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Passaggio verso l'ignoto

di Pioggia e Petros

1 - PIOGGIA

L’ingresso della caverna scavata nella roccia di lava e basalto che scende dal Pulp di Nistra verso antichi meandri, come molte altre situate nel sottosuolo di Arcano, dopo giorni di lavoro è stato ripulito.

Con una scorta di quattro amazzoni e quattro portatori, una scrivana, un mago, più un uomo che viene dalle terre sconosciute e che avrebbe avuto il compito di guidarmi oltre i meandri del mondo antico, inizio un viaggio che mi porterà a conoscere una zona di Arcano che è situata sulla riva di un grande lago o mare, ove vivono alcuni popoli che non sono ancora stati contattati dall’imperatrice Nimira.
Lo scopo è quello di mappare un nuovo territorio, catalogare alcune specie di animali di cui si è solo sentito parlare e di scoprire se alcuni villaggi diano vita a quelli che sono conosciuti come ribelli e quindi poter agire preventivamente su questa piaga che spesso crea scompiglio e morte tra gli abitanti fedeli a Nimira.
Il fatto di passare nelle caverne, ci permette di oltrepassare con minor rischi e forse minor tempo la catena montuosa di Nosambra.
Una pattuglia di esploratori, più avanti, ci raggiungerà attraversando Nosambra con l’aiuto delle Hibryan.
Dopo alcune ore raggiungiamo il Crox, in quel punto il cunicolo fortunatamente si lascia alle spalle gli altri livelli che sono crollati dopo la battaglia vinta da Nimira contro le forze ribelli.
V’è da aprire un poderoso cancello e una volta richiuso dietro le nostre spalle, riconsegniamo le chiavi lasciateci dal Custode alle due amazzoni che hanno il compito di riportarle indietro; questo per non rischiare che qualcuno ne venga in possesso e sfruttare un passaggio per attaccare dall’interno Arcano.
Il passaggio è volutamente stretto per motivi strategici, è illuminato tenuemente dalla miara incastonata nel basalto.
L’aria è umida e il vapore a volte esce abbondante dal suolo rendendo il cammino faticoso ad ogni passo e da alcuni cunicoli laterali rimbombano echi lontani di una terra che non ha ancora smesso di agitarsi.
Ogni dieci ore interminabili di cammino, si raggiungono delle salette in cui è possibile sostare in malo modo per un meritato riposo.
Dopo otto periodi di cammino, raggiungiamo un secondo cancello.
Questo vuol dire che stiamo per raggiungere l’uscita, ma il fatto che non arrivi aria pulita mi fa pensare che troveremo qualche ostacolo.
Il cancello è chiuso ma per l’apertura non esistono chiavi, ma una formula magica; quindi, il nostro mago inizia il suo lavoro.
Occorrono almeno due ore per aprirlo ed ora ci aspettiamo di dover ancora sudare per ripulire l’uscita. Una grande pietra chiude il passaggio ma a fianco ad essa riusciamo ad aprire un varco e dopo esser passati lo richiudiamo.
Ora l’aria è freschissima e un rombo di cascata riempie l’ultimo tratto di cunicolo e dopo una curva ci ritroviamo in una terrazza naturale situata all’interno della cascata.
Nessuno sa cosa ci aspetti oltre quel muro d’acqua, solo Tzeneka, la guida, ha un vago dubbio sul luogo ove ci troviamo.
Attraversiamo con eccitazione il muro d’acqua, passando lateralmente, attenti a non scivolare sulla roccia bagnata e di là, la visione di quell’immensa distesa di acqua che prende il nome di Mare di Ur.
In verità, non si sa se sia un mare o un enorme lago, Tzeneka stesso non lo sa e lo conosce poco.
Ma sa che è abitato da lunghi serpenti e grandi anfibi e alcune sue isole, da uomini sconosciuti che venerano un dio a forma di drago e forse fanno sacrifici umani.
La scrivana prende nota di tutto e aiutata da una amazzone inizia a disegnare una carta.
Siamo almeno a trecento o cinquecento metri sopra il livello dell’acqua e da qui si può tracciare una mappa abbastanza dettagliata della costa.
Il sole è alto e ne approfittiamo per scendere e prepararci alla prima notte nel mondo sconosciuto e mentre si montano le tende e si iniziano i turni di guardia, osservo Nosambra alle mie spalle finalmente, con le sue alte guglie innevate.
La stanchezza prende il sopravvento e la notte trascorre tranquilla sotto le stelle.
Domani ci aspetta l’ignoto e, sarà un bel giorno.


