gli chiesi rimanendo immobile.
“Cerco me stesso. Cerco te”.
“Cos’è questa musica che sento in lontananza?”.
“Quello che vuoi tu” rispose ancora il bosco, “tu l’hai creata in questo
momento. Questo è il tuo mondo ricordi? La domanda dovrei fartela io:
cos’è questa musica?”.
“Le mie parole nascoste!” risposi stupito, “Perché le hai fatte
entrare?”, gridai all’indirizzo del bosco.
“Sei tu che le hai fatte entrare”, mi rispose.
“Infatti” ammise il vento, “Sono stato io”.
“Se tu fossi me, non l’avresti mai fatto. Tu non sei me”.
“E allora chi sono? Perché mi hai creato? Perché mi hai detto di
allontanare l’Amore?”.
“Perché così voglio io. Io sono la legge di questo posto, l’ho creato,
ci vivo, lo comando”, risposi.
“Quindi mi puoi anche distruggere”, sopraggiunse ancora la voce del
bosco.
“No, non posso. Non ho il potere di farlo”.
“E chi allora?”.
“L’Amore” risposi alzando lo sguardo al cielo, notando che la pioggia di
foglie era sparita, “Per questo l’ho cacciata”.
“Vado a fermare la musica”, mi disse il vento prima di sparire.
Mi guardai attorno. Non mi ero mai accorto di quanto fosse bello.
Sentivo con tutto il cuore di essere a casa, di essere libero, di essere
quello che volevo essere.
“Mi spaventi”, disse il bosco.
“Perché mai?”.
“Perché non cadono più foglie. Io non ho ragione di esistere senza le
foglie, come tu non hai ragione di esistere senza le lacrime. Avverto il
tuo pianto interiore, avverto il vuoto che hai dentro, avverto la calma
e la rabbia che fanno l’amore con passione. L’unica cosa che mi chiedo è
perché non avverto i tuoi pensieri”.
“Sono andati a fermare la musica”, risposi.
“Il vento è il pensiero, quindi. Allora l’Amore l’hai allontanata col
pensiero, non con me”.
“Ti sbagli”, lo bloccai dal suo ragionamento.
“Perché?”.
“Perché il vento l’ha allontanata…. ma lei è sparita nel cielo…. o
meglio, dal cielo”.
“Tu sei il cielo?”, mi chiese.
“Il manto celeste osserva tutto, copre tutto, sovrasta tutto…. ma non
può comandare questo posto. Solo io ho quel potere”.
“Non mi hai risposto” mi fece quasi eco il bosco, “Tu chi sei?”
“Sono colui che si è perso, colui che ha scelto personalmente di vagare
per questi sentieri, colui che sente il bisogno di sentire sulla sua
pelle una pioggia di foglie”.
“Tu vuoi piangere, vero?”.
“Non l’ho mai nascosto. E non lo farò ora. Ho male agli occhi però, non
ci riesco”.
“Ci sono ancora tante foglie da far cadere, tante lacrime da versare,
tante musiche da spegnere, tanti venti da domare, tanti boschi da
creare. E poi? Che farai?”.
“Quello che so fare meglio. L’unica cosa che ormai mi è rimasta da
fare….”.
“Ovvero?”, mi chiese incuriosito.
“Camminare”.
“Dove?”.
“Qui”.
“Fino a dove? Per quanto?”, insistette.
“Non lo so” risposi malinconicamente, “Ha importanza?”.
“Sì”.
“Per chi?”, chiesi.
Non ebbi risposta. Iniziai a camminare, addentrandomi nel bosco. La
calma era tornata a regnare e potevo quasi sentire la pioggia di foglie
che era ricominciata a cadere fuori dal bosco. Sfiorai con una mano un
albero, sentendolo ruvidamente liscio. Alzai lo sguardo, il cielo stava
cambiando ancora. In cosa, però, dovevo ancora scoprirlo.
Lo spirito della torre - Capitolo 3
Era ora di fermarsi di
nuovo. La testa girava, la sentivo pesante, i piedi iniziavano a fare
male. Raggiunsi una radura, piena solo del silenzio che vi regnava.
Anche il vento non osava entrarci, la pioggia di foglie era finita. Mi
voltai, come a cercare una spiegazione a questo luogo, ma vidi solamente
che le mie impronte si stavano cancellando lentamente, come se
sprofondassero nel manto di foglie che ricopriva il terreno. Mi girai
col busto e sfiorai la superficie sottostante, cercando di capire. Che
stupido che ero, sempre alla ricerca di una spiegazione, di un segno, di
una risposta. Rimessomi in piedi, notai che il bosco si stava chiudendo
nella direzione in cui ero arrivato, intrappolandomi in quella radura
silenziosa.
