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Tributo alle Truppe Imperiali cadute a Nomat

Capitolo uno

“Vorticavo in una spirale scura e senza fine, attirato da una dimensione che non conoscevo e mi gelava le ossa fino al midollo. Vidi passare davanti ai miei occhi centinaia di morti e cadaveri, la loro puzza mi dava conati di vomito mentre un oceano di sangue mi risucchiava. Io stesso mi sentivo uno di loro, volevo fuggire ma mi ritrovai con le membra spezzate e con il capo riverso, bocconi a terra …”

Erano le prime ore del giorno e la valle intera, ricoperta da una sottile coltre di nebbia, soccombeva gemendo nel silenzio più assoluto sotto la tensione dell’attesa, netta, palpabile che soffocava ogni pensiero umano.
Dalla collina sovrastante la sentiva nei deboli sussurri, nel rumore metallico delle armi, nell’impaziente nitrito dei cavalli che sbuffavano con la bocca piena di bava, che il vento portava ai suoi orecchi. L’accarezzava con lo sguardo gustandola nell’anima, perché quella battaglia era anche sua. Gli apparteneva, perché figlia della libertà che stranieri appartenenti ad un altro mondo volevano strappare lacerando la pace del suo cuore con magli di rabbia e d’odio.
Seduto su una roccia con le gambe incrociate ammirava il levarsi verso l’alto del sole.
Davanti a lui uno sconfinato esercito di amazzoni, guerrieri e arcieri risaltavano nel luccichio delle loro brillanti armature e armi.
Rabbrividì per l’emozione mentre ammirava i vessilli delle Truppe Imperiali e dei Betris, come ebbri di follia ondeggiavano danzando nel vento.
Le amazzoni senza apparente sforzo trattenevano i cavalli mantenendoli in posizione.
Erano la punta di diamante dell’esercito di Nimira, l’orgoglio delle terre dell’Arcano. Nessuno su quelle terre aveva mai cavalcato e combattuto con la loro maestria. In battaglia incarnavano l’ira degli dei.
Come ogni mattina si addestravano.
I fanti chiusi nelle loro armature leggere impugnavano le spade e imbracciavano gli scudi con incisi al centro i segni del casato di Betris. Provavano cariche e ritirate mentre i loro comandanti li incitavano e li guidavano.
Gli arcieri reggendo i loro possenti archi si allenavano con sagome in movimento: animali selvatici veloci e abili nello scappare ma che le punte delle frecce non lasciavano loro scampo.
Si voltò alla sua destra inseguendo i luminosi raggi del sole mentre s’incuneavano tra le gole della cordigliera. Loro, i nemici, erano laggiù ai limiti della cordigliera nella valle di Nomat.
“Presto sarebbero stati messi a tacere, la valle sarebbe stata ricoperta da cumuli di carne e ossa” il pensiero rabbioso spezzò l’estasi della magia che lo aveva avvolto e custodito fino a quel momento.
Stava rientrando da una missione, dal suo ingresso nei Lokot aveva compiuto solo incursioni di sabotaggio e compiti di esplorazione in terreno nemico.
L’esercitazione era terminata e non voleva perdersi quella battaglia. L’indomani si sarebbe presentato a Madras Myrt che comandava quell’esercito chiedendole di unirsi alle sue truppe regolari.
Si risvegliò agitato nella notte scura, madido di sudore e con il respiro affannato.
-Un incubo- sussurrò a se stesso, mentre rivedeva le crudeli immagini dell’esercito di Nimira completamente annientato. Improvvisamente …