2 - PIOGGIA

Il risveglio avviene sotto una pioggia martellante, fortunatamente siamo al riparo di una rupe, il fragore della cascata si mescola con l’incessante e martellante pioggia che scende copiosa.
Nessun allarme nella notte, ma nella tenda del mago sono entrati due piccoli rettili apparentemente innocui e con la scrivana inizio a prendere subito nota.
Si tratta di due piccole iguana, o simili; recano una piccola cresta e una membrana quasi trasparente, rossastra, sul dorso, tenuta in tensione da protuberanze ossee, a mo di ventaglio.
Il loro colore è verde smeraldo con, sotto il mento, una zona di un bel colore blu o turchese a seconda del riflesso.
Camminano in stretto contatto l’un l’altra e sembrano curiose e per niente impaurite.
Non presentano canini o mandibole possenti e il loro sguardo, al contrario di molti rettili, è simpatico.
Porgo loro un frutto e subito, dopo una breve annusata, lo mangiano.
Ben presto la loro presenza diviene familiare.
Tzeneka dice di averne vedute di più grandi e che alcune leggende popolane le accosta a possenti draghi che tutt’oggi vivrebbero in luoghi inaccessibili.
Il temporale si fa più forte e rende impossibile uscire da quel riparo naturale; il vento urla spazzando il fogliame degli alberi e l’acqua della cascata nebulizza e vola via lasciando la traiettoria iniziale sotto forma di milioni di goccioline.
Guardo Tzeneka che scruta attentamente il fitto della foresta dall’altra parte della radura, mentre gli altri, le amazzoni e i portatori, stanno seduti attorno al piccolo fuoco parlando e ridendo.
Mi avvicino alle sue spalle e rimanendo dietro di lui guardo a mia volta nella stessa direzione.
Il suo volto presenta sintomi di apprensione.
A fatica, attraverso la pioggia cerco di mettere a fuoco la zona alberata che si presenta a circa cento metri davanti a noi.
Rimango silenziosa e cerco di capire cosa avrei dovuto vedere.
D’un tratto, quando già le mie labbra stavano per interrompere quella situazione, vediamo due grossi cespugli scossi fortemente da qualche cosa o qualcuno nascosto dietro di essi.
Poi… più nulla; volatilizzato.
Cosa fosse stato, proprio non sarei mai riuscita a capirlo e anche la guida non aveva spiegazioni da dare al riguardo.
Ordino alle amazzoni di mantenere turni di guardia anche di giorno. Non vorrei avere sorprese spiacevoli.
A tarda sera, insieme alla scrivana, cerco il modo migliore per poter descrivere quella giornata e soprattutto di pensare a ciò che avevo visto tra gli alberi.
Il giorno successivo, quando esco dalla tenda, la pioggia non scende più e lascia posto ad un cielo striato ed un’alba spettacolare.
Vedo Tzeneka e il mago, accompagnati da due amazzoni camminare in mezzo alla radura tornando dal luogo del mistero. Dicono che hanno scorto solo rami spezzati e nulla più.
Faccio preparare la partenza e poi ci incamminiamo in direzione del mare.
Dopo quattro o cinque ore, raggiungiamo la riva e anche se deserta, la kopler intima a tutti di arrestarsi e manda una amazzone in avanscoperta.
Lestamente la guerriera con un passo felino raggiunge l’acqua, poi si china a raccogliere una pietra e la scaglia con forza in quello specchio immenso.
Non aveva mai visto tanta acqua tutta insieme; si china, ne riempie il cavo delle sue mani e ne fa un piccolo assaggio dopo averla annusata.
La sua reazione è istintiva e sputa ripetutamente a terra.
Gridai forte < è MAREEE!!! È MAREEE!!! >.
Gli sguardi degli astanti furono di stupore, spiegai loro che l’acqua del mare è salata e quindi non buona da bere.
Il mio passato mi permetteva di sapere cose che per molti di Arcano erano ignote.
Toccai la calda acqua sulla battigia notai che il basso fondale era ricoperto di alghe, il fiume generato dalla cascata non creava evidentemente un movimento tale da permettere alla piccola baia un riciclo naturale.
Poco lontano, infatti, si notava una estesa piantagione di canne tipiche delle zone paludose e un poco più a largo, degli isolotti.
Notai una cosa alquanto strana e cioè la totale assenza di …. uccelli.
Si riusciva a scorgere solo alcune sagome in volo nei pressi dell’isola più lontana; troppo lontana per capire cosa fossero.
Tzeneka dice che vi sono alcune isole e solo poche sono abitate, di queste un’isola chiamata Moghulyas è abitata da “selvaggi” che praticano cannibalismo e sacrifici umani e portano scompiglio tra i villaggi di pescatori che abitano sulla terra ferma, ogni qualvolta che lasciano l’isola per i loro misfatti. Il mago mi fa notare che il nome dell’isola in questione potrebbe essere associato a quello della Dea Moghul e che i suoi abitanti pratichino gli stessi culti di Arcano chissà da quali radici.
Comunque l’isola si trova a parecchi giorni da qui e non è visibile da questa zona.
La sabbia è sottile e chiara, presenta piccolissime scaglie di miara, frammenti di erosione.
Qua e la, delle grosse conchiglie giacciono arenate, alcune molto belle, altre grandi quanto un barile di rum; alcuni cumuli di sabbia di circa dieci, quindici centimetri mi fanno capire che la spiaggia è abitata da granchi e difatti una delle amazzoni, ne colpisce uno con la sua freccia e me lo porge.
Lo presi, lo aprii e sotto lo sguardo dei presenti, lo mangiai. Quella sera mangiammo carne fresca e la sera scorse tranquilla.
A domani.


3 - PIOGGIA

A notte fonda, vengo svegliata da una strana melodia, una musica di strani suoni ma soave e armoniosa.
Esco dalla mia piccola tenda di pelle e sulla riva vedo la figura del nostro mago.
Mi avvicino e con l’indice davanti al naso, in segno di silenzio, si rivolge a me: <LO SENTI ANCHE TU?>, viene di la, oltre la piccola isola.
Un tenue chiarore, come di fuochi accesi, faceva capolino dalla sommità. Sembrava fosse una festa e la musica dolcissima arrivava seppur lievemente, alle nostre orecchie.
Potrebbe essere l’isola di cui parlava Tzeneka, ma lui disse che quell’isola era ben più lontana.
Il mattino mi accorsi che gli uccelli che avevo notato ieri sopra l’isola, ora erano sopra di noi, molto alti e numerosi. Sembravano corvi.
<LA NOSTRA PRESENZA E' ORA SEGNALATA!> disse la guida; mi spiega che aveva udito di un popolo di “cacciatori” che usava gli uccelli per rintracciare la preda e che correvamo un grosso pericolo se questi erano “i loro” uccelli.
Ci incamminiamo lestamente per raggiungere il bosco, li saremo più riparati da eventuali sorprese.
Il gruppo cammina in fila indiana e le amazzoni perlustrano l’intorno, nessuna traccia degli uccelli spia; arriviamo in una stretta gola, le pareti scoscese da una parte ci riparano da attacchi, dall’altra c’è la possibilità di rimanere imbottigliati.
All’uscita, una radura, strani alberi spogli in un paesaggio surreale si stagliano verso il cielo.
La scrivana cerca di descrivere al meglio ciò che vediamo e solo ora capisco di essere in un bosco…… contrario.
Quegli strani alberi, non sono spogli, sono “semplicemente” rovesciati; quelli che sembrano rami, sono in realtà radici e il fogliame a terra, unito da poderose ramificazioni, sono foglie.
Probabilmente attingono umidità dall’aria e gettano al suolo.
Un cupo silenzio anticipa l’apparizione di fronte a noi, di guerrieri che portano addosso costumi coloratissimi di piume di uccelli.
Sembrano minacciosi, il loro atteggiamento è indifferente e prudente (ricordo di aver notato il comportamento di un uccello nel cacciare un inerme lombrico, gli gira intorno indifferentemente poi senza un apparente interesse gli si avventa contro e il verme è scomparso, mangiato).
Cosi, senza esitare ordino di colpire. Quell’ordine arriva un attimo prima che l’attacco degli uomini uccello avvenga e i dardi delle amazzoni colpiscono precisi non solo al cuore ma soprattutto la baldanza e gli altri, quelli non colpiti, si ritirano nel bosco.
Ci avviciniamo ad uno di quei guerrieri caduti e notiamo quanta maestria nel manufatto di piume che porta addosso, colori e motivi ricamati con cura e con migliaia di piume d’uccello di ogni sorta.
Mi avvicino e gli tolgo una collana di piccolissime ossa e piume legate assieme e la porgo ad uno dei portatori.
Quel bosco rovesciato meriterebbe una visita più approfondita ma la nostra salvaguardia è ben più urgente.
Proseguiamo velocemente guardando ogni angolo e anfratto, non avremo possibilità in uno scontro con un intero esercito e dobbiamo lasciare prima possibile questa zona, per quanto sarebbe stato molto interessante cercare di conoscere quel popolo; sono qui proprio per questo.
Aspetteremo almeno i rinforzi e quando e se arriveranno decideremo cosa fare.
Raggiungiamo la cima di una collinetta da dove possiamo controllare la situazione e li ci accampiamo. Da quassù si vede il bellissimo e calmo mare che riflette in una lunga scia di luccichii, la luna piena di questa notte; due isole si stagliano all’ingresso della baia, ed una, la più lontana, emana bagliori di fuochi e ad ogni folata di vento, una leggera musica ci raggiunge.


