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Vulcar

DARDEL

L'intruso si fece strada tra le imposte della finestra dell'alloggio della Prima Guida.
Lentamente strisciò sul pavimento della stanza immersa nell'oscurità, avvicinandosi silenziosamente al giaciglio dove Dardel ronfava beatamente. Finalmente gli fu vicino e, con un ultimo sforzo, gli balzò addosso.

Svegliato dal fastidioso raggio di sole che gli batteva in piena faccia, l'Esploratore aprì stancamente un occhio, scuotendo la testa.
"E' già passata la notte... ma perchè la Dea non l'ha fatta di 24 ore? Ci vorrebbe proprio una notte così, visto che poi si deve stare svegli per 8 ore... ecco, andrebbe proprio bene, si..."
In preda a simili foschi pensieri su come sovvertire l'ordine naturale delle cose, Dardel si alzò e barcollò fino alla finestra, spalancando riluttante gli scuri. La luce solare invase improvvisamente la stanza mentre la riposante oscurità si rifugiava negli angoli, risentita del tradimento dell'Hammer.
La Prima Guida rimase per qualche istante davanti alla finestra, rabbrividendo nel vento freddo che gli pungeva la pelle del torace e contemplando la Kioskas di Kolise che si stendeva innanzi ai suoi occhi: rossi e dorati mattoni sotto il sole nascente, verdi foglie stillanti umidità notturna, bianchi marmi nel palazzo della Madras.
All'orizzonte il sole si alzava lentamente dalla pianura, spandendo raggi per tutta la superficie visibile di Arcano, annunciando un giorno caldo ed afoso.
Stiracchiandosi lentamente, Dardel raggiunse un angolo dove una bacinella era appoggiata su una mensola; vi immerse la faccia, si asciugò con un panno appoggiato accanto al catino e si infilò infine la divisa mimetica da fatica.
Tinto così il suo essere di verde e marrone, uscì dalla stanza da letto.
Il Portone del Comando e l'alloggio della Prima Guida degli Esploratori di Vulcar si trovano sullo stesso corridoio, assieme al posto di guardia, posizionato tra i due; in questo modo, per qualsiasi evenienza, la sentinella può raggiungere velocemente il comandante, continuando a tenere sotto controllo l'entrata.
Dardel fece cenno all'Hammer dell'ultimo turno di seguirlo, avviandosi attraverso i corridoi silenti del grande edificio.
Prima di arrivare nel dormitorio degli Esploratori, passò in cucina, raccogliendo una padella, ormai completamente ammaccata e segnata dall'uso, e un mestolo di ferro dall'aria alquanto malmessa. Giunse così armato sulla porta della vasta camerata, la spalancò con un calcio e, facendo più rumore possibile, prese a camminare tra le brande, battendo vigorosamente il mestolo sulla padella.
Maledicendo a gran voce il loro comandante, gli Esploratori si alzarono uno dopo l'altro, cominciando a sistemare i letti e andando su e giù per i servizi.
Dardel sorrise di fronte al borbottio, facente parte del rito mattutino esattamente come la colazione. Sapendo di poter contare su di loro, lasciò la sala, passò per la cucina a depositare la padella, che sarebbe servita alla corvee per preparare la colazione, ed uscì nel cortile, disponendosi per la ginnastica del mattino.
Non dovette attendere molto per essere raggiunto dagli Hammers brontolanti.
Filosofia imperante all'interno del Corpo degli Esploratori di Vulcar è che se brontolare può servire a farti fare meglio o più di buon grado una cosa, allora brontola pure. Ma fai la cosa.
Per la forma non c'è molto spazio, nella vita quotidiana dei Vulcar. Quando sei nella foresta, in ricognizione, non è certo la forma che ti salva, se ti capita qualche cosa di spiacevole. Ed essendo questa, la vita dei Vulcar, essi tendono ad essere... indipendenti, per così dire. Ciò che in altri corpi potrebbe essere punito come mancanza di rispetto per un superiore, nei Vulcar è considerato normalità.
Ben sapendo tutto ciò, Dardel attese tranquillamente che tutti gli Esploratori fossero presenti, per poi iniziare la corsa mattutina, seguita dalle flessioni mattutine, dai piegamenti mattutini, dagli addominali mattutini, dalle rotazioni mattutini, ecc ecc...
Conclusa la mezz'ora consueta, gli Hammers defluirono nella sala mensa, buttandosi voracemente sulla colazione che, durante la ginnastica, le corvee avevano preparato.
Il comandante, seduto al tavolo principale con i capipattuglia, mangiava silenziosamente, assorto nella contemplazione delle linee del refettorio e nei suoi pensieri.
Dopo l'attentato all'Imperatrice, avvenuto durante la parata per celebrare la grande vittoria su Ylea, era evidente che i ribelli non erano del tutto sconfitti.
Si sarebbero dovute ricominciare le ricognizioni a lungo raggio per cercare di scovarne le basi; questo significava dover organizzare numerose uscite di molti giorni, preoccuparsi di conoscere l'itinerario, procurarsi tutto l'occorrente, stare attenti a non farsi tagliare fuori dalle Kioskas, avanzare per giorni nella foresta intricata e mille altre cose più o meno spiacevoli...
Prima che la colazione si concludesse, Dardel si alzò in piedi e battè ripetutamente la tazza sul tavolo fino ad ottenere silenzio.
"Appena avrete finito e vi sarete dati una lavata... si, puzzate, se non ve ne siete accorti... dicevo, appena avrete finito, vi voglio tutti nella Sala grande... anche chi è di corve"
Si tornò a sedere, lasciando gli Esploratori alle loro supposizioni, finì il suo porridge di cereali e poi lasciò la sala.
Quando arrivò nella sala delle riunioni, dopo essere passato per la sua stanza a lavarsi e a prendere qualche mappa, il comandante dei Vulcar trovò alcuni Esploratori che erano già arrivati e stavano parlando tra loro. Ricevendo il saluto degli altri Hammers, la Prima Guida prese posto sulla sua sedia, attendendo con calma che le panche disposte nel salone si riempissero.
Quando anche l'ultimo dei Vulcar si fu seduto, Dardel si alzò, aggirò il tavolo posto tra la sua sedia e le panche, fece qualche passo su e giù per lo spazio vuoto davanti ad esso e poi si fermò, fissando i suoi Esploratori.
Erano tutti bravi ragazzi, rumorosi e rilassati nel Comando quanto silenziosi e concentrati nella foresta, di pattuglia. Ne avevano passate tante, molti non erano riusciti a passarle tutte, avevano diritto alla pace, al riposo... ed ecco che lui era costretto a mandarli nuovamente fuori.
Era solo una questione di tempo, ne era convinto, prima che arrivassero ordini in proposito dalla Kioskas Imperiale, tanto valeva muoversi per tempo... ma non era giusto!
Prese un lungo respiro e cominciò.


GUALTIEROW

Quando tutti erano pronti ad ascoltarlo, cominciò dicendo:
"Dopo aver dato tutto per riconquistare la stabilità e la dignità di un popolo unito, siamo riusciti nel nostro intento grazie al valore di ogni Hammer fedele all’Imperatrice… Nulla ci è stato donato, tutto quello che abbiamo raggiunto, ce lo siamo guadagnato col nostro sudore e il nostro sangue. Abbiamo commesso un solo errore: abbiamo creduto troppo in fretta che la minaccia fosse stata debellata, ed ora ci troviamo a dover ammettere che non è così. L’attentato all’Imperatrice ne è la prova più lampante.”
L’uditorio era ammutolito.
La tensione suscitata dall’argomento trattato era palpabile: ogni esploratore presente avvertiva il significato delle parole di Dardel, e la loro portata.
Qui era in gioco il futuro stesso di Arcano, o meglio di quell’Arcano che loro avevano imparato ad amare, con le sue tradizioni, le contraddizioni, con i suoi valori e le tensioni interne, con la grande promessa di pace che avrebbe dovuto regnare almeno per un paio di decenni, dopo che l’ultima guerra fratricida aveva reclamato vittime in così gran numero.
“La Global Detector continuerà a darci problemi” concluse Dardel, “e noi faremo quanto è necessario per scoprire il suo gioco, e prevenirne gli effetti nefasti”.
Gli interventi da parte degli esploratori presenti non si fecero attendere.
Amadeus chiese: “Qual è l’entità delle forze in gioco?”
Dardel rispose: “Questo é proprio uno dei compiti che, come esploratori, ci tocca assumerci. Le conoscenze in merito sono ancora troppo vaghe.”
Artu aggiunse: “Ma non vi pare strano che, a poca distanza da una disfatta totale, i ribelli abbiano tentato una impresa tanto ardita, senza poter godere di una organizzazione alle spalle che li protegga in caso di pesanti rappresaglie?”
“E’ vero”, rincarò Ur, “In tempi così brevi le poche risorse rimaste, mai avrebbero potuto riorganizzarsi decentemente!”
“Secondo me”, intervenne pacato Socrate, “è opera di un pazzo isolato, che ha agito solo per risentimenti personali”
“Ma andiamo!” dissentì Gualtierow, “davvero pensate che una organizzazione interplanetaria come la Global Detector avesse davvero lasciato qualcosa al caso per aggiudicarsi la partita, e si lasciasse dichiarare battuta da quelli che ai loro occhi si presentano come problemi di marginale entita’?”…. aggiungendo poi: “E avesse atteso semplicemente l’iniziativa improbabile di un singolo individuo per eliminare l’Imperatrice Nimira?… Ridicolo!”concluse con veemenza.
“Eliminare?… Se il loro intento fosse stato quello di eliminare l’Imperatrice, perchè si sarebbero limitati a utilizzare dardi che non avessero la punta avvelenata?” commentò sir Vulcan scuotendo il capo.
“Forse è stato l’atto di un purista, scontento del fatto che nelle vene dell’imperatrice non scorresse sangue imperiale, e volesse semplicemente evitare che ella potesse procreare a sua volta, senza correre il rischio di uccidere l’Imperatrice, la cui scomparsa avrebbe generato il caos su Arcano” aggiunse Turelio a voce alta, cercando di sopraffare il brusio crescente che si stava espandendo nella sala a causa dei commenti che si susseguivano disordinati e dirompenti.
“E non dimentichiamoci delle Darkayer, dal dente avvelenato, dopo che la triste figura della loro Madras è stata eliminata con tanto disonore” gridò Barbadoro, nel tentativo di farsi sentire…
“Calma! Calma!!!” esortò Dardel, battendo con vigore sul tavolo il boccale di metallo pesante, vedendo che la seduta stava degenerando in un battibecco privo di costruttività "CALMA, PERDINCI!!” urlò infine, adottando un’imprecazione che aveva inteso durante l’ultimo viaggio negli Stati dell’Unione, la quale gli sembrava di sicuro effetto.
L’effetto ci fu davvero. Gli Hammers squadrarono Dardel con aria interrogativa “Perdinci… chi sarà mai costui?” si chiesero tutti ammutolendo.
“E se non vi date un po’ di contegno aggiungerò addirittura Perbacco!!!” rincarò Dardel, galvanizzato.
“No no, capo, non ci fare questo!!!” gridò Vaughan con esagerata teatralità, fingendosi terrorizzato, “Perdinci basta e avanza!!!”
Tutti risero di gusto, e la tensione sembrò per un attimo dissolversi come neve al sole.
“Bene!” riprese Dardel quando gli echi delle ultime risa si stavano spegnendo, “Ho visto con piacere che avete tentato di prendere in esame tutte le possibilità. Questo vi fa onore! Ma ora finiamola di limitarci a parlare. E’ arrivato il momento di agire!!!" esclamò infine, sottolineando l’ultima frase con un potente colpo di boccale, il quale si vide ornato di una ammaccatura in più.
“Gual, tu che sei propenso a considerare l’ipotesi di un coinvolgimento diretto della Global nell’attentato all’Imperatrice, prendi un paio di uomini con te e dirigiti verso le valli montuose al di là del Kruill… su questa mappa sono segnate le coordinate di un punto ove pare che un misterioso cargo sia atterrato ultimamente, tentando invano di sottrarsi alla vista acuta delle nostre vedette.”
“Bene capo!” rispose Gualtierow prendendo la mappa che gli veniva tesa. “Porterò con me Nuh, Azzope, Artu e Socrate” aggiunse poi, dopo un attimo di riflessione.
“Fortes, per te una impresa molto delicata”, continuò la Prima Guida, rivolgendosi a Sir Fortesque, “Non possiamo escludere che il padre della futura erede al trono possa avere qualche motivo di risentimento verso l’Imperatrice… Cerca di venire a sapere l’identità di questo misterioso individuo, e di studiarne la personalità… mi raccomando, usando la massima discrezione possibile: So di poter contare su di te!”
“Agli ordini, Dardel. Sarò silenzioso come un’ombra e invisibile come uno spirito nella notte fonda.”
“Non mi aspetto nulla di meno” concluse Dardel, rassicurato.
“Lord, tu e un paio di esploratori di tua scelta seguirete le mosse delle Darkayer di maggior spicco, quelle più fanatiche tra le fedelissime di Ylea… tra quelle rimaste in vita, naturalmente…” disse poi Dardel, rivolgendosi a Lord of Byron.
“Lapalissiano!” si sentì rispondere, “Non sono tagliato per i lavori di riesumazione” aggiunse il Lord, lanciandogli una frecciatina carica di humor macabro.
“Per quanto riguarda gli altri… vi dislocherò in precisi punti nevralgici che annuncerò dopo aver studiato la situazione in dettaglio” annunciò quindi la Prima Guida, alzandosi.
“Se non ci sono domande, ci rivediamo a pranzo!” concluse poi.
Non ce ne furono.


