Passaggio verso l'ignoto
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di Pioggia e Petros
1 - PIOGGIA
L’ingresso della caverna scavata nella roccia di lava e basalto che
scende dal Pulp di Nistra verso antichi meandri, come molte altre
situate nel sottosuolo di Arcano, dopo giorni di lavoro è stato
ripulito. |
Con una scorta di quattro amazzoni e quattro portatori, una scrivana, un
mago, più un uomo che viene dalle terre sconosciute e che avrebbe avuto
il compito di guidarmi oltre i meandri del mondo antico, inizio un
viaggio che mi porterà a conoscere una zona di Arcano che è situata
sulla riva di un grande lago o mare, ove vivono alcuni popoli che non
sono ancora stati contattati dall’imperatrice Nimira.
Lo scopo è quello di mappare un nuovo territorio, catalogare alcune
specie di animali di cui si è solo sentito parlare e di scoprire se
alcuni villaggi diano vita a quelli che sono conosciuti come ribelli e
quindi poter agire preventivamente su questa piaga che spesso crea
scompiglio e morte tra gli abitanti fedeli a Nimira.
Il fatto di passare nelle caverne, ci permette di oltrepassare con minor
rischi e forse minor tempo la catena montuosa di Nosambra.
Una pattuglia di esploratori, più avanti, ci raggiungerà attraversando
Nosambra con l’aiuto delle Hibryan.
Dopo alcune ore raggiungiamo il Crox, in quel punto il cunicolo
fortunatamente si lascia alle spalle gli altri livelli che sono crollati
dopo la battaglia vinta da Nimira contro le forze ribelli.
V’è da aprire un poderoso cancello e una volta richiuso dietro le nostre
spalle, riconsegniamo le chiavi lasciateci dal Custode alle due amazzoni
che hanno il compito di riportarle indietro; questo per non rischiare
che qualcuno ne venga in possesso e sfruttare un passaggio per attaccare
dall’interno Arcano.
Il passaggio è volutamente stretto per motivi strategici, è illuminato
tenuemente dalla miara incastonata nel basalto.
L’aria è umida e il vapore a volte esce abbondante dal suolo rendendo il
cammino faticoso ad ogni passo e da alcuni cunicoli laterali rimbombano
echi lontani di una terra che non ha ancora smesso di agitarsi.
Ogni dieci ore interminabili di cammino, si raggiungono delle salette in
cui è possibile sostare in malo modo per un meritato riposo.
Dopo otto periodi di cammino, raggiungiamo un secondo cancello.
Questo vuol dire che stiamo per raggiungere l’uscita, ma il fatto che
non arrivi aria pulita mi fa pensare che troveremo qualche ostacolo.
Il cancello è chiuso ma per l’apertura non esistono chiavi, ma una
formula magica; quindi, il nostro mago inizia il suo lavoro.
Occorrono almeno due ore per aprirlo ed ora ci aspettiamo di dover
ancora sudare per ripulire l’uscita. Una grande pietra chiude il
passaggio ma a fianco ad essa riusciamo ad aprire un varco e dopo esser
passati lo richiudiamo.
Ora l’aria è freschissima e un rombo di cascata riempie l’ultimo tratto
di cunicolo e dopo una curva ci ritroviamo in una terrazza naturale
situata all’interno della cascata.
Nessuno sa cosa ci aspetti oltre quel muro d’acqua, solo Tzeneka, la
guida, ha un vago dubbio sul luogo ove ci troviamo.
Attraversiamo con eccitazione il muro d’acqua, passando lateralmente,
attenti a non scivolare sulla roccia bagnata e di là, la visione di
quell’immensa distesa di acqua che prende il nome di Mare di Ur.
In verità, non si sa se sia un mare o un enorme lago, Tzeneka stesso non
lo sa e lo conosce poco.
Ma sa che è abitato da lunghi serpenti e grandi anfibi e alcune sue
isole, da uomini sconosciuti che venerano un dio a forma di drago e
forse fanno sacrifici umani.
La scrivana prende nota di tutto e aiutata da una amazzone inizia a
disegnare una carta.
Siamo almeno a trecento o cinquecento metri sopra il livello dell’acqua
e da qui si può tracciare una mappa abbastanza dettagliata della costa.
Il sole è alto e ne approfittiamo per scendere e prepararci alla prima
notte nel mondo sconosciuto e mentre si montano le tende e si iniziano i
turni di guardia, osservo Nosambra alle mie spalle finalmente, con le
sue alte guglie innevate.
La stanchezza prende il sopravvento e la notte trascorre tranquilla
sotto le stelle.
Domani ci aspetta l’ignoto e, sarà un bel giorno.
2 - PIOGGIA
Il risveglio avviene sotto una pioggia martellante, fortunatamente siamo
al riparo di una rupe, il fragore della cascata si mescola con
l’incessante e martellante pioggia che scende copiosa.
Nessun allarme nella notte, ma nella tenda del mago sono entrati due
piccoli rettili apparentemente innocui e con la scrivana inizio a
prendere subito nota.
Si tratta di due piccole iguana, o simili; recano una piccola cresta e
una membrana quasi trasparente, rossastra, sul dorso, tenuta in tensione
da protuberanze ossee, a mo di ventaglio.
Il loro colore è verde smeraldo con, sotto il mento, una zona di un bel
colore blu o turchese a seconda del riflesso.
Camminano in stretto contatto l’un l’altra e sembrano curiose e per
niente impaurite.
Non presentano canini o mandibole possenti e il loro sguardo, al
contrario di molti rettili, è simpatico.
Porgo loro un frutto e subito, dopo una breve annusata, lo mangiano.
Ben presto la loro presenza diviene familiare.
Tzeneka dice di averne vedute di più grandi e che alcune leggende
popolane le accosta a possenti draghi che tutt’oggi vivrebbero in luoghi
inaccessibili.
Il temporale si fa più forte e rende impossibile uscire da quel riparo
naturale; il vento urla spazzando il fogliame degli alberi e l’acqua
della cascata nebulizza e vola via lasciando la traiettoria iniziale
sotto forma di milioni di goccioline.
Guardo Tzeneka che scruta attentamente il fitto della foresta dall’altra
parte della radura, mentre gli altri, le amazzoni e i portatori, stanno
seduti attorno al piccolo fuoco parlando e ridendo.
Mi avvicino alle sue spalle e rimanendo dietro di lui guardo a mia volta
nella stessa direzione.
Il suo volto presenta sintomi di apprensione.