4 - PIOGGIA

Anche questa notte la musica degli uomini-uccello raggiunge i nostri giacigli e nessuno di noi, benché le amazzoni sarebbero state di guardia, riesce a dormire tranquillo.
Faccio colazione con del latte condensato del lattaio di Nistra e, davanti a me, il panorama del mare. Insieme alla scrivana, pasteggio dei dolcetti a base si sangue di cinghiale e rileggiamo i suoi appunti.
D’un tratto, sullo sperone di roccia che si staglia nel blu del mare, appostato, scorgo un uccello con delle piume coloratissime, un bellissimo gruccione.
Lo conosco bene e lo descrivo alla scriba. Vola via e subito un grido di allarme mozzato di una delle amazzoni di guardia lacera l’aria.
Gli uomini “uccello” ci accerchiano e brandiscono le loro lance e frecce.
Siamo circondati e non posso fare a meno di rimanere impressionata dalla bellezza dei loro ornamenti prima che dalle loro armi.
Il loro atteggiamento di attesa si ripete per la seconda volta ma questa volta, anziché ordinare l’attacco, mi faccio avanti porgendo a quello che mi pareva il capo, visto il suo copricapo diverso e molto più appariscente degli altri, una tazza fumante di tè.
Tutto tace e quando sono a circa cinque metri da lui, l’uomo alza il braccio destro verso i suoi compari.
Mi guarda con due occhi spalancati che risaltano nel centro del trucco blu del suo viso.
Mi avvicino ancora un poco e alzo la coppa verso il suo viso, poi faccio un piccolo sorso e glielo porgo di nuovo.
Accompagno il gesto con un sorriso e lui finalmente allunga la mano. Prende il contenitore e lo avvicina alla bocca; annusa, ci guarda dentro poi, fissandomi negli occhi lo assaggia.
Quella che poteva divenire una smorfia di disprezzo con conseguente ordine di attacco, diventa invece un sorriso e beve di nuovo, con gusto.
Faccio cenno di seguirmi e, con lui, i suoi amici.
Prima di seguire i miei passi mi fa allontanare di qualche metro e, quando mi rigiro verso di lui, inizia a muoversi.
Lancia un grido in cielo e i suoi guerrieri lo seguono sino al grande fuoco che ancora ardeva nel centro dell’attendamento.
Tzeneka, la nostra guida, riesce per fortuna a comunicare qualche parola con loro e cosi riusciamo a capire qualche cosa di quel misterioso popolo.
Per esempio che la loro terra è una ampia zona di caccia e loro vivono sull’isola Paraysijo e che sono nemici acerrimi dei Moghulyasi, quelli di cui parlava Tzeneka.
Hanno però le loro stesse abitudini: la caccia tramite un rapporto strettissimo con gli uccelli che scovano per loro le prede e, i sacrifici alla loro divinità che però non comportano uccisioni umane ne, tanto meno, il cannibalismo.
Il capo ci invita sull’isola e per qualche giorno rimaniamo ospiti volentieri e racconto loro delle storie su Arcano e su Nimira.
Sull’isola vivono uccelli di tante specie, i loro colori sfumano in iridescenze incredibili e il rapporto che essi hanno con l’uomo non ha eguali.
Riesco a catalogare molte specie animali, il mago apprende alcune ricette medicali dallo sciamano indigeno e la nostra guida chiede in continuazione informazioni su posti interessanti, pericolosi e sulle lingue parlate.
Procede tutto a meraviglia e il grande capo, Liryo, invaghito della nostra kopler, non fa che portarla a zonzo sulle rive dell’isola.
Anche qui vivono quegli strani alberi e, proprio come pensavo, crescono innalzando le radici in cerca di luce e gettano i rami e le foglie e i frutti sul terreno, rimanendo semplicemente appoggiati al loro piedistallo di fronde; li chiamerò appunto “irebla”, sino a che qualcuno troverà nome più appropriato.
Il quinto giorno, un grande avvoltoio si posa sulla grande capanna di Liryo che troneggia al centro del villaggio.
Porta notizie di stranieri penetrati nel territorio, scesi dalle Montagne nelle Nuvole, credo sia Nosambra, si stanno avvicinando al tratto di mare dinnanzi alla nostra isola.
Devono essere una decina, non so come ma gli abitanti del villaggio riescono a capire e tradurre ogni lamento e stridulio del grosso uccello.
Chiedo di essere ascoltata e spiego che potrebbero essere i nostri amici passati da Nosambra e due delle nostre amazzoni andranno in avanscoperta con i guerrieri paraysijani a verificare.
Gli esploratori, sei, più le due amazzoni, lasciano l’isola immediatamente con delle curiose e veloci piroghe che sfoggiano ai due lati dello scafo in legno, due ali che seguono rimanendo asciutte, il moto ondoso e con la velocità rendono più stabile l’imbarcazione sfruttando la loro portanza.
Liryo mi spiega che, tantissimo tempo addietro, i suoi antenati vivevano sulle montagne e quando avvenne il terribile cataclisma ( ? ), uno straniero arrivò con uno strano ed enorme uccello di metallo e portò in salvo molte giovani coppie, su questa isola abitata solo da uccelli e li, rimasero, ricominciando una nuova “era”.
Gli uccelli divennero il loro punto di riferimento, i loro occhi e da sempre vengono venerati in ricordo di quello straniero.
Purtroppo, in questa leggenda, v’è una lacuna: da dove vengono, chi li portò in salvo e come mai hanno le stesse usanze e simili idoli, gli altri uomini uccello di Moghulyasi ??
Questo, Liryo non me lo ha saputo dire.
Intorno al fuoco, io, il mago e la scrivana, stiamo ad ascoltare affascinati quella strana leggenda, poi lo sciamano, dopo un intenso sguardo con il suo capo, si alza e va verso la sua tenda con fare misterioso.
Quando torna porta in mano una scatola impreziosita di ori e pietre. La appoggia a terra nel mezzo dei presenti e la apre, molto lentamente, come contenesse qualcosa di fragilissimo e misterioso…… ci guardiamo negli occhi per un attimo poi la luce vivace del falò incomincia a penetrare il pertugio mentre il coperchio si solleva e la nostra attenzione si concentra sullo strano oggetto che fa capolino.
<UN ELMO!>, esclama il mago.
<SI MA, NON UN NORMALE…ELMO>, dico io.
Lo sciamano lo solleva e, tenendolo in mano davanti a noi, dice che era di proprietà dello straniero che ha salvato il suo popolo.
Era di un colore blu scuro ma molto deteriorato; ai lati, in corrispondenza delle orecchie, v’erano due protuberanze con decine di forellini; sulla parte anteriore, delle grandi lenti nere e sulla fronte presentava uno stemma argenteo composto da due ali con al centro quello che sembrava essere un pianeta.
Non v’era dubbio, quell’elmo era di proprietà di un pilota, forse degli Stati dell’Unione, ma loro, gli uomini uccello, “sapevano” che quello era il copricapo del loro salvatore e questa era la verità assoluta.
Forse la leggenda aveva un fondamento di verità; come sempre.


