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Orgoglio Amazzone

 

PROLOGO

"I drappi delle bandiere erano immobili come vele ammainate prima della tempesta, e l'aria stantia del fondovalle era pregna del fiato caldo dei Dragoni in attesa al centro dello schieramento.

- Questa attesa mi fa impazzire, - bisbigliò uno dei più giovani - vorrei che avessero già attaccato.-
- Nessuno muoverà un passo finché non si alzerà la nebbia, - gli rispose Shademar, che scalpitava alle sue spalle - e da come si è messa la mattinata andremo per le lunghe.-
- Tu sei un Lokot, che ci fai in mezzo a noi?-
- Che importanza ha il colore della divisa, quando combattiamo per la stessa Terra?"
                                                              Arcano, 72° capitolo - Nuvole basse (Quinta Era)




Era ancora buio quando i nostri comandanti urlarono per svegliarci da quello che doveva essere un sonno ristoratore. Mai come in quel momento fui felice di sentire un ordine, mancava poco all'alba e la nuvola di pensieri e preoccupazioni che ingombrava la mia mente, togliendomi ogni sicurezza, diventava sempre più scura. Solo una cosa è certa di quella notte: fu la più lunga della mia vita.
L'emozione, la paura, la tensione della battaglia mi costrinsero a vegliare ogni attimo, dal momento in cui mi coricai fino a quando non mi alzai. Nel silenzio della notte erano ben udibili le giovani voci dei miei compagni, riconoscevo i miei stessi timori nei loro sussurri, sentivo l'eco della sottile paura nei loro bisbigli. Forse solamente i veterani, i guerrieri più esperti riposarono davvero.
Alle prime ore del mattino il sole avvolgeva le montagne di un'aura soffusa e luminosa, prorompeva dai loro immobili fianchi, i suoi raggi s'incuneavano lungo le ripidi pendici alla ricerca di valli da riscaldare. Eravamo accampati sopra una collina, un'armata guerriera composta da dragoni, esploratori, maghi e streghe. Sotto di noi la nebbia assomigliava a un enorme telo grigio, adagiato sui prati umidi della piana di Bakar, come a voler nascondere quello che sarebbe accaduto.
Sulle muscolose braccia, incise sulle armature, dipinte sui vessilli danzanti nel vento i simboli dei rispettivi gruppi di appartenenza ci chiamavano all'estremo sacrificio per la difesa della nostra terra. Quei simboli, nel loro silenzio, ci urlavano: nessun invasore avrebbe oltrepassato quelle montagne che custodivano l'impero di Nimira.
Le mani appoggiate con forza sulle grandi else oppure a stringere le possenti asce, gli scudi già imbracciati: eravamo pronti.
Gli sbuffi di fiato di hammers e animali si condensavano nell'aria e salivano al cielo mentre gli sguardi erano rivolti verso i crinali antistanti proprio in direzione del tramonto.
Ascentia scuoteva il capo nervosamente, nitriva e scalpitava, sentiva l'odore della battaglia e smaniava.
Quando ero andato alla scuderia di Nakir mi aveva colpito il disegno fantasioso del manto leopardato. Il suo carattere si addiceva alla vita e alle missioni di un esploratore. Ma ora era diverso, ci attendeva un'autentica bolgia, dove l'odore del sangue avrebbe prevalso su ogni altro odore, dove il silenzio della natura sarebbe stato riempito dalle grida di uomini ed armi e il campo di battaglia avrebbe sostituito la solitudine di un'esplorazione.
Come avrebbe reagito? Passai una mano sul suo robusto collo ed ebbi l'impressione che avvertisse il mio stato d'animo. Si calmò.
L'attesa aumentava, sapevamo che erano là sotto, li sentivamo più con lo spirito che non con i sensi. Ancora attesa forse più lunga della notte appena trascorsa. Il solo pensiero di vederli mi lacerava, perché m'infiammava il cuore d'odio, rabbia.
Sapevamo che ci aspettavano in formazione, con le loro maledette armi, le loro luccicanti armature moderne; ci avevano detto che erano guerrieri formidabili addestrati a combattere, convinti della vittoria, ma non sapevano quanto si sarebbero sbagliati.
Al pensiero che tutta la nostra vita era un addestramento alla lotta, sorrisi, imprecando contro di loro e invocando gli aiuti degli dei.
L'irritazione serpeggiava nelle nostre fila, il nervosismo era tangibile, i comandanti intervenivano con le loro voci a richiamarci all'ordine.
Più avanti, dritto davanti a noi su un'altra collina stava una parte dell'esercito amazzone. Immobili come statue di marmo, nessuno ne uguagliava le gesta in quelle terre per abilità e coraggio.
La loro postura orgogliosa, la loro bellezza resa selvaggia dai fregi dipinti sui visi e sulle loro carni scoperte attiravano tutti gli sguardi degli uomini. Erano come fiere, come lupi della foresta pronte ad aggredire con ferocia i nemici. I loro sguardi erano freddi e spietati, lì sotto il pesante fardello dell'attesa il loro cuore indomito, come le braci celate dalle ceneri, attendevano con pazienza.

