|
Casato -
I Vulcar
 |
Capitolo I - Un
incontro inatteso
Le sorgenti del Kruill costituivano da sempre uno spettacolo che
valeva la pena di guardare con riverente ammirazione almeno una
volta nella vita.
Il Kruill: il fiume capace di narrare le storie degli Hammers che si
sono aperti a lui, padre di tutti coloro che cercano sicurezza e
stimoli nel suo fluido abbraccio. |
Gualtierow voleva rivedere le sorgenti, dopo molti anni,
per ritrovare se stesso, e per concedersi un lungo attimo di
riflessione, allo scopo di valutare il significato degli eventi
occorsigli negli ultimi tempi.
Gual era inaspettatamente divenuto comandante degli esploratori di
Vulcar, da quando Dardel, la prima guida, aveva dovuto accettare lo
status di eminente veterano, per cause indipendenti dalla propria
volontà.
Dardel era stato il fondatore del gruppo, e questo fatto, unitamente
alle gesta sue e dei suoi esploratori, lo avevano ormai immortalato
nella storia di Arcano.
Ora toccava a Gualtierow mostrarsi all'altezza dell'arduo compito di
fare le veci della Prima Guida: l'Imperatrice Nimira contava certamente
sul sostegno di amazzoni, guerrieri, dragoni, streghe, maghi, scribani,
sacerdotesse e mercanti, ma necessitava senza dubbio anche dei valenti
esploratori, il cui ruolo non considerava secondario a quello di
chiunque altro... soprattutto il ruolo dei Vulcar, che erano stati i
primi esploratori a mettersi al servizio della Sovrana.
Risalendo con passo metodico la riva destra del Kruill, che in quel
punto assumeva quasi le dimensioni di un vivace torrente montano, Gual
sorrise al ricordo dei titoli di cui amava fregiarsi il comandante:
Dardel Tyrel del Fiore e della Cometa, Prima Guida degli Esploratori di
Vulcar, Primo Campione di Arcano. La Dea lo aveva dotato delle qualità
per primeggiare ovunque: eredità difficile da gestire, quella concessa a
Gualtierow.
L'esploratore era perso in tali congetture, quando sentì qualcuno
imprecare da dietro una roccia che divideva in due il torrente, in
prossimità di un'ansa ove le acque diventavano meno impetuose.
Il suono di un tonfo e di ghiaia rimossa con forza lo misero sul chi
vive.
Con circospezione Gual si avvicinò alla fonte di quel frastuono che
riusciva addirittura a coprire lo scrosciare del torrente, e vide un
uomo dalla bianca chioma che tentava a fatica di opporsi alla forza
trascinatrice di una preda che, invisibile ai suoi occhi, si dibatteva
sotto la superficie dell'acqua, all'altro capo della lenza tenuta
saldamente dalle mani dell'uomo.
Affiancarglisi e afferrare a sua volta la lenza per aiutare il pescatore
in difficoltà, fu per Gual un gesto istintivo naturale, dovuto alla sua
spontanea disponibilità: un gesto da considerarsi imprudente in tempi
come quelli, nei quali anche l'essere dall'apparenza più innocua poteva
essere un collaboratore della Global Detector, la compagnia mineraria
che aveva fomentato una guerra fratricida tra le truppe dell'Imperatrice
e i ribelli, allo scopo di impossessarsi dei grandi giacimenti di
preziosissima miara presenti sul pianeta Arcano.
Per fortuna il pescatore si rivelò essere proprio quello che sembrava,
cioè un pacifico montanaro alle prese con una preda più grossa del
previsto.
Quando i due riuscirono a issare il voluminoso "Grokus" dalle turbolente
acque del fiume, erano quasi completamente zuppi, ma euforici per il
successo ottenuto.
"Perdinci, un paio di anni fa ce l'avrei anche fatta da solo, ma il
tempo passa per tutti, ed io non sfuggo alla regola" disse il vecchio
terminando con una sonora risata.
Il sole splendente in un cielo privo di nubi avrebbe asciugato in breve
tempo gli abiti stesi sulle rocce, e nel frattempo il grosso pesce
liberato dalle interiora sarebbe stato cotto a puntino sui carboni
ardenti preparati allo scopo.
Inutile dire che l'intervento di Gual fu subito premiato con un invito a
prendere parte al festino; un invito che l'esploratore si guardò bene
dal rifiutare, considerando le ben note qualità organolettiche
dell'arrosto di Grokus, specie se generosamente innaffiato col
distillato di ginepro che il vecchio aveva fatto opportunamente saltar
fuori dalla propria bisaccia.
Nell'attesa potevano passare alle presentazioni.
"Iksus, del villaggio dei Rinder" disse il pescatore stringendo con
sorprendente vigore la mano dell'esploratore.
"Gualtierow della Kioskas di Launam, esploratore di Vulcar" rispose di
rimando Gual ricambiando la stretta.
"Vulcar? Ma guarda un po'!" replicò il vecchio con un mezzo sorriso,
aggiungendo subito dopo: "E come se la passa il giovane Dardel?".
"Dardel? Lo conoscete dunque!" chiese l'esploratore con una punta di
sorpresa nella voce.
"Non esattamente, giovanotto" chiarì a sua volta il montanaro,
aggiungendo poi: "Di lui so solo che, nonostante la sua giovane età, ha
fondato un gruppo di esploratori che ha preso il nome di Artemide Vulcar,
un uomo che dalle nostre parti era diventato un mito."
"Artemide Vulcar? Lo conoscevate di persona?" chiese Gualtierow,
divorato dalla curiosità di saperne di più sull'uomo la cui iniziale
figurava sull'uniforme di tutti gli esploratori posti sotto la guida di
Dardel.
"Conoscerlo è dire poco: abbiamo condiviso uno dei periodi più bui della
travagliata storia di Arcano, e lui è da considerarsi a giusto titolo
uno di coloro che contribuirono a salvare il pianeta dalla catastrofe a
cui stava andando incontro a causa della follia di Konuk."