5 - PETROS

I miei impegni m’impedirono di organizzarmi prima.
Ma, finalmente, una settimana fa, riuscii ad organizzare il secondo gruppo di spedizione esplorativa nelle terre ignote.
Abbiamo oltrepassato, da poco, il muro di cascata e stiamo scendendo verso la costa di quest’enorme bacino d’acqua.
Riconosco l’odore salmastro… è mare!
L’emozione è grande mi prendo qualche secondo per ammirarlo e notare la conformazione della costa poi riprendo il cammino al seguito del resto del gruppo.
Tre amazzoni, un esploratore ed un guerriero che scortano me, uno scribano, una maga, una strega ed un mercante.
Camminiamo velocemente cercando di annotare il più possibile particolari e morfologia del terreno, ma, per prima cosa, dobbiamo raggiungere il primo gruppo di esplorazione con Pioggia a capo.
Tutti notiamo un gruppo di volatili passare sulle nostre teste. Fanno un unico passaggio e si allontanano.
Ci guardiamo un attimo in silenzio e proseguiamo.
E’ primo pomeriggio. Abbiamo raggiunto la spiaggia ai piedi della cascata, ed improvvisamente vediamo tornare, di gran fretta, gli esploratori e le amazzoni andati in avanscoperta.
Ci fanno segno di appostarci e nascondersi dietro le fronde di strane piante. Un’amazzone ci raggiunge:
“Sta arrivando qualcuno su delle imbarcazioni da una delle isole!”
In questo enorme golfo, vi è un piccolo arcipelago ed alcune isole devono essere abitate.
“Mi raccomando, nessun attacco” Rispondo “Siamo in missione pacifica. Prima di rispondere con le armi, assicurarsi dell’ostilità effettiva.”
L’amazzone, comandante del drappello, annuisce.
Aveva già disposto la vedetta e posizionato gli altri elementi secondo gli schemi già discussi e preordinati prima della partenza.
L’imbarcazione si avvicina e l’amazzone di vedetta esce dalla postazione, distante circa duecento metri da noi, e ci segnala di fare altrettanto.
Ci avviciniamo e, nel mentre, le imbarcazioni approdano alla riva.
Sono i nostri amici! Accompagnati da alcuni indigeni con ornamenti variopinti.
Ci salutiamo e, con la gestualità, facciamo subito conoscenza con i due rappresentanti di questo popolo sconosciuto.
Il capo gruppo della prima spedizione ci dice che Pioggia ci sta aspettando sull’isola dove risiede il villaggio di questa popolazione.
“Bene, signori! Non ci resta che raggiungere Pioggia!” Dico sorridente al gruppo.
L’unico problema sono le imbarcazioni insufficienti.
Mi avvicino ad un indigeno e cerco di spiegargli il problema. Sembra capire i miei gesti. Mi fa cenno di attendere e lancia uno strano urlo, molto stridulo, nell’aria.
Passano alcuni secondi e vediamo arrivare uno stormo di uccelli, simile a quello visto poco prima. Una volta raggiunto il nostro gruppo, lo stormo resta in volo circolare una decina di metri sopra l’indigeno che, a sua volta, li guarda ed emette un altro suono verso di loro.
Gli uccelli ripartono. L’uomo mi guarda e mi sorride soddisfatto.
Sono passati pochi minuti ed ecco arrivare altre imbarcazioni, simili a delle piroghe.
“Batal! Batal!” Iniziano a gridare i due indigeni, indicando le imbarcazioni. Doveva essere la loro denominazione.
Sono profondamente impressionato ed emozionato nel notare il rapporto che questo popolo ha instaurato con il mondo che li circonda. Sembrano in perfetta armonia con la natura.
Ci fanno cenno di salire in barca. Saliamo tutti sui batal e ci avviamo all’isola.
Siamo arrivati. Scendo dall’imbarcazione e raggiungo Pioggia che mi sta venendo incontro.
“E’ un piacere rivederti carissima Pioggia! Ti porto i saluti di tutti. Ho portato anche delle scorte di viveri, attrezzi per la misurazione, altra carta ed inchiostro gentilmente offerta dalla Suprema!
Ti ricordo, per formalità, che la nostra missione è assolutamente pacifica. Dovremo essere osservatori ed esploratori quanto più possibile discreti. L’unico vero, reale e conosciuto pericolo per noi è la Global Detector: ho saputo che ha già inviato i suoi esploratori… Non credo che abbiano le nostre stesse intenzioni. Perciò, sempre allerta!…”