A fatica, attraverso la pioggia cerco di mettere a fuoco la zona
alberata che si presenta a circa cento metri davanti a noi.
Rimango silenziosa e cerco di capire cosa avrei dovuto vedere.
D’un tratto, quando già le mie labbra stavano per interrompere quella
situazione, vediamo due grossi cespugli scossi fortemente da qualche
cosa o qualcuno nascosto dietro di essi.
Poi… più nulla; volatilizzato.
Cosa fosse stato, proprio non sarei mai riuscita a capirlo e anche la
guida non aveva spiegazioni da dare al riguardo.
Ordino alle amazzoni di mantenere turni di guardia anche di giorno. Non
vorrei avere sorprese spiacevoli.
A tarda sera, insieme alla scrivana, cerco il modo migliore per poter
descrivere quella giornata e soprattutto di pensare a ciò che avevo
visto tra gli alberi.
Il giorno successivo, quando esco dalla tenda, la pioggia non scende più
e lascia posto ad un cielo striato ed un’alba spettacolare.
Vedo Tzeneka e il mago, accompagnati da due amazzoni camminare in mezzo
alla radura tornando dal luogo del mistero. Dicono che hanno scorto solo
rami spezzati e nulla più.
Faccio preparare la partenza e poi ci incamminiamo in direzione del
mare.
Dopo quattro o cinque ore, raggiungiamo la riva e anche se deserta, la
kopler intima a tutti di arrestarsi e manda una amazzone in
avanscoperta.
Lestamente la guerriera con un passo felino raggiunge l’acqua, poi si
china a raccogliere una pietra e la scaglia con forza in quello specchio
immenso.
Non aveva mai visto tanta acqua tutta insieme; si china, ne riempie il
cavo delle sue mani e ne fa un piccolo assaggio dopo averla annusata.
La sua reazione è istintiva e sputa ripetutamente a terra.
Gridai forte < è MAREEE!!! È MAREEE!!! >.
Gli sguardi degli astanti furono di stupore, spiegai loro che l’acqua
del mare è salata e quindi non buona da bere.
Il mio passato mi permetteva di sapere cose che per molti di Arcano
erano ignote.
Toccai la calda acqua sulla battigia notai che il basso fondale era
ricoperto di alghe, il fiume generato dalla cascata non creava
evidentemente un movimento tale da permettere alla piccola baia un
riciclo naturale.
Poco lontano, infatti, si notava una estesa piantagione di canne tipiche
delle zone paludose e un poco più a largo, degli isolotti.
Notai una cosa alquanto strana e cioè la totale assenza di …. uccelli.
Si riusciva a scorgere solo alcune sagome in volo nei pressi dell’isola
più lontana; troppo lontana per capire cosa fossero.
Tzeneka dice che vi sono alcune isole e solo poche sono abitate, di
queste un’isola chiamata Moghulyas è abitata da “selvaggi” che praticano
cannibalismo e sacrifici umani e portano scompiglio tra i villaggi di
pescatori che abitano sulla terra ferma, ogni qualvolta che lasciano
l’isola per i loro misfatti. Il mago mi fa notare che il nome dell’isola
in questione potrebbe essere associato a quello della Dea Moghul e che i
suoi abitanti pratichino gli stessi culti di Arcano chissà da quali
radici.
Comunque l’isola si trova a parecchi giorni da qui e non è visibile da
questa zona.
La sabbia è sottile e chiara, presenta piccolissime scaglie di miara,
frammenti di erosione.
Qua e la, delle grosse conchiglie giacciono arenate, alcune molto belle,
altre grandi quanto un barile di rum; alcuni cumuli di sabbia di circa
dieci, quindici centimetri mi fanno capire che la spiaggia è abitata da
granchi e difatti una delle amazzoni, ne colpisce uno con la sua freccia
e me lo porge.
Lo presi, lo aprii e sotto lo sguardo dei presenti, lo mangiai. Quella
sera mangiammo carne fresca e la sera scorse tranquilla.
A domani.
3 - PIOGGIA
A notte fonda, vengo svegliata da una strana melodia, una musica di
strani suoni ma soave e armoniosa.
Esco dalla mia piccola tenda di pelle e sulla riva vedo la figura del
nostro mago.
Mi avvicino e con l’indice davanti al naso, in segno di silenzio, si
rivolge a me: <LO SENTI ANCHE TU?>, viene di la, oltre la piccola isola.
Un tenue chiarore, come di fuochi accesi, faceva capolino dalla sommità.
Sembrava fosse una festa e la musica dolcissima arrivava seppur
lievemente, alle nostre orecchie.
Potrebbe essere l’isola di cui parlava Tzeneka, ma lui disse che quell’isola
era ben più lontana.
Il mattino mi accorsi che gli uccelli che avevo notato ieri sopra
l’isola, ora erano sopra di noi, molto alti e numerosi. Sembravano
corvi.
<LA NOSTRA PRESENZA E' ORA SEGNALATA!> disse la guida; mi spiega che
aveva udito di un popolo di “cacciatori” che usava gli uccelli per
rintracciare la preda e che correvamo un grosso pericolo se questi erano
“i loro” uccelli.
Ci incamminiamo lestamente per raggiungere il bosco, li saremo più
riparati da eventuali sorprese.
Il gruppo cammina in fila indiana e le amazzoni perlustrano l’intorno,
nessuna traccia degli uccelli spia; arriviamo in una stretta gola, le
pareti scoscese da una parte ci riparano da attacchi, dall’altra c’è la
possibilità di rimanere imbottigliati.
All’uscita, una radura, strani alberi spogli in un paesaggio surreale si
stagliano verso il cielo.
La scrivana cerca di descrivere al meglio ciò che vediamo e solo ora
capisco di essere in un bosco…… contrario.
Quegli strani alberi, non sono spogli, sono “semplicemente” rovesciati;
quelli che sembrano rami, sono in realtà radici e il fogliame a terra,
unito da poderose ramificazioni, sono foglie.
Probabilmente attingono umidità dall’aria e gettano al suolo.
Un cupo silenzio anticipa l’apparizione di fronte a noi, di guerrieri
che portano addosso costumi coloratissimi di piume di uccelli.
Sembrano minacciosi, il loro atteggiamento è indifferente e prudente
(ricordo di aver notato il comportamento di un uccello nel cacciare un
inerme lombrico, gli gira intorno indifferentemente poi senza un
apparente interesse gli si avventa contro e il verme è scomparso,
mangiato).