DARDEL

Gli Esploratori uscirono lentamente dalla Sala grande del Comando, discutendo sommessamente sulle parole del loro comandante. Avevano sperato di potersi riposare, lo si intuiva facilmente, ma al contempo erano pronti a ricominciare l’estenuante e pericoloso lavoro di pattugliamento e ricognizione.
Presso la porta della Sala, i Capipattuglia facevano cerchio, attendendo gli ordini e parlottando tra di loro sulle missioni assegnate, sull’equipaggiamento, sugli Esploratori. Stavano già esaminando tutte le variabili del caso.
Dardel pensò non per la prima volta che la vita si stava dimostrando ingiusta con i suoi ragazzi, ma cosa poteva fare lui, se non preoccuparsi perché si potesse affrontare quell’ingiustizia nel miglior modo possibile?
Si avvicinò ai suoi ufficiali e sorrise sentendo i loro discorsi. In effetti, non si aspettava di meno, visto che erano stati scelti proprio per la loro capacità di non lasciare nulla al caso.
“Bene, sapete come stanno le cose. Le idee le abbiamo già tirate fuori, alcuni hanno già delle missioni; ora vediamo di organizzare bene le cose da fare, decidere chi resterà qui e dove andrò io e con chi”
La Prima Guida sollevò una mano per fermare sul nascere il coro di proteste dei suoi sottoposti.
“No, ragazzi, non sono ancora così vecchio da restarmene qua, anzi, ci sono Esploratori più vecchi di me. E non ditemi che sono troppo importante, che non devo rischiare. Sapete benissimo che l’ho sempre fatto, che sono sempre uscito anche io. Non mando qualcuno a fare qualcosa che io stesso non farei.”
Chiarito il punto, Dardel invitò il gruppetto al tavolo, dove rimasero per tutta la mattinata, pianificando le missioni.
Dopo pranzo vennero date le ultime disposizioni e il pomeriggio fu impiegato per i preparativi; ogni Capopattuglia scelse l’equipaggiamento adatto alla sua missione e parlò con i suoi uomini.
La notte passò quieta e veloce, e quando sollevò il proprio velo rivelò un Comando in fermento come un alveare.
Hammers andavano e venivano per il cortile, sellando i cavalli, caricando l’equipaggiamento nelle sacche, controllando le armi, chiamandosi tra di loro.
Le Pattuglie si formarono velocemente e lasciarono il grande edificio nel momento in cui il sole iniziò faticosamente ad emerge dall’orizzonte, spandendo i suoi primi caldi raggi su Arcano.
Il comandante si fermò un istante sul portone, lasciando un’ultima raccomandazione all’ufficiale che avrebbe detenuto il comando in sua assenza.
“Quando arriverà il messo imperiale, perché sono sicuro che arriverà, ascolta ciò che ha da dire, che sarà un ordine di pattugliamento e ricognizione a lungo raggio, e digli che stiamo già provvedendo. Per il resto, continua l’addestramento con le reclute. Tutto qua. Ci vediamo”
La Prima Guida rispose con un cenno al saluto dell’Hammer, salì a cavallo e partì con la sua Pattuglia, attraversando le strade ancora in penombra della Kioskas, risonanti del passaggio degli Esploratori.
Appena fuori dalla Kioskas, i Vulcar si schierarono per ascoltare le ultime parole del Comandante.
Dardel fece scorrere lo sguardo sulle file di Hammers, ammirando i suoi ragazzi.
Pensò ad un discorso sull’onore, sull’orgoglio di servire l’Imperatrice, ma alla fine, come sempre, decise di lasciare perdere.
“Tornate tutti interi, Esploratori. Vi chiedo questo. Tornate, e tornate con le informazioni. Non fate gli eroi; quello è compito dei guerrieri. Voi dovete vedere… e tornare per riferire. Buona Strada”
Gli Hammers salutarono in coro il comandante, poi ogni pattuglia partì verso la sua destinazione: Gualtierow verso il Kruill e verso le montagne, accompagnato da altri quattro Esploratori; Sir Fortesque verso la Kioskas Imperiale con una ventina di uomini che poi avrebbe diviso nelle altre città fortezza; Lord of Byron verso la foresta e verso i rifugi delle Darkayer.
Dardel ristette un attimo a guardare le nuvole di polvere sollevate dagli zoccoli dei cavalli che si allontanavano, poi diede di sprone a Scaurus, seguito dalla sua pattuglia, diretto alla volta delle pianure che costeggiavano la foresta.
Non sapeva di preciso cosa aspettarsi; a giudicare dal passato e dalle informazioni in suo possesso, quella era una zona tranquilla.
Proprio per questo, però, i Ribelli avrebbero potuto decidere di spostare delle attività in quella zona. Cosa, meglio di una mossa inaspettata, sbilancia il nemico?
La Prima Guida rimase per qualche istante assorto in quei pensieri, poi si riscosse e chiamò a sé uno dei giovani esploratori che aveva deciso di includere nella sua Pattuglia, al fine di poterne valutare le capacità.
“Vaughan, voglio che tu ci preceda di un paio di miglia, in modo tale da vedere a cosa stiamo andando incontro. Un Hammer solo risalta meno di dieci Esploratori. Se trovi qualche cosa di sospetto, torna indietro ad avvertirci. Se tutto va bene, ci rivedremo questa sera al calar del sole, quando ci raggiungerai al campo. Domande?”
Vaughan scosse il capo, salutò e spronò il cavallo, allontanandosi velocemente.


GUALTIEROW

“Cosa?! Vorresti che ci portassimo appresso anche quell’essere immondo di Thombourgh?”
Sul viso di Artu si leggeva sconcerto e disgusto ad un tempo.
“Ascolta, mio fiero esploratore” rispose Gualtierow conciliante, “conosco bene il significato che tu dai alla parola spirito di gruppo… Per te significa lealtà assoluta, e disponibilità estrema, ma chi di noi non ha mai compiuto errori in passato?”
“Avevamo già abbastanza da fare a difenderci dai nemici dichiarati, ora dovremo tener conto anche di un elemento totalmente inaffidabile presente tra noi!” replicò Artu imprecando, ormai consapevole del fatto che la seconda guida non avrebbe cambiato parere.
“D’accordo, ammetto che quando Thombourgh preso dal panico ha piantato in asso il gruppo mettendo in forse la riuscita di tutta l’operazione, anch’io sono rimasto allibito. Ma tu hai idea di quanto lui abbia pagato per questo suo attimo di debolezza? E’ rimasto isolato per mesi, sentendosi un verme per tutto il tempo…” ribatté Gual, e continuò dicendo: “E poi ci serve! Essendo cresciuto proprio nella zona che dobbiamo raggiungere, la conosce come le sue tasche. Non occorre che vi rammenti che avremo bisogno di tutto l’aiuto disponibile per le nostre ricerche.” disse infine, corrugando la fronte.
“Già… ci servirà solo fino a quando sarà maturo per la prossima diserzione” commentò Artu amaramente.
“Ci penserà Azzope a tenerlo d’occhio” riprese Gual ammiccando, “la sua capacità di intuire le reazioni umane ha del prodigioso. A volte mi chiedo se sia davvero in grado di leggere nel pensiero di chi gli sta di fronte”
“Non attribuitemi poteri che non posseggo!” sentenziò Azzope solennemente, e poi facendo spallucce aggiunse “si tratta solo di conoscere i fondamenti del linguaggio corporeo, ed allenare lo spirito di osservazione”
“Allora è deciso! Prima tappa: la baracca sul Kruill… Thombourgh esulterà sapendo che gli sarà offerta una seconda possibilità” concluse Gual portandosi in testa al gruppo.
Il gruppo comprendeva cinque elementi: oltre a Gualtierow, Azzope, Artu, c’erano Nuh-Waleran e Socrate… la missione sembrava essere in buone mani.
Il numero così alto d’esploratori scelti per una stessa missione, si spiegava per la vastità della zona che avrebbero dovuto perlustrare.
La missione era anche altamente rischiosa… si trattava di penetrare in pieno territorio ostile: di quei cinque, almeno uno avrebbe dovuto essere in grado di tornare con informazioni preziosissime per Dardel.
Thombourgh era intento a spaccare legna, quando arrivarono alla baracca. Il busto scoperto e grondante rivelava che nei mesi precedenti la sua forma fisica non era andata perduta.
Dopo un attimo d’incertezza, l’ex esploratore si diresse verso gli ospiti inattesi con espressione interrogativa.
Gual gli tese la mano per mostrare la sua intenzione di riconciliarsi. Thom strinse quella mano, mentre gli occhi diventavano lucidi, quindi pregò tutti di sedersi al proprio tavolo, dicendo “Un goccio, di quello buono, per festeggiare l’evento”
“D’accordo, ma solo un goccio… nell’attesa che tu metta insieme l’essenziale e sia pronto a venire con noi” disse Gual con un franco sorriso.
“Con voi verrei in capo al mondo!” esclamò il padrone di casa con la sua voce roboante, aggiungendo che sarebbe stato pronto in un attimo.
Artu sospirò sconsolato.
Ripresero la marcia dopo poco tempo. La giornata era radiosa, i presupposti sembravano ideali.
Dopo aver oltrepassato l’ultima delle kioskas, il territorio si presentava ricco di vegetazione ovunque.
Per evitare di essere notati, avrebbero dovuto tagliare attraverso la foresta ed oltrepassarla, invece di procedere lungo il fiume.
La méta era un affluente del Kruill che proveniva da una zona poco ospitale, ove viveva una comunità dedita alla pastorizia.
La marcia in quel territorio pressoché inesplorato era dura, ma piena di fascino.
Gli alberi alti gettavano il sottobosco in una penombra quasi continua. Proprio questo rendeva difficile agli arbusti la sopravvivenza, di conseguenza il terreno era relativamente sgombro, ed era possibile procedere anche in assenza di un sentiero.
Funghi e piccoli mammiferi costituivano la dieta di base del gruppo d’esploratori, le sorgenti infestate da Drakor però fornivano una gradevole variante.
Gli esploratori procedevano in silenzio, attenti al più piccolo rumore. Sapevano fin troppo bene che il successo della missione, oltre alla loro stessa sopravvivenza dipendevano da ferrea disciplina e intesa perfetta.
Questo spirito di gruppo esemplare tornava utile anche durante la caccia fatta per procacciarsi il cibo. La preda spaventata da alcuni cadeva nella trappola tesa da altri. Tutto funzionava con sincronismo perfetto.
Dopo due giorni e mezzo la vegetazione cominciava a diradarsi: procedere diventava più facile, ma il rischio di essere avvistati cresceva. In ogni caso avevano un grosso vantaggio: anche se i ribelli si aspettavano visite, nessuno avrebbe pensato che sarebbero emerse da quella parte.
Ora bisognava evitare di vanificare quel vantaggio spostandosi con prudenza. Si portarono ai margini della foresta ed attesero che giungesse il tramonto.
Quando si rimisero in marcia notarono una costruzione in lontananza. Un filo di fumo indicava presenza di vita.
Avrebbero cominciato l’indagine da lì.