Le streghe, celate alla vista nemica dalla nebbia si erano dirette lungo il letto del fiume dove avevano versato decine di barili di sangue per attirare gli Sciavès lontano dal campo di battaglia. Ora emerse da quella umida e grigia palude sferzavano i loro cavalli per risalire il dolce pendio della collina. Le prime file credevano fosse un attacco nemico, si udì lo sferragliare dell'acciaio, il fronte armato indietreggiò, allora si udirono chiaramente gli ordini di Aragon e Paido di rinfoderare le armi.
Nell'aria echeggiò il lontano battito delle campane di allerta, gli sbandieratori posizionati in punti ben visibili intorno alla valle cercarono lo sguardo acuto di Aragon per trasformare il suo minimo cenno in un ordine per l'esercito schierato.
I rintocchi entrarono nelle nostre menti, pulsavano nelle nostre vene, l'adrenalina scorreva come un fiume di montagna che scende a valle, l'attesa stava terminando. Alzai un istante lo sguardo al cielo, gli occhi furono investiti dal fascio luce del sole con tanta violenza che fui costretto a chiuderli per proteggerli.
Un mormorio sommesso si levò dalle nostre file, la nebbia svanì di colpo e nella valle era tutto un brulicare di nemici armati, una moltitudine di cui si faceva fatica a distinguerne i confini quanto era estesa. Amazzoni, Dragoni e Brauni per la prima volta poterono guardarsi negli occhi.
Il loro numero ci spaventò, dapprima ci fu un lieve ondeggiare delle nostre posizioni, deglutii a fatica e come me lo fecero tutti coloro che mi erano vicino. La leggera brezza che aveva sollevato il manto nebbioso mi ghiacciò le sottili scie di sudore che scorrevano lungo la schiena.
La paura era contagiosa, nonostante gli ordini le prime file continuarono a indietreggiare, il movimento si propagò alle file che seguivano disegnando una linea curva che avrebbe rotto lo schieramento in più parti.
Se buia fu la disperazione in cui ci gettò la paura, più luminosa ancora fu la fiamma del coraggio che incendiò i nostri cuori. La scintilla scattò quando il grido di esultanza delle amazzoni annunciarono a tutti i contendenti l'arrivo sul campo di battaglia dell'imperatrice.
- C'è Nimira - gridò Elenie.
Era comparsa all'improvviso alle spalle dello schieramento nemico, sollevò la spada verso il cielo venato di bianco e lanciò il suo urlo di guerra! Alle sue spalle affluivano lentamente, come il tracimare di un bacino di acqua, le truppe imperiali disponendosi in formazione di mezzaluna.
Il fragore degli Hammers echeggiò per tutta Bakar. Serrai le mascelle, strinsi forte il manico dell'ascia, la paura era svanita come la nebbia.
Quello che conferisce alle amazzoni la loro superiorità in battaglia non sono i muscoli, ma il cuore. Benché i nemici eclissassero ancora per numero e armamenti le nostre forze, nessuno ora li riteneva capaci di resistere all'onda che li avrebbe travolti. Né armi o armature, ne forza o convinzioni neanche i bastioni degli inferi avrebbero protetto gli invasori dalla loro amara sorte.
L'aria scintillava della convinzione delle guerriere come le loro figure splendevano per il metallo delle armi, le lamine e i bordi dorati dei corpetti, l'elettro e l'avorio dei paramenti.
Due giovani Amazzoni uscirono dalla boscaglia, bardate di tutto punto. Andarono da sole a comporre l'altro vertice del triangolo in un'azione che pareva non avere alcun senso logico. Tutti riconobbero Hirih, la principessa ereditiera con al fianco la fidata compagna Anuk, dai finimenti che portava sul corpetto di cuoio rosso. Alle loro spalle una figura gigantesca sollevò in alto la sua gigantesca ascia: era Berserk.
- Comandante, come è possibile che Nimira sia riuscita ad arrivare in tempo - chiesi a Paido.
- Uhm... tuo padre non te lo ha insegnato? Non si può descrivere quanta intimità abbiano le amazzoni con i cavalli. Ogni donna conosce ogni bestia, anche in una mandria di migliaia di capi. Il loro linguaggio è fatto di segni e posture; un fischio impercettibile o una innocente carezza senza alcun significato per gli altri. Solo loro possono cavalcare senza sosta per giorni, dividendo con i loro cavalli forze ed energie, unite negli spiriti da un sottile filo invisibile di fedeltà invisibile. Quando un'amazzone muore, il cavallo muore con lei.-
- Avete parlato con una leggera nota d'indivia.-
- Ammirazione Shad... ammirazione... È l'ora.-
Il suono successivo fu quello metallico delle nostre visiere degli elmi che scendevano a proteggere il viso.