Cosi, senza esitare ordino di colpire. Quell’ordine arriva un attimo
prima che l’attacco degli uomini uccello avvenga e i dardi delle
amazzoni colpiscono precisi non solo al cuore ma soprattutto la baldanza
e gli altri, quelli non colpiti, si ritirano nel bosco.
Ci avviciniamo ad uno di quei guerrieri caduti e notiamo quanta maestria
nel manufatto di piume che porta addosso, colori e motivi ricamati con
cura e con migliaia di piume d’uccello di ogni sorta.
Mi avvicino e gli tolgo una collana di piccolissime ossa e piume legate
assieme e la porgo ad uno dei portatori.
Quel bosco rovesciato meriterebbe una visita più approfondita ma la
nostra salvaguardia è ben più urgente.
Proseguiamo velocemente guardando ogni angolo e anfratto, non avremo
possibilità in uno scontro con un intero esercito e dobbiamo lasciare
prima possibile questa zona, per quanto sarebbe stato molto interessante
cercare di conoscere quel popolo; sono qui proprio per questo.
Aspetteremo almeno i rinforzi e quando e se arriveranno decideremo cosa
fare.
Raggiungiamo la cima di una collinetta da dove possiamo controllare la
situazione e li ci accampiamo. Da quassù si vede il bellissimo e calmo
mare che riflette in una lunga scia di luccichii, la luna piena di
questa notte; due isole si stagliano all’ingresso della baia, ed una, la
più lontana, emana bagliori di fuochi e ad ogni folata di vento, una
leggera musica ci raggiunge.
4 - PIOGGIA
Anche questa notte la musica degli uomini-uccello raggiunge i nostri
giacigli e nessuno di noi, benché le amazzoni sarebbero state di
guardia, riesce a dormire tranquillo.
Faccio colazione con del latte condensato del lattaio di Nistra e,
davanti a me, il panorama del mare. Insieme alla scrivana, pasteggio dei
dolcetti a base si sangue di cinghiale e rileggiamo i suoi appunti.
D’un tratto, sullo sperone di roccia che si staglia nel blu del mare,
appostato, scorgo un uccello con delle piume coloratissime, un
bellissimo gruccione.
Lo conosco bene e lo descrivo alla scriba. Vola via e subito un grido di
allarme mozzato di una delle amazzoni di guardia lacera l’aria.
Gli uomini “uccello” ci accerchiano e brandiscono le loro lance e
frecce.
Siamo circondati e non posso fare a meno di rimanere impressionata dalla
bellezza dei loro ornamenti prima che dalle loro armi.
Il loro atteggiamento di attesa si ripete per la seconda volta ma questa
volta, anziché ordinare l’attacco, mi faccio avanti porgendo a quello
che mi pareva il capo, visto il suo copricapo diverso e molto più
appariscente degli altri, una tazza fumante di tè.
Tutto tace e quando sono a circa cinque metri da lui, l’uomo alza il
braccio destro verso i suoi compari.
Mi guarda con due occhi spalancati che risaltano nel centro del trucco
blu del suo viso.
Mi avvicino ancora un poco e alzo la coppa verso il suo viso, poi faccio
un piccolo sorso e glielo porgo di nuovo.
Accompagno il gesto con un sorriso e lui finalmente allunga la mano.
Prende il contenitore e lo avvicina alla bocca; annusa, ci guarda dentro
poi, fissandomi negli occhi lo assaggia.
Quella che poteva divenire una smorfia di disprezzo con conseguente
ordine di attacco, diventa invece un sorriso e beve di nuovo, con gusto.
Faccio cenno di seguirmi e, con lui, i suoi amici.
Prima di seguire i miei passi mi fa allontanare di qualche metro e,
quando mi rigiro verso di lui, inizia a muoversi.
Lancia un grido in cielo e i suoi guerrieri lo seguono sino al grande
fuoco che ancora ardeva nel centro dell’attendamento.
Tzeneka, la nostra guida, riesce per fortuna a comunicare qualche parola
con loro e cosi riusciamo a capire qualche cosa di quel misterioso
popolo.
Per esempio che la loro terra è una ampia zona di caccia e loro vivono
sull’isola Paraysijo e che sono nemici acerrimi dei Moghulyasi, quelli
di cui parlava Tzeneka.
Hanno però le loro stesse abitudini: la caccia tramite un rapporto
strettissimo con gli uccelli che scovano per loro le prede e, i
sacrifici alla loro divinità che però non comportano uccisioni umane ne,
tanto meno, il cannibalismo.
Il capo ci invita sull’isola e per qualche giorno rimaniamo ospiti
volentieri e racconto loro delle storie su Arcano e su Nimira.
Sull’isola vivono uccelli di tante specie, i loro colori sfumano in
iridescenze incredibili e il rapporto che essi hanno con l’uomo non ha
eguali.
Riesco a catalogare molte specie animali, il mago apprende alcune
ricette medicali dallo sciamano indigeno e la nostra guida chiede in
continuazione informazioni su posti interessanti, pericolosi e sulle
lingue parlate.
Procede tutto a meraviglia e il grande capo, Liryo, invaghito della
nostra kopler, non fa che portarla a zonzo sulle rive dell’isola.
Anche qui vivono quegli strani alberi e, proprio come pensavo, crescono
innalzando le radici in cerca di luce e gettano i rami e le foglie e i
frutti sul terreno, rimanendo semplicemente appoggiati al loro
piedistallo di fronde; li chiamerò appunto “irebla”, sino a che qualcuno
troverà nome più appropriato.
Il quinto giorno, un grande avvoltoio si posa sulla grande capanna di
Liryo che troneggia al centro del villaggio.
Porta notizie di stranieri penetrati nel territorio, scesi dalle
Montagne nelle Nuvole, credo sia Nosambra, si stanno avvicinando al
tratto di mare dinnanzi alla nostra isola.
Devono essere una decina, non so come ma gli abitanti del villaggio
riescono a capire e tradurre ogni lamento e stridulio del grosso
uccello.
Chiedo di essere ascoltata e spiego che potrebbero essere i nostri amici
passati da Nosambra e due delle nostre amazzoni andranno in avanscoperta
con i guerrieri paraysijani a verificare.
Gli esploratori, sei, più le due amazzoni, lasciano l’isola
immediatamente con delle curiose e veloci piroghe che sfoggiano ai due
lati dello scafo in legno, due ali che seguono rimanendo asciutte, il
moto ondoso e con la velocità rendono più stabile l’imbarcazione
sfruttando la loro portanza.
