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Nurah bifronte

 

Spinsi la pesante porta.
L’aria calda e profumata di vino, tabacco e carne arrostita sul fuoco mi investì appena entrai nella taverna.
Sentivo gli sguardi su di me e ne ero compiaciuta.
Mi accomodai ad un tavolo in un angolo, sola, con un bicchiere di buon idromele che mi aveva versato con un sorriso il taverniere.

Sorseggiavo pensierosa quando sentii due occhi insistenti che mi fissavano, occhi ostili.
Ricambiai lo sguardo con fare eloquente, non avevo voglia di scaramucce, ero stanca e soprattutto ero appena arrivata ad Arcano.
Mi rituffai nei miei pensieri.
Dovevo rintracciare i maghi, dovevo trovare una casa.
Si aprì la porta ed entrò una bella donna dall’espressione sorridente, salutò tutti gli avventori e si diresse verso di me.
“Aikydo, tu devi essere Nurah” mi disse; con un cenno della testa la invitai a sedersi al mio tavolo ma non dissi niente.
Lei continuò: “Le voci corrono veloci qua, imparerai presto; mi chiamo Kassandra, Madras di Launam, e ti do’ il benvenuto.”
Ancora silenzio da parte mia, ma ero curiosa. Continuavo a bere a piccoli sorsi.
Ero molto guardinga, non sapevo di chi fidarmi.
Kassandra sembrò spazientirsi dal mio atteggiamento: “Straniera, forse sei muta? O non conosci le buone maniere?”.
Mi piacque la sua reazione.
“Chiedo scusa Madras. Devi capirmi, tu conosci il mio nome ed io sono appena arrivata” la guardai e l’espressione cordiale tornò sul suo viso: “Hai ragione, i miei modi sono un po’ spicci. Mi ha avvertito Aragon del tuo arrivo e mi ha pregato di trovarti un alloggio. Mi è stato riferito che una straniera era giunta, ho pensato fossi tu ed avevo ragione.” Mi sorrise “sono venuta per darti il benvenuto e per dirti che hai una casa”.
La ringraziai.
Restammo a parlare ancora un po’; mi raccontò quale era la vita e l’organizzazione sociale di Arcano e si dichiarò disponibile ad aiutarmi per ambientarmi. Mi spiegò la strada per raggiungere Launam.
La porta della taverna si aprì di nuovo, entrò un uomo dal viso mite.
Lo sguardo di Kassandra si fece radioso. Si congedò educatamente da me per raggiungere il nuovo arrivato che doveva essere, pensai, il suo compagno.
Osservai la scena dei due che si salutavano, erano felici, fatti l’uno per l’altra.
Una risata sguaiata mi distrasse: apparteneva alla stessa persona che mi aveva squadrato insistentemente al mio arrivo. Aveva attirato la mia attenzione.
Per tutto il tempo aveva cercato di farlo, a dire il vero, ma l’avevo evitata.
Era una donna piuttosto corpulenta, dal volto volgare e dai modi ancora peggiori. Una di quelle donne che pensano di essere il centro dell’universo: da evitare.
Restai ancora un po’ seduta, persa nei miei pensieri, bevendo ancora idromele. Non avevo fame.
Lasciai le scaglie sul banco, salutai il taverniere, mi fermai al tavolo di Kassandra per salutare anche lei e il suo compagno e mi avviai verso l’uscita consapevole che un paio di occhi non si staccavano da me.
Fuori stava imbrunendo, l’aria fresca mi fece rabbrividire e sistemai meglio il mantello stringendomelo addosso. Tirai su il cappuccio.
La strada era bagnata e l’orlo della mia tunica si scurì e appesantì.
Raggiunsi il mio cavallo e i muli con il carico e mi diressi verso Launam.
Il lungo viaggio iniziava a farsi sentire, la strada era ancora lunga, non vedevo l’ora di arrivare nella mia nuova casa per riposarmi.
Una fastidiosa sensazione mi accompagnava, mi voltai un paio di volte, nessuno che mi seguisse.
Mi sbagliavo.
Il rumore degli zoccoli mi raggiunse, sapevo già di chi si trattava. Si affiancò a me la donna corpulenta, vestita come un guerriero.
Non mi aspettavo parole gentili, la salutai comunque: “Cosa sei venuta a fare, straniera?” mi chiese. Ignorai la domanda e tirai diritto, ma non mollava.
“Sei venuta a portare problemi?” stavo ancora in silenzio, ma dentro iniziavo a ribollire.
Con la punta delle dita mi picchiò sul braccio. Tirai le redini e mi voltai a guardarla.
Sentivo dentro di me la parte crudele che stava risvegliandosi, la guardai con occhi di fuoco, le labbra si stirarono mostrando i denti. “No…” pensai “non adesso”.
Lo sforzo per trattenere la mia rabbia era forte, non sufficientemente però.
La donna continuava a stuzzicarmi con male parole, pizzicando il mio cavallo per farlo imbizzarrire; quando parlava carezzava l’elsa della spada.
La guardavo meglio… era trasandata, emanava cattivo odore, disgustosa.
Rideva di me.
Brividi lungo la schiena, le mie mani stringevano forte le redini, le nocche erano diventate color avorio.
La mia gola si squarciò in un urlo che echeggiò tutt’intorno: troppo tardi.
Come una furia balzai dal mio cavallo e saltai addosso alla donna che non fece in tempo a sguainare la spada, lei strillava, io la ghermivo.
I cavalli nitrivano e sbuffavano disperati, i miei muli scalciavano facendo cadere parte del carico.
Quando mi riebbi la donna era sparita; in bocca uno strano boccone dal sapore metallico; sputai: il lobo del suo orecchio ed un ciuffo di capelli misti a sangue caddero a terra.
Piansi. Non volevo, ma se l’era cercata.
Mi pulii la bocca con un po’ d’acqua della borraccia.
Raccolsi le mie cose che si erano sparse.
La natura malvagia che si annidava dentro di me aveva prevalso. Ancora non ero pienamente padrona di questa mia terribile seconda natura.
Rimontai a cavallo e continuai per Launam.
Avevo bisogno di aiuto.