Fu il rullo possente dei tamburi Brauni a segnare l'inizio della battaglia.
L'orda affamata degli Sciavès fu lasciata libera. Correvano come un branco di lupi costretti da giorni al digiuno e annaspavano sull'erba per la rabbia che avevano in corpo. Le lunghe zanne protese in avanti, le narici spalancate a fiutare la preda, ed il desiderio del sangue dentro le fauci, ansiose di azzannare le carni degli Hammers in attesa. Dietro di loro si lanciò la cavalleria Brauna.
Alzammo gli occhi verso Nimira, il suo sguardo come quello statuario della Dea, obliquo e impassibile.
Guardai gli sbandieratori, immobili. Davanti a noi gorgogliava solo la rabbia degli invasori lanciati in un attacco che loro credevano ci avrebbe spazzato via.
- Maledizione, restate al vostro posto - urlò Astor a squarciagola, vedendo il tentennamento dei suoi uomini in prima linea - date fuoco alle frecce ed aspettate il mio ordine!- ordinò agli arcieri.
Il primo gruppo di Sciaves oltrepassò le fascine con un balzo, il capobranco ignorò la traccia olfattiva del sangue putrido e puntò in mezzo allo schieramento, trascinando con sé una parte del branco. Il grosso che seguiva si allargò quanto bastava a incontrare l'invitante scia sanguinolenta tracciata dalle streghe che si apriva verso i lati, e la seguì all'istante, grugnendo dall'eccitazione.
Dal grosso delle nostre forze si staccarono Appo seguito da un gruppo di Caliur per andare a sostenere la difesa dei Dragoni contro la parte del branco che non era caduto nella trappola.
L'impatto tra gli Sciaves e gli Hammers portò con se solo il colore del sangue da quello scuro quasi marrone delle sudice bestie a quello vermiglio degli Hammers.
Lo scontro infiammò tutti i nostri cuori ma Nimira non batteva ciglio. La rabbia ribolliva nel nostro cuore, avremmo voluto lanciarci in difesa dei nostri compagni, ma non era ancora il momento.
Benché il grosso del branco degli Sciavès fosse caduto nella trappola trovando la morte lungo le rive del fiume strozzato dagli aghi di compostura infilzati nelle carcasse dei quarti di bue o sotto i colpi delle amazzoni che li colpivano da sopra le piante, quelli che avevano seguito il capobranco eccitati dal sangue stavano facendo strage tra i Dulkar e i Caliur.
Aragon scosse il capo inseguendo lo sguardo di Nimira, la risposta fu un veloce cenno di assenso. Le streghe si posero al fianco dei Maghi, insieme incendiarono le cataste di legno impregnate di sostanze oleose.
- Scagliate - ordinò Astor alla fila di arcieri.
Il fuoco divampò alto verso il cielo come un'unica muraglia. Il vento ne alimentava le fiamme in forme allungate e minacciose, il terrore si manifestò nei cavalli nemici che seguivano gli Sciaves e che ormai erano giunti a contatto con gli uomini di Appo e Astor.
Imbottigliati tra il fuoco e i Caliur, investiti dall'acre odore dell'oppio, la sorte della cavalleria Brauna mutò voltando loro le spalle. Gli sciaves impazziti per la paura del fuoco e confusi dal fumo non distinguevano più tra Hammers e invasori.
Maghi e streghe piombarono come falchi con artigli affilati sugli Sciaves, le forze dell'arcano presero il sopravvento in quello scontro ai piedi della collina, gli arcieri recuperarono la loro posizione e i nemici cadevano come mosche.
Mirko sorpreso da quell'imprevisto organizzò un nuovo attacco dividendo le sue forze in due parti. Gli uomini della Global Detector si ammassarono uno contro l'altro, dall'interno spingevano verso l'esterno cosi dall'alto si poteva vedere al centro della piana di Bakar un enorme spazio vuoto racchiuso da due gigantesche colonne di guerrieri.
