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Naufragio della Xenos

Un Brusco Risveglio

La Nave Esplorativa di classe Epsilon Xenos viaggiava a velocità di crociera, silenziosa nel vuoto spaziale, un freddo stiletto argentato nel buio dell’universo, visibile solamente grazie alla scia fosforescente tracciata dai suoi propulsori Plasma che a fatica veniva dispersa dalle correnti gravitazionali generate dalle orbite dei pianeti vicini.
 

All’interno, nella cabina di pilotaggio, regnava solo il rumore dei servo comandi e dei computer di bordo, impegnati nel calcolo delle traiettorie e nelle mansioni di routine che mantenevano in vita l’equipaggio ospitato nel suo freddo grembo.
Le luci si accendevano alternativamente sul pannello di controllo, ad indicare i parametri vitali degli occupanti, lo stato della nave e le correzioni da apportare alla rotta.
Logos, il computer centrale della nave, provvedeva a tutte queste funzioni giornalmente.
Per lui il tempo non passava, come non passava per gli occupanti di cui si prendeva cura, stipati nelle fredde celle di ibernazione, che il comandante amava chiamare “Le Culle Ghiacciate”.
Privo di emozioni, come tutti i computer di classe Epsilon, non si meravigliò o provò stupore nel ricevere il rapporto dei sensori di prossimità esterni.
Gli oggetti che si avvicinavano con velocità crescente non lo spaventarono. Si limitò a cercare nei suoi processori la sequenza logica più indicata per l’attuale situazione di pericolo.
Il ronzio dei suoi calcoli durò pochi istanti. Logos iniziò dunque la sequenza preliminare volta a scongelare lo staff tecnico del suo equipaggio.
La Nave Esplorativa di classe Epsilon Xenos non viaggiava più sola nell’universo. Tre sagome oscure attirate dalla sua scia le volavano incontro… Sempre più vicine…
Garok correva sulla spiaggia, chiudeva gli occhi, godendosi il caldo sole estivo, i suoi piedi toccavano l’acqua che lambiva il bagnasciuga, che era limpida e calda.
Iniziando ad entrare in acqua provò una sensazione di benessere, di calore e di protezione, mentre gli sembrava di tornare indietro nel tempo… In un luogo di profonda calma e pace…
Poi d’un tratto provò una sensazione di urgenza, qualcosa lo spingeva ad aprire gli occhi, a portarlo fuori da quella pace… A farlo nascere… Di nuovo.
Lottò con quella sensazione più che poté, sapendo bene che era inevitabile la sua sconfitta.
Mentre il sogno gli sfuggiva tra le dita… sentì anche i calore dell’acqua dissiparsi, per lasciare spazio ad un freddo mortale…
Garok iniziò a tossire… Inspirò a fondo mentre l’aria gelida entrò nei suoi polmoni, facendolo tossire ancora più violentemente.
Mentre sentiva la “Culla” aprirsi sopra di lui con uno scatto pneumatico imprecò sommessamente. Logos non aveva attivato il riscaldamento delle culle. Sentiva gli arti irrigiditi per il lungo sonno e il freddo e quando aprì gli occhi la luce lo ferì costringendolo a ripararsi con le mani…
“Ma che diavolo…”
Le luci erano già accese, il pavimento quando appoggiò le punte dei piedi era freddo e viscido.
Cosa diavolo era saltato in mente a Logos per non fargli eseguire correttamente la sequenza di risveglio?
Garok si guardò attorno spaesato. Il loculo in cui era rinchiuso gli faceva sempre venire i brividi e gli dava un forte senso di claustrofobia.
Mentre a fatica si raddrizzava, sentendo le ossa scricchiolare, si accorse con orrore che la spia dell’allarme silenzioso lampeggiava violentemente.
Il più velocemente possibile si infilò la tuta termica e gli stivali magnetici e appoggiò il palmo della mano sulla serratura a foto cellula.
Con uno sbuffo la porta a tenuta stagna si aprì, scaraventandolo all’interno di un incubo.
L’allarme risuonava assordante per i corridoi della nave.
L’equipaggio risvegliato bruscamente correva per le scalette e i tunnel d’emergenza, raggiungendo i propri posti. Chi si incontrava si scambiava sguardi fugaci, chiedendosi il motivo di tutto quel fermento. Era evidente che la nave era ben lungi dall’aver raggiunto la sua destinazione.
Garok si appoggiò alla parete mentre la nave veniva scossa da un tremito convulso.
Un tecnico vicino a lui ruzzolò a terra. Le luci si spensero e Garok rimase in attesa che i sistemi ausiliari entrassero in funzione.
Non appena le luci rosse d’emergenza a livello del suolo si attivarono aiutò il tecnico a rialzarsi.
“Ross… Che diavolo succede?”
“Grande Giove… Non ne ho idea… Ma la cosa non mi piace affatto, sembra che qualcosa ci stia attaccando.”
Sentì un brivido attraversargli la schiena.
Non aveva mai amato l’idea di viaggiare nello spazio. Il vuoto, la mancanza di ossigeno, tutto tenuto a bada da un computer e da un sottile scafo. Ora le sue peggiori paure si stavano concretizzando.
Si era unito alla spedizione nelle sue umili vesti di giornalista. Doveva documentare il successo del viaggio esplorativo, con Olo-Foto mirabolanti e articoli che elogiassero lo splendido successo della spedizione governativa.
Mai avrebbe immaginato che il suo viaggio sarebbe finito ben prima di iniziare.
Mentre Ross si rialzava correndo verso la sala macchine Garok rimase immobile paralizzato dal terrore.
“E adesso?”