ARAGON

L'immagine scomparve e gli occhi di Aragon si ritrovarono a fissare le pensanti nuvole che come guerrieri degli inferi, si scagliavano contro le stelle che illuminavano quella notte di tarda primavera.
"Anche il cielo annuncia il tuo arrivo giovane Maga e un'ombra nera come la notte accompagna i tuoi passi"
Si girò, scese le scale della Torre dei Maghi, quella sera stranamente deserta e dopo aver chiuso i pesanti battenti del portone d'ingresso, si incamminò tra gli stretti borghi che conducevano alla taverna.
"A quanto pare ... le nostre strade si stanno per incrociare nuovamente Saskya .... Ma questa volta sarà proprio l'ultima!"


NURAH

Aragon riunì tutti i maghi nella grande sala della torre.
Aveva un’aria solenne e seria. Tutti lo guardavano con aria preoccupata.
Fu l’unico a rimanere in piedi, iniziò a parlare.
“Sapete che è arrivata una nuova maga, Nurah. Sarà una preziosa compagna, ma adesso ha bisogno del nostro aiuto.”
Gli altri maghi si guardavano l’un l’altro cercando di capire.
Ipse parlò per tutti: “Siamo con te”.
“Bene” rispose il mago “Devo prima di tutto narrarvi una storia che mi riguarda e che riguarda anche Nurah. Un sottile filo che ci lega nonostante non ci conosciamo affatto.”
Nella sala il silenzio era totale.
“Quando il Signore dell’Oscurità fu confinato nel limbo, tutti noi suoi servitori all’inizio rimanemmo uniti cercando il modo di liberarlo. Uno dei miei compagni era una bellissima strega, Saskya, al cui fascino era difficile resistere; la sua malvagità, però, andava oltre il pensabile: il suo unico scopo era quello di assumere il completo potere oscuro e per ottenerlo usava qualsiasi arma in suo possesso, sia pure la lusinga e la sua bellezza. Cercò di uccidere tutti i servitori del Signore dell’Oscurità, ma io riuscii ad impedirglielo… la sconfissi, ma non fui capace di ucciderla e scappò.
Si rifugiò presso un potente mago, Tyrthlin, e ne diventò la concubina, con il solo scopo di accrescere i suoi poteri.
Nurah era la giovane discepola del mago e col passare del tempo i due si innamorarono scatenando l’ira di Saskya che si riversò mortalmente su Tyrthlin.
Prima di morire il mago sconfisse solo il corpo della strega e riuscì ad imprigionarne la malvagia essenza in Nurah, che era ormai una maga forte.
Adesso questa giovane maga ha bisogno di noi per sconfiggere quel che rimane di Saskya….”
Un brusio sommesso fece da scia alle ultime parole di Aragon che, con le mani dietro la schiena si avviò verso il caminetto e fissò le fiamme che allegramente scoppiettavano fra i ciocchi.
Continuò a parlare con voce pacata e profonda e mise al corrente tutti quanti di cosa avrebbero dovuto fare. Ad ognuno assegnò un compito sottolineando la gravità e la pericolosità del rito a cui avrebbero preso parte.
Tutti erano pronti e decisi.
“Sta arrivando” disse girandosi verso gli altri maghi.