Liryo mi spiega che, tantissimo tempo addietro, i suoi antenati vivevano
sulle montagne e quando avvenne il terribile cataclisma ( ? ), uno
straniero arrivò con uno strano ed enorme uccello di metallo e portò in
salvo molte giovani coppie, su questa isola abitata solo da uccelli e
li, rimasero, ricominciando una nuova “era”.
Gli uccelli divennero il loro punto di riferimento, i loro occhi e da
sempre vengono venerati in ricordo di quello straniero.
Purtroppo, in questa leggenda, v’è una lacuna: da dove vengono, chi li
portò in salvo e come mai hanno le stesse usanze e simili idoli, gli
altri uomini uccello di Moghulyasi ??
Questo, Liryo non me lo ha saputo dire.
Intorno al fuoco, io, il mago e la scrivana, stiamo ad ascoltare
affascinati quella strana leggenda, poi lo sciamano, dopo un intenso
sguardo con il suo capo, si alza e va verso la sua tenda con fare
misterioso.
Quando torna porta in mano una scatola impreziosita di ori e pietre. La
appoggia a terra nel mezzo dei presenti e la apre, molto lentamente,
come contenesse qualcosa di fragilissimo e misterioso…… ci guardiamo
negli occhi per un attimo poi la luce vivace del falò incomincia a
penetrare il pertugio mentre il coperchio si solleva e la nostra
attenzione si concentra sullo strano oggetto che fa capolino.
<UN ELMO!>, esclama il mago.
<SI MA, NON UN NORMALE…ELMO>, dico io.
Lo sciamano lo solleva e, tenendolo in mano davanti a noi, dice che era
di proprietà dello straniero che ha salvato il suo popolo.
Era di un colore blu scuro ma molto deteriorato; ai lati, in
corrispondenza delle orecchie, v’erano due protuberanze con decine di
forellini; sulla parte anteriore, delle grandi lenti nere e sulla fronte
presentava uno stemma argenteo composto da due ali con al centro quello
che sembrava essere un pianeta.
Non v’era dubbio, quell’elmo era di proprietà di un pilota, forse degli
Stati dell’Unione, ma loro, gli uomini uccello, “sapevano” che quello
era il copricapo del loro salvatore e questa era la verità assoluta.
Forse la leggenda aveva un fondamento di verità; come sempre.
5 - PETROS
I miei impegni m’impedirono di organizzarmi prima.
Ma, finalmente, una settimana fa, riuscii ad organizzare il secondo
gruppo di spedizione esplorativa nelle terre ignote.
Abbiamo oltrepassato, da poco, il muro di cascata e stiamo scendendo
verso la costa di quest’enorme bacino d’acqua.
Riconosco l’odore salmastro… è mare!
L’emozione è grande mi prendo qualche secondo per ammirarlo e notare la
conformazione della costa poi riprendo il cammino al seguito del resto
del gruppo.
Tre amazzoni, un esploratore ed un guerriero che scortano me, uno
scribano, una maga, una strega ed un mercante.
Camminiamo velocemente cercando di annotare il più possibile particolari
e morfologia del terreno, ma, per prima cosa, dobbiamo raggiungere il
primo gruppo di esplorazione con Pioggia a capo.
Tutti notiamo un gruppo di volatili passare sulle nostre teste. Fanno un
unico passaggio e si allontanano.
Ci guardiamo un attimo in silenzio e proseguiamo.
E’ primo pomeriggio. Abbiamo raggiunto la spiaggia ai piedi della
cascata, ed improvvisamente vediamo tornare, di gran fretta, gli
esploratori e le amazzoni andati in avanscoperta.
Ci fanno segno di appostarci e nascondersi dietro le fronde di strane
piante. Un’amazzone ci raggiunge:
“Sta arrivando qualcuno su delle imbarcazioni da una delle isole!”
In questo enorme golfo, vi è un piccolo arcipelago ed alcune isole
devono essere abitate.
“Mi raccomando, nessun attacco” Rispondo “Siamo in missione pacifica.
Prima di rispondere con le armi, assicurarsi dell’ostilità effettiva.”
L’amazzone, comandante del drappello, annuisce.
Aveva già disposto la vedetta e posizionato gli altri elementi secondo
gli schemi già discussi e preordinati prima della partenza.
L’imbarcazione si avvicina e l’amazzone di vedetta esce dalla
postazione, distante circa duecento metri da noi, e ci segnala di fare
altrettanto.
Ci avviciniamo e, nel mentre, le imbarcazioni approdano alla riva.
Sono i nostri amici! Accompagnati da alcuni indigeni con ornamenti
variopinti.
Ci salutiamo e, con la gestualità, facciamo subito conoscenza con i due
rappresentanti di questo popolo sconosciuto.
Il capo gruppo della prima spedizione ci dice che Pioggia ci sta
aspettando sull’isola dove risiede il villaggio di questa popolazione.
“Bene, signori! Non ci resta che raggiungere Pioggia!” Dico sorridente
al gruppo.
L’unico problema sono le imbarcazioni insufficienti.
Mi avvicino ad un indigeno e cerco di spiegargli il problema. Sembra
capire i miei gesti. Mi fa cenno di attendere e lancia uno strano urlo,
molto stridulo, nell’aria.
Passano alcuni secondi e vediamo arrivare uno stormo di uccelli, simile
a quello visto poco prima. Una volta raggiunto il nostro gruppo, lo
stormo resta in volo circolare una decina di metri sopra l’indigeno che,
a sua volta, li guarda ed emette un altro suono verso di loro.
Gli uccelli ripartono. L’uomo mi guarda e mi sorride soddisfatto.
Sono passati pochi minuti ed ecco arrivare altre imbarcazioni, simili a
delle piroghe.
“Batal! Batal!” Iniziano a gridare i due indigeni, indicando le
imbarcazioni. Doveva essere la loro denominazione.
Sono profondamente impressionato ed emozionato nel notare il rapporto
che questo popolo ha instaurato con il mondo che li circonda. Sembrano
in perfetta armonia con la natura.
Ci fanno cenno di salire in barca. Saliamo tutti sui batal e ci avviamo
all’isola.
Siamo arrivati. Scendo dall’imbarcazione e raggiungo Pioggia che mi sta
venendo incontro.
“E’ un piacere rivederti carissima Pioggia! Ti porto i saluti di tutti.
Ho portato anche delle scorte di viveri, attrezzi per la misurazione,
altra carta ed inchiostro gentilmente offerta dalla Suprema!