Caduta

A fatica Garok riuscì a raggiungere la sua cabina. In ogni corridoio il personale correva come impazzito. Il severo addestramento militare ricevuto permetteva loro di non cedere al panico.
Ma Garok non aveva ricevuto alcun indottrinamento militare, e per quanto avrebbe voluto sentirsi eroico in quella situazione non ci riusciva affatto.
Il suo pensiero ora era di mettere in salvo i suoi averi, per averli vicini nel caso fosse successo il peggio. Afferrò il suo zaino da sotto la cuccetta e ci mise dentro in fretta il suo patrimonio.
La olo-camera, le pellicole digitali, i suoi carboncini, il blocco da disegno (Ricordi ancestrali del suo mondo di origine) e il suo coltello multi uso dal quale non si separava mai.
Chiusa la zip, si mise lo zaino sulle spalle ed uscì di nuovo nel corridoio.
In quel momento una forte scossa fece ondeggiare il suolo sotto di lui mandandolo contro una parete con violenza.
Sentì qualcosa scricchiolare nello zaino, ma non ci fece caso. Troppo preso ad osservare con orrore alcune tubature che esplodevano nel corridoio davanti a se, inondandolo di gas.
“A tutto il personale… A tutto il personale… Abbandonare la nave… Recarsi nei punto di fuga prescritti… Ponte Comando… Baia uno… Ponte Macchine… Baia Due…”
La voce gracchiante di Logos esplodeva dagli alto parlanti.
Garok meccanicamente iniziò a correre verso le zone di salvataggio indicategli, appoggiandosi alle pareti, mentre il gas attorno a lui iniziava ad oscurargli la visuale.
Il Capitano Marshall osservava impotente le spie rosse di Logos che sembravano impazzite.
Le tre cose, qualsiasi cosa fossero, si erano avvinghiate allo scafo della Xenos e stavano iniziando a perforarlo in più punti.
Logos segnalava che alcuni ponti stavano già subendo una decompressione.
Il messaggio appariva chiaro sullo schermo al plasma di fronte a lui, sulla console.
Ponti tre / Quattro / Undici in decompressione.
Sigillare i Ponti?
Si / No
Il grado di capitano impedì a Marshall di pensare alle vite che avrebbe spento premendo il pulsante.
Non farlo significava accelerare la fine della nave e la perdita di tutto l’equipaggio.
Chiudendo gli occhi premette il pulsante.
Il cursore sul SI brillò rosso e minaccioso.
Garok vide davanti a se una paratia stagna iniziare a calare, il fumo gli faceva lacrimare gli occhi, e il fiato era ormai corto.
Con uno sforzo si lanciò nel corridoio, ferendosi rotolando sul pavimento di metallo. La porta si chiuse meccanicamente dietro di lui, misericordiosamente impedendogli di sentire le urla di coloro che venivano risucchiati nel vuoto esterno.
Rialzandosi vide che coloro che avevano raggiunto la Baia di salvataggio si accalcavano per raggiungere le poche capsule a disposizione.
Senza avere la forza di pensare si mise a correre verso una capsula libera. Era ormai praticamente di fronte ad essa quando un forte colpo lo raggiunse alla spalla sinistra mandandolo a terra.
Cercando di sostenersi col braccio destro si voltò.
Ross dietro di lui, impugnava una chiave idraulica come una mazza, un ghigno sadico era impresso sul suo volto.
“Quella è l’ultima capsula Garok… Ed è mia!”
Ross scavalcò Garok che a terra stringeva i denti mentre tentava di rialzarsi.
Il tecnico iniziò ad aprire la porta della Capsula quando un boato risuonò nella sala.
La parete ovest implose verso l’esterno iniziando a risucchiare l’aria fuori dalla stiva. Garok iniziò a sentirsi sollevare e con un gesto istintivo si aggrappò al maniglione della botola di drenaggio che stava alla sua destra, mentre Ross veniva sollevato da terra.
Le braccia e le gambe del tecnico si muovevano scompostamente mentre venne risucchiato nel vuoto. Il suo urlo di terrore continuò ad echeggiare nelle orecchie di Garok anche dopo che Ross scomparve nel vuoto spaziale.
Serrando gli occhi e tendendo i muscoli, Garok entrò all’interno della capsula e con le ultime forze premette il pulsante di espulsione.
Mentre la porta si richiudeva dietro di lui, preservandolo dalla pressione, i motori plasma della capsula si attivarono scagliandolo all’esterno della nave.
Prima di svenire ebbe una fugace visione di tre orrende creature, che sembravano uscite direttamente dall’incubo di un folle, intente a divorare ciò che restava della Xenos.