“E’ ora di riposarsi”, sussurrai a me stesso.
Quanto mi sbagliavo. Mentre cercavo un posticino dove sdraiarmi,
all’ombra di questo sole cocente, notai un’ombra che sgattaiolava tra
gli alberi circostanti. Sfuggiva immancabilmente al mio sguardo curioso,
lasciando come scia una risatina che risuonava lontana. Dovetti sedermi,
la testa girava ancora, anzi di più.
“Tu chi sei?”, domandai al nulla mentre mi sedevo ai piedi di un albero.
Ancora quella risata. Era impossibile capire da dove arrivasse ma in un
certo senso mi rasserenava: non ero solo nel mio bosco. Ma com’era
possibile? Chi è e come ha fatto ad entrare? Interrogai il vento.
“Chi è?”.
“Non lo so”, mi rispose. “Non l’ho fatta entrare io….”.
“Fatta? E’ una fanciulla?”.
“Può darsi”.
“Sento una fragranza di rose nell’aria. Cos’è?”.
“E’ il tuo comando”.
“Sapevo avresti risposto così”, dissi chiudendo gli occhi per un attimo,
appoggiandomi con la schiena al tronco di un albero. Ma durò poco quella
sensazione. In un momento, svanì tutto. Sentii la testa girare, forse
svenni, e quando i miei occhi decisero di riaprirsi dopo molti sforzi,
rimasi in silenzio. Ora il posto era cambiato: niente più foglie sul
terreno, solo erba fresca…. una leggera brezza mi pettinava la mente,
l’intensità della luce era calata, il cielo era ora azzurro intenso….
poi, una mano mi sfiorò il viso e solo allora mi resi conto di avere la
testa in grembo ad una splendida ragazza. Rimasi a guardarla incantato,
sembrava un angelo.
“Eri tu?”.
“Sì”, mi rispose la voce più candida che io avessi mai udito.
Ripetei nella mia mente quelle brevi lettere all’infinito, lasciando che
la sua voce mi rimbombasse nella mente. Aprendo gli occhi, le mie labbra
presero l’iniziativa.
“Ripetilo”.
“Cosa?”.
“Quel sì….”.
“Sì”, lo sottolineò questa volta con un sorriso.
Avevo davanti al mio viso, il ritratto perfetto della dolcezza. Era
proprio come me l’ero immaginata. Ma una visione del genere, mi
appesantì gli occhi di lacrime…. lacrime di speranza.
“Ti ho cercata a lungo, lo sai?”.
“Mi hai trovata”.
“Finalmente….”, chiusi gli occhi ancora una volta. Purtroppo, quando li
riaprii, ero ritornato nella radura di prima.
Mi alzai in piedi di scatto, urlando al cielo il mio disappunto. Era
tornato grigio.
“Perché? Perché sono di nuovo qui?”.
“Rischiavo di morire”, mi rispose il bosco. “Non potevo permetterlo”.
Scrutai gli alberi e quello che c’era oltre, ma dell’ombra sfuggevole
non vi era traccia.
“Ero felice….”.
“Appunto”, fu la risposta degli alberi.
“La rivedrò? Ho bisogno di lei…. sentivo il suo calore che mi cullava il
viso, il mio cuore sembrava impazzito, sento le braccia e le gambe
tremare solo al suo pensiero….”.
“Tu la ami?”, fu la domanda che il bosco mi pose.
“Sì”, risposi ricordando la sua voce.
Le foglie ripresero a cadere, ma questa volta non venivano dal cielo ma
dagli alberi che mi circondavano. Il bosco si stava spegnendo.
“Non puoi farmi questo…. hai bisogno di me”.
“Io ho bisogno di lei…. è il mio angelo nero…. voglio respirare tra le
sue labbra, voglio dormire tra le sue braccia, voglio vivere con la
consapevolezza che non la perderò mai…. ma questo è amore?”.
“Non ti ricordi più?”.
“No…. quei momenti sono così distanti…. ora non so più cosa provo”.
“E’ amore. Per questo sto morendo”.
Girai vorticosamente su me stesso, aprendo le braccia come ali.
“Cosa fai?”.
“Sfogo queste sensazioni che stanno facendo palpitare il mio cuore
stanco, sanguinante, affannato. Voglio lei”.
“E’ là”, mi disse un albero allungando il suo ramo in direzione nord.
La mia bocca rimase aperta e il mio volto congelato in un’espressione di
stupore, quando all’orizzonte notai una torre d’avorio, lucente,
splendida, che si stagliava all’orizzonte sopra le fitte chiome.
“Da quanto tempo è lì quella torre?”.
“Da sempre”, rispose il bosco sottovoce.
“Perché non l’ho mai vista? E’ impossibile”.