TAAL

Il sole basso sull'orizzonte colorava di rosso le colline.
Al centro di un avvallamento, una macchia scura indicava i resti dell'incendio di una casa colonica.
Attorno alla cascina orti racchiusi da muri a secco conservavano un po' d'umidità nella quale far crescere stentati ortaggi.
Gli alberi da frutta erano piegati dal vento che nella stagione fredda spazzava quel territorio ai bordi del deserto. La piccola casa in pietra, senza intonaco, indicava che gli abitanti erano dei poveri contadini.
I resti del camino erano al centro di un'unica stanza che serviva da cucina e stanza da letto. A destra, una baracca carbonizzata, simile ad un pollaio.
Quattro corpi carbonizzati giacevano nel loggiato davanti all'uscio.
Lo scampanellio di un gregge di obos, ovini robusti e miti, allevati per ricavarne carne, latte e lana, era l'unico segno di vita.
Sul retro della casa una buca era appena stata scavata.
- C'è nessuno? - urlò Gualtierow.
Dal gregge emerse un uomo di circa vent'anni, tre cani ringhianti gli fungevano da scorta. Capelli neri crespi incorniciavano un viso olivastro dai caratteri semitici. Gli occhi scuri di taglio orientale erano chiusi a fessura. Un pesante caffettano di lana grezza copriva il corpo longilineo.
La mano sinistra tesa in un gesto imperioso tratteneva i cani, la mano destra appoggiata alla cintura nella quale era infilato il coltello tradizionale delle alture di Sahran.
- Che siate uomini o demoni, Taal non vi teme, stranieri! Tornate da dove siete venuti - Urlò con accento tipico del luogo.
- Desideriamo raggiungere il fiume - Rispose Gualtierow.
Vigeva la regola che il passaggio verso il fiume doveva essere sempre permesso.
- E' a mezza giornata di marcia in direzione Est - rispose Taal - Seguendo la via più breve sarete costretti a passare la notte in una zona desertica infestata da ragni velenosi. Vi conviene proseguire verso Nord fino al villaggio e ripartire domattina. Ma non confidate nell'ospitalità di nessuno. Stanno succedendo cose strane in queste terre, gli stranieri che viaggiano in incognito non sono ben visti, in questi giorni.-
Gual fece un cenno impercettibile ad Azzope. Quando si trattava di scoprire fino a che punto uno sconosciuto desse risposte sincere, era lui a fare le veci del capo, ponendo le domande ed osservando le reazioni dell'interlocutore.
Azzope sapeva che poteva parlare liberamente con l'indigeno: se si fosse rivelato un pericolo per la missione, lo avrebbero semplicemente eliminato. Era la spietata legge del "massimo risultato con il minimo rischio", che regola il comportamento degli esploratori in missione.
Si qualificò come inviato dell'imperatrice incaricato di indagare sui disordini avvenuti in zona.
- Una squadra di uomini e demoni sta spargendo il terrore. Quei quattro corpi sono i resti dei miei genitori e delle mie sorelle. La buca sul retro sarà la loro nuova casa. - Disse laconicamente Taal.
Azzope studiò attentamente l'espressione corporea del sedicente sopravvissuto.
Era presto per farsene un'idea definitiva. Le braccia conserte indicavano un atteggiamento di difesa che contrastava con la voce "di petto", sincera fino al limite dell'insolenza.
- Ci rincresce sinceramente di essere arrivati troppo tardi per difendere i vostri familiari - disse diplomaticamente. - Avete accennato a un gruppo di assalitori: cosa vi fa pensare che si trattasse di uomini e demoni?-
- Vedete - disse Taal in modo più rilassato - le pietre del muro, in alcuni punti, sembrano fuse, e questo può essere solo opera di demoni, ma le poche scaglie di Miara che erano nascoste in cantina possono essere state rubate solo da degli uomini. In paese si racconta che questi demoni abbiano lance di fuoco e diano la caccia all'angelo caduto dal cielo.-
La squadra di Vulcar riuscì a stento a dissimulare lo sconcerto. Superstizioni a parte, il racconto conteneva elementi utili al ritrovamento del carico misterioso.
Decisero quindi di stare al gioco e chiesero una descrizione di questo fantomatico "angelo".
- Due notti fa l'ho visto con i miei occhi- s'infervorò Taal - Un globo luminoso azzurro è piombato oltre il fiume. Ero là a far pascolare le mie pecore. Appena sono riuscito a radunare il gregge sono fuggito qui a casa e ho trovato questo scempio. -
Azzope si era fatta un'idea abbastanza chiara dell'allevatore: il suo racconto sembrava incredibile.
L'impeto che metteva nell'esporre i fatti di cui era a conoscenza mostrava la sincera convinzione nelle proprie parole, senza contare l'autenticità del dolore che traspariva da ogni suo atto a causa della perdita dei propri cari.
Così, dopo essersi consultati brevemente, gli esploratori lo aiutarono a seppellire i poveri resti di quella che era stata una famiglia, ed accettarono di consumare con l'allevatore il modesto pasto che lui poteva ancora offrire, mettendo insieme quel poco che si era salvato dal saccheggio.
Un po' della selvaggina rimasta agli esploratori contribuì a completare la cena che consumarono nel casolare depredato.
Pacata la fame, l'umore del pastore migliorò gradualmente, così finalmente si presentò con il nome di Taal, figlio di Liza e di Hebraim.
I suoi genitori erano stati al servizio di Ylea, il padre come stalliere, la madre come aspirante sacerdotessa. Erano fuggiti dalla Kioskas perché il loro amore era in disaccordo con le ferree leggi di classe.
Dalla madre aveva imparato a leggere e a scrivere, dal padre a trattare con il bestiame, e una buona tecnica di autodifesa.
Poi parlò un po' della vita semplice che aveva condotto fino a quel momento, finché quei démoni...
Gual decise di chiarirgli le idee riguardo alla possibile identità degli assalitori. Non fu facile combattere contro le sue profonde superstizioni.
Gli parlò delle mire espansionistiche di una società mineraria multiplanetaria che aveva messo gli occhi sui giacimenti di miara esistenti su Arcano. Gli parlò di tecnologia avanzata sviluppatasi su pianeti lontani, una tecnologia che rendeva possibile volare tra un pianeta e l'altro e fabbricare armi in grado di sciogliere la pietra.
Il sospetto che ciò che Taal aveva interpretato come un angelo del cielo fosse in realtà un'astronave si stava trasformando in certezza. Anche i demoni si sarebbero, probabilmente, rivelati essere ribelli sanguinari muniti di armi finora sconosciute su Arcano.
- Ribelli... semplici ribelli- ripeté Taal piano, come se stesse parlando a se stesso, mentre gli occhi lentamente si socchiudevano esprimendo uno sguardo sempre più carico d'odio.
Quando Socrate chiese a Taal cosa avrebbe fatto nell'immediato futuro, si sentì rispondere con voce sibilante: - Quei bastardi... li eliminerò tutti. Uno ad uno-
- O saranno piuttosto loro a completare l'opera, eliminando l'ultimo componente della tua famiglia- replicò il filosofo con tono pacato.
- Non m'importerebbe di morire, se potessi portarmene un paio di loro nel regno di Moghul-
- Con le armi a loro disposizione, da solo non riusciresti nemmeno ad avvicinarti...- aggiunse poi Nuh-Waleran.
- Non riuscirei, se mi ritenessero un individuo pericoloso... ma se mi prendessero per un pastore inoffensivo, e si avvicinassero abbastanza da essere a tiro del mio pugnale...- Taal continuava a ipotizzare sviluppi poco realistici, mentre Gualtierow cercava il modo di poter raggiungere il luogo dell'atterraggio del cargo, senza però dare nell'occhio.
Di giorno, in quella zona così spoglia di vegetazione, sarebbe stato impossibile non essere notati, di notte le tarantole avrebbero potuto rappresentare un pericolo mortale.
Quel pastore sarebbe potuto tornare utile se fosse stato più ragionevole. Valeva la pena di tentare!
Gualtierow esclamò: - Nuh ha perfettamente ragione! Se hai veramente intenzione di rendere la pariglia a quei barbari sanguinari, hai bisogno di sostegno, un sostegno che noi saremmo in grado di darti...-
- In cambio di cosa ?- La diffidenza si era dipinta sul volto di Taal.
- Sei in gamba, giovanotto, per aver subito intuito che non ti avremmo offerto aiuto senza chiedere qualcosa in cambio -continuò Gual- ma perché tu possa fidarti di noi è necessario chiarire quale sarà il tuo ruolo nella nostra missione. Tu conosci il luogo esatto dove è atterrata l'astronave, e puoi fare in modo che noi ci si arrivi senza dare nell'occhio...-
- In che modo?- chiese subito Taal.
- Facendoci passare per pastori come te... pastori con tanto di indumenti locali e di gregge.-
Taal valutò la questione con cautela. Le possibilità di successo, da solo, erano minime... e poi, non gli bastava abbattere un paio di quei cani, e subito dopo andare incontro a morte certa... In fondo, che aveva da perdere?
Così Taal accettò di far parte della spedizione, almeno finché non avessero reso la pariglia a quei ribelli sanguinari.
Concordarono infine di partire all'alba del giorno successivo. Taal si era impegnato a procurare abiti simili ai suoi. I caffettani avrebbero nascosto le armi da tenere a portata di mano.