"E' il fato ad avermi condotto alla vostra presenza, Iksus!" esclamò
Gual con sguardo acceso dall'emozione.
"Pensate" aggiunse poi "nonostante io sia l'attuale comandante dei
Vulcar, del leggendario Artemide so a malapena che è stato l'autore
della quasi totalità delle carte topografiche immagazzinate nel nostro
archivio del comando. Dardel non si era mai dilungato molto nel
raccontare la storia delle nostre origini!"
"Calmati esploratore!" esclamò il pescatore sorridendo alla vista di
quella fiammata di giovanile ardore. "Se proprio ci tieni a saperne di
più ti accontenterò, ma solo quando il nostro pranzo sarà pronto per
essere gustato come merita, ed avrò provveduto a estinguere in parte la
mia sete con un buon boccale di birra che ho provveduto a tenere in
fresco in un barilotto immerso nelle limpide acque del Kruill" disse poi
il vecchio, concludendo con un esagerato sospiro emesso nel tentativo di
nascondere il compiacimento che provava alla prospettiva di raccontare
ad un pubblico estremamente attento qualche aneddoto sui gloriosi tempi
che furono.
Capitolo II - Diversità di vedute
Gualtierow non stava più nella pelle.
Non era nemmeno in grado di assaporare l'arrosto di Grokus che, ormai
rosolato a puntino, faceva bella mostra di se su una larga pietra
levigata dall'azione incessante del Kruill.
Ormai pendeva letteralmente dalle labbra del vecchio Iksus, che aveva
cominciato a narrare del trentennio che seguì alla disfatta che
l'imperatore Konuk subì nella radura di Tumar ad opera delle
addestratissime Amazzoni di Roka.
"In quegli anni" raccontava il vecchio pescatore "c'era una strana
atmosfera... anche da queste parti, così lontane dal potere centrale e
dalle lotte intestine che avevano portato a spaccare letteralmente la
popolazione di Arcano in due fazioni che si distinguevano solo in base
agli attributi sessuali.
Molti di noi, abitanti delle montagne, si tennero alla larga da questa
follia collettiva che stava portando alla rovina l'intero continente. La
nostra vita era dura, ma potevamo contare su una certa sicurezza che ci
ripagava dei disagi a cui andavamo incontro soprattutto nei mesi più
freddi. Ci eravamo ingegnati piuttosto bene nell'attesa che tornasse la
pace e quindi la prosperità di cui avremmo finalmente potuto godere
anche noi.
Conoscevamo le montagne come le nostre tasche, e le nostre vigili
sentinelle erano in grado di vedere soldati e soldatesse, prima di
essere viste a loro vota, per cui avevano tutto il tempo di avvertire
gli abitanti dei piccoli villaggi dispersi tra i monti, i quali senza
perdere tempo si rifugiavano in anfratti difficilmente riconoscibili e
raggiungibili.
Nel periodo in cui Konuk si rese conto che le Amazzoni continuavano a
decimare le sue truppe in misura maggiore di quanto riuscisse la
controparte, il suo tentativo di reclutare tutti i montanari di sesso
maschile, e di schiavizzare quelli di sesso femminile, si fece più
insistente, ma molti di noi non vennero mai raggiunti dalle sue truppe.
Le Amazzoni, dal canto loro, si accontentavano di tutte le donne che si
presentavano spontaneamente per dare il loro contributo: avevano
compreso che la motivazione delle truppe dipendeva fondamentalmente dal
grado di libertà decisionale fornito a ciascun membro circa il fatto di
abbracciare la causa o meno. Il segreto della loro forza probabilmente
consisteva proprio in questo.
Anche alcune delle nostre donne scelsero di arruolarsi tra le amazzoni
per combattere il tiranno: una di loro si chiamava Saveltha, ed era la
donna che aveva conquistato il cuore di Artemide Vulcar.
Vulcar era generalmente di poche parole, ma in quella occasione diede
tutto se stesso per cercare di ricondurre l'amata alla ragione.
"Davvero non vorrai far parte di quel gruppo di esagitate, che riescono
a contrastare le truppe dell'imperatore solo facendo leva sull'odio
profondo verso gli Hammers di sesso maschile, un odio che coltivano
giorno per giorno come la più preziosa delle piantine, un odio che
finirà per snaturarle e privarle di qualsiasi armonia con la Natura che
ci circonda" tentò di dirle augurandosi in cuor suo che le sue parole
riuscissero a rinsavirla. Ma Saveltha gli si rivolse contro con i pugni
serrati gridandogli:
"Tu non capisci! Non possiamo limitarci ad assumere semplicemente il
ruolo di pacifici osservatori, mentre la terra che ci ospita vive gli
anni peggiori mai vissuti. Bisogna fare una scelta, ed optare per la
prospettiva migliore tra quelle disponibili. Quello che stiamo facendo
tra questi monti non si chiama essere artefici del proprio destino, ma
subire passivamente una condizione sulla quale non abbiamo la minima
intenzione di intervenire."
"Ma come fai" ribatté Vulcar con veemenza, "come fai a stabilire con
tanta certezza da quale parte stia il torto o la ragione. Entrambe le
parti sono assetate di odio e di desiderio di vendetta, entrambe le
parti non hanno che l'obiettivo di asservire l'altra parte alle proprie
esigenze, in una lotta senza esclusione di colpi condotta solo per il
controllo del potere.
L'imperatore potrà anche essere il tiranno senza cervello che dici che
sia, ma ti sei mai chiesta come sia stato possibile che per tremila anni
i primogeniti della famiglia imperiale fossero stati sempre e solo di
sesso femminile? Non pensi che anche questo abbia a che fare con la
stessa sete di potere che ha accecato Konuk?"
"Sono stati tremila anni di relativa pace e prosperità." rispose la
donna sommessamente, "la stessa pacifica esistenza che tu auspichi
continuamente per raggiungere con la Natura la piena armonia che decanti
tanto. Torna pure alle tue scartoffie, mio bell'esploratore. Io sono una
donna d'azione!"
