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Notte sulla Kioskas

Notte sulla Kioskas, rigiro tra le mani la missiva di Paido; mi ha fatto piacere essere accolto con calore dal mio comandante.
Il braciere in centro alla stanza illumina di bagliori rossastri le pareti spoglie imbiancate a calce; fuori fa freddo in questa stagione, ma io mi siedo al caldo accanto al fuoco, sui morbidi tappeti che ho steso appena ho preso possesso della mia baracca.

Sono avvezzo a dormire anche sotto le stelle, e trovo comunque confortevole questa sistemazione.
Gli esploratori di Lokot è un reparto scelto di uomini duri, poco avvezzi a dare confidenza al primo venuto; come del resto lo sono io.
Rifletto su queste cose e intanto consumo la mia cena frugale: un pane ed un pezzo di formaggio che ho estratto dalla mia bisaccia.
Non ho vino e neppure ospiti a cui offrirne. Ma non sento la mancanza ne dell'uno, ne degli altri.
Rifletto sulla mia condizione, con una certa serenità, e sui fatti di cui ho udito in giro.
Domani voglio fare un salto alla taverna. Domani. Stasera voglio solo dormire.
La porta si apre di colpo lasciando entrare un refolo di vento gelido, ed una figura si staglia per un attimo sulla soglia, in piena luce con il buio della notte alle spalle; avvolta in un caldo mantello, un cappuccio a celare il viso, ma non lo scintillio di due occhi selvaggi, adatti a scrutare nelle tenebre.
In un lampo scivola all'interno e chiude la porta alle sue spalle, tra le pieghe del mantello fa capolino la lunga spada a lama liscia.
Apre il mantello ed una mano si insinua veloce verso l'impugnatura, ma prosegue fino alla fibbia della cintura che lega l'arma alla vita sottile, la fibbia porta lo stemma delle Amazzoni di Mokada; una mano scioglie la fibbia e l'altra solleva la spada deponendola accanto alla mia, vicino alla porta , inguainata nel fodero finemente decorato.
Un motivo di filigrana d'argento ricopre il velluto blu notte che riveste il metallo leggero del fodero.
Il disegno arabescato raffigura un tralcio frondoso che sfuma verso l'elsa in un drago di foggia orientale; tra gli artigli il drago stringe due scudi rotondi con intarsiate due iniziali, ed intorno ai cerchi degli scudi altri segni.
Conosco quegli intarsi; recano incisi due nomi nei caratteri runici di una lingua che comprendo bene.
Uno dei due nomi, è il mio.
-"Non si usa più bussare ?" dico in tono scherzosamente burbero alzandomi in piedi.
Per tutta risposta l'amazzone si avvicina a me, abbassa il cappuccio sulle spalle e slaccia il mantello lasciandolo cadere ai suoi piedi; poi mi prende il viso tra le mani e avvicina le sue labbra sorridenti alle mie.
Vedo scintillare i suoi occhi, dalla felicità di rivedermi, sento la sua voce: -"Ti stavo aspettando.."
La bacio con tenerezza, chiudendo gli occhi.
-"Non hai perso tempo a farti conoscere per il tuo brutto carattere."-
Non gradisce particolarmente l'accenno a quando l'avevo soccorsa pochi giorni prima, semi annegata sulla riva del Kruill.
Ero uscito a caccia da solo, come facevo sovente, quando l'avevo trovata distesa a sputacchiare acqua dopo un tuffo di parecchi metri.
L'avevo raccolta e caricata sul suo cavallo che era li accanto a lei.
La conoscevo bene, era la giovane amazzone che avevo conosciuto appunto durante una battuta di caccia, tempo addietro.
Un mio veltro aveva attaccato un cinghiale e lo aveva spinto verso di me che lo avevo finito col pugnale. Rialzandomi avevo visto lei, in tutta la sua bellezza, i capelli bruni raccolti in una coda di cavallo, e l'armatura leggera di cuoio da amazzone.
Arrestato il cavallo mi guardò piuttosto male, senza proferire parola.. e solo allora mi accorsi che il cinghiale aveva una freccia conficcata in un fianco.
Certo il colpo non era mortale, ma comunque la preda spettava a lei.
Le sorrisi prima di scomparire nel folto della boscaglia e per un attimo mi parve di vedere addolcirsi la sua espressione fiera.
Il giorno dopo tornai alla radura e dopo una breve attesa la vidi arrivare sul suo cavallo.
I lunghi capelli sciolti sulle spalle, ornati di un semplice nastro con una chiusura a forma di farfalla.
Non portava arco ne faretra, ma solo una corta daga dall'elsa finemente cesellata.
Ricambiò il mio saluto, unendo il pollice e il mignolo sollevati, quindi si avvicinò a me e finalmente scese da cavallo.
-"Il mio nome è Nara, amazzone di Mokada e tu, cacciatore, non dovresti sfidare la collera della divina imperatrice Nimira, cacciando i suoi cinghiali di frodo nelle sue foreste."-
Le dissi il mio nome e parlammo a lungo camminando nel bosco, e quando risalì sul suo cavallo mi promise che sarebbe tornata.
Così fu per diverse volte, fino a che non scoprimmo di amarci.
Poi all'improvviso non la vidi più, ed avevo quasi deciso di andare a cercarla, quando la ritrovai sulla riva del fiume, pochi giorni prima, ed il suo cavallo la aveva riportata a casa; al galoppo.
Mi sembrava strano, i ribelli non si erano mai spinti fin laggiù, e questo mi dava preoccupazione.
-"Sono stata via un po'."- mi dice una volta seduta accanto a me davanti al fuoco.
Era stata mandata a conquistarsi il fregio, mi aggiunge orgogliosa e fiera.
Anzichè complimentarmi per il suo valore, come avrei voluto fare, rimango immobile con un sorriso enigmatico sulle labbra; gli occhi puntati sulla mia uniforme, appesa in un angolo accanto alla porta, sulla quale spicca il fregio, identico al suo.
Gira lo sguardo in quella direzione, e.. notato il piccolo prezioso ornamento che sta sotto al mio avatar di Esploratore, dapprima scoppia in una risata argentina, poi mi si getta addosso e rotoliamo abbracciati sui tappeti.
Quando è sopra di me, mi sibila sul viso, sorridendo: -"Sapevo che eri un dannato figlio di buona donna, ma non fino a questo punto: che aspettavi a dirmelo?"-
Si rannicchia fra le mie braccia, fiera di me e di se stessa, ed incomincia a baciarmi sul viso a piccoli baci inframmezzati dal suo ridacchiare selvaggio.
 

Galath




 

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