- Perché non danno quel maledetto ordine, - grugnì Paido, esasperato dall'attesa - senza la cavalleria, dei nostri fratelli non se ne salverà nemmeno uno!-
La sua imprecazione trovò subito la risposta voluta. Il secondo fronte di battaglia si accese sul versante nord, la guardia imperiale guidata da Nimira nonostante la pesante inferiorità numerica mise a dura prova la Brigata della Morte in uno scontro in cui la violenza toccò confini mai più raggiunti in altre battaglie. Ogni guerriera che cadeva portava con se almeno cinque nemici, le campionesse amazzoni continuavano a combattere con ferocia nonostante sui loro corpi ci fossero ferite insanabili.
La cavalleria Brauna sorretta dall'azione di nuove forze si andava riorganizzando prendendo nuovamente posizione. Ora che anche Nimira stava combattendo, l'ordine spettava solo a Paido.
Qui e là, qualcuno assestò una cinghia o strinse meglio un pezzo di armatura, le grida della battaglia combattuta da Aragon ci giungevano soffocate dal battito degli zoccoli della cavalleria Brauna che li stava caricando.
- Formazione a cuneo - ordinò Paido.
Lui e Thelonius formarono la punta e gli altri cavalieri presero posizione con rapidità.
- AVANTI!- urlò Paido, e la colonna si mosse al trotto per poi lanciarsi al galoppo, con le armi spianate.
Aragon chiamò la ritirata aprendo un varco tra le sue file per permetterci di passare.
A mano a mano che la distanza si riduceva sentivo che il sangue scorreva più in fretta nelle vene, e mi parve di udire il cuore battere all'unisono con il rombo tonante degli zoccoli ferrati dei cavalli.
Era la mia prima carica di cavalleria, l'istinto mi diceva di chiudere gli occhi ma le raccomandazioni di mio padre di non chiuderli mai durante una carica risuonavano nella mia mente come un ordine perentorio.
Potevamo scorgere in faccia i singoli nemici, i dettagli dei loro visi. Il cuneo andò a sbattere contro le schiere Braune, i nostri cavalli più grandi di corporatura e riposati si aprirono con facilità un varco nelle file avversarie.
Schivai la punta di una lancia portando dietro la spalla destra e allo stesso tempo caricai tutta la forza sul braccio, con l'ascia colpii in pieno petto un nemico catapultandolo di sella.
La spada di Paido solcò l'aria e si abbattè su un secondo avversario. Thelonius parò un affondo alla sua sinistra e rispose con un colpo di rovescio che tagliò la gola all'attaccante. Da quel momento lo stridio dell'acciaio fu un tuono fragoroso che avvolse tutta Bakar.
Aragon portò i suoi combattenti al centro della piana, quasi a ridosso del groviglio di cadaveri che occupavano l'area a ridosso dei fuochi ormai spenti: - ... usate i cavalli morti come riparo - urlava - se restate nel prato diventeremo concime per i cespugli di rovo!-
Strategia... quale strategia o quali insegnamenti si possono mettere in atto quando si combatte schiena a schiena ed il nemico è così numeroso che, ovunque guardi, incontri solo i suoi occhi satanici... No, in quel frangente si agisce come animali braccati, dimenandosi come ossessi per sfuggire alla falce lucente che rotea nell'aria in cerca di teste da mozzare.
La terza ondata Brauni si scatenò al cenno di Mirko e nello stesso istante Negrus colpì sul muso il cavallo dell'Imperatrice, costringendola a terra.
Con Paido osservammo la scena da lontano e prima di esser inghiottito dal riflusso nemico lo sentii mormorare:
- È la fine! -