“Io sono sempre stata qui”, serpeggiò la voce di lei nella radura. “Solo
che tu non mi vedevi….la torre era coperta dalle foglie che cadevano dal
cielo”.
Così com’era arrivata, la sua melodia sparì.
“Corri da lei….corri, ed io sosterrò i tuoi passi”, mi rassicurò il
vento.
Alzai nuovamente lo sguardo al cielo. Azzurro. Un sorriso si scatenò dal
cuore, arrivando fino alle mie labbra. Il bosco si riaprì davanti ai
miei occhi.
“Ora puoi uscire. Hai capito qual è la tua meta e non posso trattenerti
oltre. Va da lei”.
Iniziai a correre, ma per ogni passo che facevo, la torre si allontanava
di altrettanto. Passarono ore, prima che le mie gambe cedettero. E
tornarono le foglie, tornarono le lacrime.
“Perché non riesco a raggiungerla? Perché non posso?”.
“Perché tu hai bisogno di me”, fu la risposta del bosco.
“Ho anche bisogno di lei”.
“Questa è un’altra storia…. non la tua”.
“Come può non esserlo? La vita è mia! Questo posto esiste solo perché
l’ho creato io! Ed io posso modificarlo, raggiungendola!”, gridai
agitando un pugno nell’aria.
“Te lo sei dimenticato? Tu non puoi cambiarmi, non puoi distruggermi,
solo una può farlo….”.
A quelle parole riapparve, ornata ancora del suo abito bianco e
azzurro…. ancora con quei suoi capelli dorati…. ancora con la sua
espressione triste ma felice. Mi ritrovai nuovamente ai suoi piedi, in
ginocchio, con le lacrime che mi rigavano il volto.
“Sei tornata….”, dalla mia espressione traspariva l’intensa emozione.
“Sì”.
La stessa cadenza, lo stesso tono, lo stesso sussurro…. la stessa voce.
“Sei tu!”.
“Non potevo essere nessun’altra. Solo di me hai bisogno”.
Scossi la testa a quelle sue parole, allontanando ogni pensiero di
giubilo dalla mia mente.
“Ecco che torni ad ingannarmi, ecco che torni a farmi male, ecco che
torni a riempirmi i polmoni d’aria”.
“Così hai scelto”.
“Io ho scelto lei”.
“Non è in tuo potere decidere…. l’hai scelta perché sono io ad averla
scelta per te. Tu hai bisogno di me”.
“Ho respirato fino ad ora senza di te, perché non potrei continuare a
farlo?”, le domandai rimettendomi in piedi, nonostante mi mancassero le
forze.
“Saresti disposta a perderla per rinunciare a me?”, mi chiese allungando
il braccio in direzione della torre. “Una sola parola e la distruggerò….
la decisione finale spetta a te”.
Tornarono le foglie ad accarezzare le nostre parole, tornò il vento a
sussurrarmi la mia malinconia, tornò il bosco con la sua solitudine.
Schiusi le labbra in un unico filo di voce.
“Fammi andare da lei…. fammi arrivare dove le mie gambe non potranno mai
condurmi….”, le lacrime erano diventate incontenibili. “…. fammi morire
di nuovo, se è necessario…. io voglio solo raggiungere quella torre,
entrare e non uscire mai più…. il mio posto è là…. ma non ci potrò mai
arrivare solo con le mie forze…. ho bisogno di tutti voi”.
Il vento si calmò, il bosco tornò silente, la figura eterea sparì
nuovamente tra le nuvole e tutto intorno si fece buio. Quando riaprii
gli occhi, la torre era lì, davanti a me. Un dolce rumore di una piccola
cascata veniva trasmesso dalle mura lisce, pulsava lei stessa di luce.
“Sei arrivato”.
Alzai gli occhi e la vidi sporgersi dalla finestra più alta. Il tempo si
fermò per interminabili secondi. Così avevo deciso.
“Sì”, le risposi sorridendo.
Allungai la mano per aprire la porta, ma essa trapassò l’immagine della
torre. Cosa significa? Ci riprovai ancora…. e ancora…. e ancora…. e
ancora. Mi ritrovai a terra, sulle ginocchia, davanti a quel luogo reso
a me inaccessibile. Alzai lo sguardo al cielo per incontrare il suo.
“Perché?”, gridai con quanto fiato avevo in gola. “Perché?”.
Lei non mi rispose. Non c’erano risposte, come non ce n’erano in
precedenza. Dai suoi occhi cadde una lacrima, lenta e dolcissima, che
percorse tutta la lunghezza del suo viso, della torre, per poi morire
tra le mie labbra. Rimanemmo ore ed ore a guardarci in silenzio, ma non
ci furono altre lacrime…. solo una pioggia di foglie.
Paido
|