E così dicendo Saveltha voltò le spalle all'uomo che amava
profondamente, per affrontare la nuova esistenza che l'avrebbe portata
tra le fila delle Amazzoni di Roka."
Capitolo III - Fine della neutralità
"Scartoffie?!!" esclamò Gualtierow interrompendo per un attimo il
racconto del vecchio Iksus, che si era ormai lasciato prendere
dall'enfasi, al ricordo della fiera beltà di Saveltha.
"Volete dire che all'epoca Artemide Vulcar aveva già cominciato a
disegnare mappe topografiche?" insistette il comandante dei Vulcar.
"Certamente ragazzo mio" rispose il vecchio, ed aggiunse: "Artemide era
eccezionale in questo. Aveva sviluppato un sistema di rappresentazione
topografica del tutto inedita, che gli permetteva di inserire un gran
numero di dati utili per chi avesse consultato le sue mappe, senza però
renderle caotiche e di difficile interpretazione. Inoltre le sue
misurazioni erano di una precisione incredibile, considerando i mezzi di
cui era dotato.
Inoltre si avvaleva di una documentazione abbastanza dettagliata che
aveva ereditato dal padre, valente mercante, il quale aveva l'abitudine
di tenere aggiornato un diario nel quale segnava tra l'altro anche dati
su tutte le vie percorribili presenti nella vallata prima che la guerra
infuriasse.
Quando terminò con la mappatura della zona delle montagne, Artemide
cominciò ad arrischiarsi nella pianura del Kruill, riuscendo ad eludere
sistematicamente la sorveglianza delle truppe di Konuk, nonché quella
delle Amazzoni di Roka, al fine di determinare l'ubicazione esatta delle
vie elencate nel diario del padre. Lo so bene perché, anche se non
capivo bene cosa lo spingesse a rischiare tanto, io lo accompagnai in
più di un'occasione, osservando il suo lavoro meticoloso con un misto di
ammirazione e scetticismo.
Era un esploratore nato, Artemide Vulcar, e generoso anche, visto che
non si limitava a tenere per se tutta l'enorme conoscenza raggiunta
attraverso le sue esplorazioni, ma desiderava trasmetterla agli altri
attraverso la sua opera cartografica."
"Incredibile davvero" commentò Gualtierow, e continuò chiedendo: "Ma a
distanza di tanto tempo, vi siete fatta una idea di cosa lo spingesse a
investire tanta energia in questa direzione?"
"Penso..." rispose Iksus dopo una breve riflessione, "penso che si
trattasse di rispetto... e di amore anche, amore verso la terra che ci
ospita e ci permette di vivere senza farci mancare nulla, a meno che non
siamo proprio noi, la razza umana, a mandare tutto in malora.
Vulcar era continuamente combattuto tra l'esaltazione che gli
procuravano le sue esplorazioni nella natura, e il disgusto per tutti
coloro che continuavano a deteriorarla, a minacciarne il futuro.
E fu evidentemente al colmo di una delle sue crisi che decise di
prendere parte attiva alla lotta, al fine di contribuire al
raggiungimento di una soluzione. Così scelse di parteggiare per la
fazione che sembrava rappresentare la prospettiva migliore tra quelle
disponibili: quella delle Amazzoni di Roka".
"Le Amazzoni? Certamente non si sarà aspettato di venir accolto a
braccia aperte." commentò ancora Gualtierow inarcando le sopracciglia.
"Hai colto nel segno, Gual." riprese a dire il vecchio Iksus "Io cercai
di dissuaderlo in tutti i modi, ma alla fine decisi di seguirlo, pur
convinto che si trattasse di un autentico suicidio.
Per quanto ne sapevamo, Saveltha avrebbe potuto essere già perita da
anni, per cui non eravamo nemmeno certi di poter contare su un suo
eventuale appoggio.
Caricammo su un mulo tutte le mappe che aveva disegnato fino ad allora:
il lavoro di quasi un paio di decenni scrupolosamente classificato, che
avrebbe fatto gola a entrambe le parti in lotta, se solo ne avessero
supposto l'esistenza.
Viaggiammo di notte, approfittando del chiarore delle lune arcanesi che
ci illuminavano vivide il percorso in quella stagione in cui il cielo
era quasi sempre sgombro da nubi. Foderammo gli zoccoli del mulo nei
punti in cui avremmo potuto essere sorpresi dalle ronde, e per capirci
ci limitavamo a scambiarci dei segni... noi gente di montagna non siamo
mai stati molto loquaci.
Vulcar conosceva bene l'ubicazione del quartier generale delle Amazzoni,
conosceva anche i tempi tra un cambio della guardia e l'altro per aver
osservato scrupolosamente le abitudini delle Amazzoni in occasione della
sua ultima esplorazione della zona.
Non ci avvicinammo troppo: il mulo era troppo ingombrante perché
passasse inosservato. Scaricammo tutto il materiale in una radura ben
nascosta all'occhio di chi non ne conoscesse l'esistenza, e vi lasciammo
anche la bestia da soma legandone la cavezza ad un ramo.
Quindi proseguimmo silenziosamente e percorremmo un antico passaggio
indicato nel diario del padre di Artemide, che ci permise di
oltrepassare agevolmente le postazioni delle guardie dell'accampamento."
Capitolo IV - Azione notturna
"Nulla vi garantiva che sareste stati ascoltati prima di diventare
bersaglio dei dardi avvelenati delle Amazzoni!" esclamò Gualtierow
cercando di esaminare la situazione raccontata da Iksus.
"Esattamente Gual" confermò il vegliardo, e riprese a raccontare.
"Per questo Artemide Vulcar aveva escogitato un piano molto rischioso,
ma che poteva funzionare. Io mi sarei tenuto alla distanza di circa
mezza millàntia: avrei potuto sentire agevolmente il segnale vocale che
Vulcar avrebbe lanciato al momento opportuno, allo scopo di informarmi
se la via fosse stata libera o se avrei dovuto darmela a gambe. In caso
di successo avrei dovuto tornare sui miei passi, caricare il mulo di
tutte le mappe di Vulcar e condurlo all'accampamento, sicuro che le
guardie Amazzoni mi avrebbero lasciato passare senza torcermi un
capello.