VAUGHAN

“Vaughan, voglio che tu ci preceda di un paio di miglia in avanscoperta. Un Hammer solo risalta meno di dieci Esploratori. Se trovi qualche cosa di sospetto, torna immediatamente ad avvertirci. Se tutto va bene, ci rivedremo questa sera al calar del sole, quando ci raggiungerai al campo. Domande?”
Vaughan scosse il capo, salutò e spronò il cavallo, allontanandosi velocemente.
L’esploratore si inoltrò in un sentiero nascosto nel folto della foresta.
Dopo aver percorso il viottolo per circa due miglia, Vaughan decise di proseguire a piedi per risparmiare il cavallo.
La zona sembrava sgombra dai ribelli ed ormai il sole stava calando, Vaughan si apprestò a far ritorno al campo. Abbandonò il cavallo in una macchia di arbusti e si inerpicò su una roccia per verificare che la strada del ritorno fosse sgombra.
Nella luce del crepuscolo individuò la luce di un falò poco distante, percorse il sentiero e si sdraiò a terra dietro una grossa felce spiando gli estranei.
Un uomo ed una donna giacevano privi di vita, le vesti lacere mostravano segni di tortura. In piedi un capo ribelle stava apostrofando un suo luogotenente.
- Imbecille! Li hai fatti morire prima che potessero darci tutte le informazioni. Non sappiamo cosa contiene il carico nè come aprire l’involucro. Non siamo in grado di usare queste attrezzature, i due ingegneri della Global Detector dovevano arrivare vivi a Sahran. Ringrazia gli dei che domattina avrò bisogno di te per guidarci al luogo dell’impatto, dovrei farti giustiziare seduta stante!"
Il sole era ormai calato e doveva tornare al campo per riferire quello che aveva sentito.
Tornò silenziosamente dal cavallo e si diresse verso la Pattuglia degli esploratori.
Arrivò al campo a notte fonda.
- Svegliate Dardel - disse alle sentinelle – esploratore Vaughan a rapporto -.


GUALTIEROW

“Non capisco” disse Dardel scuotendo il capo,dopo aver attentamente ascoltato il rapporto di Vaughan, “se la Global Detector confida sull’appoggio dei ribelli per conquistare i diritti di sfruttamento dei giacimenti di miara su Arcano, perché questi dovrebbero torturare ingegneri della Global per carpirne i segreti?”
In tutta questa storia c’era qualcosa che non quadrava!
“Ad ogni modo, non è standocene qui con le mani in mano a consumarci il cervello in inutili elucubrazioni che risolveremo l’enigma!” esclamò dopo averci riflettuto un attimo.
Alzandosi di scatto ordinò quindi: “Smontate le tende, è giunto il momento di dimostrare cosa valiamo!”
Le sentinelle non si fecero pregare: con sommo piacere si incaricarono di scuotere tutti coloro che ancora beati si lasciavano cullare dalle braccia di Morfeo.
Ben presto tutto l’accampamento era percorso da un sommesso coro di voci, talune contrariate, altre eccitate dall’evolversi degli eventi. Tutto comunque si svolse in un clima di sollecita e organizzata preparazione alla partenza: i ribelli si stavano allontanando; bisognava restar loro addosso.
Non era facile spostarsi al buio, senza poter usare le fiaccole, che avrebbero tradito la loro presenza ai ribelli che li precedevano. Per fortuna un cielo quasi privo di nubi, e la luna arcanese contribuivano splendidamente al successo della missione.
Arrivati nei pressi del bivacco ormai deserto, dove Vaughan aveva assistito al dialogo tra i ribelli, Dardel ordinò che si desse un’occhiata per ricavare nuovi indizi che chiarissero il comportamento inspiegabile dei ribelli.
I corpi martoriati dei due emissari della Global Detector erano ancora là, triste emblema della furia selvaggia dei ribelli la cui barbarie sembraVA non conoscere limiti.
In particolare i torturatori avevano maggiormente infierito sulla donna: sarà stato per sottolineare il proprio rifiuto di sottomettersi ad un ordine sociale di tipo matriarcale, come quello adottato dagli Hammers, oppure semplicemente per dar sfogo alla bestialità di una popolazione culturalmente arretrata?
Un solo attimo indugiò Dardel nel percorrere con lo sguardo i fini lineamenti di quel viso che il pallore cadaverico esaltava ancor più, come se si fosse trattato dell’opera marmorea di un grande artista.
”E tu”, disse ”bella avventuriera, cosa cercavi davvero, in queste splendide terre scosse da assurde lotte intestine…”
“Sotterrateli!” ordinò infine, ripudiando l’idea che quel corpo diventasse cibo per sciacalli, “ma alla svelta!”
“Lasciatemi assassini!”. La donna aveva la faccia stravolta e gli occhi allucinati. Le urla arrivarono all’orecchio di Dardel totalmente inattese.
”Che diav…”
“Comandante!”
Una donna che sembrava fuori di se fu portata al cospetto della prima guida. “L’abbiamo trovata qui vicino, avvinghiata al ramo più alto di un albero”
“Lasciatemiiii!”. La donna continuava a gridare dimenandosi.
“Questa pazza finirà per attrarre su di noi l’attenzione di tutti i ribelli di Arcano” disse Dardel con un sospiro. Poi aggiunse: “Mi dispiace doverlo fare, bellezza ma… non mi lasci scelta.”
Uno schiaffo colpì in pieno il viso della donna, che ammutolì di colpo.
Dardel aveva letto da qualche parte che quella era la migliore terapia contro attacchi di isteria… fu contento di scoprire che la terapia appena adottata funzionava davvero.
“Bene”, disse poi, “Ora che vi siete calmata, madonna, diteci cosa è avvenuto in questo posto”.
Dardel aveva posto la sua domanda facendo molta attenzione ad utilizzare un tono che fosse gentile e deciso nello stesso tempo.
“Nnn… non lo sapete?” rispose titubante la donna illuminata fiocamente dalla fiamma che i ribelli non avevano provveduto a spegnere.
“Siamo appena arrivati… i miei uomini si stanno già occupando della sepoltura dei corpi di due poveri disgraziati…”
“Annika… e Ginko… Oddio che orrore” La donna si coprì il volto con le mani lasciandosi andare in un pianto liberatore.
“Lasciatela pure, ragazzi.” disse Dardel rivolgendosi ai due Vulcar che continuavano a trattenerla temendo un nuovo attacco di isteria.
“State tranquilla, madama, qui nessuno vi farà del male” fece la prima guida, posandole una mano sulla spalla.
La donna prese lentamente quella mano tra le sue, e rivolse lo sguardo a cercare gli occhi di colui che le stava di fronte… dopo un lungo attimo di intensa valutazione, disse: ”Si… sento che di voi mi posso fidare”
Ai due Vulcar che l’avevano condotta fin là scappò un sorrisetto ironico… il fascino del comandante aveva colpito ancora!
Con la mano libera, Dardel fece un gesto eloquente ai due, che si allontanarono in gran fretta.
Dalla donna egli apprese che si chiamava Giada, che era atterrata su Arcano in compagnia di un agente minerario e di un ingegnere.
La guida che li aspettava avrebbe avuto il compito di scortarli verso un villaggio nel quale avrebbero preso contatto con esponenti di un non ben definito gruppo destinato a diventare la forza dominante su Arcano.
Dopo l’assassinio di Norman Atek, la Global aveva deciso di essere più prudente nel gestire il processo di civilizzazione del pianeta…
Mentre la donna parlava, Dardel cercava di scoprire se ella fosse davvero convinta di quanto diceva, oppure mentiva spudoratamente… Artu gli sarebbe stato di grande aiuto in quel frangente.
“Processo di civilizzazione…” pensava disgustato, ”è così che la Global chiama il suo tentativo di succhiarci tutte le migliori risorse del nostro pianeta…”.
Giada continuò a raccontare che non arrivarono mai a destinazione perché un gruppo di miserabili tagliagole li aveva catturati.
La loro guida fu uccisa sul posto, lei stessa riuscì miracolosamente a fuggire, mentre gli altri due furono trascinati in quello spiazzo e torturati.
A lei non restò che restare nascosta mentre le urla di dolore dei suoi compagni le giungevano alle orecchie terrorizzandola.
Quando Dardel le chiese qual era la natura della loro missione, ottenne come risposta che lei come tecnico aveva l’unico compito di aiutare l’ingegnere nelle operazioni di sblocco della protezione esterna, e di messa in funzione delle apparecchiature tecniche contenute nel velivolo.
Lei stessa era all’oscuro delle funzioni di tali apparecchiature, per cui avrebbe potuto essere più esplicita soltanto se fossero andati sul posto.
Riesaminando mentalmente tutta la storia, Dardel giunse alla conclusione che gli stessi ribelli non erano uniti nella lotta contro l’imperatrice, ma che esistevano almeno due fazioni distinte.
Questo rendeva agli Hammers il compito più facile.
Adesso l’importante era seguire i ribelli che si erano diretti al luogo dell’impatto, ed impedir loro di penetrare nell’ovoide.
“Non c’è pericolo!” replicò il tecnico della Global, “l’ovoide è praticamente impenetrabile, se non si è in possesso della tecnologia adatta, e se non si sa come utilizzarla”. Giada concluse abbozzando per la prima volta un mezzo sorriso, che mise in evidenza le componenti più attraenti del suo visetto spaurito.