Persi nei flutti di quell'oceano di violenza, l'unica cosa che mi dava la misura di quanto preziosa fosse la mia vita era l'insistenza con la quale i miei sguardi cercavano Thelonius. Dovevo proteggerlo, perché nessun uomo per quanto abile può difendersi da una spada nella schiena, e altrettanto lui faceva con me. Eravamo fratelli di spada.
Diverso era il discorso per le amazzoni, non avevano bisogno di una sorella di spada come la intendevamo noi uomini, perché si sentivano tutte sorelle. Quando un nemico le metteva in difficoltà loro non combattevano più per se stesse ma facevano tutto quanto era possibile per soccorrere le proprie compagne. Per loro esiste un solo modo di sopravvivere alla guerra e cioè essere disposte a morire. Una guerriera che indietreggia di un passo davanti a un nemico avanza di un passo verso l'eternità. Questa era la loro forza, la scintilla divina che ardeva nel loro cuore e le rendeva Signore della Guerra.
Per ogni invasore ucciso subito un altro ne prendeva il posto, era impressionante il numero del nemico che avevamo di fronte tale da intorpidire la mente.
Lo spesso cuneo di uomini che avevano davanti avanzava sempre di più, Thelonius balzò in avanti tagliando la gola all'ufficiale che li guidava, fui subito al suo fianco con la mia ascia attaccando gli invasori. La bramosia della battaglia si era impadronita di noi, cosi intensamente che dimenticavamo il dolore di ogni ferita che si apriva sulle nostre carni.
Una lancia gli sfiorò la spalla e la sua spada scattò, tranciando di netto il braccio che la stringeva. Con lo scudo parai un terribile fendente e Paido accorso in nostro aiuto colpì al petto l'aggressore.
- La posizione è persa. VIA DA QUI - ci gridò indicando con il braccio teso e la lama della spada sanguinante il punto in cui le truppe imperiali impedivano al nemico di chiudere la tanaglia che ci avrebbe massacrato.
Non eravamo rimasti in molti, trenta, quaranta, non c'era il tempo per contare. Di corsa aprendoci un varco dove le file nemiche erano assottigliate giungemmo a combattere al fianco dell'Imperatrice.
- Ora basta! - inveì Nimira, gettandosi verso il comandante nemico come una furia scatenata, lo aggirò di lato ancor prima che riuscisse a manovrare le redini e caricò tutta la forza che aveva in corpo su un fendente traverso. Colpì il ventre del suo destriero, impennatosi in preda al terrore, e la lama passò interamente le interiora, fuoriuscendo dal ginocchio del nemico.
- Non ho più tempo da perdere con te! - continuò, vedendolo rotolare insieme all'animale in agonia, lo rincorse per qualche passo e lo finì, sgozzandolo col dorso della sua spada Hatzuy.
Non c'era difesa contro la spada dell'Imperatrice, trapassava qualsiasi scudo e armatura. Molti nemici morirono sotto quella terribile lama, urlando come se la loro anima si fosse trovata davanti alle porte dell'inferno. Le file nemiche però continuavano a ingrossarsi, dal nostro lato nonostante la rabbiosa difesa, compagni e amazzoni continuavano a cadere, uno dopo l'altro e lo stesso avveniva all'altra estremità. Era solo questione di tempo, poi per le terre dell'Arcano non ci sarebbe stata più nessuna Imperatrice.