Se avessi invece ricevuto il segnale di fallimento dell'operazione,
avrei dovuto fare appello a tutta la mia capacità di passare
inosservato, per allontanarmi al più presto dalla zona calda, prima che
le Amazzoni organizzassero le ricerche per individuarmi.
Ci separammo quando era ormai notte fonda. Vulcar si mosse verso il
quartier generale delle Amazzoni come un'ombra. Grazie al passaggio,
ignoto alle Amazzoni, citato nel diario del padre di Vulcar, avevamo
entrambi oltrepassato la zona maggiormente sorvegliata, per cui
l'esploratore aveva buoni margini di manovra per individuare la tenda
nella quale riposava la persona più importante e ad un tempo più debole
di tutto l'esercito femminile: la Sacerdotessa Madras.
Grazie al suo formidabile spirito di osservazione individuò il posto che
cercava, e riuscì a scivolarvi dentro senza essere notato, armato di un
pugnale che avrebbe utilizzato a scopo intimidatorio.
La Sacerdotessa non dormiva; sembrava assorta in contemplazione di
un'icona che recava simboli che Vulcar non aveva mai veduto prima. Gli
dava le spalle, e non sembrava essersi resa conto della presenza
dell'intruso.
Artemide avrebbe potuto facilmente puntare il coltello alla gola
dell'anziana donna ed intimarle di essere condotto alla presenza di Roka
per parlamentare senza che lei si lasciasse accecare dall'odio feroce
verso gli individui di sesso maschile, compromettendo l'esito
dell'operazione da lui intrapresa. Avrebbe potuto, ma si limitò ad
osservarla in silenzio. C'era qualcosa di sovrannaturale in quella
donna, qualcosa che gli faceva ritenere di essere indegno di usare
contro di lei qualsiasi violenza.
La voce di lei sembrò rompere l'incantesimo che si era prodotto.
"Ti stavo aspettando, uomo delle montagne" disse senza nemmeno voltarsi,
e continuò dicendo: "Il motivo della tua visita deve essere molto
importante se hai deciso di rischiare la pelle per essere qui stanotte."
La prima reazione di Vulcar fu di puro sbigottimento: come faceva quella
donna a sapere... Ma poi si costrinse a padroneggiarsi, e dopo un breve
silenzio rispose:
"Venerabile Signora, ritengo che la mia presenza qui sia importante per
contribuire alla risoluzione di una disputa che sembra non aver fine".
A quel punto la sacerdotessa si voltò nella sua direzione sorridendogli
dolcemente, e disse: "Lodevole iniziativa. Alle prime luci dell'alba
renderò nota la tua presenza nell'accampamento e proporrò a Roka la
convocazione di tutto lo stato maggiore per una assemblea straordinaria.
Presumo che per te non sarà facile superare la diffidenza delle
Amazzoni, ma godrai del mio appoggio. Sai, io sono in grado di leggerti
dentro, e quel che leggo mi piace.
E adesso lasciamo perdere le questioni belliche, e concediamoci una sana
chiacchierata distensiva. Erano decenni che la presenza di un uomo non
mi metteva così a mio agio."
Il mattino successivo c'era fermento nella tenda che fungeva da sala del
consiglio. Le Amazzoni di grado più elevato erano state chiamate per
discutere di un argomento che non era stato ancor reso noto. Secondo
indiscrezioni si sapeva però che un uomo era riuscito ad introdursi
nell'accampamento, riuscendo a passare inosservato, e a prendere
contatto con una delle più eminenti personalità presenti al campo.
"Impossibile!" continuava a ripetere furibonda l'Amazzone che aveva la
responsabilità delle guardie disposte intorno all'accampamento, "le mie
ragazze non si sarebbero mai lasciate gabbare da una di quelle bestie
immonde senza cervello: se becco chi ha messo in giro questa storiella
soltanto per rendermi ridicola di fronte a tutti, le cavo gli occhi con
le mie stesse mani!".
"Silenzio!" esclamò ad un tratto Roka, superando il brusio crescente.
"Adesso verrete a conoscenza del motivo di questa assemblea. La
Sacerdotessa sta per raggiungerci, in compagnia di un... ospite
inatteso".
Il brusio cessò di colpo: adesso avrebbero saputo.
La Sacerdotessa entrò per prima, seguita da due robuste amazzoni che
scortavano Artemide Vulcar.
L'esploratore fu condotto al centro della grande tenda prevista per i
raduni, mentre tutte le altre si disposero formando diversi semicerchi
posti di fronte a un palchetto sul quale sedevano Roka, la Sacerdotessa
e le due Amazzoni che ricoprivano il grado più alto nella gerarchia.
Capitolo V - L'assemblea
"Non riesco a crederci! Artemide Vulcar era riuscito a rendere il suo
intervento nella contesa di importanza tale da ottenere di comparire di
fronte a tutto lo stato maggiore?" chiese Gualtierow con evidente
stupore.
Il vecchio Iksus tentò di chiarirgli le idee facendo alcune
precisazioni.
"Vedi Gual" disse, "la situazione sembrava bloccata in una fase di
stallo. Seppur le Amazzoni continuavano grazie alla loro grande
determinazione ad ottenere successi dissanguando lentamente le risorse
dell'imperatore Konuk, di quel passo sarebbe occorso ancora molto tempo
prima di chiudere la contesa con la resa del tiranno, perché le forze
erano quasi equivalenti. Di questo se ne rendevano conto anche Roka e la
Sacerdotessa. Qualsiasi elemento nuovo che avesse dato impulso alla loro
azione, avrebbe finalmente potuto fare la differenza. L'elemento nuovo
in questo caso non era solamente rappresentato dal valore della
documentazione offerta dall'esploratore, ma dal fatto stesso che le
fiere Amazzoni avrebbero potuto valutare il ricorso a un tipo di
collaborazione decisamente rifiutata fino a quel momento. I pochi maschi
presenti nell'accampamento erano i figli delle donne gravide che si
erano unite alle Amazzoni dopo la battaglia di Tumar conclusasi con una
inattesa sconfitta di Konuk. Questi uomini ricoprivano ruoli di infimo
ordine, ed erano sottoposti a una sorveglianza strettissima a causa
della grande diffidenza che le Amazzoni provavano nei loro confronti. La
stragrande maggioranza di loro riteneva gli uomini utili solo a
procreare le nuove leve e a permettere alle donne che coprivano i gradi
più alti di scaricare le tensioni originate dalle pesanti
responsabilità, grazie alle rare notti dedicate al culto dell'eros.