6 - PIOGGIA

L’arrivo di Petros e di tutto il suo gruppo mi riempie di gioia anche se porta delle cattive notizie riguardanti la Global Detector. Per questo motivo sono stati costretti a percorrere la nostra stessa via e non per Nosambra, probabilmente.
L’importante è ora essere tutti uniti.
Purtroppo riferisco dell’incontro con queste genti che è costato la vita a due di loro e ad una amazzone, purtroppo la paura e la mancanza di esperienza nelle azioni di guerra hanno avuto giocoforza.
Petros mi fa coraggio e mi dice che ogni scoperta ha le sue vittime, a suo tempo ce ne ricorderemo.
Ci scusiamo con il grande capo Liryo per la pacifica invasione e chiediamo solo di poter fare riposare i nostri amici un paio di giorni, per poi riprendere la nostra strada.
Con Petros quella sera parlai a lungo spiegando che il mio sogno era quello di raggiungere Arcano percorrendo una lunga ellisse, anche perché, secondo lo stregone di Paraysijo, gli uccelli hanno percorso tutta la costa e sono ritornati all’isola dopo alcuni mesi dalla parte opposta.
Questo vuol dire che il mare presenta una strozzatura e si può tentare l’attraversamento, oppure questo non è un mare ma un enorme lago salato.
I due scriba, in questi due giorni, hanno elaborato e messo in ordine gli appunti e creato una mappa della zona percorsa dopo l’uscita dal tunnel.
Il lavoro mi pare egregio. Nimira sarà soddisfatta.


7 - PIOGGIA

Il distacco dai nostri amici di Paraysijo avviene una mattina calda ed assolata, il grande capo saluta calorosamente tutto il gruppo, soprattutto la nostra kopler.
Il viaggio per alcuni giorni non presenta inconvenienti o pericoli, riesco a catalogare un orso molto grande, alcuni rettili e farfalle e sembra che la zona sia abitata da lupi poiché i loro ululati riecheggiano sinistri nelle notti.
Il sesto giorno, mentre gli altri attrezzano l’attendamento, durante il tramonto, mi allontano per andare a lavarmi in una sorgente vicina e li noto tra gli alberi, nell’oscurità, un individuo vestito di uno scuro mantello, accompagnato da due lupi neri che lo seguono come fossero la sua ombra.
Si muove come se fosse sospeso a pochi centimetri dal terreno apparentemente distratto. Stranamente non provo paura ma invece un senso di assopimento mi pervade e inizio a seguire l’individuo; scompare ma continuo a camminare per una meta ben precisa ma di cui ne ignoro l’esistenza.
Un enorme albero davanti a me attira la mia attenzione e mi avvicino speditamente; ci arrivo vicinissima e mi insinuo in una fenditura alla base del gigantesco tronco.
Una pallida luce giallastra mi fa strada e salgo per ripide scale.
La parete interna è pulsante, strane venature la percorrono, ogni tanto alcuni tenui bagliori attirano il mio sguardo e continuo a salire.
Alla fine delle scale, una coltre di nebbia molto densa mi impedisce di vedere dove metto i miei piedi, mi fermo.
Una voce stridula mi indica di proseguire dodici passi. Ho un sussulto, ma le mie gambe iniziano a contare.
…..undici….. dodici; mi arresto, davanti i miei piedi appare una enorme voragine, la voce parla ancora e io ripeto le parole; non conosco il significato di quella lingua, ma sembra una formula di magia. Continuo a ripetere parole senza senso e le mie gambe iniziano di nuovo a camminare.
La voragine è sempre li, chiudo gli occhi, non sento quella sensazione di vuoto allo stomaco tipica di quando si precipita, ma neanche sento un punto di appoggio sotto i miei piedi.
Arrivo ad un tempietto, con in cima alle scale, un grande altare.
Mi fermo dinnanzi a quel monolite levigatissimo, dalla luce gialla dinnanzi a me appaiono i due lupi poi dietro di loro il mantello nero.
Mi fa cenno di spogliarmi e di sdraiarmi.
Come in stato di assoluta sottomissione, faccio ciò che mi ordina.
Quell’essere inizia subito uno stridulo lamento e alza in aria un calice d’oro, ripete il rito più volte; la luce attorno si fa più forte, i lupi danno segno di nervosismo.
Passando sopra il mio corpo, rovescia lentamente il calice e un liquido rosso come il sangue inizia a bagnarmi.
Un caldo fuoco al suo contatto mi pervade e sento il dolore aumentare velocemente senza che io possa reagire in alcun modo.
Un dolore atroce nel basso ventre mi attanaglia, vedo la mia pancia gonfiarsi, sempre di più, sino a che il rito termina e con lui anche il dolore.
L’essere incappucciato accenna ad uno sguardo e ad un sommesso ghigno.
Si allontana ed io cado in un profondo sonno.
Quando mi sveglio, la mia pancia è gonfia e la paura inizia a farsi padrona.
Torno precipitosamente sui miei passi e inciampo scendendo le scale, rovinosamente.
Batto violentemente la pancia e un rigolo di sangue violaceo esce dalla ferita.
Un lamento sovraumano riecheggia nella profondità di quel passaggio, mi sento in pericolo e vedo il losco figuro scendere precipitosamente, con fare sinistro, brandisce un lungo pugnale, mi sento perduta e ricomincio a correre per le scale… mi sta per raggiungere.
Vedo dinnanzi a me la luce dell’esterno, ed una voce familiare che mi chiama: è Petros.
Esco all’esterno e sento il fiato della figura al collo, cado di nuovo e mi sovrasta la sua ombra.
Il sibilo di dardi familiari che sfrecciano sopra di me in direzione dell’ombra, la colpiscono, vacilla e rientra nella cavità.
Petros, con in mano una torcia, appicca il fuoco a quel passaggio infernale, l’albero si incendia rapidamente come se intriso di olio o resina.
Dell’ombra nessuna traccia. Sono salva.
Abbraccio Petros con forza e lo supplico di portarmi via di là .


