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I racconti di Piaga

1: Ombre Inseguitrici

La porta della locanda si chiuse alle spalle di Piaga con un cigolìo sommesso, che si perse nel vento della notte che avanzava come l'eco di un lamento.
La poca gente rimasta ancora nelle strade della Kioskas si stava rapidamente disperdendo, cercando riparo e conforto dall'oscurità incombente nelle mura e nelle torce accese di quella che era definita 'civiltà'.

La lama gelida dell'aria che strisciava come un serpente tra le case agitava i suoi lunghi capelli nero-notte, mandandogli spiacevoli ondate di brividi che si propagavano dalla nuca alla schiena, sfiorando con dita esili e perfide i suoi nervi tesi allo spasimo..... una goccia di sudore gli imperlò la fronte pallida, prima di attraversare il viso scarno e dagli zigomi alti.
I suoi occhi grigio ferro si sollevarono lentamente verso il cielo, perdendosi in un mare di nubi color dell'inchiostro: molto lontano, la furia di una tempesta si scatenava baciando l'orizzonte.
Vuoto nel cielo, vuoto sulla terra.
Altri avrebbero tratto conforto dalla solitudine, l'avrebbero interpretata come la calma conferma dell'assenza di forze ostili che potessero minare la stabilità e la continuità della loro esistenza; non così Piaga.
I suoi incubi notturni erano ricolmi di quel vuoto: una presenza familiare, ribollente come un calderone... e malvagia.
Nelle sue lunghe fughe oniriche, col cuore che gli batteva all'impazzata, e i piedi ogni volta più pesanti, percepiva la crescente attrazione verso il freddo pulsare della stella morta che era il suo passato, tutto quello che non poteva, o forse non voleva ricordare.
Con incertezza, mosse il primo passo verso le mura e il cancello cittadino, sospirando profondamente.
Tutto sarebbe finito stanotte, in un verso o nell'altro: l'ultimo incubo, quello della notte scorsa, era stato radicalmente diverso da tutti gli altri.
Le ombre avevano smesso di inseguirlo e gli avevano parlato.
"Vieni" aveva sussurrato una voce tagliente come la lama di un rasoio, "Vieni domani nel bosco fuori città, appena il sole sarà scomparso alla vista. Vieni alla fonte della tua verità."
Si era svegliato urlando.
Passo, passo, pausa... passo.
Le ombre degli alberi giocavano a dipingere chiaroscuri sulla sua pelle pallida, sui suoi occhi di animale braccato.
Il vento inventava richiami per confonderlo e innervosirlo.
Davanti a lui, la pietra e la radura.
Intorno a lui, silenzio e minaccia.
Spossato, appoggiò la schiena a un albero, e attese: quello era il posto.
Non attese a lungo: qualcosa comparve da dietro un albero, una figura completamente avvolta da un mantello nero, una macchia d'oscurità mutevole, semovente e assolutamente silenziosa.
Piaga trattenne il fiato: da come l'aveva visto muoversi, capiva che quell'essere portava la morte.
"Sei venuto. Non me l'aspettavo.".
La voce dell'uomo era come il suono di un vetro che si crepa.
Il nucleo interiore del coraggio di Piaga stava iniziando a sfaldarsi: con uno sforzo sovrumano, s'impose di avere una voce ferma e squillante.
"Evidentemente mi sottovalutavi." replicò.
La testa dell'uomo si piegò leggermente di lato, come a studiarlo. "Lungi da me. Ti conosco troppo bene per sottovalutarti."
Gli occhi dell'Esploratore si spalancarono: "Mi conosci?" rantolò "Chi... chi sono IO?"
L'uomo nel mantello fece un passo avanti, come se scivolasse sul terreno, e tese un braccio a Piaga col palmo della mano guantata rivolto al cielo.
"Tu sei uno strumento." disse semplicemente.
Non c'era traccia di divertimento o disprezzo nella sua voce: l'aveva detto con la stessa indifferenza con cui qualcuno direbbe "Penso che oggi pioverà".
"Uno strumento? Io non sono uno strumento, io sono....". Piaga s'interruppe, cogitabondo.
Iniziava a ricordare qualcosa.... immagini confuse... sangue, e gente che cantilenava.... nenie.... urla.
Donne. Donne e bambini. Il fuoco. Sangue e ancora sangue.
Lo straniero misterioso parve cogliere esattamente i suoi pensieri: "Sì, tu sei uno strumento. Uno strumento che ha iniziato un compito e non l'ha portato a termine."
Il cuore di Piaga stava battendo all'impazzata: il rumore amplificato del sangue che gli scorreva attraverso le tempie lo stava quasi assordando mentre la folla di immagini scomposte si affollava come una calca urlante e maniacale alle porte dei più segreti anditi del suo subcosciente.
"Io ho ucciso.", fu tutto quello che riuscì a mormorare tra le labbra fattesi improvvisamente secche.
"E ancora ucciderai. Devi finire ciò che hai iniziato. Per me. Per noi."
La voce, ora, sembrava sorgere sia dalla sua mente che dalla figura nel mantello, in un crescendo cacofonico che come un'invisibile mano stava schiacciando la sua volontà di resistere sul terreno umido e molle.