Le urla della battaglia erano suoni bestiali, non si distingueva più ordini e parole precise, si poteva percepire soltanto l'odio che esse esprimevano.
Dapprima sommesso, poi un grido di stupore corse per tutto il campo di battaglia finchè fu coperto da un minaccioso tremore, quasi il ruggito enorme e incoerente di un mostro.
I bagliori del corpo scintillavano nell'aria verso il cielo come fiamme d'argento, il muso del drago era d'oro e massiccio, s'allungava verso la radura in cerca delle pupille sperdute e muoveva le spalle possenti al ritmo implacabile dei tamburi. Le sue spire scavalcarono i rocciosi costoni che arginavano la valle e avanzavano minacciose verso il campo di battaglia.
Nimira lo scorse tra un fendente e un grido disperato, affondò la lama nell'ennesima gola e chiamò a raccolta la Guardia Imperiale.
- Disimpegnatevi da questo inutile scontro - gridò, valutando le consistenti perdite subite dalla Brigata della Morte - il nostro posto ora è là... accanto all'ala destra del Drago!-
Quando s'innalzò nel cielo il suo orrendo grido, anche i Brauni non poterono fare a meno di voltarsi nella stessa direzione.
Migliaia di Amazzoni e Guerrieri erano guidati da Xar, vestiti di cuoio e d'acciaio, sulle spalle un mantello vermiglio e, stretta in pugno, la medesima spada. Su ogni cavallo un grande bandiera color ocra gialla... ed in rosso, al centro, era raffigurata l'effigie del Drago.
La paura dilagò come il fuoco in un covone di paglia, gli invasori erano sconcertati, non riuscivano a credere ai loro occhi. La linea frontale dell'esercito di Xar si abbattè sui Brauni come un'onda di marea travolgendoli. La selvaggia piega negativa presa dagli eventi, da una vittoria certa a una morte altrettanto certa, sgomentò il nemico che cedette al panico e trasformò la ritirata in una rotta. Calpestando i loro stessi compagni girarono e fuggirono inseguiti con urla selvagge da quell'esercito dalle ali vermiglie. Poi ci fu soltanto silenzio.
Il cerchio si strinse attorno ai contendenti sino a diventare un anello di pochi passi di diametro: - Lo vedi - sospirò Nimira, nascondendo la Hatzuy dietro la schiena sudata - il mio cuore batte all'unisono con quello di ognuno di loro. Non si può spezzare un vincolo di sangue che unisce tante vite in un solo insieme... noi siamo la Terra dell'Arcano ed è per questo che hai perso la tua ultima sfida.-
- Non ancora, maledetta vipera velenosa - reagì Mirko che la fronteggiava nel mortale duello, assalendola con veemenza - senza testa nessun serpente sopravvive...
Quel che accadde in quella frazione di secondo restò impresso in mille pupille incantate dal crepuscolo. Nessuno vide la lama lucente saettare nell'aria pregna di tensione, me ne avvertì soltanto il bagliore accecante che, scivolando sul filo lucente dell'ultimo raggio di sole, recise entrambi i polsi dell'ultimo soldato nemico.

