Armi brunite
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La sera scendeva lieve
sull'Arena della Kioskas. Cosa ci facessi, ancora lì, era un quesito
al quale non riuscivo a dar risposta. Me ne stavo semplicemente
distesa a faccia in su, gli occhi fissi sul cielo tinteggiato d'oro
e di porpora, a pensare al mio passato. |
Era questo, il mio errore. Pensavo troppo. E soprattutto, pensavo troppo
ad un passato che non mi apparteneva più, quel passato che non sarebbe
più tornato.
I volti delle sorelle incontrate, delle Sacerdotesse, delle Froll si
mischiavano e confondevano. Le loro voci si facevano coro, a cullare la
mia anima, ad annientare la mia volontà: creatura a metà, non riuscivo
più a discernere la via che dal passato mi avrebbe condotto al futuro. E
nel presente morivo.
In lontananza, potevo ancora sentire il suono delle armi cozzare le une
sulle altre: qualcuno si allenava nella polvere. Amavo quel suono? Sì,
un tempo lo avevo amato più di me stessa. Avevo gioito nel vedere la
morte danzare al mio fianco. Avevo gioito nel morire, quando la morte è
la sottile linea di differenza che ti separa dal mondo dei morti, oh
maledetto destino di un'Amazzone.
Ed ero morta, oh sì ero morta anche io più volte, in quegli occhi che
sapevo non avrei più rivisto.
Mi alzai da terra, impolverata. I muscoli delle spalle cominciavano a
farmi male, dopo lo sforzo incessante del tardo pomeriggio. Mi ero
scagliata nell'arena, contro i fantocci di legno... no erano i fantocci
del mio passato. Ma non ero riuscita ad abbatterli, perchè stavo
cambiando. Cambiavo e non volevo.
A terra, la mia spada aspettava. Forse aspettava che mi chinassi a
raccoglierla, riporla nel fodero. Curarla come se fosse stata la cosa
più sacra della mia vita: il prolungamento del mio braccio destro, la
sottile differenza fra la mia vita e la vita dei miei avversari. Un
tempo - ironia della sorte, vite addietro - lo avevo fatto. Pelle di
daino da me cacciato, lasciata ad essiccare al sole per mesi e poi
benedetta agli Dèi. E olio di gomito, al fuoco dei bivacchi.
Ma ora?
Mi chinai a raccogliere l'arma e per la prima dopo tanto tempo mi parve
fredda. Era solo un oggetto, un pezzo di ferro forgiato da abili mani.
Dov'era la poesia? Dove l'arte?
Mi voltai, trascinando l'arma alle mie spalle. Una sottile linea
tracciava il mio percorso, nel sole morente, e nella mia solitudine
m'avvidi di una presenza che m'osservava, divertita.
In fondo era sempre stata così. Che mi attendesse la resa dei conti? La
fine di un percorso?
Le mie mostrine, quelle mostrine da Froll che m'ero sudata, m'ero
guadagnata, le portavo ancora al collo. E mentre avanzavo in sua
direzione per la prima volta dopo troppi anni una voce tornò a
perseguitarmi dall'oltretomba, quella voce che avevo amato più d'ogni
altra cosa.
- Davvero le meriti? - mi chiese. E il suo suono era quello della
polvere, delle ossa che si sgretolano sotto i raggi impietosi del sole.
Le meritavo?
Sfogo di una Froll
Haruka
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