Sangue e lacrime
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La frizzante aria
montana si era fatta densa e pesante e colava lentamente nei suoi
polmoni e ne veniva poi vomitata fuori con gran difficoltà. |
Gli abiti in ruvida tela che era solito indossare gli graffiavano la
pelle come se la stoffa fosse stata sostituita da rovi, solo la
sensazione del cuoio dell'impugnatura del suo coltello stretta nella
destra non lo infastidiva, la presa era salda come quella di un uomo che
precipitando in un crepaccio riesce ad aggrapparsi ad una radice.
Il corpo gli fremeva, i muscoli tesi e pronti, lo sguardo fisso.
Cosa gli stava succedendo?
Rivide suo padre fermo dietro la soglia con il forcone in mano, lui era
rannicchiato con la sorella tra le braccia della madre, in un angolo
della capanna. Aveva cinque anni.
La porta esplose in mille schegge con uno schianto secco, tre uomini
vestiti di pelli con asce e mazze fecero irruzione.
Suo padre provò ad infilzarne uno con il forcone, ma fallì.
Un istante dopo il suo avambraccio sinistro veniva mozzato da un
fendente di scure immediatamente sopra il gomito, una mazzata gli
frantumava il bacino, entrarono altri ribelli; mentre il padre ferito a
morte crollava sul pavimento in terra battuta le sue orecchie furono
riempite dal grido di terrore della madre e della sorella.
Un uomo con la barba nera lo sollevò per un braccio e lo trascinò
distante, lui non capiva bene cosa stesse accadendo, la madre e la
sorella sembravano lottare con gli invasori che le picchiavano e gli
strappavano i vestiti di dosso, i ribelli ebbero la meglio e
cominciarono a gettarsi addosso alla donna e alla fanciulla a turno, si
agitavano per un po' sopra di loro mentre i compagni le tenevano ferme e
cedevano poi il posto ad un altro uomo, quando fu il turno di quello con
la barba nera lui fu lasciato in custodia ad un giovane smilzo con la
faccia da furetto.
Non avrebbe saputo dire per quanto durò, si ricordava solo che tutto
ebbe fine quando l'ultimo uomo alzandosi conficcò il coltello nella gola
della madre e della sorella, il liquido denso e rosso sgorgò dai colli
squarciati andando ad impregnare il terreno già umido di quello del
padre, svenne.
Quando si riebbe era in sella ad un cavallo, caricato di traverso dietro
la sella come un sacco di patate, legato affinché non cadesse.
Erano passati quattordici anni da allora, quattordici anni in cui era
stato cresciuto ed educato come un ribelle, aveva imparato a cacciare,
uccidere, razziare.
La sua vita scorreva regolare e tutto sommato felice tra scontri con
altri gruppi, scorrerie e stupri.
Il capo branco era ancora lo stesso di quattordici anni prima: Olaf,
quel gigante di un metro e novanta che aveva sfondato la porta della
capanna con un solo colpo della sua scure per poi amputare il braccio a
suo padre e dare inizio agli stupri, l'età non lo aveva curvato e lui,
fino ad ora, lo aveva rispettato e forse anche amato come un padre.
Era proprio il suo capo/padre adottivo che ubriaco e con le brache
calate in questo momento stava orinando a qualche decina di passi
dall'accampamento, ed era proprio Olaf l'oggetto su cui era focalizzato
il suo sguardo mentre i ricordi delle grida della madre e della sorella
e l'immagine del sangue porpora del padre gli riempivano la mente per la
prima volta dopo tanti anni.
Il gigantesco barbaro sentendo dei passi alle proprie spalle si voltò,
riconoscendolo biascicò con voce impastata: "Ah sei tu figlio di un
cane! Vieni Qua! Chi non piscia in compagnia è un'amazzone di Nimira!"
ridendo convinto di aver fatto la rima, ma il riso cessò subito quando
notò il suo sguardo e il coltello che impugnava, cercò inutilmente di
tirar su i pantaloni ma la prima coltellata giunse rapida come il morso
di un serpente attraversando la gola per fuoriuscire dalla nuca, il
sangue caldo colò sulla sua mano, colpì ancora e ancora in preda alla
frenesia pur sapendo che ormai non c'era speranza di sopravvivenza per
il ribelle... poi lo stesso istinto che lo aveva portato lì e lo aveva
convinto ad uccidere lo fece fuggire, correndo tra le rocce rapido ed
agile come uno stambecco.
Si fermò spossato parecchi minuti dopo, l'angelo vendicatore aveva ormai
smesso di possederlo e le energie cominciavano a mancargli, si accasciò
dietro una sporgenza rocciosa nascondendosi tra i cespugli che
crescevano alla sua base.
Sicuramente i suoi ex compagni avevano ormai trovato il cadavere e si
erano certamente accorti della sua scomparsa, lo stavano cercando.
Pur essendo conscio del fatto che molto probabilmente non avrebbe visto
la prossima luna si sentiva libero e leggero, un nodo finalmente si
sciolse nella sua gola dopo così tanto tempo e pianse.
Tabaras
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