Capitolo due

Giunse al suo udito l’eco della battaglia.
“Erano accampati nella pianura dinanzi alle parete rocciose della cordigliera … sciocco che sono stato. Maledizione, anche un bambino avrebbe previsto l’attacco per questa notte”.
L’esploratore maledì contro se stesso mentre era già in piedi a sellare il cavallo radunando le poche cose sparse in terra e gettando polvere sopra il fuoco con i pedi.
Cavalcò, discendendo, lungo il crinale delle colline rischiando più volte di rovinare a terra con il rischio di far spezzare qualche arto all’animale.
La buona sorte gli fu amica e raggiunse presto la cordigliera. Si avventurò a piedi su uno stretto sentiero che lo avrebbe portato a risalire lungo un ripido pendio.
Nonostante la fatica della corsa e il respiro affannato, più saliva e più le grida e il clangore delle armi giungeva nitido ai suoi orecchi.
Risalì l’ultimo strappo roccioso, attento a non farsi notare, scivolò strisciando lungo lo sperone dalla cui posizione con la vista si dominava la valle di Nomat.
La debole luce della luna mostrava un raccapricciante campo di battaglia dove centinaia di ombre grigie affondavano con forza e violenza i loro colpi. Benché la distanza non fosse molta, era quasi impossibile per la scarsa luce capire verso chi arrideva la sorte dello scontro.
Quando poco dopo l’alba giunse, la battaglia sotto i suoi occhi infuriava ancora come il vento in un oceano in tempesta. Vide Myrt e i suoi Comandanti dividere l’esercito, separando la cavalleria dalla fanteria e lasciando quest’ultimo ad affrontare la barbarica orda dei Brauni.
L’esploratore non riusciva a capire il motivo di quella tattica. In quel corpo a corpo non avrebbe avuto senso lanciare un attacco massiccio di cavalleria, molti guerrieri sarebbero morti per mano amica o calpestati dai propri cavalli.
La risposta non tardò ad arrivare quando un rombo di tuono dilagò nella valle. Proveniva dall’altro ingresso della gola. Truppe nemiche si stavano avvicinando stringendo in una morsa le Truppe Imperiali.
La nazione amazzone, a causa della vita severa che conduce, non è seconda a nessun uomo per abilità e vigore fisico. Quel che però conferisce alla razza la sua superiorità non sono i muscoli, ma il cuore.
L’occhio dell’osservatore poteva vedere mantelli di pelle di lupo e di orso, gambali di cuoio d’alce e di daino ed elmi d’argento con borchie di miara.
Alcune cavalcavano a testa nuda, con piume d’aquila tra i capelli ognuna per ogni nemico abbattuto.
Il viso, il petto e le spalle erano dipinte con i colori di guerra ottenuti da una mistura di grasso d’alce, gesso, carbone e una polvere finissima rossa.
Benché l’oggetto della carica, la brigata Mires superasse di molto in numero la loro cavalleria nessuna di loro ebbe un attimo d’indecisione quando la più anziana di loro scattò in avanti sul dorso nudo del suo destriero, lo scudo di pelle di leopardo, la treccia di capelli color rame lunga fino alla vita. Estrasse dal fodero l’ascia bipenne e si voltò verso le compagne:
-Sorelle difendiamo ciò che è nostro, combatteremo come la nostra Madras ci ha comandato"
Non aveva mai visto una carica di cavalleria in massa fino a quel momento e certamente non una costituita da un esercito amazzone su cavalli di prima scelta.
Le amazzoni si disposero velocissime in formazione di carica a mezzaluna, solo alla vista l’uomo percepiva l’istinto selvaggio che fuoriusciva dal loro cuore.
I cavalli aumentarono il passo. Una marea di zoccoli e zampe posteriori s’infilò lungo la gola. L’impatto sarebbe stato inevitabile e violento.


Capitolo tre

L’esploratore abbandonò la sua posizione spostandosi di corsa più avanti per osservare meglio cosa sarebbe accaduto nella gola.
Incespicò più di una volta nel terreno molto sconnesso fino a perdere l’equilibrio con il rischio di cadere nel vuoto, le sue mani ferite iniziavano a dolergli e a sanguinare. Riuscì a trovare riparo dietro una roccia.
La cavalleria amazzone avanzava rabbiosa contro il nemico, da dove si trovava ora vedeva nitidamente lo sguardo gelido e feroce delle prime file che sfilarono sotto i suoi occhi come animali selvaggi che inseguono la loro preda.
Non aveva mai udito un suono cosi potente o sentito la terra tremare con tanta violenza e sopra a tutto, quell’urlo terribile di guerra che faceva accapponare la pelle che rimbalzando di parete in parete echeggiava per tutta la vallata.
Sembrava il rumore di un fiume piena. Gli fu impossibile, a causa della polvere sollevata al passaggio dei cavalli per non parlare delle zolle smosse che schizzavano come pericolosi proiettili, determinare la distanza che le separava dal nemico.
Chiuse gli occhi, strizzandoli, quando percepì il momento in cui gli eserciti sarebbero venuti in contatto. Il piglio e la decisione delle amazzoni con cui avevano risposto alla carica, diede loro il vantaggio della sorpresa. Si ammassarono verso il centro della gola spingendo ai lati il nemico in una bolgia indescrivibile; la brigata Mires non era riuscita a serrare i ranghi in tempo e dopo un duro corpo a corpo fu costretta, dalla pressione che proveniva dalle ultime file della cavalleria di Nimira, a lasciare aperto un varco.
Numerose furono le perdite da entrambe le parti, ma le amazzoni ne approfittarono immediatamente passando a decine e uscendo così dalla cordigliera per dirigersi verso le Kioskas come era stato loro ordinato.
La nube di polvere delle amazzoni in fuga andava dileguandosi sempre più all’orizzonte, nella gola invece tutto era vermiglio. Pietre, rocce e polvere tutto era impiastrato di sangue e sudore.
Persino le pareti del canalone erano macchiate d’impronte di mani e zoccoli dei cavalli che erano stati colpiti nella battaglia.
Al centro di questa vista erano gli ufficiali della Global Detector che tra centinaia di corpi sparsi a terra cercavano di riorganizzare la loro brigata. La ferita di non esser riusciti a fermare la cavalleria amazzone bruciava nel loro orgoglio. Avrebbero voluto vendicarsi ma inseguirle significava dividere l’esercito, compromettere la vittoria di quella battaglia mettendo a repentaglio l’intera brigata sottoponendola inutilmente al rischio di un agguato.
Gli ordini arrivarono via radio, era più importante catturare la giovane Madras che stava lottando con tutte le forze nella valle. La scelta fu quindi di gettarsi a capofitto sulla facile preda, accerchiando così le amazzoni appiedate e i guerrieri che combattevano al loro fianco.
Myrt strappò il corno di guerra dalle mani di un'amazzone. Fu lei stessa a usarlo.
Il suono echeggiò nella valle, come il ruggito di un leone ferito a morte, amazzoni e guerrieri serrarono le fila radunandosi intorno alla figura della Madras pronti all’ultima battaglia fino all’estremo sacrificio.