Afferrò la caraffa versando ancora del vino color rubino nel suo bicchiere e piegando il braccio verso l'alto l'osservò pensosamente in tralice.
Il fuoco che ardeva nel camino gli scaldava la schiena, gli occhi già stanchi per la lunga giornata erano messi a dura prova dal fumo pungente e il suo acre odore si mescolava a quello del sudore dei corpi, della cucina che si rivelava pesante ed oleoso.
La porta della taverna iniziò a cigolare, una fiamma si agitò nella lanterna sotto il soffio del vento gelido e una folata d'aria penetrò nella stanza per disperdersi subito non appena l'amazzone ebbe richiuso alle proprie spalle la porta di legno.
- Accidenti che freddo - ebbe modo di borbottare la donna ammantata ancora infreddolita mentre puntava dritta verso il camino.
La conversazione, che si era spenta con il sopraggiungere improvviso dell'aria fredda, riprese il suo vigore.
Shademar sorseggiò ancora del vino e rabbrividì quando qualcuno rise ironicamente. Sollevò la testa lentamente, sebbene la vista fosse appannata dall'alcool riconobbe i tratti dell'amazzone con il capo coperto.
- Non credo ci sia molto da ridere, Asjah.-
- Forse perché non ti sei guardato allo specchio... Posso?- l'ultima parola era stata pronunciato con un tono non più ironico ma serio.
L'esploratore socchiuse gli occhi e l'espressione successiva del viso accompagnata da un lieve movimento delle braccia era come se avesse detto: fai come vuoi!
La guerriera prese la sedia, la girò e si mise seduta allargando le gambe e appoggiandosi con le braccia conserte sullo schienale.
- A quanto vedo le vecchie abitudini sono dure a morire anche con un amico - disse Shademar con un tono basso.
- Sono un'amazzone Shad, non lo dimenticare mai! Sedendo a cavalcioni è più facile alzarsi e poi c'è sempre un ostacolo tra il proprio stomaco e l'uomo con cui si sta parlando.-
- Capisco...-
Intanto l'oste aveva portato un nuovo bicchiere che l'amazzone si era riempita da sola mormorando un grazie all'esploratore più pungente del vento che spingeva contro le pareti esterne della taverna.
- Dannazione a te, Shad - borbottò Asjah convinta che l'altro non le avrebbe risposto - forse non lo sai ma tra amici un problema condiviso è un problema dimezzato -
- Chi ti dice che il problema sia il mio? Sentili! Ascolta i loro discorsi!- Shademar la guardò dritta negli occhi e sorrise amaramente indicando con un gesto del viso gli altri avventori.
I due tacquero prestando attenzione al vociare della taverna: parole afferrate da un tavolo all'altro lasciavano intuire discorsi generici sugli hammers, talvolta sprezzanti verso quel mercante o quell'altra amazzone. Le gesta più nominate erano quelle poetiche o di amori.
- Vuoti come l'interno di una campana, parole che... - sollevando lo sguardo verso lei e poi fissando la porta - una semplice folata di vento sopisce. Eppure su queste terre ci sono state parole che hanno incendiato cuori, valicato montagne per descrivere con l'acciaio la Gloria Amazzone. Guardati intorno Asjah, di quei tempi che conservo memoria anche dai ricordi di mio padre ora non c'è più traccia. Dita di polvere ricoprono le gesta passate di questo popolo, Krymenia... Nistra... Nomat... Bakar- gli occhi di Shademar brillavano dei riflessi rossi del fuoco - oggi per molti hammers sono solo nomi su una mappa senza più significato. Le loro leggende erano illuminate dall'orgoglio amazzone. Degli eroici comandanti pochi sono ai loro posti, altri si vedono solo di passaggio, alcuni addirittura scomparsi e altri... morti. Pace all'anima loro - sollevò il bicchiere e finì l'ultimo sorso.
- Sbagli! Quei tempi non sono finiti, essi stanno solo aspettando che il Custode dia loro un presente.-
Shademar sorrise, questa volta serenamente, mentre si alzava a fatica per andare a riposare.
- Ma noi saremo pronti?- Concluse mentre si allacciava il mantello sotto il collo prima di aprire la porta e una folata di vento fece di nuovo scendere il silenzio nella taverna.
 


Shademar


  

 

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