Ti ricordo, per formalità, che la nostra missione è assolutamente
pacifica. Dovremo essere osservatori ed esploratori quanto più possibile
discreti. L’unico vero, reale e conosciuto pericolo per noi è la Global
Detector: ho saputo che ha già inviato i suoi esploratori… Non credo che
abbiano le nostre stesse intenzioni. Perciò, sempre allerta!…”
6 - PIOGGIA
L’arrivo di Petros e di tutto il suo gruppo mi riempie di gioia anche se
porta delle cattive notizie riguardanti la Global Detector. Per questo
motivo sono stati costretti a percorrere la nostra stessa via e non per
Nosambra, probabilmente.
L’importante è ora essere tutti uniti.
Purtroppo riferisco dell’incontro con queste genti che è costato la vita
a due di loro e ad una amazzone, purtroppo la paura e la mancanza di
esperienza nelle azioni di guerra hanno avuto giocoforza.
Petros mi fa coraggio e mi dice che ogni scoperta ha le sue vittime, a
suo tempo ce ne ricorderemo.
Ci scusiamo con il grande capo Liryo per la pacifica invasione e
chiediamo solo di poter fare riposare i nostri amici un paio di giorni,
per poi riprendere la nostra strada.
Con Petros quella sera parlai a lungo spiegando che il mio sogno era
quello di raggiungere Arcano percorrendo una lunga ellisse, anche
perché, secondo lo stregone di Paraysijo, gli uccelli hanno percorso
tutta la costa e sono ritornati all’isola dopo alcuni mesi dalla parte
opposta.
Questo vuol dire che il mare presenta una strozzatura e si può tentare
l’attraversamento, oppure questo non è un mare ma un enorme lago salato.
I due scriba, in questi due giorni, hanno elaborato e messo in ordine
gli appunti e creato una mappa della zona percorsa dopo l’uscita dal
tunnel.
Il lavoro mi pare egregio. Nimira sarà soddisfatta.
7 - PIOGGIA
Il distacco dai nostri amici di Paraysijo avviene una mattina calda ed
assolata, il grande capo saluta calorosamente tutto il gruppo,
soprattutto la nostra kopler.
Il viaggio per alcuni giorni non presenta inconvenienti o pericoli,
riesco a catalogare un orso molto grande, alcuni rettili e farfalle e
sembra che la zona sia abitata da lupi poiché i loro ululati
riecheggiano sinistri nelle notti.
Il sesto giorno, mentre gli altri attrezzano l’attendamento, durante il
tramonto, mi allontano per andare a lavarmi in una sorgente vicina e li
noto tra gli alberi, nell’oscurità, un individuo vestito di uno scuro
mantello, accompagnato da due lupi neri che lo seguono come fossero la
sua ombra.
Si muove come se fosse sospeso a pochi centimetri dal terreno
apparentemente distratto. Stranamente non provo paura ma invece un senso
di assopimento mi pervade e inizio a seguire l’individuo; scompare ma
continuo a camminare per una meta ben precisa ma di cui ne ignoro
l’esistenza.
Un enorme albero davanti a me attira la mia attenzione e mi avvicino
speditamente; ci arrivo vicinissima e mi insinuo in una fenditura alla
base del gigantesco tronco.
Una pallida luce giallastra mi fa strada e salgo per ripide scale.
La parete interna è pulsante, strane venature la percorrono, ogni tanto
alcuni tenui bagliori attirano il mio sguardo e continuo a salire.
Alla fine delle scale, una coltre di nebbia molto densa mi impedisce di
vedere dove metto i miei piedi, mi fermo.
Una voce stridula mi indica di proseguire dodici passi. Ho un sussulto,
ma le mie gambe iniziano a contare.
…..undici….. dodici; mi arresto, davanti i miei piedi appare una enorme
voragine, la voce parla ancora e io ripeto le parole; non conosco il
significato di quella lingua, ma sembra una formula di magia. Continuo a
ripetere parole senza senso e le mie gambe iniziano di nuovo a
camminare.
La voragine è sempre li, chiudo gli occhi, non sento quella sensazione
di vuoto allo stomaco tipica di quando si precipita, ma neanche sento un
punto di appoggio sotto i miei piedi.
Arrivo ad un tempietto, con in cima alle scale, un grande altare.
Mi fermo dinnanzi a quel monolite levigatissimo, dalla luce gialla
dinnanzi a me appaiono i due lupi poi dietro di loro il mantello nero.
Mi fa cenno di spogliarmi e di sdraiarmi.
Come in stato di assoluta sottomissione, faccio ciò che mi ordina.
Quell’essere inizia subito uno stridulo lamento e alza in aria un calice
d’oro, ripete il rito più volte; la luce attorno si fa più forte, i lupi
danno segno di nervosismo.
Passando sopra il mio corpo, rovescia lentamente il calice e un liquido
rosso come il sangue inizia a bagnarmi.
Un caldo fuoco al suo contatto mi pervade e sento il dolore aumentare
velocemente senza che io possa reagire in alcun modo.
Un dolore atroce nel basso ventre mi attanaglia, vedo la mia pancia
gonfiarsi, sempre di più, sino a che il rito termina e con lui anche il
dolore.
L’essere incappucciato accenna ad uno sguardo e ad un sommesso ghigno.
Si allontana ed io cado in un profondo sonno.
Quando mi sveglio, la mia pancia è gonfia e la paura inizia a farsi
padrona.
Torno precipitosamente sui miei passi e inciampo scendendo le scale,
rovinosamente.
Batto violentemente la pancia e un rigolo di sangue violaceo esce dalla
ferita.
Un lamento sovraumano riecheggia nella profondità di quel passaggio, mi
sento in pericolo e vedo il losco figuro scendere precipitosamente, con
fare sinistro, brandisce un lungo pugnale, mi sento perduta e ricomincio
a correre per le scale… mi sta per raggiungere.
Vedo dinnanzi a me la luce dell’esterno, ed una voce familiare che mi
chiama: è Petros.
Esco all’esterno e sento il fiato della figura al collo, cado di nuovo e
mi sovrasta la sua ombra.
Il sibilo di dardi familiari che sfrecciano sopra di me in direzione
dell’ombra, la colpiscono, vacilla e rientra nella cavità.
Petros, con in mano una torcia, appicca il fuoco a quel passaggio
infernale, l’albero si incendia rapidamente come se intriso di olio o
resina.
Dell’ombra nessuna traccia. Sono salva.
Abbraccio Petros con forza e lo supplico di portarmi via di là .
8 - PETROS
“Pioggia non preoccuparti, ora è tutto finito!”