TAAL

Taal raccolse gli avanzi del pasto e, aggiungendo alcune manciate di cereali fermentati, preparò una zuppa per i cani.
Si raccomandò di permettere ai cani di dormire a fianco degli esploratori.
- Dovranno abituarsi al vostro odore, altrimenti non vi permetteranno di avvicinarvi agli obos -
Taal trascorse una notte agitata, appena l'aurora dipinse l'est di un rosa tenue si avvicinò al gregge e, scelti due agnelli obos, si avviò verso il villaggio.
Thombourgh seguì con lo sguardo la bianca figura che scompariva nel buio della notte - un fantasma in cerca della sua vendetta - pensò, e richiuse gli occhi.
Tornò dopo un'ora trasportando sulle spalle un enorme fagotto dal quale spuntavano cinque tozzi bastoni.
Trovò gli esploratori in pieno assetto di marcia intenti ad osservare Artu che faceva il buffone con i cani.
- Vedo che vi siete già integrati col branco. - disse gettando a terra il fagotto - Fatevi rispettare da quelle bestiacce, che imparino subito che siete PASTORI, non GREGGE -
Cani e umani si fecero attorno al pastore. Taal distribuì i vestiti di lana grezza, i calzari di pelle d'obos e una larga sciarpa di cotone color sabbia.
Preso uno dei bastoni lo fece abilmente ruotare in aria. Avuta l'attenzione dei presenti spiegò:
- I ribelli vietano ai pastori di possedere armi, possiamo portare con noi soltanto un coltello e un bastone, vi sarà utile durante la marcia; è anche un'arma da difesa - detto questo, eseguì una mezza giravolta sul piede sinistro.
Guidando l'asta con la sinistra, il palmo della mano destra appoggiato ad un'estremità del bastone colpì una zucca dell'orto che si spaccò a metà. Ritirò il bastone dal quale, a seguito dell'impatto, era spuntata una lama semicurva. Forzandola contro un masso fece rientrare il meccanismo a molla.
Avuti i loro bastoni, la squadra si esercitò brevemente nell'uso dell'arma e si mise in marcia.
Presto la rada vegetazione scomparve completamente per lasciare posto ad una piana desertica.
Gli obos camminavano a passo spedito in formazione "a piramide" seguendo il capo branco.
Il sole ormai alto sull'orizzonte arroventava la sabbia. La sciarpa di cotone avvolta attorno al capo difendeva il viso dal sole e dalla sottile polvere sospesa nell'aria. Uomini e cani seguivano il branco.
- Potremmo almeno spostarci sopra vento - Si lamentò Nuh-Waleran.
Il tanfo degli obos era insopportabile, la brezza infuocata del deserto esaltava i miasmi mefitici del gregge.
- Risparmia il fiato - Rispose Taal sottovoce - Questa zona è infestata da tarantole grosse come gatti. Gli obos sono loro nemici naturali e sono immuni al veleno. Viaggiare sulle orme del gregge è il modo più sicuro per non essere aggrediti.-
La pista sabbiosa gradatamente incominciò ad inerpicarsi e a mostrare rocce affioranti. I cani, tornati a fianco del gregge, lo spinsero verso un bastione di roccia che delimitava un'aspra cordigliera.
Arrivati a circa mezzo chilometro, il più giovane dei cani si staccò dal gruppo e corse verso il cornicione di roccia alla fine del sentiero.
- Dovremo ora procedere in fila indiana, il sentiero è molto stretto e corre su un profondo precipizio. Non appena il cane sarà arrivato al lato opposto del passaggio ci avviserà -
Appena Taal ebbe finito la frase si sentì abbaiare in lontananza. Fu spinto avanti il capo branco e, con estrema cautela gli obos s'incolonnarono. I pastori osservavano sfilare questi grossi ovini. Assomigliavano a pecore, la testa deformata da cinque bitorzoli, corna atrofiche disposte a stella, il collo presentava nella parte superiore una ciste di grasso, dalla gola pendevano due sacche naturali contenenti una quantità d'acqua che, in caso di necessità, avrebbero potuto dissetare un uomo per cinque giorni.
Le zampe, pressoché prive di vasi sanguigni, terminavano con uno zoccolo biforcuto, adatto a scavare nella neve o nel terreno per estrarre radici di cui nutrirsi. La corta coda scompariva nel folto manto del dorso.
Socrate si avvicinò a Taal e chiese: - Perché il cane è andato in avanscoperta? Che pericoli ci attendono oltre la montagna? -
- Il cane ha verificato che il sentiero non fosse ostruito da frane o da un gregge proveniente in senso inverso, bloccherà il passaggio finché non avremo completato la traversata - rispose Taal - gli obos seguono sempre il capo branco e il sentiero è troppo stretto per far passare due animali affiancati. Se un branco ne incontrasse un altro i capi non potrebbero ne avanzare ne arretrare perché pressati dai reciproci branchi alle loro spalle. Ne nascerebbe uno scontro e il capo soccombente trascinerebbe nella caduta tutto il branco.-
- Sembra una metafora della guerra. - osservò Socrate - Un condottiero porta il suo popolo in un vicolo cieco. La totale delega a decidere concessagli è fatale all'intera popolazione. Gli unici che potrebbero limitare i danni sarebbero individui capaci di porre limiti al potere decisionale del capo,
individui presenti in punti chiave del sentiero. Contropoteri, sistema a priorità variabile... li definirebbe il mio maestro.-
- Conosco gli obos - rispose Taal confuso - Scelgono il capo pressoché a caso, spinti la dalla necessità di avere un "primo della fila", nessuno di loro desidererebbe limitarne il potere. La loro strategia di sopravvivenza è fare branco. Se attaccati dai lupi assicureranno la loro sopravvivenza come clan saziando i predatori, offrendogli gli individui più deboli... o più sfortunati. La loro strategia sembra funzionare... solo con i ragni del deserto mostrano aggressività.-
- Sì, la preservazione della specie è assicurata ma nessun individuo può sottrarsi alla sicura macellazione che prima o poi avverrà. Così come l'uomo non può sottrarsi alla morte.-
- Quindi la tua filosofia non può nulla contro la paura della morte. Mi vuoi insegnare la rassegnazione? - Disse Taal con un guizzo di divertimento negli occhi.
- No - rispose Socrate ridendo rumorosamente - Volevo ingannare il tempo e riposare le gambe. Guarda, gli obos sono ormai tutti sul sentiero. Avviamoci anche noi.-


DARDEL

La foresta silente circondava la radura in cui la piccola Pattuglia di Dardel si era accampata.
I cinque uomini e Giada dormivano ancora intorno alle braci del fuoco, mentre la Prima Guida, seduta sotto una quercia centenaria, li osservava.
“Riusciremo mai a vivere tranquilli? Liberi dalla guerra… e tu, amica mia, potrai mai riposare, appesa sopra al camino, come un semplice ricordo?” Dardel parlò sommessamente, rivolto al cielo e alla lunga spada diritta che, piantata davanti a lui, baluginava nella penombra dell’alba.
“Finirà tutto questo, un giorno?” l’Hammer si alzò, appoggiando una mano sul pomolo dell’arma.
Fissò per un attimo il cielo, intimorito dal mondo e dai suoi sconvolgimenti. Poi si rispose da solo, mentre un bagliore deciso attraversava i suoi occhi: “Facciamo in modo che ciò possa accadere”. Estrasse la spada dal terreno, ne pulì la punta sui pantaloni e la rinfoderò, dirigendosi poi verso i dormienti.
“Forza, sveglia ragazzi, è ora di muoversi. Quei miserabili furfanti non attenderanno certo noi. Coraggio!” Dardel passò in mezzo agli Esploratori, pungolandoli col piede.
Gli Hammers si svegliarono ed iniziarono chi a smontare il campo, chi a preparare la colazione, chi a lavarsi, mentre la sentinella dell’ultimo turno tornava verso il fuoco, sfregandosi gli occhi.
Poco più tardi, tornando dal vicino torrente, il Comandante si diresse verso il tecnico della Global Detector, che ancora dormiva.
“Giada… Giada, alzatevi, dobbiamo metterci in marcia al più presto” Le osservò il volto, trovandolo gonfio per il pianto “Se volete lavarvi, c’è un ruscello poco lontano, da quella parte”
La donna si alzò faticosamente a sedere e poi in piedi, procedendo a lamentarsi per ogni singola giuntura dolorante.
“Potreste venire anche voi a lavarvi… non è pericoloso per la salute, sapete?” Disse, lanciando uno sguardo un po’ schizzinoso verso i cavalli impastoiati in fila “Dovete averne proprio bisogno, visto gli animali con cui girate”
Dardel la fissò per un attimo, incerto se irritarsi per il tono della donna o mettersi a ridere per l’idea stereotipata che lei aveva dei “selvaggi” di Arcano.
Alla fine decise di non fare nessuna delle due cose e si limitò a risponderle: “Già fatto, grazie. Andate Voi, ora non troverete nessuno. Chi si è svegliato per tempo si è già lavato, le sentinelle del turno di notte lo faranno dopo. Per favore, cercate di essere celere, presto dovremo ripartire”
La Pattuglia si mise in marcia meno velocemente di quanto Dardel avrebbe voluto, ma sempre prima di quanto la Prima Guida si sarebbe aspettato avendo una donna al seguito.
Già con un’amazzone sarebbe stato duro riuscire a mantenere la velocità usuale, con una donna dell’Unione, poi… ma Giada si stava sforzando di non essere d’intralcio.
“Potremmo quasi arruolarla e cercare di farne un’Esploratrice” pensò fra sé il comandante, ridacchiando.
Gli Esploratori di punta trovarono ben presto le tracce dei ribelli e la Pattuglia spinse i cavalli al trotto, cercando di recuperare terreno. Dopo qualche ora, piccoli particolari, un brandello di stoffa impigliato ad un cespuglio, un ramoscello spezzato, fecero capire loro che stavano effettivamente accorciando le distanze.
A metà giornata la piccola colonna sostò presso un rivo, facendo abbeverare i cavalli e togliendosi la polvere dalla faccia.
Dopo essersi lavato la faccia, Dardel risalì a cavallo ed attese che il resto degli Hammers lo imitasse.
Un movimento sgraziato, diverso da quelli fluidi degli Esploratori, attirò la sua attenzione. Giada si stava goffamente arrampicando sul cavallo, con movimenti rigidi e stentati.
L’Hammer si annotò di farle avere un rimedio per le piaghe da sella; il suo posteriore ne avrebbe avuto bisogno, alla fine di quella giornata.
Voltando il cavallo per riprendere l’inseguimento dei ribelli, il Comandante degli Esploratori si rese finalmente conto di dove essi li stavano conducendo.
Le montagne campeggiavano azzurrine a coprire buona parte dell’orizzonte, promettendo difficili salite e scarsa vegetazione ed acqua.
Dardel sospirò. Non era mai facile.


TAAL

Superata l'arida cordigliera lo scenario cambiò drasticamente.
Un'ampia valle ricca di rivoli d'acqua e pascoli verdissimi si dispiegò davanti ai viandanti. Il fiume sotterraneo riaffiorava nella valle per ritornare carsico dopo pochi chilometri.
Gli obos si distribuirono nella spianata sotto gli occhi vigili dei cani.
- Non vedo nessun altro gregge - osservò Gualtierow - Esistono molte oasi qua attorno?-
- No, è l'unica nel raggio di trenta chilometri. - rispose Taal pensoso - Non capisco dove siano gli altri pastori. Questo è un pascolo comune, utilizzato dalla popolazione locale, è la nostra principale risorsa.
Alle Kioskas, come li chiamate? Spazi demaniali mi sembra.-
- Gli spazi demaniali delle Kioskas sono generalmente luoghi dimessi. Questa valle mi sembra, invece, un paradiso. Perché nessuno di voi abita qui?-
- Queste zone sono soggette ad allagamenti stagionali, dalla sera al mattino potresti vedere la valle trasformata in acquitrino. E' un ottimo pascolo ma inadatto a costruirvi un villaggio, i rilievi attorno per contro sono desertici. L'insediamento più vicino era quello della mia famiglia. Esiste un'antica leggenda su un popolo che costruì palafitte in questa valle e ne rivendicò l'uso esclusivo. Scoppiò una guerra per la sopravvivenza. L'alienazione della proprietà comune avrebbe distrutto l'economia dei pastori. La coalizione delle tribù locali sterminò la popolazione delle palafitte. Ora, questa oasi, appartiene alla Dea e nessun umano ne può rivendicare la proprietà.-
- Siamo lontani dalla zona dell'impatto? - Cambiò bruscamente discorso Gualtierow.
Il racconto di Taal lo aveva riportato a scene della sua infanzia che avrebbe voluto dimenticare. Guerre tra poveri, alimentate da incomunicabilità tra culture troppo diverse.
Ringraziò gli dei per aver regalato agli Hammers un'organizzazione imperiale super partes capace di imporre leggi di civile convivenza... nel bene e nel male.
- Possiamo far riposare il gregge in questa valle. Scalando quella roccia vi arriveremo in meno di un'ora- Rispose Taal indicando una piccola rupe sulla cordigliera.