Per fortuna Roka aveva una mentalità più aperta di quella delle sue
Amazzoni: non dimentichiamo che lei teneva molto al padre della figlia
Nimira, per cui era disposta a riconoscere ai maschi un valore e una
dignità ben superiori a quelli riconosciuti loro fino a quel momento.
Inoltre la Sacerdotessa aveva espresso un giudizio positivo nei
confronti di Vulcar.
Ma doveva agire con prudenza. Si rendeva ben conto che il rischio di
originare delusione e risentimento in seno all'esercito di Amazzoni, a
causa di un repentino cambiamento di atteggiamento avrebbe potuto
risultare letale per la causa.
Così lasciò che l'esploratore difendesse da se la propria posizione,
augurandosi in cuor suo che fosse davvero così in gamba come sembrava.
Quando gli fu accordato il permesso di parlare, Artemide Vulcar cominciò
dicendo:
"Mi rendo conto di aver scelto un modo poco ortodosso per attrarre su di
me l'attenzione dell'alto consiglio del potentissimo esercito di
Amazzoni che sta dando tanti problemi alle milizie di Konuk. Ma ho
ritenuto che fosse l'unica via possibile per poter giungere alla méta
nel più breve tempo possibile, e con qualche possibilità di successo.
Chi di voi avrebbe altrimenti prestato attenzione alle parole di un
semplice abitante delle montagne venuto per offrire il proprio
contributo alla vostra causa?
La mia azione della notte scorsa non è stata fatta con l'intenzione di
evidenziare una falla nel vostro sistema di sicurezza, ma con quella di
dimostrarvi su quali punti di forza potrebbe contare il vostro esercito
nei prossimi tempi.
Sono anni che conducete azioni di guerriglia contro le truppe di Konuk.
Una tattica migliore non esiste. Per cui io vi esorto a continuare così,
ma in maniera più incisiva, avvalendovi di una conoscenza del territorio
molto più capillare di quella in vostro possesso, e una conoscenza di
tecniche operative piuttosto innovative... le stesse conoscenze che
hanno permesso a me di penetrare nel vostro accampamento senza essere
scoperto.
Vi sto proponendo innanzitutto un tipo di allenamento diverso da quello
che si limita a migliorare la vostra capacità di battervi; un
allenamento che affina tutti i sensi di cui siete dotate, e vi permette
di vedere e di sentire laddove il normale guerriero non riesce a
percepire nulla; un allenamento che vi rende parte integrante di tutto
l'ambiente che vi circonda, e fa crescere in voi la consapevolezza di
appartenere ad esso, e non solo di calpestarne la superficie. Ed oltre a
questo, metto a vostra disposizione tutto il lavoro che ho fatto in
quasi un ventennio di misurazioni e rilevazioni precise. Mi riferisco a
tutte le mappe in mio possesso, che riguardano un territorio che si
estende da qui alle montagne e alla fortezza di Konuk, su tali mappe
sono segnate tra l'altro tutte le vie percorribili ed i passaggi
possibili, che risulteranno utilissimi per colpire di sorpresa le truppe
del tiranno in maniera ancor più devastante."
Alle parole dell'esploratore seguì un mormorio indistinto.
Capitolo VI - Alleati
Il vecchio Iksus, dopo aver citato a Gualtierow le parole con cui si
espresse Vulcar all'assemblea delle Amazzoni, continuò raccontando della
reazione delle presenti.
Le parole dell'esploratore avevano provocato una ridda di commenti
emessi a voce bassa.
"Chi vuole esprimere un parere abbia la bontà di rivolgersi in modo
chiaro a tutto l'uditorio!" esclamò quindi Roka per stringere i tempi.
"Mettersi alle dipendenze di un maschio? Mai!" Disse la prima ad
intervenire, e tutta l'assemblea sembrò approvare sostenendola a gran
voce.
"D'accordo" cominciò a tuonare Roka, "abbiamo sentito un parere, adesso
calmatevi e sentiamone un altro!"
Quando i convenuti tornarono a tacere, un'altra Amazzone chiese la
parola e disse: "Se anche volessimo prendere in esame la sua proposta,
chi ci garantisce che costui non sia un fedele servitore del tiranno,
che sta solo cercando di carpire la nostra fiducia in attesa del momento
migliore per tradirci e colpirci alle spalle?"
Anche questo intervento produsse un'ondata di sdegno con conseguenti
imprecazioni indirizzate verso l'esploratore. L'intervento di Roka
questa volta fu ancor più categorico: un'altra esplosione di commenti di
quel tipo, e avrebbe sciolto l'assemblea, rimandandola a data da
destinarsi.
Allora fu Artemide Vulcar a chiedere e ottenere la parola.
"Se fossi stato un fedelissimo di Konuk, la notte scorsa avrei potuto
infliggere al vostro esercito un colpo durissimo pugnalando la
Sacerdotessa mentre mi volgeva le spalle. L'effetto sul morale delle
vostre truppe sarebbe stato nefasto, dovete ammetterlo."
A quel punto, tante furono le mani che si levarono per chiedere la
parola. Colei che la ottenne disse: "Tutta tattica: perché limitarsi ad
eliminare la Sacerdotessa se in una occasione migliore avrebbe potuto
eliminare Roka stessa, o addirittura entrambe? Io propongo di
giustiziarlo per evitare rischi inutili, ed anche perché ha osato
tentare di prenderci in giro!