"Finisci ciò che hai iniziato! Uccidili! Uccidili tutti!"
Lentamente, il mondo scivolò nel fuoco e nel sangue.... e poi fu il buio, un buio vorticante e vivo, un coacervo di suoni, sensazioni, odori.
Ogni muscolo ed osso di Piaga urlava per contro proprio il suo dolore, la sua mente sconvolta senza più il legno galleggiante della ragione che andava a fondo... sempre più giù.
Nel maelstrom comparve una luce.
"Chi sei?" articolò la mente sconvolta dell'Esploratore.
Un bambino coperto di stracci, che non poteva avere più di cinque anni.
Stringeva al petto un fagottino che piangeva debolmente.
Capelli castani, grandi occhi neri che erano specchi di consapevole miseria e dolore.
Lo guardava senza dire nulla.
Piaga sentì la sua mano portarsi alla cintura dove Sogno e Risveglio, i suoi stiletti gemelli, erano infilati.
Con orrore, sentì le sue dita chiudersi sull'elsa e con la lentezza atroce di un serpente che si prepara a colpire, estrarre Risveglio dal suo fodero.
"No, no, no....!" si ripetè, ma era come se il suo corpo non fosse più parte di lui: persino le sensazioni visive e tattili erano in qualche modo distorte, distaccate... come se la sua coscienza (o quel che ne rimaneva) fosse un ospite indesiderato da scacciare.
Il braccio era teso e pronto a colpire: qualcosa, però, doveva aver allertato il bambino, che fece un mezzo passo indietro e si mise di tre quarti rispetto a lui, frapponendo il suo povero corpo tra lui e il fagotto strillante.
Il suo visino tradiva più rassegnazione che paura.
L'illuminazione lo colpì come un fulmine a ciel sereno, squassandolo: aveva già vissuto quella scena.... molto tempo addietro.
Le dita della sua mente frugarono avide nel maelstrom, cercando le immagini più nitide: il viso del bambino, il neonato urlante... la lama che calava a donare morte e i corpi il cui sangue si mischiava alla polvere delle strade, calpestato dalle figure ammantate di nero che incancrenivano il villaggio con la loro presenza.
"Sei già stato qui.", disse il bambino improvvisamente, fissandolo.
Nella sua voce non vi era nulla d'infantile se non l'intonazione: la cadenza era quella di un vecchio rassegnato.
"Sì". Piaga non potè fare a meno di replicare. "Ho scelta?"
"Si ha sempre una scelta."
A quelle parole, la stretta della sua mente sul suo corpo sembrò farsi più salda: le urla dei morenti assunsero il tono di gemiti di disappunto, e le correnti del vortice d'immagini sembrarono tremolare e farsi più fioche come candele al vento.
Scelte e possibilità.
"Aiutami", implorò alla figuretta che aveva davanti, che sorrise placida.
"Non posso. Devi farlo da te."
"Allora perchè sei qui?"
Il sorriso sul viso del bambino si allargò, mentre il fagottino che aveva in braccio smise di piangere.
"Io sono la scelta.", rispose semplicemente, e rimase ad aspettare.
Piaga si concentrò, trasmettendo ogni oncia di volontà al braccio che reggeva l'arma: con lentezza esasperante, lottando per ogni millimetro contro le urla di incitamento del vuoto maligno intorno, la lama tornò nel fodero e il bambino svanì dal suo campo visivo, trascinando con sè il caos e la morte, lontano dove non potevano più fare alcun male.
E fu un'eternità di tenebre e rumore di onde sugli scogli.
Il primo raggio di sole trafisse il cuore della radura, illuminando la forma riversa dell'Esploratore addormentato che, con gesti lenti e penosi, si alzò dall'erba e barcollante si guardò attorno in cerca del nemico.
Nessuno comparve, le macchie d'ombra si ridussero a vaghe impronte sfocate nel sottobosco, ritirandosi dinanzi al giorno che avanzava.
Gli uccelli del mattino cantavano la loro canzone: il vento si era calmato.
Per terra, una pergamena.
Con mani ancora tremanti, Piaga l'afferrò e lesse le poche parole ivi vergate: "A quanto pare avevamo calcolato male le cose sin dall'inizio. Mi deludi: avevo riposto grandi speranze in te... ma alla fine, persino le mie aspettative sono nulla in confronto a quell'unica Verità che è la morte. Ed è una verità alla quale nemmeno tu potrai sfuggire, qualsiasi sia il nome o la vita che prenderai. Ci rivedremo prima di quanto immagini, amico mio."
Dunque, era questa l'eredità che gli era stata imposta, e che volente o nolente aveva dovuto reclamare.
Un'eredità di paura e morte, un testamento vergato con il sangue degli innocenti.... da quel momento in poi ci sarebbero stati parecchi conti da pareggiare: anche se non aveva riavuto tutti i suoi ricordi, l'incontro di quella notte - sogno o incubo che fosse - l'aveva reso una persona integra, con un presente e un futuro per quanto incerti fossero.
Rimettendosi il largo cappello nero ornato da un'unica piuma bianca, Piaga riprese la strada verso casa.