GUALTIEROW

“Non è il caso che si vada tutti” disse Gual.
“Comportiamoci come pastori e tentiamo di non attirare l’attenzione; potremmo essere osservati. Andremo in ricognizione fino al luogo dell’impatto solo in due: Artu ed io. Voi rimarrete nella vallata, apparentemente impegnati a badare al gregge, ma tenendo gli occhi aperti. Non lasciatevi sorprendere da alcun movimento sospetto.”
Il luogo dell’impatto non era visibile dall’oasi, Gual inviò Thombourg su un picco dal quale controllare sia la loro méta sia il campo base.
La corpulenta sentinella si arrampicò sul costone di roccia rivelando un’agilità insospettata. Il suo desiderio di ben figurare era quasi palpabile. Gualtierow sorrise impercettibilmente osservando il generoso impegno della vedetta, risoluta nel suo desiderio di riscatto.
Prima di essere troppo lontano, Gual fece un cenno con la mano, al quale Thombourg rispose prontamente con un impeccabile saluto marziale.
Non era pentito di averlo portato con se: tra i Vulcar un elemento carico di tale motivazione avrebbe sempre trovato posto…
Artu non poté fare a meno di scuotere il capo, dicendo: “Ci vuole ben altro per mostrare valore”.
Il colore azzurro della sfera spiccava tra le rocce rossastre ricche di ossido di ferro.
Le sue dimensioni erano grossomodo quelle della casa di Nistra che ospitava Gual quando non era in missione, o quelle poche volte che non era a Launam.
Avvicinandosi notarono che la sua conformazione non era sferica ma ovoidale: forse i progettisti pensavano di renderla aerodinamica e compatta ad un tempo.
Evidentemente non era stata costruita per viaggiare nello spazio, ma per spostarsi in ambienti ove ci fosse atmosfera. Ma a che scopo?
Arrivati nei pressi dell’ovoide, i due esploratori lo esaminarono attentamente.
Non era visibile nessuna apertura. Non sembrava ci fosse modo di penetrarvi.
I due, assorti nell’esame del corpo alieno, non si avvidero di non essere più soli.
Da una grotta poco distante uscirono quattro ribelli con le armi spianate.
“Chi siete e cosa cercate qui?” chiese uno di loro ostentando la sicurezza di chi è abituato a comandare.
Di statura superiore alla media e di corporatura massiccia, l’individuo lasciava presupporre che avesse raggiunto il proprio status di capogruppo più per doti fisiche, che intellettive.
Gual decise di mostrarsi intimorito, dichiarò di essere uno dei pastori accampati nell’oasi vicina, e che stavano cercando alcuni obos dispersi.
Incuriositi dalla vista della sfera avevano deciso di avvicinarsi per poterla vedere meglio.
“Pastori di obos, puah! Sudicia feccia di mandriani puzzolenti. Pavidi come le bestie di cui amate il tanfo… Se dipendesse da me, la vostra lurida razza sarebbe già estinta da tempo…”
Imprecando Wenger, l’unico dei quattro a possedere uno spow, aveva già inquadrato Gual nel mirino della propria arma.
“Aspetta capo!” intervenne un altro, “prima di farli fuori, nell’attesa che ci raggiungano gli altri, perché non ci divertiamo un po’ con questi miserabili pidocchiosi?”
Un ghigno si dipinse sulla faccia di Wenger, butterata dalle piaghe di chi sopravvive al vaiolo.
“Ma si!” disse poi, ”Se riuscirete a divertirci, forse vi concederò di prolungare la vostra miserabile esistenza. Voglio smentire le voci sul mio conto, secondo le quali io avrei un cuore di pietra hahahaha” Ridendo sguaiatamente mise in mostra la qualità infima della propria dentatura.
“A quattro zampe ora! Mostrateci cosa avete imparato dal comportamento delle bestie con cui dividete il giaciglio hahaha” ordinò, mentre srotolava una specie di frusta assicurata alla propria cintura.
Una rapida occhiata d’intesa balenò tra i due esploratori che eseguirono prontamente l’ordine.
Vista tanta sottomissione, gli avversari avrebbero certamente abbassato la guardia.
Il primo colpo di frusta avrebbe raggiunto Artu, se questi non avesse prontamente impugnato il proprio bastone per porlo sulla traiettoria del laccio che fischiava nell’aria.
La parte terminale della frusta si avvinghiò al bastone di Artu, il quale non perse l’occasione per sbilanciare l’energumeno, tirando energicamente il bastone verso di se, e sfruttando lo slancio che questi aveva propulso al proprio corpo con quel gesto incauto.
Il bastone di Gualtierow non tardò a colpire violentemente il malcapitato alla nuca, tanto da fargli perdere i sensi.
Dopo un paio di secondi, la punta dello stesso bastone, abilmente manovrato da Gual, centrava la bocca dello stomaco di un secondo aggressore, mentre il terzo guardava inorridito la propria mano, ancora impugnante lo stiletto di cui era armata, rotolare nella polvere recisa di netto da un fendente dell’affilatissima lama celata nel bastone di Artu.
Al quarto uomo non restò che tentare la fuga di fronte alla furia di quei demoni vestiti da pastori.
Ma la sua fuga venne interrotta dall’arrivo di un gruppo più numeroso di ribelli, che arrivarono sul posto da una direzione opposta a quella da cui provenivano gli esploratori.
I ribelli capeggiati da Wenger, dopo l’avvistamento dell’ovoide, non sapendo come potervi penetrare, avevano inviato uno di loro ad informarne i superiori.
Ipotizzando che il velivolo contenesse armi potenti, sul luogo dell’impatto fu mandato un più nutrito contingente d’uomini, che avrebbe presidiato la zona e sorvegliato il trasporto del prezioso materiale bellico fino alla base.
Gli eventi si erano succeduti con gran rapidità.
Thom di vedetta aveva previsto che i primi quattro sarebbero potuti essere debellati facilmente, da due esploratori esperti come Gual e Artu, ma ora la faccenda si complicava maledettamente…
Il gruppo appena arrivato era capeggiato da Dalium, un individuo che sembrava essere l’opposto di Wenger: corporatura minuta, fronte alta, una lieve traccia di superbia nello sguardo, che denotava comunque una certa propensione per l’analisi dei problemi di non facile soluzione.
A Dalium parve subito chiaro che i due stranieri non potessero essere semplici pastori: il fatto che avessero sopraffatto quattro uomini armati avvalorava la sua ipotesi.
I due Vulcar non avrebbero avuto alcuna possibilità contro un numero d’avversari così grande, specialmente dopo essersi ormai giocati l’elemento sorpresa.
Mentre gli esploratori venivano saldamente legati, Dalium, che già si era immerso nello studio dell’inaccessibile forma ovoidale, fu interpellato dal suo luogotenente sulla sorte che avrebbe dovuto toccare ai due prigionieri.
“Ammorbiditeli un po’, prima dell’interrogatorio”, si limitò a rispondere il comandante, e tornò ad occuparsi dell’oggetto misterioso.
“E’ un guscio di metallo criosostenuto. Un cristallo organizzato in macromolecole sferiche metastabili apribile solo mediante un destabilizzatore molecolare. Se tentaste di aprirlo con mezzi meccanici impieghereste una decina d’anni per ogni centimetro di spessore” si lasciò *sfuggire* Gual, alle prime frustate dei suoi aguzzini.
Egli non aveva un piano preciso; l’unica cosa che poteva fare era guadagnare tempo nella speranza che Thom gli altri intervenissero.
Ma cosa avrebbero potuto fare in quel frangente?
Dalium era ora disposto ad ascoltarlo con grande attenzione.
Gual gli fece credere di essere in grado di aprire l’inespugnabile barriera di protezione e che lo avrebbe fatto in cambio della libertà per sé e per il suo compagno.
“E tu pretendi che io creda che l’imperatrice abbia mandato un piccolo gruppo d’esploratori ad aprire l’uovo, senza una scorta armata ed agguerrita?” Il tono del comandante dei ribelli suonava annoiato.
“Prevedendo che non foste in possesso della tecnologia adatta per risolvere il problema, abbiamo pensato che, dopo vani tentativi avreste perduto interesse per l’ovoide, e che noi avremmo potuto raggiungerlo senza essere notati, valutarne il contenuto, e stabilire se sarebbe valsa la pena di subire grandi perdite tra le nostre file, solo per impossessarcene” replicò Gual.
“Vi crederei se voi foste davvero in grado di aprirlo” sentenziò Dalium, ancora diffidente.
“Ho già riferito ai vostri tirapiedi che sono in grado di farlo, chiedo in cambio la nostra immunità” aggiunse Gual con un gesto di stizza.
“D’accordo, mostrami che quanto sostieni corrisponde a verità, e poi valuterò la proposta!” Concluse Dalium poco convinto.
“L’apparecchiatura di cui ho bisogno non l’ho con me; essa è posta in una delle tende erette al campo base, dove pascolano gli obos” si affrettò ad informare Gual, ed aggiunse “Artu può guidare alcuni di voi sul posto, mentre gli altri aspetteranno qui che il gruppo ritorni con quanto mi occorre.”
Dalium finse di accettare la proposta e inviò una pattuglia verso l’oasi.