Capitolo quattro

Scoppiò l’inferno. Le truppe di Nimira, trovandosi prese tra i Brauni e la Brigata Mires, si erano disposte a quadrato.
Per alcuni minuti sembrò che riuscissero a tener testa alla furia nemica. Riuscivano a respingere ogni tentativo di attacco. Ma il peso di quell’orda fu insostenibile.
L’esercito vacillò, le file ondeggiarono, e iniziò a cedere mentre il nemico sfondò in più punti. Myrt e il suo esercito furono risucchiati da quell’avanzata sterminata. Fu una tragedia.
Gli occhi dell’osservatore s’inumidirono, i pugni serrati, si sentiva impotente al verificarsi degli eventi. Sarebbe potuto intervenire ma si domandava a cosa sarebbe valso.
Le amazzoni non si ritirarono, anzi aumentarono le forze con cui combattevano, le loro asce bipenni mulinavano e scintillavano nell’aria spaccando teste e arti nemici.
Scagliavano nugoli di lance e dardi, a distanza ravvicinata e a centinaia. Lottavano con le fruste e quando disarmate si gettavano con coraggio a mani nude. I guerrieri le emulavano. Il nemico replicava con archi e giavellotti, mazze e picche.
Tutta la scena sembrava scolpita nel marmo; forme intrecciate di cavalli, uomini e donne avvinghiati in una lotta mortale. Corpo contro corpo, elmo contro elmo. Ma era troppa la superiorità numerica degli uomini della Global Detector. Solo Myrt con il suo ardore e rabbia era riuscita a crearsi un piccolo vuoto intorno.
La battaglia infuriò per ore, i morti ed i morenti furono ripetutamente calpestati da compagni ed avversari.
Nonostante le gravi e numerose perdite tra le file della global detector, tutte le amazzoni e i guerrieri morirono. Nessuno di loro benché disarmato o a terra si era arreso al nemico.
Restava in piedi solo la giovane madras. Circondata da centinaia di nemici che la sbeffeggiavano e la irridevano ma nessuno aveva il coraggio di avvicinarsi.
Con gli occhi pieni di sangue li insultava per provocarli ma la loro paura di avvicinarsi era troppa. Fino a quando si udì un ordine chiaro e preciso da parte di un ufficiale:
-CATTURATELA VIVA.-
Il primo uomo che uccise, le era fronte, nella sua corazza leggera, stringeva la spada quasi tremando, doveva esser giovane e non raggiunse mai la vecchiaia!
Il colpo di Myrt piegò la resistenza della spada con cui tentava di pararsi e lo colpì in pieno viso.
Altri tentarono di avvicinarsi ma trovarono identica sorte.
Poi vidi del movimento delle retrovie, alcuni uomini portavano ceste in cui c’erano pesanti reti. L’esploratore indietreggiò strisciando, non voleva vedere quando l’avrebbero catturata.
Udì le grida di rabbia poi mentre si allontanava i rumori diventavano sempre più soffocati.


 Shademar

 

 

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