Nurah si era informata come raggiungere la Torre dei Maghi,.
Man mano che si avvicinava percepiva la potenza di quel luogo; la grande torre si stagliava imponente nella dorata luce del tardo pomeriggio, la maga sospirò.
Arrivò finalmente ai piedi di quella magica costruzione, scese da cavallo, lo legò vicino all’abbeveratoio e si incamminò verso il grande portone che trovò aperto.
Salì per la scalinata che girava internamente alla torre ed arrivò alla sala dove erano riuniti i maghi.
Si sentiva emozionata ed impaurita allo stesso tempo, ma era felice perché sapeva di aver finalmente trovato quello che cercava.
Le venne incontro Aragon con il suo viso austero, appena rischiarato da un sorriso di benvenuto.
Nurah ricambiò il sorriso e fece un piccolo inchino con la testa ma, non appena Aragon le si fece più vicino, la giovane maga girò di scatto la testa, l’espressione del suo viso cambiò; gli occhi divennero due fessure; si accucciò in un angolo ed iniziò a sibilare.
Mormorii si levarono nella stanza.
Aragon alzò una mano per far tacere i maghi.
“Benvenuta fra di noi, Nurah” continuò come se niente fosse.
Morbovia, il Guardiano della Gilda dei Maghi, intanto si era avvicinato alla porta della sala, Gilpeldur alla finestra, Ipse al caminetto; ogni mago prese posto in un punto preciso della sala, ben consapevole di cosa doveva fare e con un’espressione di totale concentrazione.
Lo sguardo di Nurah saettava nella stanza, rimanendo accucciata, sembrava pronta a balzare su chiunque le si fosse avvicinato.
Con grande sforzo parlò: “Vi prego….”, ma fu di nuovo sopraffatta: “Taci!” gracchiò un’altra voce che usciva dalla sua bocca.
Aragon non si mosse.
Tutti i maghi avevano iniziato a recitare le loro arcane frasi che facevano agitare la natura malvagia che si annidava dentro Nurah. Stavano evocando Saskya.
“Aragon…” gracchiò di nuovo quella voce che sortiva lo stesso effetto delle unghie che graffiano il vetro “ti sono mancata?” Saskya iniziò a ridere sconquassando la figura di Nurah.
Aragon vedeva il mutare dello sguardo negli occhi della giovane maga: a momenti erano terrificanti, in altri percepiva lo sforzo Nurah faceva per impedire alla strega di sopraffarla.
Il mago alzò le braccia ed iniziò a sua volta a recitare una strana litania in una lingua incomprensibile, gli altri maghi continuavano con i loro riti.
Saskya inveiva contro tutti, lanciava maledizioni, sputava, ma non si muoveva da quell’angolo, continuava a dare le spalle alla parete.
Morbovia, Gilpeldur e Ipse rimasero fermi mentre tutti gli altri maghi si misero a semicerchio dietro Aragon che continuava la sua evocazione.
La faccia di Nurah sbiancò, si scosse convulsamente come se un conato le facesse vomitare un pasto indigeribile e dalla bocca uscì una nuvola densa, scura. La maga si accasciò a terra.
L’essenza di Saskya ora si trovava sopra le teste dei maghi che non si erano scomposti neppure un attimo alla visione di quell’essere senza forma.
L’odore che aleggiava nella stanza era nauseante.
La nuvola cercava di avvicinarsi ad ognuno dei maghi, ma veniva respinta prontamente.
Lo stallo sembrava durare momenti interminabili finché la massa scura si diresse con decisione verso Aragon che era pronto a quello scontro: con voce stentorea pronunciò frasi minacciose, le mani protese come uno scudo respinsero l’attacco di Saskya che tentò la fuga attraverso le uniche aperture della stanza diligentemente custodite da Morbovia, Gilpeldur ed Ipse.
L’urto contro quello scudo magico che era stato creato da Aragon e i suoi compagni fu fatale a Saskya che si scagliò contro la parete sopra il caminetto e si dissolse lasciando una macchia scura sul rosso dei mattoni.
Tutti tacquero. Le fronti imperlate di sudore, i respiri si erano fatti pesanti. Nurah giaceva ancora a terra.
I maghi si avvicinarono alla nuova compagna, la portarono su un divano e le bagnarono la fronte con acqua fresca.
Una ciocca dei suoi neri capelli, proprio sopra la fronte, era diventata bianca.
Le fecero bere una pozione che la risvegliò.
Mormorò qualche parola, cercò di tirarsi su, inutilmente, ringraziò ad uno ad uno i maghi che la circondavano.
Infine ringraziò Aragon che le rispose: “Saskya non c’è più, ma la tua natura rimane doppia”.




 

 

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