TAAL

Thom sta cercando di comunicare con noi - disse Nuh indicando la sentinella che si sbracciava dalla sua posizione d'avvistamento.
Socrate lasciò cadere i pali di sostegno della tenda che stava montando e corse verso il compagno, imitato prontamente dagli altri del gruppo. Arrivati in cresta alla montagna si appiattirono contro le rocce, si vedeva la sfera e quindici uomini che confabulavano.
Gual e Artu erano a terra legati.
- Sono stati catturati - sussurrò Thom concitato - dobbiamo correre a liberarli.-
- Ci sono troppi ribelli - disse Azzope perentoriamente - e alcuni sono armati di spow. Cosa pensi di poter fare?-
- Guarda - intervenne Socrate - si stanno dividendo, un piccolo gruppo si avvia verso il sentiero che hanno percorso Gual e Artu. Il resto non tarderà ad arrivare.-
- Dobbiamo fuggire - disse Nuh.
- Non possiamo abbandonare Artu e Gual, se non ve la sentite andrò da solo - grugni Thom.
- Abbiamo una sola possibilità, dobbiamo tendere un agguato al gruppo meno numeroso e impadronirci di uno spow - disse Azzope.
- Ma nel frattempo il resto del gruppo ci raggiungerà, a meno che gli Obos non ostruiscano il passaggio - disse Socrate - Taal, i tuoi cani sapranno tenere il branco in posizione? Abbiamo bisogno di pochi minuti di margine-
- I miei cani sanno fare il loro mestiere, andiamo - rispose Taal correndo verso il branco.
Con un acuto fischio risvegliò i cani che corsero a radunare il gregge.
Uomini e animali corsero verso il sentiero che, aggirando la cordigliera, portava verso il luogo dell'impatto.
Taal chiudeva il gruppo trascinando con sé il capo branco.
Sei uomini marciavano lungo lo stretto sentiero in fila indiana. Dopo i primi tre seguiva Artu posto sotto la stretta sorveglianza del quinto che lo spintonava per fargli mantenere il passo.
Il primo alto e biondo reggeva uno spow, appese alla cintura aveva delle bombe a mano, seguivano tre uomini dalla carnagione olivastra armati di asce e chiudeva il gruppo un grosso energumeno armato di spow con una vistosa cicatrice sul volto.
- Siamo quasi arrivati - disse il secondo della fila - ancora 50 metri e sbucheremo nell'oasi-
- Finalmente, questi crepacci mi danno le vertigini - rispose lo sfregiato - questo sentiero è un luogo perfetto per un'imboscata -
Superando una stretta curva il biondo si trovò faccia a faccia con un grosso maschio di Obos che occupava tutto lo stretto sentiero. L'animale immobile osservava l'umano con sguardo vuoto.
Immediatamente una fitta sassaiola cadde sul gruppetto.
Un grosso masso colpì il penultimo alla testa che perdendo l'equilibrio rovinò nel crepaccio sottostante. Artu ne approfittò per liberarsi e fuggire verso l'astronave.
- Andiamo via da qui - urlò lo sfregiato sparando verso l'alto - siamo caduti in una trappola.-
Il colpo di spow diretto verso le rocce soprastanti provocò una frana che obbligò i ribelli a ripararsi sotto un anfratto. Improvvisamente un cane pastore sgusciò tra le zampe del grosso obos azzannando alla caviglia il biondo che, preso dal panico, sparò una raffica in direzione della mandria.
Il Capo branco, colpito alla testa si accasciò al suolo.
Dopo un attimo di silenzio innaturale il primo Obos si avvicinò alla carcassa fumante e, annusatala, lanciò un muggito agghiacciante. Il branco, come impazzito cominciò a correre sullo stretto sentiero travolgendo qualunque cosa sul suo cammino.
- Pazzo!- Urlò un ribelle dalla pelle olivastra - hai dato l'avvio alla Danza per la scelta del capo branco. Continueranno a correre nei pressi della carcassa finché, per sfinimento, ne rimarrà in piedi uno solo. E' stato come stuzzicare un alveare di api assassine! - Appena finita la frase lo sfregiato crollò a terra colpito dagli zoccoli di un grosso maschio.
Thom, nascosto dietro ad un masso sopra di lui, con un balzo si impadronì dello spow. Il biondo si trincerò in un anfratto con una rapida capriola prontamente seguito da un compagno.
Un ribelle, brandendo un'ascia a due mani stava per colpire Thom quando Taal, urlando come un indemoniato, gli piombò addosso trafiggendo il nemico con la lama del bastone.
Thom, sparando all'impazzata, riuscì a raggiungere una posizione riparata ma il biondo, tradendo un preciso addestramento militare, già lanciava granate per aprirsi un varco verso l'oasi.
Thom che era riuscito a guadagnare una posizione sopraelevata sparò verso il trinceramento nemico ma il contraccolpo lo fece sbilanciare.
Lo spow del biondo, incenerito dalla scarica alla massima potenza, fu rapidamente raccolto dal compagno che colpì alla spalla Thom, prese la mira verso Nhu che giaceva a terra stordito ma, un attimo prima di premere il grilletto, la sua testa fu tranciata di netto da un fendente di Azzope che, silenziosamente, era arrivato alle sue spalle.