Feci appena in tempo a dire queste parole che Pioggia svenne.
La presi in braccio e, con il gruppo mi avviai all’accampamento che
stava all’incirca un’ora di cammino.
Nella sacca avevo delle erbe medicinali tonificanti, che Nurah mi donò
per il viaggio.
La strega preparò un infuso che ella avrebbe bevuto appena sveglia.
Ero preoccupato. Il gonfiore al suo addome non faceva presagire nulla di
buono.
Mentre aspettavo il suo risveglio, ripensai a pochi giorni prima quando
i nostri due gruppi si divisero per esplorare la costa nelle due
direzioni opposte che si presumeva dovesse riunirsi o riavvicinarsi dopo
aver percorso un lungo semicerchio.
Al secondo giorno di esplorazione, il nostro gruppo vide diversi batal
venirci incontro.
Il loro messaggero corse da me trafelato e preoccupato.
Per quel poco che sapevo del loro linguaggio, riuscii a capire che il
loro stregone ebbe una premonizione in cui Pioggia sarebbe stata in
grave pericolo imminente.
Non perdemmo un attimo di tempo: salimmo sulle imbarcazioni che ci
condussero fino all’accampamento di Pioggia, sulla costa.
Mentre vegliavo su Pioggia, il messaggero si avvicinò.
Mi spiegò con difficoltà che avremmo dovuto portare Pioggia dallo
stregone, prima possibile.
Mi consultai con la strega. Era molto perplessa. Non aveva mai visto
nulla di simile. Le chiesi se si poteva bloccare in qualche modo
l’incantesimo o rallentarne gli effetti.
Lei annuì ed iniziò immediatamente il rito.
Quando finì mi disse che l’incantesimo inflitto a Pioggia era molto
potente ed il suo contro incantesimo non poteva durare a lungo.
Organizzai la partenza, salimmo sui batal e ci dirigemmo a Paraysijo.
Appena sbarcati sull’isola, Pioggia rinvenne.
Le sorrisi rassicurandola: “Pioggia siamo in buone mani!” Indicando lo
stregone.
9 (L'ISOLA DEI DRAGHI) - PIOGGIA
La brutta esperienza con il losco personaggio mi ha lasciato una strana
sensazione e, anche se lo stregone e Petros mi hanno rassicurato, mi
rimane la certezza che l’ignoto che perdura su queste terre è davvero
tanto.
Spero che non siano solo pericoli quelli che troveremo.
La zona orientale che percorriamo è delimitata da montagne aride e da
una costa frastagliata colma ora di isolotti apparentemente disabitati e
per lo più aridi o con a volte solo boschi di arbusti.
Alcune, le più vicine e interessanti, le visitiamo per catalogare
vegetali o animali presenti.
Abbiamo appresso un paio di batal, le imbarcazioni dei nostri amici
uomini uccello servono per raggiungere isole e attraversare lo stretto
di mare che dovremmo incontrare prima o poi ed in più lo stregone e due
guide prestateci da Liryo che ci aiuteranno nel percorso.
Questa mattina, all’alba, Mitriok lo stregone si presenta a me e Petros
e con voce affannata ci parla di una premonizione: quell’isola che ieri
abbiamo scorto coperta di nuvole, emana secondo lui, una straordinaria
forza di ignota origine.
La nostra guida Tzeneka dice che forse è l’isola abitata dai draghi
raccontata nelle leggende, che vivevano segregati nell’isola per via di
un incantesimo che li voleva morti non appena toccavano la terra ferma;
una antica leggenda che ci incuriosiva e malgrado la riluttanza dello
stregone, che conosceva quella storia, decidiamo di preparare le due
imbarcazioni e prendere la via per quell’isola misteriosa.
L’avvicinamento all’isola non è agevole, tutta la costa presenta scogli
frantumati e solo una piccola insenatura permette l’approdo alle agili
imbarcazioni.
Appena scesi a terra ci accorgiamo che subito iniziano le pendici di una
montagna di cui non si scorge la cima poiché ottenebrata da dense nubi.
V’è dapprima una fascia boschiva e ci addentriamo al suo interno, un
piccolo passaggio tra tronchi secolari e rocce ci permette di salire.
Petros prende il comando assieme alla kopler e la guida, avanzano
attenti ad un centinaio di passi davanti a noi; la salita è ripida e
dopo un paio d’ore raggiungiamo le prime nebbie, l’aria si fa fredda e
l’umidità riempie i polmoni.
Il gruppo avanza ora compatto per via della scarsa visibilità, il
silenzio è…. assordante, solo una lieve brezza che scivola tra i pertugi
delle rocce sempre più nude e scoscese.
La guida davanti d’un tratto ferma il gruppo e chiama a raccolta lo
stregone; a terra davanti a loro, due scheletri umani, carbonizzati,
giacciono a terra.
Lo stregone blatera frasi impossibili e lancia polverine estratte da una
sacca verso i poveri resti.
Le nuvole sciamano e Petros indica una rupe, vi saliamo e in cima, si
spazia alla nostra vista l’interno di un cratere immenso circondato
dalle montagne, in cui un clima completamente diverso ha permesso la
crescita di una estesa foresta.
10 - PETROS
Le guide non avrebbero mosso un passo di più. Il territorio gli era
totalmente sconosciuto.
Io e Pioggia ci guardammo. Sapevamo che stavamo sfidando la nostra buona
sorte.
Proseguire o tornare indietro?
Da un lato la curiosità e la voglia di portare a termine la nostra
missione ci spingeva ad inoltrarci verso l'ignoto.
Era d'importanza vitale sapere cosa ci fosse nelle zone inesplorate di
Arcano. Ne andava del futuro del nostro popolo.
Nimira fu molto chiara quando ci dette l'incarico.
Per contro avevamo la responsabilità dell'incolumità di 20 persone.
Il nostro gruppo ci osservava in attesa di una direttiva. I loro sguardi
erano saldi come la compattezza che ci legava l'uno all'altro.
Non avevano dubbi sulle nostre decisioni e si vedeva la profonda
consapevolezza della situazione.
Non era un'azione di guerra, ma la missione aveva una valenza
altrettanto importante.
Guardandoli, nei miei pensieri, mi compiacevo della maturità con cui
affrontavano la missione.
Un ultimo sguardo d'intesa e Pioggia disse al gruppo che avremmo
continuato l'esplorazione.
- Domande? - Chiesi loro.