II: Giochi di Luce

La radura era esattamente come Piaga l'aveva lasciata: un gioco silente di luci ed ombre e di minuscoli occhi animali che lo fissavano attentamente, timorosi della minaccia implicita che la presenza dell'Uomo nelle loro terre rappresentava.
I suoi passi erano leggeri mentre descriveva cerchi sempre più stretti negli spazi lasciati liberi dalla vita vegetale, gli occhi che frugavano incessantemente le pieghe della terra per cercare una traccia qualsiasi che lo riconducesse agli accadimenti di quella notte, se non altro per essere sicuro che almeno l'incontro con l'uomo del mantello non fosse stato anch'esso un frutto della sua febbrile immaginazione.
Nulla.
Lentamente portò la mano alla piccola borsa che gli pendeva dalla cintura, e svolse la pergamena che aveva trovato: quella almeno era reale, non un frutto della sua febbricitante fantasia.
Quando si hanno mesi continui di incubi, si è portati a dubitare della propria sanità mentale... ma la calligrafia con cui era stata vergata non era certo la sua, quindi era da escludere persino l'ipotesi che fosse stato proprio lui a scriverla in un momento di estrema confusione.
Vicino a un tronco marcito, il tanto agognato filo di speranza finalmente si palesò ai suoi occhi: le leggere impronte del suo misterioso interlocutore.
L'Esploratore si chinò a studiarle meglio: piedi piccoli, avvolti in calzari morbidi... il segno della pianta era piuttosto definito, complice la terra umida e cedevole.
Si dirigevano con passi rapidi e dalla falcata breve verso il folto del bosco; dopo un attimo di esitazione, Piaga sfoderò gli stiletti e con estrema cautela si mise a seguirle... chiunque avesse lasciato quelle tracce sapeva il fatto suo, muovendosi sempre al riparo e in maniera apparentemente casuale per meglio confondere eventuali inseguitori.
Ma lui non era un cane da caccia qualsiasi.
Il sole stava morendo dietro le montagne quando gli ultimi scorci delle mura di Ylea furono inghiottiti dal verde scuro degli alberi.
Il cielo era già un manto di oscurità quando dinanzi a lui, semisepolta dalla vegetazione, la bocca irregolare di una caverna si spalancava su uno stretto budello che sprofondava nella terra.
Una macchia scura, poco distante, era ritta immobile: solo il fioco riflesso di una spada sguainata tradiva la sua presenza.... probabilmente una guardia.
Piaga sorrise crudelmente tra sè: era sulla pista giusta, bastava solo neutralizzare quello sciocco e buttarsi giù... verso la verità che giaceva nel fondo, al buio.
Sospirò leggermente, bilanciando lo stiletto nella mano e calcolando d'istinto la distanza intercorrente tra il cespuglio dietro cui si era acquattato e la posizione del nemico.
Il ragazzo non era certo l'ultimo arrivato: il posto che aveva scelto per sorvegliare eventuali intrusi era ben riparato e col buio della notte sarebbe stato praticamente invisibile, ma l'acciaio della lama che portava l'aveva irrimediabilmente tradito.
Un nuovo ricordo emerse prepotentemente, affiorando ai suoi occhi con una consistenza quasi fisica: un vecchio uomo senza un braccio che gli mostrava una corta sciabola dalla lama spalmata di una mistura di cenere ed acqua.
"Ricordati, ragazzo, quando non vuoi essere visto la prima cosa che devi fare è eliminare da te tutto quel che rifletta. Molti stolti sono stati giocati dal riflesso della luna su una lama prima che colpissero... e l'hanno pagata cara. Tu vedi di non fare lo stesso errore.", disse il vecchio con tono paternalmente burbero prima di richiudere dietro di sè la porta del subconscio e svanire.
Piaga strinse gli occhi, la sua sicurezza rinnovata dal sapere come aveva imparato a riconoscere certe cose, e lasciò che il suo braccio ammantato di nero scattasse come un serpente: il sottile stiletto volò rapido come un falco verso il bersaglio e trafisse la gola dello sventurato, che si afflosciò al suolo con un fruscìo e un gorgoglìo strozzato.