Straniero

Quella notte Nurah passeggiava sulle mura della sua Kioskas. Un pesante mantello la proteggeva dal freddo vento che sferzava la città.
Mentre osservava il cielo punteggiato di stelle vide una di essa staccarsi dalla volta celeste e cadere. Non era la prima volta che vedeva una stella cadente. Ma quella aveva qualcosa di insolito. Sembrava che stesse per colpire un punto da qualche parte sulla sponda destra del fiume.
La mattina dopo le amazzoni perlustravano la foresta attorno a Ylea, incuriosite dal racconto di Nurah si erano spinte fino a quella zona, che normalmente era poco battuta.
Una di loro indicò un punto tra gli alberi. Un solco, scavato certamente da una forza innaturale aveva estirpato diversi arbusti.
Le guerriere caricarono per sicurezza le loro balestre mentre presero a seguire quella strana traccia. Dopo poco videro una specie di costruzione sferica, di colore argentato, infossata nella terra, come se un gigante giocoso avesse scagliato una palla per divertimento nel cuore della foresta.
Le due amazzoni si scambiarono uno sguardo di intesa mentre presero a girare intorno all’oggetto misterioso, coprendosi l’una con l’altra.
Ora videro una figura distesa a terra vicino all’oggetto, come se se ne fosse trascinata fuori a fatica. Era un uomo, ma indossava abiti dalla foggia inusuale.
Una delle amazzoni ripose la balestra e si avvicinò alla figura, muovendola delicatamente.
L’uomo era di carnagione pallida, sulla trentina, di corporatura robusta anche se non atletica.
I capelli erano neri e lunghi e gli coprivano in parte la fronte.
I lineamenti erano delicati, e anche dalle mani si poteva dedurre come quell’uomo non avesse mai intrapreso un lavoro di fatica. Non era certo un guerriero o una persona apparentemente ostile.
Per un attimo l’uomo aprì gli occhi, profondi e castani, vedendo la donna china su di lui pronunciò alcune parole in un linguaggio sconosciuto con voce bassa.
Poi tornò a perdere i sensi.
Garok aveva avuto solo la forza di chiedere aiuto.
Aveva visto una donna sopra di lui, alberi sopra la sua testa…
Poi il buio tornò ad avvolgerlo.
Si risvegliò con la sensazione di aver dormito a lungo e profondamente.
Si trovava in un morbido letto, fuori era giorno. Vedeva la luce filtrare dalle imposte di una finestra, vecchio stile.
Il pavimento della stanza era in legno. Del vero Legno! E le pareti erano formate da massi usati come mattoni.
Si portò una mano alla fronte e notò che la spalla sinistra e le altre ferite erano state medicate e bendate. Un fuocherello ardeva in un caminetto su un lato della stanza. Tutto l’arredamento sembrava essere uscito da un olo-libro di storia.
Garok scostò le coperte di lana e scesa sul pavimento.
Imbarazzato si accorse di essere completamente nudo. Guardandosi attorno cercò la sua tuta ma non la trovò.
Al suo posto notò su una sedia, alcuni vestiti di foggia arcaica. Una camicia e pantaloni di pelle. Li indossò notando che gli calzavano bene.
Vide poi che il suo zaino era stato appoggiato ad una parete.
Lo aprì, notando con disappunto che la Olo-Camera era andata distrutta.
Il suo coltellino e il blocco da disegno erano invece intatti. Si infilò il coltellino in una tasca dei pantaloni e si rialzò, giusto in tempo per vedere la porta della stanza aprirsi.
Vide così una delle donne più splendide che avesse mai visto, incorniciata dal sole appena sorto.
Ella, dischiudendo le sue rosse labbra pronunciò delle parole per lui incomprensibili, ma che gli rimasero per sempre nell’anima, anche in seguito, quando imparò il loro significato.
“Benvenuto ad Arcano!”


Garok

 

 

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