8 - PETROS

“Pioggia non preoccuparti, ora è tutto finito!”
Feci appena in tempo a dire queste parole che Pioggia svenne.
La presi in braccio e, con il gruppo mi avviai all’accampamento che stava all’incirca un’ora di cammino.
Nella sacca avevo delle erbe medicinali tonificanti, che Nurah mi donò per il viaggio.
La strega preparò un infuso che ella avrebbe bevuto appena sveglia.
Ero preoccupato. Il gonfiore al suo addome non faceva presagire nulla di buono.
Mentre aspettavo il suo risveglio, ripensai a pochi giorni prima quando i nostri due gruppi si divisero per esplorare la costa nelle due direzioni opposte che si presumeva dovesse riunirsi o riavvicinarsi dopo aver percorso un lungo semicerchio.
Al secondo giorno di esplorazione, il nostro gruppo vide diversi batal venirci incontro.
Il loro messaggero corse da me trafelato e preoccupato.
Per quel poco che sapevo del loro linguaggio, riuscii a capire che il loro stregone ebbe una premonizione in cui Pioggia sarebbe stata in grave pericolo imminente.
Non perdemmo un attimo di tempo: salimmo sulle imbarcazioni che ci condussero fino all’accampamento di Pioggia, sulla costa.
Mentre vegliavo su Pioggia, il messaggero si avvicinò.
Mi spiegò con difficoltà che avremmo dovuto portare Pioggia dallo stregone, prima possibile.
Mi consultai con la strega. Era molto perplessa. Non aveva mai visto nulla di simile. Le chiesi se si poteva bloccare in qualche modo l’incantesimo o rallentarne gli effetti.
Lei annuì ed iniziò immediatamente il rito.
Quando finì mi disse che l’incantesimo inflitto a Pioggia era molto potente ed il suo contro incantesimo non poteva durare a lungo.
Organizzai la partenza, salimmo sui batal e ci dirigemmo a Paraysijo.
Appena sbarcati sull’isola, Pioggia rinvenne.
Le sorrisi rassicurandola: “Pioggia siamo in buone mani!” Indicando lo stregone.


9 (L'ISOLA DEI DRAGHI) - PIOGGIA

La brutta esperienza con il losco personaggio mi ha lasciato una strana sensazione e, anche se lo stregone e Petros mi hanno rassicurato, mi rimane la certezza che l’ignoto che perdura su queste terre è davvero tanto.
Spero che non siano solo pericoli quelli che troveremo.
La zona orientale che percorriamo è delimitata da montagne aride e da una costa frastagliata colma ora di isolotti apparentemente disabitati e per lo più aridi o con a volte solo boschi di arbusti.
Alcune, le più vicine e interessanti, le visitiamo per catalogare vegetali o animali presenti.
Abbiamo appresso un paio di batal, le imbarcazioni dei nostri amici uomini uccello servono per raggiungere isole e attraversare lo stretto di mare che dovremmo incontrare prima o poi ed in più lo stregone e due guide prestateci da Liryo che ci aiuteranno nel percorso.
Questa mattina, all’alba, Mitriok lo stregone si presenta a me e Petros e con voce affannata ci parla di una premonizione: quell’isola che ieri abbiamo scorto coperta di nuvole, emana secondo lui, una straordinaria forza di ignota origine.
La nostra guida Tzeneka dice che forse è l’isola abitata dai draghi raccontata nelle leggende, che vivevano segregati nell’isola per via di un incantesimo che li voleva morti non appena toccavano la terra ferma; una antica leggenda che ci incuriosiva e malgrado la riluttanza dello stregone, che conosceva quella storia, decidiamo di preparare le due imbarcazioni e prendere la via per quell’isola misteriosa.
L’avvicinamento all’isola non è agevole, tutta la costa presenta scogli frantumati e solo una piccola insenatura permette l’approdo alle agili imbarcazioni.
Appena scesi a terra ci accorgiamo che subito iniziano le pendici di una montagna di cui non si scorge la cima poiché ottenebrata da dense nubi.
V’è dapprima una fascia boschiva e ci addentriamo al suo interno, un piccolo passaggio tra tronchi secolari e rocce ci permette di salire.
Petros prende il comando assieme alla kopler e la guida, avanzano attenti ad un centinaio di passi davanti a noi; la salita è ripida e dopo un paio d’ore raggiungiamo le prime nebbie, l’aria si fa fredda e l’umidità riempie i polmoni.
Il gruppo avanza ora compatto per via della scarsa visibilità, il silenzio è…. assordante, solo una lieve brezza che scivola tra i pertugi delle rocce sempre più nude e scoscese.
La guida davanti d’un tratto ferma il gruppo e chiama a raccolta lo stregone; a terra davanti a loro, due scheletri umani, carbonizzati, giacciono a terra.
Lo stregone blatera frasi impossibili e lancia polverine estratte da una sacca verso i poveri resti.
Le nuvole sciamano e Petros indica una rupe, vi saliamo e in cima, si spazia alla nostra vista l’interno di un cratere immenso circondato dalle montagne, in cui un clima completamente diverso ha permesso la crescita di una estesa foresta.