- Nessuna, Petros. - Disse la Kopler che guidava il gruppo, che poco
prima si era consultata col capo pattuglia dei guerrieri - Vorrei solo
un po' di tempo per organizzare la formazione del gruppo affinché
assicuri una sorveglianza ed una sicurezza maggiore, vista la
situazione.-
- Certamente prendiamoci il tempo necessario per organizzarci al
meglio.-
La Kopler annuì. Fece un cenno e due amazzoni e due guerrieri partirono
a piedi in avanscoperta.
Poi organizzò la retroguardia e due combattenti che controllavano a
distanza i due fianchi della spedizione.
Stavamo per accingerci a partire, quando lo sciamano ci raggiunse con la
sua scorta.
Accolsi con grande sorpresa la sua decisione di partire con noi.
Tentai di dissuaderlo. Sarebbe stato più difficile per noi proteggere
altre persone, ma, con non poca difficoltà, riuscì a dirmi che per lui
era molto importante capire e svelare il mistero di quei luoghi.
Pioggia acconsentì, ed anch'io pensai che loro qualcosa più di noi su
quei luoghi, seppure poco, dovevano saperlo.
Fu così che c'inoltrammo nella fitta foresta.
Ogni tanto ci fermavamo per annotare ciò che vedevamo di nuovo. Gli
scribani stavano facendo un ottimo lavoro.
"Se ne usciremo vivi," pensavo," la nostra relazione sarà ricca e
dettagliata."
Il percorso si rivelò tranquillo per un bel po'.
Ad intervalli di tempo determinati, gli esploratori, accompagnati dagli
uomini dello sciamano, tornavano per riferirci il grado di sicurezza del
percorso e le vie più agevoli.
Ogni volta che tornavano indietro per noi era un sospiro di sollievo,
perché, nel caso in cui avessero tardato di pochi attimi, sarebbero
stati considerati morti, il gruppo avrebbe dovuto tornare immediatamente
alle barche e un plotone di guerrieri sarebbe partito alla ricerca dei
corpi e di informazioni sull'accaduto.
Nulla di questo accadde.
Ma la tensione salì quando ci trovammo di fronte una massiccia
costruzione in pietra conficcata ai piedi di una montagna.
Le imponenti proporzioni, la perfezione e la raffinatezza
dell'architettura ci stupì non poco.
Angoli e levigature nette e precise. La tecnologia e le attrezzature
adoperate erano di gran lunga più avanzate delle nostre.
In mezzo alla facciata della costruzione, in cima ad una scalinata, si
aprivano tre grandi archi.
Non c'era altro tempo da perdere. Ci organizzammo ulteriormente e, dopo
esserci muniti di torce, entrammo.
L'ingresso era sufficientemente illuminato, tanto da farci notare gli
strani mosaici che adornavano le pareti laterali.
Sul lato destro credo fosse raffigurata una costellazione. La guardai
attentamente e notai una certa familiarità, ma non ricordavo quale
fosse, ammesso che fosse stata una costellazione.
Buio e grande era il corridoio che si presentava ai nostri occhi.
C'inoltrammo guardinghi. Anche se non c'era segno di esseri viventi, non
aveva l'aspetto di un posto disabitato.
La cosa più strana era che nessuno di noi sentiva paura. Era tutto così
stranamente familiare.
Marciammo per un bel po' di tempo e finalmente intravedemmo della luce
in fondo al corridoio.
Ci avvicinammo con cautela. Raggiungemmo la fonte di quella
luminescenza.
Era un'altra apertura che sfociava in un enorme locale dal soffitto
altissimo al centro del quale vi era una sorgente di luce.
Restammo ad osservare intorno impietriti dalla bellezza di quel luogo.
Ed ecco che, ad un certo punto vedemmo avvicinarsi a noi tre figure
umane..
11 - PIOGGIA
Un brivido percorre la mia pelle, i tre uomini o chiunque siano,
malgrado le apparenze benevoli, camminano appaiati e moderano lo stesso
passo tra loro…. i loro movimenti sono sincronizzati all’unisono e
seppur appunto, non ostili, emanano una energia di strane origini.
Lo stregone rimane impassibile anche se nel suo volto mi pare di
scorgere un leggero sorriso beffardo.
Si fermano a circa cinque metri dinnanzi a noi, alzando il braccio
destro e puntando in cielo un lungo bastone attorcigliato.
Li guardo negli occhi, attimi di attesa spasmodica si susseguono nella
nostra mente.
Ad un certo punto, lo stregone, come per comunicare, chiude gli occhi e
si irrigidisce.
Colle mani al cielo Mitriok lo stregone inizia a lanciare lamenti e i
tre individui, impassibili, iniziano a lievitare alzandosi dal terreno
come sorretti da un cavo invisibile.
Mitriok improvvisamente si accascia al suolo emettendo un liquido
verdastro dalle labbra e dalle orecchie…. tutti noi restiamo
agghiacciati da quella visione e solo Petros si accorge di ciò che sta
accadendo ai tre figuri e lancia un grido richiamando la nostra
attenzione.
Alzatisi di almeno due metri da terra quei tre si mettono uno di fronte
all’altro ed adesso la figura è un unico individuo; “che stregoneria è
questa??” domanda Petros.
Ciò che adesso forma un unico personaggio, inizia a cambiare la sua
forma….. in una nuvola di fumo, inizia a prendere forma la figura di un
essere mostruoso…. ed ecco che si materializza in un grande drago, dal
colore rossastro e occhi di ghiaccio.
È difficile capire se il tutto fa parte di una allucinazione collettiva,
ma il nostro stregone accasciato a terra era una terribile realtà.
Il bestione inizia a volteggiare in quell’atrio gigantesco, un suono
stridulo echeggia dalle lontane pareti, ogni tanto una fiammata esce
dalle sue narici.
Il ricordo và immediatamente ai due corpi carbonizzati scorti in cima
alla montagna.
Guerrieri e amazzoni, armi in pugno si dispongono attorno a me e Petros,
attimi di terrore e di esterrefazione dinnanzi a quello spettacolo si
insinuano prepotentemente nelle nostre teste.
In un attimo il drago svanisce, come inghiottito dall’immensità del
luogo; lo stregone si riprende e affannosamente ci spiega che era in
comunicazione con i tre individui.
La loro trasformazione in drago era legata al fatto che si sentivano in
pericolo poiché nel nostro gruppo aleggiava la presenza di Othok, il
terribile stregone che li aveva imprigionati in quella terra circondata
dal mare; Mitriok indicò la mia pancia…. da lì proveniva la loro paura.
Eppure lo stregone era riuscito a guarirmi da quella gravidanza
forzata…. eppure...