TAAL, GUALTIEROW, DARDEL

I ribelli rimasti nei pressi dell’astronave, udendo i primi spari di spow, capirono che il loro piano aveva incontrato delle difficoltà.
Una sentinella tornò ansante a riferire cosa stava accadendo. Resosi conto che il sentiero costituiva un campo di battaglia troppo rischioso, Dalium decise di condurre i suoi lungo un pendio a valle, più scomodo da percorrere ma più sicuro.
Lasciò tre dei suoi a guardia dell’astronave e del prigioniero e incominciò a scendere lungo il crinale, seguito dal resto del gruppo.
Quando arrivarono nei pressi del teatro della battaglia, cercarono di individuare i compagni rimasti in vita. Il polverone sollevato dagli obos e la posizione della squadra non permisero loro di rendersi conto della gravità della situazione.
Gli Obos non sembravano minimamente infiacchiti dalla danza che li impegnava. A causa del gran movimento, il corpo del capo branco ucciso dal ribelle fu spinto a valle e rotolò in direzione dei nuovi arrivati.
Il centro di rotazione del movimento descritto della mandria impazzita si spostò corrispondentemente più a valle di circa duecento metri.
Il grosso delle forze ribelli, visto il fenomeno da una distanza molto ravvicinata, tentò una disordinata ritirata.
Nel frattempo Artu, assicuratosi che la gragnola di pietre fosse cessata, tornò verso gli altri Vulcar per dar manforte.
Allibì guardando la mandria che si scapicollava lungo la scarpata per continuare la danza della successione intorno al corpo del defunto capo branco. Quell’attimo di distrazione gli sarebbe stato fatale, ma Thom, seppur gravemente ferito, riuscì a frapporsi tra Artu e uno degli ultimi obos che si dirigeva verso gli altri ovini.
L’animale correva al massimo della velocità che la sua mole gli consentiva.
Thom, lanciatosi dall’altura dove si trovava, si scontrò con l’obos deviandone la traiettoria. Ciò fu sufficiente ad Artu per scattare di lato e portarsi fuori tiro ma le conseguenze per Thombourg furono tragiche.
Dardel Incitò Scaurus, facendogli superare l’ennesima piccola cresta.
Da quando la Pattuglia si era inoltrata tra le montagne, non aveva incontrato altro che rocce, creste e piccole valli.
Fermandosi un istante ad osservare la cima della salita successiva, la Prima Guida chinò il capo, perplesso. Gli era quasi sembrato di udire un rumore di belati misto a grida d’uomini, ma pensò che fosse solamente un gioco della sua immaginazione.
Un attimo dopo Vaughan lasciò la sua posizione avanzata e scese precipitosamente il pendio, dirigendosi verso il comandante.
“Spero che tu abbia un buon motivo per cercare di ammazzare il tuo cavallo in quel modo” Commentò ironico Dardel, di fronte all’Esploratore che fermava la bestia ansante al suo fianco.
“Certo signore, ottime ragioni: un uovo enorme ed azzurro, alcuni morti ed un gran polverone ai margini della valle” Rispose l’Esploratore, senza scomporsi.
“Va bene, come motivi sono sufficienti, andiamo a vedere” Ribattè la Prima Guida, spronando alla volta della cima della salita.
Vicino all’ovoide si vedevano ora due uomini con le lance puntate verso qualcuno ancora invisibile. Dopo essersi assicurato che non ci fosse nessun altro in giro, Dardel radunò la Pattuglia e diede ordine di caricare i due ribelli.
“Ci preoccuperemo dopo di capire dov’è finito il gruppo che seguivamo” Disse “Intanto ci occupiamo di questi. Giada, resti qua, non è lavoro per lei questo”
La Pattuglia rombò attraverso la valle, puntando alla volta dei ribelli, che guardarono sbalorditi l’arrivo di nemici dallo stesso punto da cui, non molto prima, erano arrivati amici.
Un dardo di balestrino piantato nella gola di un ribelle riscosse l’altro dallo sbalordimento, ma era ormai tardi. In un attimo gli Esploratori furono addosso a lui e all’ultimo uomo, rimasto celato dietro all’ovoide, e le spade e gli zoccoli dei cavalli li stesero in breve sulla terra arida.
“Santissima Dea. E tu cosa ci fai qua?” Esclamarono all’unisono Dardel e Gualtierow, quando il primo si avvicinò al prigioniero per liberarlo.
“Poi ti racconterò. Ora dobbiamo aiutare la mia pattuglia” esclamò velocemente Gual “sono là, in mezzo al polverone. A giudicare dai rumori devono esserci anche gli Obos”
La Prima Guida tagliò i legacci che trattenevano il suo vice a terra, poi gli porse la lancia di uno degli uomini morti.
“Non dovremo nemmeno andare da loro, signore. Stanno tornando” Disse una sentinella, indicando con la mano verso le nuvole di polvere.
I ribelli, sconcertati dal branco di Obos, stavano ripiegando disordinatamente, con l’evidente intenzione di riorganizzarsi intorno all’ovoide. Doppiamente furono sorpresi dalla Pattuglia di Esploratori, che li accolse con una salva a bruciapelo di dardi e con una carica furiosa.
Numerosi uomini rimasero a terra morti o feriti, mentre i pochi sopravvissuti si affrettavano a gettare le armi.
“Mi sembra che siano tutti. Tu che ne dici Gual?” La Prima Guida si voltò verso l’Hammer, indicando con un braccio i morti allineati e i prigionieri seduti in cerchio.
“Bhe, in realtà ne mancano alcuni, ma probabilmente li troveremo più in là, calpestati dagli Obos o uccisi dalla mia Pattuglia… andiamo a controllare?”
Dardel sorrise, passandosi una mano sulla faccia impolverata “Dopo di lei, caro signore. Sono impaziente di conoscere questi sui amici”.
Nhu fu portato nell’improvvisata infermeria da campo.
Azzope e Socrate seduti a terra ansimanti chiesero all’unisono:
- Dov’è Taal? -
Dietro un masso videro il pastore, con le mani grondanti di sangue, chinato sul cadavere di un ribelle. Col coltello aveva scalzato il cuore dalla cassa toracica e se ne stava cibando.
I due si avvicinarono sbigottiti, Taal con occhi sbarrati e sguardo interrogativo fissò i due.
Con gesto tremante porse l’osceno trofeo ai compagni. Poiché essi non si mossero con voce roca spiegò: - “Le anime dei tuoi cari non potranno entrare nei campi elisi finché la carne della loro carne non avrà bevuto il sangue dei loro assassini”. Così è scritto. –
- Per tutti gli spiriti degli inferi, quest’uomo è un selvaggio - Socrate non riusciva a capacitarsi delle immagini che i suoi occhi gli trasmettevano.
Azzope distolse lo sguardo appena i conati di vomito si fecero incontrollabili.
- Metti via quella roba - disse sopraffatto dal disgusto, - sei completamente impazzito? - e continuò imprecando - Ne ho incontrati di esseri abbietti nella mia vita, ma nessuno di loro si è mai abbassato ad un’azione talmente ignobile!-
Dominando la rabbia e il disgusto, Socrate si avvicinò al pastore.
- Le nostre leggi morali ci vietano di mutilare i corpi dei caduti. Il nemico, quando non può più nuocere, merita il rispetto riservato a qualunque essere umano.-
- Vi sono debitore, valorosi Vulcar – rispose Taal allontanandosi dal cadavere – pur non capendo le ragioni che vi muovono rispetterò le vostre leggi.-
Dopo aver controllato che i ribelli mancanti all’appello fossero tutti tra i caduti, Gual cercò Artu temendo che la strategia da lui adottata n’avesse provocato la morte.
Lo trovò sul sentiero mentre attonito fissava il volto di Thom ormai privo di vita…
”Ti ho giudicato male” diceva a voce bassa, “sono stato il più duro tra noi nel puntarti contro il dito accusatore… e tu… hai sacrificato la tua vita per salvare proprio me… Non mi perdonerò mai di averti trattato in tal modo… Mai mi perdonerò di non averti nemmeno potuto chiedertene perdono finché eri in vita…”
Gual si avvicinò all’amico, gli mise una mano sulla spalla e disse: “Artu, dovrei essere io a sentirmi il maggior responsabile, ne ho decretato la morte nel momento stesso in cui gli ho proposto di riunirsi a noi… eppure, anche se sono affranto quanto te per la perdita di un amico, non mi sento in colpa… una morte gloriosa per un luminoso scopo: difendere la nostra imperatrice Nimira. Tutto questo è senz’altro da preferire ad una vita vana, vissuta col rammarico di aver fallito, di aver deluso le persone più care. Thom ora è sereno… dopo tanta sofferenza… contento di aver dimostrato, anche a te, il suo riscatto morale. Lo seppelliremo proprio qui, dove lui ha ritrovato la sua pace, rivolto verso l’oasi alla quale potrà guardare per tutti i giorni che verranno. Quell’oasi che lui ha raggiunto dopo aver percorso un deserto arido, simile a quel deserto dello spirito dove ha vissuto la sua anima negli ultimi mesi… un deserto fatto di solitudine e disprezzo. Sì, un posto migliore per morire gloriosamente non esiste!”
I due Vulcar lentamente ed in silenzio si avviarono verso l’astronave, dove i compagni festeggiavano la vittoria.
Gual e Artu si unirono al gruppo. Giada, il tecnico della Global Detector, stava spiegando come aprire l’ovoide servendosi dei fucili laser sottratti al nemico.
Gual, esaltato dall’esito di quella giornata ricca di colpi di scena, sembrava che pendesse letteralmente dalle labbra della donna della Global, probabilmente ansioso di scoprire in che modo avrebbero finalmente potuto violare il segreto custodito nell’ovoide… o era piuttosto la conformazione delle sue labbra a riportargli prepotentemente alla mente il ricordo di Nurah?
Per tutta la missione aveva cercato di scacciarla dalla sua mente, cercando di non perdere di vista l’obiettivo da raggiungere, ma ora che la missione volgeva al termine, sarebbe rimasto fermo nel proprio proposito?
Visibilmente a disagio, Gual distolse repentinamente lo sguardo e si allontanò dal gruppo prima che il tecnico terminasse con le spiegazioni.
Profondamente assorto nei suoi pensieri, Gualtierow, seduto su un grosso masso, non si rese conto che Giada lo avesse raggiunto, dopo che era stato stabilito che l’ovoide sarebbe stato aperto all’alba del giorno dopo.
“Che radicale mutamento d’interesse!” esclamò lei al fine di informarlo della propria presenza.
La mano dell’esploratore, che aveva già raggiunto il pugnale, si rilassò subito quando si rese conto che la voce appena sentita gli era familiare.
Giada aveva notato l’intensità dello sguardo di Gual mentre lei cercava di esporre in maniera elementare concetti piuttosto complessi, e non le era sfuggito come lui avesse distolto il suo sguardo turbato, prima di andarsene.
“Deve essere la stanchezza, Madama” si limitò a rispondere l’esploratore stropicciandosi gli occhi.
“Non mi sembravate molto stanco appena ci siamo incontrati…”
La donna non aveva evidentemente intenzione di farsi liquidare così facilmente. Era stranamente attratta da quell'uomo, non tanto per il suo aspetto fisico, quanto per la particolarità del suo sguardo.
Negli S.d.U. si diceva che gli occhi fossero lo specchio dell’anima, e lei non aveva mai capito perché, mai fino a quel momento.
“Non lo ero”, rispose lui, voltandosi verso Giada.
Quindi osservandola con attenzione aggiunse: “ma ci sono tratti nel vostro viso che mi hanno fatto tornare alla mente una persona con la quale ero… molto legato” e dopo un attimo di silenzio concluse dicendo “di lì il mio cambiamento d’umore, tutto qui… non interpretatelo come un’antipatia nei vostri confronti”.
Una somiglianza… una banalissima somiglianza era riuscita ad accendere lo sguardo di quell'uomo.
Giada era certa che nessuno fino a quel momento la avesse guardata a quel modo, e che la donna che aveva conquistato il cuore dell’esploratore probabilmente nemmeno si rendesse conto del valore della propria conquista.
Senza proferir parola la donna ritornò sui propri passi avvertendo una sensazione contraddittoria che sapeva d’invidia e al tempo stesso di speranza… anche lei avrebbe incontrato un giorno qualcuno che provasse nei suoi confronti un sentimento talmente intenso come quello che provava Gual per la propria amata.
La mattina successiva gli Spow furono disposti a terra su improvvisati treppiedi di fronte alla sfera.
Giada, in piedi dietro alle truppe, dava le ultime istruzioni.
- Attivate il puntatore per il tiro di precisione. Focalizzate la scarica in modo da colpire tangenzialmente la sfera. Regolate l’impulso sulla modalità “raffica” con ciclo utile di un femtosecondo. Al mio segnale, bloccate il grilletto su “fuoco” e allontanatevi rapidamente. Siete pronti?–
- Sì – risposero i tiratori.
- Bene. Attenti! Fuoco!-
La sfera s’illuminò di una fluorescenza violetta, ogni singola scarica laser de-strutturava uno strato mono-atomico del cristallo quantistico. La macromolecola, spezzata la sua geometria perfetta, collassava in una polvere impalpabile. Finché, con una sorda implosione, anche l’ultimo strato crollò.
Appena la polvere si fu diradata, comparve una lastra lucida.
- Si tratta di un dispaccio della Global Detector - disse Giada – contiene sicuramente informazioni riservate.-
Dardel e Gual allontanarono la truppa e ordinarono a Giada di attivare il comunicatore.
Paginate d’informazioni e cartine dettagliate scorrevano sullo schermo, tutti questi dati dovevano essere attentamente soppesati ma fu subito chiaro che la Global Detector non aveva abbandonato i suoi piani di sfruttamento del sottosuolo di Arcano.
Colpivano i frequenti riferimenti a miti arcaici; i dispacci contenevano studi approfonditi sulle religioni patriarcali messe al bando dalle Madras.
Era tutto materiale di gran pregio, ma nulla faceva diretto riferimento all’attentato.
Dardel cominciava a chiedersi se davvero l’intuito di cui tanto andava fiero non gli avesse giocato un brutto scherzo quando ritenne non solo possibile ma addirittura probabile che la Global fosse coinvolta nell’azione.
Poi notò un passaggio che contribuì ad evidenziare le responsabilità dell’organizzazione multiplanetaria: “Con la presente si conferma l’istituzione di un fondo speciale al quale poter attingere per i compensi previsti per chi sarà in grado di infierire duri colpi all’organizzazione imperiale, in attesa della riorganizzazione dei diversi gruppi ribelli…”
Dardel commentò dicendo: “…colpire l’imperatrice in occasione della sua marcia trionfale rappresentava una ghiotta opportunità, per chiunque fosse stato a conoscenza di un tale dispaccio, ma questo non ci aiuta granché!”
“Certo” replicò Gualtierow, “ma ora sappiamo almeno che esiste più di un’organizzazione ribelle, e che non tutte operano in modo analogo. Ho l’impressione che la forma di guerriglia alla quale i ribelli ci hanno abituato sia per noi preferibile… Il ricorso da parte della Global a gruppi pseudo religiosi che combattono in nome di un credo diverso dal nostro mi preoccupa molto di più. Immagina! Da una parte i ribelli di stampo tradizionale che combattono semplicemente allo scopo di conquistare un bottino, un’attività che può essere, al massimo, ascritta al rango di brigantaggio; dall’altra parte piccoli gruppi di fanatici disposti ad immolarsi per la gloria di Dei partoriti dalla malefica genialità di sedicenti profeti al soldo della Global… Una prospettiva tremenda!”
“Questa navicella era certamente destinata ad uno di questi gruppi” disse Dardel dopo aver riflettuto “la Global Detector, forse, voleva farla atterrare al centro di uno di questi villaggi, oppure nelle sue vicinanze, dopo averne informato la guida spirituale che vi opera. Sarebbe stato venerato da tutti i suoi abitanti, e avrebbe fornito allo stregone la base per i propri insegnamenti, nonché un modo per poter restare in contatto con la Global Detector… Un guasto l’ha condotta su queste montagne e ci ha permesso di sapere di questa realtà. Ma nulla vieta loro di mandare un altro esemplare per rimpiazzare quello perduto.”.
“Non ci resta che informarne l’imperatrice: Giada sostiene che la piastra con i dati può essere scollegata e trasportata senza danni” disse Gual.
“Perfetto: dopo aver fatto il prelievo possiamo utilizzare gli spow per distruggere quanto resta” concluse Dardel.
“Anche questa volta è finita” La figura della Prima Guida si stagliava nera e solitaria contro il sole che si abbassava sull’orizzonte, velato a tratti dal turbinare della polvere rossa.
Gli Esploratori stavano smontando il campo, mentre gli ultimi resti dell’ovoide si polverizzavano.
Al posto del guscio cristallino restava una ferita nella roccia, nel punto dove gli spow avevano colpito il suolo prima di essere spenti.
Dardel si fermò davanti al solco scavato dai laser, attirato dal colore rosso intenso della pietra.
“Sembra quasi che sanguini” mormorò tra sé e sé. “Niente di buono può venire da un presagio simile” si voltò a guardare la pianura che si stendeva ai piedi dei monti; una rossastra distesa desertica, punteggiata di rocce e percorsa da mulinelli di sabbia.
L’Hammer fu riscosso dai suoi pensieri dal sopraggiungere del Tecnico della Global Detector.
“Salve, Giada. Avete trovato conferma delle vostre convinzioni della barbarie di Arcano, in questa giornata di sangue?”
Non poté evitare di aggredirla. Tutto quello che stava accadendo era colpa della Global Detector, che continuava a supportare i ribelli. Tutto era dovuto a quegli stranieri che non conoscevano il rispetto, ma solo il profitto.
La donna si ritrasse quasi fosse stata colpita fisicamente, inquietata dalla rabbia selvaggia che era trapelata dalla voce del biondo comandante.
“Non è stato un bello spettacolo, certo… ma non è da questo che si giudica chi è barbaro” Rispose piano ma sicura, con una luce di determinazione che le brillava nello sguardo.
Dardel la fissò per un attimo, cercando il disprezzo che si trovava in tanti extraplanetari, ma non lo trovò.
“No, avete ragione, non si misura da questo. Immagino si misuri da quanto uno se la prende con gli altri quando sono innocenti. In tal caso, sono stato il peggiore dei barbari, un istante fa” Sorrise tristemente.
“Vedremo di trovarvi un imbarco che vi porti al più presto fuori da Arcano. Barbaro o non barbaro, Questo pianeta non fa per voi”
Giada si guardò intorno, fermando lo sguardo sul campo ormai quasi completamente smontato.
I suoi occhi indugiarono tra i cavalli e gli Esploratori che si muovevano tra di essi, fino a trovare Gualtierow, chino su una sacca.
“Resterò. Almeno per il momento, resterò. Per andarsene c’è sempre tempo”
Dardel la fissò un attimo con approvazione, poi si voltò e raggiunse gli Esploratori, controllando che tutto fosse pronto.
Grazie all’efficienza del vice comandante Gualtierow, tutto era perfettamente in ordine.
Il campo era svanito e, una volta che gli Hammers se ne fossero andati, nulla sarebbe rimasto ad indicare che lì si era fermato qualcuno… nulla, tranne la ferita nella roccia.
Il sole calava tra le montagne e il cielo si tingeva di rosso.
Annusando l’aria Taal mormorò: - La terra d’Arcano ha sete. La Dea calmerà la sua arsura col sangue di molti uomini.-
Il pastore si rivelò un buon profeta.
Pochi giorni dopo sarebbe cominciata la quarta era.


 Gli Esploratori di Vulcar

 

 

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