Quest'uomo è un emerito sconosciuto spuntato dal nulla: tra di noi non
c'è nessuna che possa davvero garantire per lui."
Dopo quell'intervento tutti gli occhi si rivolsero verso Roka in attesa
della sua reazione. L'aspirante alla successione al trono dovette
ammettere che l'ultima Amazzone ad aver preso la parola non aveva tutti
i torti, e si stava rassegnando all'idea di dover condannare il
temerario esploratore al fine di evitare una pericolosa frattura in seno
al consiglio.
In quel momento una mano si sollevò da una delle file più arretrate.
L'amazzone che chiese ed ottenne il diritto alla parola si fece avanti e
disse rivolta all'ultima che aveva parlato:
"Sbagli a ritenere che nessuna di noi garantirebbe per lui. Io sono
disposta a farlo!"
Nell'assemblea si levò un mormorio di sorpresa. Dopo una breve pausa la
donna rivolse il suo sguardo verso l'esploratore e fissandolo con
un'espressione indefinibile aggiunse:
"Conosco quest'uomo da una vita, e anche se ritengo che sia stato un
pazzo ad imbarcarsi in una impresa del genere, metterei comunque la mano
sul fuoco circa la sua buona fede."
"Saveltha!" Esclamò Gualtierow, incapace di trattenere un grido di
entusiasmo.
"Proprio lei." rispose il vecchio in modo pacato, e riprese il racconto:
"Saveltha era cambiata durante i duri anni trascorsi nelle fila delle
Amazzoni. Non si era mai pentita della propria scelta, ma di tanto in
tanto levava il proprio sguardo verso le montagne che spuntavano
all'orizzonte, e sospirava al ricordo del paese in cui era nata e
cresciuta, della sua famiglia e della cerchia di amici, e soprattutto
dell'uomo che non riusciva a dimenticare. Fu proprio per liberarsi di
quei fantasmi del passato che si costrinse a concentrare la sua
attenzione unicamente sulle missioni a cui partecipava, e ad alimentare
l'odio verso il tiranno, i suoi seguaci ed i maschi in generale ogni
volta che le veniva di pensare all'amore.
Questo aveva fatto di lei una delle Amazzoni più determinate e spietate
di tutto l'esercito, cosa che la portò a salire rapidamente di grado
fino a poter far parte addirittura del Gran consiglio.
Ecco perché nessuna si aspettava un intervento del genere proprio da
parte sua.
A quel punto Roka prese la parola:
"Poiché Saveltha è disposta a garantire per lui, ordino che sia lei ad
occuparsi dell'esploratore finché non verremo in possesso delle mappe di
cui lui ha fatto cenno. Dopodiché stabiliremo come servirci di lui e
delle sue mappe. per la vittoria sul tiranno!"
"Per la vittoria sul tiranno" ripeterono all'unisono le presenti,
rispondendo al segno propiziatorio che Roka aveva fatto citando le sue
ultime parole.
Prima che l'assemblea si sciogliesse, Vulcar chiese un'ultima volta la
parola ed informò i presenti che una persona fidata stava attendendo un
segnale da parte sua. Nel momento in cui lo avesse ricevuto, sarebbe
andato a recuperare le mappe rimaste in una radura ben nascosta e si
sarebbe presentato disarmato al primo posto di blocco ad Est
dell'accampamento.
Una giovane Amazzone fu allora immediatamente inviata ad avvertire le
guardie del carico in arrivo.
Quando Artemide, scortato dalle due robuste Amazzoni al seguito di
Saveltha, uscì finalmente all'aperto, mise le mani alla bocca ed emise
un suono modulato ripetendolo tre volte. Avevo aspettato per ore che mi
lanciasse quel segnale, e quando finalmente lo sentii forte e chiaro,
emisi un sospiro di sollievo: il verso del Drakor tre volte di
seguito... bene, tutto era andato per il meglio!
Anche le Amazzoni presenti avevano sentito il verso, ed erano rimaste
colpite dall'abilità dell'esploratore nell'emetterlo: sembrava proprio
autentico.
Dal canto suo Saveltha si limitò a pensare: "Il verso che il Drakor
emette nella stagione degli amori. Che impudenza!" mentre un
impercettibile sorriso le increspava le labbra.
Capitolo VII - L'assedio
Il vecchio Iksus sembrava ormai inarrestabile, nel tradurre in parole le
ancor vivide immagini presenti nella sua memoria, nonostante fossero
trascorsi molti anni.
Ma Gualtierow non chiedeva di meglio: Dardel Tyrel era sempre stato
piuttosto vago parlando dell'esploratore che diede il nome al gruppo
posto sotto il proprio comando.
Il tempo di bagnare la lingua con un sorso di birra fresca, ed il
pescatore riprese il racconto.
"Sebbene le sue prerogative avessero convinto un gran numero di
Amazzoni, a Vulcar non fu mai concesso di addestrare un gruppo di
giovani donne alla sottile arte dell'esplorazione. Almeno gli concessero
una tenda singola nella parte di accampamento riservata ai maschi. Prima
di poter presenziare ai raduni previsti per stabilire quali dovessero
essere le azioni di guerriglia più vantaggiose, gli venne concesso di
intervenire solo tramite Saveltha, la quale cominciò a frequentare
l'esploratore con sempre maggior frequenza, evidenziando una...
dedizione alla causa fuori dal comune.
Grazie alle carte topografiche di Vulcar, i successi delle Amazzoni
guastatrici divennero sempre più eclatanti, e di pari passo crebbe il
rispetto per l'esploratore, al quale venne concessa via via una
autonomia sempre maggiore. Gli fu permesso di addestrare un certo numero
di ragazzi, che sarebbero diventati i primi esploratori del gruppo dei
Vulcar."
"C'era anche Dardel tra loro?" chiese Gualtierow interrompendo per un
attimo il pescatore.
"No, Dardel si unì al gruppo solo diversi anni più tardi, quando la
compagnia mineraria Global Detector aveva già cominciato a mostrare i
suoi rapaci interessi sui giacimenti di miara presenti sul pianeta.