10 - PETROS

Le guide non avrebbero mosso un passo di più. Il territorio gli era totalmente sconosciuto.
Io e Pioggia ci guardammo. Sapevamo che stavamo sfidando la nostra buona sorte.
Proseguire o tornare indietro?
Da un lato la curiosità e la voglia di portare a termine la nostra missione ci spingeva ad inoltrarci verso l'ignoto.
Era d'importanza vitale sapere cosa ci fosse nelle zone inesplorate di Arcano. Ne andava del futuro del nostro popolo.
Nimira fu molto chiara quando ci dette l'incarico.
Per contro avevamo la responsabilità dell'incolumità di 20 persone.
Il nostro gruppo ci osservava in attesa di una direttiva. I loro sguardi erano saldi come la compattezza che ci legava l'uno all'altro.
Non avevano dubbi sulle nostre decisioni e si vedeva la profonda consapevolezza della situazione.
Non era un'azione di guerra, ma la missione aveva una valenza altrettanto importante.
Guardandoli, nei miei pensieri, mi compiacevo della maturità con cui affrontavano la missione.
Un ultimo sguardo d'intesa e Pioggia disse al gruppo che avremmo continuato l'esplorazione.
- Domande? - Chiesi loro.
- Nessuna, Petros. - Disse la Kopler che guidava il gruppo, che poco prima si era consultata col capo pattuglia dei guerrieri - Vorrei solo un po' di tempo per organizzare la formazione del gruppo affinché assicuri una sorveglianza ed una sicurezza maggiore, vista la situazione.-
- Certamente prendiamoci il tempo necessario per organizzarci al meglio.-
La Kopler annuì. Fece un cenno e due amazzoni e due guerrieri partirono a piedi in avanscoperta.
Poi organizzò la retroguardia e due combattenti che controllavano a distanza i due fianchi della spedizione.
Stavamo per accingerci a partire, quando lo sciamano ci raggiunse con la sua scorta.
Accolsi con grande sorpresa la sua decisione di partire con noi.
Tentai di dissuaderlo. Sarebbe stato più difficile per noi proteggere altre persone, ma, con non poca difficoltà, riuscì a dirmi che per lui era molto importante capire e svelare il mistero di quei luoghi.
Pioggia acconsentì, ed anch'io pensai che loro qualcosa più di noi su quei luoghi, seppure poco, dovevano saperlo.
Fu così che c'inoltrammo nella fitta foresta.
Ogni tanto ci fermavamo per annotare ciò che vedevamo di nuovo. Gli scribani stavano facendo un ottimo lavoro.
"Se ne usciremo vivi," pensavo," la nostra relazione sarà ricca e dettagliata."
Il percorso si rivelò tranquillo per un bel po'.
Ad intervalli di tempo determinati, gli esploratori, accompagnati dagli uomini dello sciamano, tornavano per riferirci il grado di sicurezza del percorso e le vie più agevoli.
Ogni volta che tornavano indietro per noi era un sospiro di sollievo, perché, nel caso in cui avessero tardato di pochi attimi, sarebbero stati considerati morti, il gruppo avrebbe dovuto tornare immediatamente alle barche e un plotone di guerrieri sarebbe partito alla ricerca dei corpi e di informazioni sull'accaduto.
Nulla di questo accadde.
Ma la tensione salì quando ci trovammo di fronte una massiccia costruzione in pietra conficcata ai piedi di una montagna.
Le imponenti proporzioni, la perfezione e la raffinatezza dell'architettura ci stupì non poco.
Angoli e levigature nette e precise. La tecnologia e le attrezzature adoperate erano di gran lunga più avanzate delle nostre.
In mezzo alla facciata della costruzione, in cima ad una scalinata, si aprivano tre grandi archi.
Non c'era altro tempo da perdere. Ci organizzammo ulteriormente e, dopo esserci muniti di torce, entrammo.
L'ingresso era sufficientemente illuminato, tanto da farci notare gli strani mosaici che adornavano le pareti laterali.
Sul lato destro credo fosse raffigurata una costellazione. La guardai attentamente e notai una certa familiarità, ma non ricordavo quale fosse, ammesso che fosse stata una costellazione.
Buio e grande era il corridoio che si presentava ai nostri occhi.
C'inoltrammo guardinghi. Anche se non c'era segno di esseri viventi, non aveva l'aspetto di un posto disabitato.
La cosa più strana era che nessuno di noi sentiva paura. Era tutto così stranamente familiare.
Marciammo per un bel po' di tempo e finalmente intravedemmo della luce in fondo al corridoio.
Ci avvicinammo con cautela. Raggiungemmo la fonte di quella luminescenza.
Era un'altra apertura che sfociava in un enorme locale dal soffitto altissimo al centro del quale vi era una sorgente di luce.
Restammo ad osservare intorno impietriti dalla bellezza di quel luogo. Ed ecco che, ad un certo punto vedemmo avvicinarsi a noi tre figure umane..


11 - PIOGGIA

Un brivido percorre la mia pelle, i tre uomini o chiunque siano, malgrado le apparenze benevoli, camminano appaiati e moderano lo stesso passo tra loro…. i loro movimenti sono sincronizzati all’unisono e seppur appunto, non ostili, emanano una energia di strane origini.
Lo stregone rimane impassibile anche se nel suo volto mi pare di scorgere un leggero sorriso beffardo.
Si fermano a circa cinque metri dinnanzi a noi, alzando il braccio destro e puntando in cielo un lungo bastone attorcigliato.
Li guardo negli occhi, attimi di attesa spasmodica si susseguono nella nostra mente.
Ad un certo punto, lo stregone, come per comunicare, chiude gli occhi e si irrigidisce.
Colle mani al cielo Mitriok lo stregone inizia a lanciare lamenti e i tre individui, impassibili, iniziano a lievitare alzandosi dal terreno come sorretti da un cavo invisibile.
Mitriok improvvisamente si accascia al suolo emettendo un liquido verdastro dalle labbra e dalle orecchie…. tutti noi restiamo agghiacciati da quella visione e solo Petros si accorge di ciò che sta accadendo ai tre figuri e lancia un grido richiamando la nostra attenzione.
Alzatisi di almeno due metri da terra quei tre si mettono uno di fronte all’altro ed adesso la figura è un unico individuo; “che stregoneria è questa??” domanda Petros.
Ciò che adesso forma un unico personaggio, inizia a cambiare la sua forma….. in una nuvola di fumo, inizia a prendere forma la figura di un essere mostruoso…. ed ecco che si materializza in un grande drago, dal colore rossastro e occhi di ghiaccio.
È difficile capire se il tutto fa parte di una allucinazione collettiva, ma il nostro stregone accasciato a terra era una terribile realtà.
Il bestione inizia a volteggiare in quell’atrio gigantesco, un suono stridulo echeggia dalle lontane pareti, ogni tanto una fiammata esce dalle sue narici.
Il ricordo và immediatamente ai due corpi carbonizzati scorti in cima alla montagna.
Guerrieri e amazzoni, armi in pugno si dispongono attorno a me e Petros, attimi di terrore e di esterrefazione dinnanzi a quello spettacolo si insinuano prepotentemente nelle nostre teste.
In un attimo il drago svanisce, come inghiottito dall’immensità del luogo; lo stregone si riprende e affannosamente ci spiega che era in comunicazione con i tre individui.
La loro trasformazione in drago era legata al fatto che si sentivano in pericolo poiché nel nostro gruppo aleggiava la presenza di Othok, il terribile stregone che li aveva imprigionati in quella terra circondata dal mare; Mitriok indicò la mia pancia…. da lì proveniva la loro paura.
Eppure lo stregone era riuscito a guarirmi da quella gravidanza forzata…. eppure...
Resta il fatto che dobbiamo andarcene velocemente perché la mia presenza non è gradita e il rischio è quello di finire in pasto ai kapibar, grandi topi che tengono puliti questi meandri.
Durante la discesa dall’enorme cratere, parlo a lungo con Mitriok, chiedendo spiegazioni.
“La magia ha i suoi poteri perché nelle persone albergano la paura e la speranza!.... più paura ha un uomo, più potere ha la magia… Othok lo sa benissimo!”.
Continuo la discesa, poi mentre ci dirigiamo all’altra sponda, sulle batal…. sento la mia pancia muoversi poi come in una improvvisa perdita mestruale, sento scivolare del sangue tra le mie gambe... lo stesso colore violaceo della ferita all’addome, poi come svuotata da ogni energia, mi abbandono addosso allo stregone ed odo un lungo lamento che si allontana.
Prima di svenire spossata, riesco a vedere gli occhi di Petros e del mago, che mi guardano con la consapevolezza che adesso è tutto finito; Othok non mi fa più paura.