Tremò impercettibilmente, poi non si mosse più.
Piaga strisciò fuori dal suo nascondiglio e si avvicinò alla sagoma inerte, le orecchie tese a qualsiasi segno d'allarme, e con estrema cautela alzò il pesante cappuccio nero che ne celava le fattezze mentre sfilava la lama lorda di sangue e la ripuliva sul mantello.
Era un ragazzino che non poteva avere più di sedici anni, biondo e dalla carnagione estremamente pallida... come qualcuno che è stato a lungo malato o al chiuso.
I lineamenti fini tradivano la sua natura di appartenente alle classi ricche, e gli occhi azzurri spalancati trasmettevano più stupore che dolore: con un gesto quasi automatico, Piaga li chiuse e si addossò alla parete della caverna.
"Questo è quel che succede quando mandi un ragazzino a fare il lavoro di un veterano", pensò mentre scivolava silenzioso come un serpente nell'imboccatura immersa in un'oscurità densa come l'inchiostro di seppia.
Da qui in poi avrebbe dovuto procedere a tentoni, affidandosi all'udito... il pericolo incombente gli faceva rizzare i capelli alla base della colonna vertebrale, ma si costrinse lo stesso ad accettare l'azzardo e proseguire. C'era troppo in gioco.
Una fioca luce puntò finalmente da un angolo dopo una serie quasi interminabile di svolte e saliscendi: gli occhi di Piaga, ormai abituati pienamente alle tenebre, distinsero chiaramente l'ombra dell'uomo dietro quelle che dovevano essere le fiamme danzanti di un fuoco.
Trattenendo il respiro, Piaga scivolò più vicino per guardare meglio.
La stessa figura che l'aveva affrontato quella notte ora gli stava dando le spalle, assorta a fissare un fuoco che, imprigionato da un cerchio di pietre sul pavimento, scoppiettava allegramente diffondendo luce e calore nella piccola caverna.
Il fumo saliva in volute dense verso un'irregolare apertura nel soffitto per poi scomparire: non vi era nessun altro segno che indicasse quel luogo come abitazione stabile di chicchessìa.
L'Esploratore fece un incerto passo avanti, badando bene a non mettere i piedi in qualche trappola o allarme, ed entrò nel cerchio della luce: ogni muscolo del suo corpo era teso allo spasimo, pronto a colpire rapidamente se qualcosa fosse andato storto... anche se non voleva uccidere l'uomo che aveva dinanzi.
I morti non danno risposte, e quelle lui cercava.
"Eri uno dei migliori. Lieto di vedere che lo sei ancora.". La voce stridente si fece sentire all'improvviso da sotto il mantello: il suo tono non tradiva nessun tipo di atteggiamento minaccioso o spaventato.
Era la voce tranquilla di un vecchio amico reincontrato per caso in strada.
"Sapevi che ero qui." si sentì rispondere, distaccato: di nuovo, stava rischiando che una parte di lui soccombesse al turbine di ricordi che quell'individuo provocava, e di essere di nuovo trascinato a fondo... in quell'inferno urlante.
Non poteva permetterglielo: respirò a fondo e s'impose la calma.
"Sapevo che saresti arrivato qui. Del resto, perchè starei rannicchiato in questa caverna con solo una guardia se non sapessi di doverti incontrare?" disse l'uomo dinanzi al fuoco.
"Quel ragazzo..." iniziò Piaga, ma l'altro lo interruppe con aria noncurante "Oh, Cedric. Immagino tu l'abbia eliminato."
"Sì."
Le spalle avvolte dal mantello si alzarono e si abbassarono di scatto. "Poco importa", ridacchiò l'uomo "I suoi giorni erano comunque contati. Sarà onorato di essere stato mandato alla Verità Ultima da un maestro dell'Arte."
"Quale Verità Ultima?" si costrinse a chiedere l'Esploratore.
Tutto in lui non aveva la minima voglia di saperlo... forse perchè dentro di lui la risposta era già palese da tempo.
"Come, non mi dirai che hai dimenticato anche questo! La Morte, mio caro, la Morte. L'unica grande e irrefutabile Verità del mondo. Colei che tutto livella dinanzi a sè.".