Dardel non conobbe mai Artemide Vulcar... sarà stato per questo che non
ve ne ha mai parlato esaurientemente.
Ai "ragazzi di Vulcar", così li chiamavano, fu concesso di addestrarsi
sul campo e ben presto, nonostante la loro giovane età, mostrarono di
essere in grado di apprendere rapidamente, tanto che sempre più spesso
venivano annessi singolarmente a gruppi di Amazzoni che si occupavano
delle ronde, e in seguito addirittura di quelle impegnate in semplici
azioni di guerriglia. Ne erano diventati le "mascotte", per così dire, e
questo fatto si sarebbe rivelato determinante in futuro, per
"ammorbidire" l'atteggiamento di disprezzo che le Amazzoni avevano
maturato nei confronti di tutti i maschi del pianeta.
Nei due anni che seguirono, l'attività di Artemide era stata
instancabile. Era impegnato su diversi fronti: da un lato
l'addestramento, dall'altro lo studio di nuove proposte per colpire il
nemico sempre più duramente. Senza contare le esplorazioni che
continuava a fare personalmente per rendersi conto di entità e
disposizione delle forze avversarie in campo.
Ben presto Konuk si era reso conto di non poter più contrastare
efficacemente l'offensiva continua delle Amazzoni, per cui, come ben
sai, si risolse di dare alle fiamme l'intera foresta di Arcano in un
ultimo disperato tentativo di eliminare con essa anche le temutissime
Amazzoni.
Il progetto giunse alle orecchie delle streghe che vivevano nel palazzo
imperiale, le quali resesi conto che l'incendio avrebbe significato la
fine per tutti, mandarono una di loro a informare le Amazzoni delle
intenzioni del despota.
Non restava che tentare di fermare l'imperatore assediando il palazzo
imperiale. Quando l'esercito di Roka circondò il nemico asserragliato
all'interno del castello, sembrò che lo scopo principale dell'assedio
fosse stato raggiunto: la foresta non sarebbe stata incendiata.
Ma la giovane strega che era stata inviata dal castello e si era unita
alle Amazzoni, ricevette dalle sue consorelle rimaste nel palazzo
imperiale, un messaggio portato da un corvo addestrato allo scopo.
Il messaggio diceva che un primo nutrito gruppo di cavalieri armati di
frecce incendiarie era riuscito a lasciare il palazzo prima che venisse
assediato.
Nessuna di loro sapeva dove fossero diretti.
Ormai la battaglia infuriava: entrare nel castello si rivelò più
difficile del previsto. Roka non poteva permettersi il lusso di inviare
gruppi di Amazzoni nella foresta, nel tentativo di intercettare i
cavalieri di Konuk. Né d'altra parte si poteva ignorare il pericolo che
i cavalieri rappresentavano per la sopravvivenza di una grande fetta di
foresta Arcana.
Roka convocò prontamente Vulcar chiedendo il suo parere in proposito.
"Maledizione!" esclamò lui, inorridendo all'idea di ciò che sarebbe
potuto accadere. Poi si costrinse ad esaminare lucidamente il problema.
"Vediamo un po'... se io fossi Konuk, in che direzione spedirei un
gruppo di incendiari che avesse l'intento di recar più danno possibile?"
Mentalmente l'esploratore passò in rassegna tutte le mappe da lui
disegnate, che riguardavano la foresta. E con esse considerò una
quantità innumerevole di dati riguardanti il tipo di piante prevalenti,
la conformazione territoriale, la direzione e l'intensità dei venti in
quella stagione.
A un certo punto si illuminò in viso. "Ma certo!" esclamò convinto. "La
vallata di Brand!"
Poi continuò dicendo, al colmo dell'eccitazione "Si tratta di una
valletta il cui bosco è composto in prevalenza da alberi molto ricchi di
resina, il cui legno è particolarmente apprezzato per come brucia.
Se gli alberi di quella piccola foresta prendessero fuoco, a causa dei
venti molto sostenuti in questa stagione, esso si propagherebbe in breve
tempo alla foresta contigua e l'incendio diverrebbe inarrestabile.
Roka, ho bisogno soltanto di una decina di Amazzoni in gamba per
risolvere il problema. Tagliando per le montagne posso arrivarvi prima
di loro, e fermare sul nascere la loro nefanda azione dalle conseguenze
inimmaginabili."
"E sia!" rispose la condottiera. "Penso di soddisfare appieno la tua
richiesta mettendoti a disposizione Saveltha e dieci Amazzoni di sua
scelta." concluse strizzandogli l'occhio.
"Non avresti potuto interpretare meglio il mio desiderio, mia signora"
rispose Vulcar accennando un inchino.
Capitolo VIII - L'incendio
Il gruppo di Amazzoni capeggiato da Vulcar si lanciò verso le montagne
cavalcando di gran carriera. Per fortuna le tenebre erano ridotte dalla
presenza di entrambe le lune di Arcano, ed il cielo era privo di nubi.
La Dea sembrava propiziasse l'intervento dell'esploratore e le sue
guerriere. il sentimento di unità che aleggiava tra loro era qualcosa
che sembrava fosse d'altri tempi: uomo e donna fianco a fianco nella
lotta contro il male, senza disparità di sorta, con pari dignità e
sostenuti dal rispetto reciproco.
Cavalcarono sfiancando i loro destrieri, finché non dovettero proseguire
a piedi a causa del percorso montano che non rendeva possibile l'uso dei
cavalli.
Agili come felini continuarono ad arrampicarsi lungo il sentiero appena
accennato tra le rupi, finché non raggiunsero il passo che li avrebbe
condotti direttamente nella vallata di Brand.
Stava già albeggiando, cionondimeno si resero subito conto di essere
arrivati troppo tardi: piccoli focolai d'incendio erano già visibili in
diversi punti della foresta sottostante. Ed il vento sarebbe cresciuto
ancora dopo il sorgere del sole.