12 - PIOGGIA

Riprendiamo il cammino pochi giorni più tardi, quell’isola misteriosa e i suoi dragoni rimangono un ricordo, indelebile.
Ancora una volta ho avuto la conferma di quante verità sono ricolme le leggende.
Il viaggio dura ancora qualche settimana; in lontananza, già da qualche giorno, la linea dell’orizzonte del mare non è più una retta linea, la terra che scorgiamo e sempre più vicina, ci indica che lo stretto di mare non è lontano e quella terra, è Arcano… la nostra terra.
Seppure avremo ancora un lungo percorso da fare, visto che anche quel versante è poco battuto non essendoci Kioskas in quella zona, sapremo che quella è già la via del ritorno.
Già penso alla mia casetta con le mie tele e i pennelli e i fiori e….. i miei ricordi.
Lo stretto si presenta scosceso, da ambo le parti la costa è frastagliata e vento e correnti marine di inaudita forza impediscono il passaggio.
Solo poche centinaia di metri, impossibili da percorrere anche per una grande imbarcazione. Probabilmente è per questo motivo che il popolo di Arcano non lo ha mai attraversato.
Parlo con Petros, il problema è enorme e insuperabile, oltre lo stretto le due terre si riallontanano velocemente tra loro…. e tornare indietro sarebbe impossibile.
Mitriok si avvicina…. con il viso sereno di chi ha la soluzione per ogni cosa ci invita a sedere e ascoltare una storia:
“Parla di un figlio, nato nella povertà, tra la povera gente, in una terra comandata da tiranni. Non aveva paura di nulla e crescendo aiutava i poveri, gli affamati, i malati. Lo presero per uno stregone, alcuni lo tradirono altri lo osannavano per via delle sue magie, dei suoi miracoli. I tiranni ebbero infine il sopravvento, lo presero e lo uccisero perché avevano paura della sua magia. Ma lui non è mai morto… nel cuore delle genti egli vive, la gente che crede in lui, nella sua benevolenza, nella sua giustizia. Quelli che lo temono sono i cattivi e hanno paura della magia della sua anima. Egli ha donato la speranza alle genti che ne aveva bisogno….. la speranza... quando hai la speranza nessuna magia ti è preclusa. Il vostro viaggio è sotto l’egida della speranza, quindi domani passerete nella vostra terra e porterete la speranza al vostro popolo…. la speranza di vivere in pace e serenità.”
Lo ascoltavo incredula di avere dinnanzi un vero vecchio saggio e le sue parole mi donavano tranquillità, non mi venne per nulla in mente di ricordargli delle onde e dei venti e delle difficoltà, le sue parole emanavano una quiete che entrava nella testa….. girai lo sguardo verso Petros, gli occhi socchiusi e lo sguardo un poco inebetito, anche lui in preda alla “speranza”.
L’indomani, un cielo coperto di nere nuvole e il mare ancora più inquieto non facevano presagire nulla di buono… attirò la mia attenzione il piccolo gruppo di paraysijani che osservavano la rupe dello stretto sorvolata da una miriade di uccelli, in mezzo ad essi il vecchio mago che cantava una nenia incomprensibile e alzava le braccia al cielo.
Tzeneka aveva già fatto preparare tutti alla partenza, Petros alle mie spalle mi prende per la mano e con molta tranquillità mi assicura che passeremo.
Mi giro e lo bacio….. questo ragazzo dai modi gentili e lo sguardo dolce mi è stato vicino tutto questo tempo e forse senza il suo aiuto non sarei qui a guardare la mia terra, è giusto che lo ringrazi adeguatamente anche se è stata Nimira stessa a mandarlo in mio aiuto.
Le piccole imbarcazioni sono pronte sulla battigia, dovremo fare più attraversate per poter portare di là ogni persona e cosa; rimarranno solo gli uomini “uccello”, scoperta eccezionale di questo nostro viaggio verso l’ignoto.
Il tempo non accenna a migliorare ma ad un tratto… il tratto di mare destinato al passaggio si placa, lentamente, sino a divenire una piccola striscia d’acqua quieta; tutto attorno le onde enormi si infrangevano contro un invisibile muro… era l’ora di andare.
Attesi l’ultima batal, salutai personalmente ogni paraysijano, mentre il mago ancora in cima alla rupe mi aveva già congedato la sera prima donandomi, oltre che le sue preziose parole, un piccolo ciondolo a forma di becco di uccello che mi avrebbe portato fortuna in futuro.
Una volta attraversato lo stretto, violentemente le onde ripresero possesso di quella piccola striscia di mare e dalla nostra vista scomparvero la costa con i suoi abitanti, risucchiati da una coltre nebbiosa…. un gruccione si pose dinnanzi a noi, su di un ramo; sebbene non parlasse, capimmo il suo significato, mi avvicinai e lo accarezzai prima che ripartisse tra i flutti del mare.
Un urlo festante dei componenti della spedizione mi distolse dai miei pensieri, la consapevolezza di essere di nuovo sulla strada di casa era palesemente esibita.
Anche se sarebbe stato ancora lungo il tragitto, le piante, i fiori, gli odori e persino il colore della terra, ci parevano già quelli di Arcano.
Uniti partimmo per ritrovare Nimira e il suo regno, consapevoli di aver svolto un importante lavoro.
 



 

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