La risposta aveva l'eco di una risata malevola, anche se era stata pronunciata con grande deferenza.
"Sembra quasi che tu abbia voluto che lo ammazzassi", mormorò Piaga con le labbra improvvisamente inaridite.
Che ci fosse sotto qualche trucco? Tutta la conversazione stava prendendo una piega assurda...
"Certo che lo volevo.", replicò tranquillamente l'uomo, "Così come vorrò raggiungerlo quando questa conversazione terminerà. L'assassinio è il tuo retaggio: ciò che ti abbiamo consegnato in mano perchè tu portassi la Verità Ultima con te e la consegnassi a chi ancora la rifugge."
Piaga fu travolto da una sensazione di nausea: cosa stava blaterando quell'uomo?
Il ricordo dell'odore del sangue riempì la piccola caverna, portando con esso le immagini del villaggio.
"Io li ho uccisi... li ho uccisi TUTTI!" gridò, sconvolto.
Ora il ricordo aveva acquistato chiarezza e consistenza: le sue mani che spargevano morte nelle case, un colpo per ciascuno con estatica freddezza... uomini.... vecchi.... donne... bambini. E ancora, e ancora, in altri posti, di notte e di giorno.... anni di omicidi rituali.
La figura ridacchiò. "Ora ricordi tutto, vero?"
L'Esploratore alzò un braccio, portandosi in posizione d'attacco. "Bastardo!" ringhiò "Menti!"
"Non mento, sciocco!". La voce dell'uomo era diventata una sferza. "E tu lo sai. Tu lo sai."
"Non... non è vero! Avete manipolato la mia mente con un incantesimo! Io non potrei mai..." iniziò a protestare, ma il suo interlocutore troncò la frase a metà: "Sì, mio caro, ti abbiamo manipolato, ma non nel modo che credi tu. Non capisci? Sei stato allevato da noi per questo sacro compito. Tutto ciò che hai fatto, lo hai fatto scientemente. Nessuno ti ha costretto."
Il braccio ricadde inerte: per la caverna riverberavano gli echi dello stiletto caduto a terra dalle dita rigide come marmo.
"No.", mormorò Piaga, "No..."
La figura si alzò e si volse verso di lui, affrontandolo. "Sì, invece. Ma un giorno qualcosa è andato storto.... sei semplicemente scomparso, nessuno ha mai capito perchè. Ti abbiamo cercato per tutte le terre conosciute, ma eri come volatilizzato. E poi sei ricomparso come arruolato negli Esploratori Vulcar ad Ylea... così abbiamo deciso di riprendere contatto con te, solo per scoprire che non ti ricordavi più nulla. Bell'affare."
"Chi siete 'voi'?"
"Siamo i Custodi della Verità Ultima. Coloro che livelleranno queste terre tormentate."
Gli occhi di Piaga si strinsero fino a diventare due fessure. "Non finchè ci sarò io." sibilò, livido di rancore.
La figura abbassò impercettibilmente la testa. "Così, hai deciso di non finire quel che hai iniziato?".
La domanda era intrisa di tristezza.
Il giovane aveva del tutto riacquisito il controllo di sè: la mano scivolò rapidamente verso l'elsa dell'altro stiletto, scomparendo tra le pieghe del mantello.
Ora che aveva saputo veramente tutto, non c'era più ragione che quell'essere disgustoso continuasse a vivere... ora poteva iniziare a fare pace con sè stesso e riparare a tutto il male che aveva involontariamente causato.
Se l'uomo che gli stava davanti aveva notato il gesto, non lo diede a vedere: rimase là, ritto dinanzi a lui, una macchia cancrenosa d'oscurità alla luce delle fiamme che morivano lentamente.
"Non vuoi sapere il tuo nome, prima di farla finita?" gli sussurrò.
Lo stiletto solcò l'aria e la figura crollò a terra senza un lamento, con un tonfo molle.
Piaga estrasse l'arma dal petto del fagotto informe, senza nemmeno curarsi di guardarlo in viso, e si voltò con decisione verso l'aria fresca della notte fuori da lì.
"Spiacente, ma non m'interessa", mormorò prima di svanire nel budello che portava all'esterno. "Ho già un nome. E poi credo che tu abbia sbagliato persona... colui che cercavi è morto tempo fa."


Piaga


 

 

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