"Che la dea li fulmini !" Esclamò Saveltha imprecando. Poi si rese conto
che Vulcar, completamente assorto, guardava in direzione della cresta
montana che si ergeva al di sopra del piccolo fiume che scorreva al
margine della vallata.
"Amore, cosa facciamo?" disse lei, prima ancora di rendersi conto di ciò
che pronunciavano le sue labbra.
"Amore?... erano anni che non mi chiamavi così" rispose l'esploratore,
perdendosi un attimo negli occhi di lei.
Ma si scosse subito e riprese il controllo di se stesso. Non era il
momento di lasciarsi andare.
"Forse siamo ancora in tempo per fermare l'incendio" disse Vulcar
rivolto a Saveltha.
"Vedi quel costone di roccia lassù?" continuò a dire l'esploratore, "è
da tempo che avevo notato di quanto fosse instabile. E' solo questione
di tempo: nel momento in cui crollerà, farà piombare nel letto del fiume
tanto di quel materiale da farlo straripare all'istante. Ciò
comporterebbe l'allagamento di tutta la vallata, capisci?"
"Sarebbe una benedizione in questo momento!" esclamò l'Amazzone, mentre
le sue speranze cominciarono a riaccendersi.
"Per provocare la frana" aggiunse Vulcar "non dobbiamo far altro che
salire sulla cresta che sovrasta il costone pericolante e lasciarvi
cadere sopra un paio di massi di grossa dimensione"
"Che aspettiamo dunque? Al lavoro!" esclamò infine Saveltha e informò le
altre sul da farsi.
Giunti in cima alla cresta individuarono subito un paio di massi che
avrebbero potuto fare al caso loro.
Con enorme fatica fecero cadere il primo, ma non bastò. Nella vallata
intanto il fuoco divampava sempre più. Farne cadere uno alla volta non
sarebbe bastato: bisognava farli cadere contemporaneamente per
accentuarne l'effetto dirompente.
Muovendosi con circospezione prepararono allora diversi cumuli di grandi
pietre lungo la cresta, con l'intento di farli precipitare all'unisono.
Quando pensarono di essere pronti si disposero dietro ogni cumulo, e al
segnale cominciarono a spingere. I massi caduti tutti insieme produssero
l'effetto sperato: con uno schianto tutto il costone crollò nel letto
del fiume deviandone il corso. Uno ad uno i focolai d'incendio cessarono
di espandersi non appena le acque raggiungevano la base degli alberi in
fiamme. Agli incendiari non rimase che abbandonare il materiale che
occorreva loro per appiccare il fuoco, e cercare di mettersi in salvo.
Vittoria su tutta la linea.
L'esultanza delle Amazzoni, che dalla cresta avevano visto tutto, era
indescrivibile: sembravano indiavolate, mentre si abbracciavano a
vicenda.
Saveltha raggiante si volse infine verso il punto in cui avrebbe dovuto
essere Vulcar, ma non lo vide. Di colpo ebbe un presentimento. "Artemide!"
gridò.
Notando l'espressione disperata di Saveltha, le altre Amazzoni zittirono
di colpo.
"Dev'essere caduto spingendo il suo masso!" balbettò lei, inorridendo al
solo pensiero,"dobbiamo trovarlo!" concluse in un soffio.
Era ancora vivo, quando lo trovarono diverse antie più in basso,
semisepolto dalla frana che gli aveva spezzato in due la colonna
vertebrale. Era ancora vivo e cosciente, ma non ne avrebbe avuto per
molto. Le Amazzoni al seguito di Saveltha si fecero discretamente in
disparte, per lasciare che fosse lei e lei soltanto a dargli l'estremo
saluto.
Non sono mai venuto a sapere cosa si dissero, so solo che dopo la
incoronazione di Nimira, pur avendo dinnanzi la prospettiva di una
brillante carriera come Amazzone, Saveltha lasciò il corpo, e di lei non
si seppe più nulla.
Mi piace pensare che Roka, trafitta a tradimento dal pugnale avvelenato
di Konuk, e Artemide Vulcar, morirono nello stesso istante, e percorsero
insieme la via che porta nel regno della Dea, con la consapevolezza di
aver entrambi fatto tutto ciò che era in loro potere per riportare la
pace e... l'amore nella nostra bella terra.
Epilogo
Anche se non voleva ammetterlo, Gualtierow aveva gli occhi lucidi quando
il vecchio Iksus terminò il racconto.
"Avevo l'intenzione di recarmi alle fonti del Kruill per comprendere il
senso degli eventi accadutimi negli ultimi tempi" gli disse
l'esploratore, e aggiunse: "Ora non ne sento più la necessità. Adesso ho
tutte le risposte alle domande che mi ponevo.
Sta per albeggiare. Mi metterò subito in marcia per tornare a casa, con
l'intenzione di imprimere nuovo slancio a tutta la mia esistenza".
Gual ringraziò di cuore il vecchio che lo aveva trattato con tanta
ospitalità, e si congedò da lui dopo aver raccolto tutte le sue cose.
Ripercorrendo il sentiero che lo aveva condotto fino a lì, già si
rallegrava di poter raccontare tutto quello che aveva udito ai "suoi"
Vulcar, in primo luogo ai suoi due più valenti luogotenenti:
l'infaticabile Taal, che era alle prese con una completa
ristrutturazione del Comando Vulcar, e l'impareggiabile Vaughan, che
riusciva come nessun altro a tenere vivi i rapporti con gli altri gruppi
di Arcano.
In quel momento gli venne in mente che avrebbe potuto farne un libro,
perché no. Un libro che rimanesse in archivio a disposizione di tutti
coloro che avrebbero desiderato conoscere la vera storia del mitico
Vulcar.
E quando fosse stato scritto, quel libro lo avrebbe fatto leggere anche
a lei, Dolceluna, la donna che riusciva ad ispirarlo come nessun'altra.
la donna che, diversamente da Saveltha con Vulcar, si era donata al suo
Gualtierow incondizionatamente, ed avrebbe continuato a farlo fintanto
che entrambi fossero rimasti in vita.
Gualtierow, Comandante degli
Esploratori Vulcar
|