Resta il fatto che dobbiamo andarcene velocemente perché la mia presenza
non è gradita e il rischio è quello di finire in pasto ai kapibar,
grandi topi che tengono puliti questi meandri.
Durante la discesa dall’enorme cratere, parlo a lungo con Mitriok,
chiedendo spiegazioni.
“La magia ha i suoi poteri perché nelle persone albergano la paura e la
speranza!.... più paura ha un uomo, più potere ha la magia… Othok lo sa
benissimo!”.
Continuo la discesa, poi mentre ci dirigiamo all’altra sponda, sulle
batal…. sento la mia pancia muoversi poi come in una improvvisa perdita
mestruale, sento scivolare del sangue tra le mie gambe... lo stesso
colore violaceo della ferita all’addome, poi come svuotata da ogni
energia, mi abbandono addosso allo stregone ed odo un lungo lamento che
si allontana.
Prima di svenire spossata, riesco a vedere gli occhi di Petros e del
mago, che mi guardano con la consapevolezza che adesso è tutto finito;
Othok non mi fa più paura.
12 - PIOGGIA
Riprendiamo il cammino pochi giorni più tardi, quell’isola misteriosa e
i suoi dragoni rimangono un ricordo, indelebile.
Ancora una volta ho avuto la conferma di quante verità sono ricolme le
leggende.
Il viaggio dura ancora qualche settimana; in lontananza, già da qualche
giorno, la linea dell’orizzonte del mare non è più una retta linea, la
terra che scorgiamo e sempre più vicina, ci indica che lo stretto di
mare non è lontano e quella terra, è Arcano… la nostra terra.
Seppure avremo ancora un lungo percorso da fare, visto che anche quel
versante è poco battuto non essendoci Kioskas in quella zona, sapremo
che quella è già la via del ritorno.
Già penso alla mia casetta con le mie tele e i pennelli e i fiori e….. i
miei ricordi.
Lo stretto si presenta scosceso, da ambo le parti la costa è
frastagliata e vento e correnti marine di inaudita forza impediscono il
passaggio.
Solo poche centinaia di metri, impossibili da percorrere anche per una
grande imbarcazione. Probabilmente è per questo motivo che il popolo di
Arcano non lo ha mai attraversato.
Parlo con Petros, il problema è enorme e insuperabile, oltre lo stretto
le due terre si riallontanano velocemente tra loro…. e tornare indietro
sarebbe impossibile.
Mitriok si avvicina…. con il viso sereno di chi ha la soluzione per ogni
cosa ci invita a sedere e ascoltare una storia:
“Parla di un figlio, nato nella povertà, tra la povera gente, in una
terra comandata da tiranni. Non aveva paura di nulla e crescendo aiutava
i poveri, gli affamati, i malati. Lo presero per uno stregone, alcuni lo
tradirono altri lo osannavano per via delle sue magie, dei suoi
miracoli. I tiranni ebbero infine il sopravvento, lo presero e lo
uccisero perché avevano paura della sua magia. Ma lui non è mai morto…
nel cuore delle genti egli vive, la gente che crede in lui, nella sua
benevolenza, nella sua giustizia. Quelli che lo temono sono i cattivi e
hanno paura della magia della sua anima. Egli ha donato la speranza alle
genti che ne aveva bisogno….. la speranza... quando hai la speranza
nessuna magia ti è preclusa. Il vostro viaggio è sotto l’egida della
speranza, quindi domani passerete nella vostra terra e porterete la
speranza al vostro popolo…. la speranza di vivere in pace e serenità.”
Lo ascoltavo incredula di avere dinnanzi un vero vecchio saggio e le sue
parole mi donavano tranquillità, non mi venne per nulla in mente di
ricordargli delle onde e dei venti e delle difficoltà, le sue parole
emanavano una quiete che entrava nella testa….. girai lo sguardo verso
Petros, gli occhi socchiusi e lo sguardo un poco inebetito, anche lui in
preda alla “speranza”.
L’indomani, un cielo coperto di nere nuvole e il mare ancora più
inquieto non facevano presagire nulla di buono… attirò la mia attenzione
il piccolo gruppo di paraysijani che osservavano la rupe dello stretto
sorvolata da una miriade di uccelli, in mezzo ad essi il vecchio mago
che cantava una nenia incomprensibile e alzava le braccia al cielo.
Tzeneka aveva già fatto preparare tutti alla partenza, Petros alle mie
spalle mi prende per la mano e con molta tranquillità mi assicura che
passeremo.
Mi giro e lo bacio….. questo ragazzo dai modi gentili e lo sguardo dolce
mi è stato vicino tutto questo tempo e forse senza il suo aiuto non
sarei qui a guardare la mia terra, è giusto che lo ringrazi
adeguatamente anche se è stata Nimira stessa a mandarlo in mio aiuto.
Le piccole imbarcazioni sono pronte sulla battigia, dovremo fare più
attraversate per poter portare di là ogni persona e cosa; rimarranno
solo gli uomini “uccello”, scoperta eccezionale di questo nostro viaggio
verso l’ignoto.
Il tempo non accenna a migliorare ma ad un tratto… il tratto di mare
destinato al passaggio si placa, lentamente, sino a divenire una piccola
striscia d’acqua quieta; tutto attorno le onde enormi si infrangevano
contro un invisibile muro… era l’ora di andare.
Attesi l’ultima batal, salutai personalmente ogni paraysijano, mentre il
mago ancora in cima alla rupe mi aveva già congedato la sera prima
donandomi, oltre che le sue preziose parole, un piccolo ciondolo a forma
di becco di uccello che mi avrebbe portato fortuna in futuro.
Una volta attraversato lo stretto, violentemente le onde ripresero
possesso di quella piccola striscia di mare e dalla nostra vista
scomparvero la costa con i suoi abitanti, risucchiati da una coltre
nebbiosa…. un gruccione si pose dinnanzi a noi, su di un ramo; sebbene
non parlasse, capimmo il suo significato, mi avvicinai e lo accarezzai
prima che ripartisse tra i flutti del mare.
Un urlo festante dei componenti della spedizione mi distolse dai miei
pensieri, la consapevolezza di essere di nuovo sulla strada di casa era
palesemente esibita.
Anche se sarebbe stato ancora lungo il tragitto, le piante, i fiori, gli
odori e persino il colore della terra, ci parevano già quelli di Arcano.
Uniti partimmo per ritrovare Nimira e il suo regno, consapevoli di aver
svolto un importante lavoro.
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