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Le avventure di Ariel il Menestrello

 

Kuesta est la historia vera della mia venuta nella terra dello Arcano e delle strane avventure ke io, messere Ariel, viaggiatore et menestrello, vi ho vissuto


 

Capitolo 1 - Il naufrago

La mia storia inizia tanto tempo fa, in un modo alquanto strano, se avete la pazienza di ascoltare le mie parole ve la narrerò.

Uscii dal mio torpore, quando il relitto che mi serviva da zattera, trascinato dalle correnti, andò ad incagliarsi negli scogli, ad un tiro di freccia dalla battigia.
La tempesta si era placata, ed ero vivo! Malconcio ma vivo, avevo la pelle bruciata da sole e le labbra screpolate, la barba, i capelli, le ciglia e le sopracciglia incrostate di salsedine, ero ferito alla testa, da giorni non bevevo, l'otre era vuoto, ed ero al limite delle mie forze, ma comunque vivo!
Mi lasciai scivolare dalla zattera semi affondata, e preso la spada e la sacca, mi trascinai nell'acqua bassa fino alla riva, dove crollai privo di sensi.
Quando ripresi conoscenza, ero disteso su un giaciglio fatto d'erbe profumate, sopra di me vedevo i rami dei grandi alberi formare una volta.
Ero solo, ma la mia ferita era stata curata ed ero stato lavato ed unto d'olio per alleviare il dolore causato dalle bruciature sulla pelle.
Vicino al giaciglio vidi la spada, la sacca, il doppio perizoma ed i sandali, feci per alzarmi ma lo sforzo mi fece girare la testa e dovetti rinunciare, chiusi gli occhi e ripiombai nell'incoscienza.
Il tocco di una mano gentile mi svegliò, aprii gli occhi e vidi una giovane donna.
Questa indossava una veste bianca, lunga fino ai piedi e calzava dei sandali di morbido cuoio dorato.
I capelli biondi scendevano ordinatamente sulle spalle, incorniciando un viso dall'ovale perfetto.
La bocca era piena e ben disegnata, il naso era sottile e graziosamente cesellato, il taglio degli occhi verdi era sottolineato dalla polvere verde-argentea di malachite, che ornava le palpebre superiori.
Un largo cerchio d'oro, con un diamante incastonato al centro, le cingeva la fronte.
Al collo portava una massiccia catena d'oro artisticamente lavorata.
Ai lobi delle orecchie, aveva degli orecchini d'oro con pietre preziose incastonate ed alle dita diversi anelli poco appariscenti ma d'eccellente fattura e di sicuro valore.
Con voce gentile, mi fece una domanda, alla quale mi fu impossibile rispondere, non capivo le sue parole.
"Chi sei gentile Signora?" chiesi io.
Lei inarcò le sopracciglia, si voltò e pronunciò alcune parole.
Dalla boscaglia uscì un uomo, era alto, snello, biondo con gli occhi verdi, il viso glabro, abbronzato dall'aria e dal sole, aveva il colore del miele selvatico.
Indossava una corta tunica dalle breve maniche, di colore verde, che scendeva fino a metà coscia ed un paio di braghe, dello stesso colore, tanto aderenti da sembrare una seconda pelle, calzava bassi stivali di cuoio chiaro ed alla cintura portava una borsa ed il fodero del lungo pugnale.
"Ti saluto straniero, il mio nome è Hathariel, la Dama della Foresta d'Argento desidera conoscere il tuo nome e sapere da dove vieni."
Rimasi sconcertato, l'uomo parlava la mia lingua, ma non ero in grado di rispondere, la mia mente era confusa ed annebbiata, non ricordavo.
"Non lo so, me lo sono dimenticato, eppure fino a quando sono approdato sulla spiaggia mi ricordavo di tutto."
L'uomo tradusse velocemente le mie parole e la Dama del Foresta d'Argento sorrise e rispose brevemente.
"La Dama dice che ti ha portato il vento, ti chiameremo Ariel."
E così fui accolto dagli abitanti della Foresta d'Argento.
Rimasi a lungo con loro, imparando la loro lingua, mi curarono, mi vestirono e mi nutrirono, da loro imparai anche a suonare l'arpa.
Non saprei dire quanto tempo fui ospite di quella splendida gente, i giorni sembravano non finire mai e così le notti.
Poi un giorno la Dama mi fece chiamare: "Ariel, sei guarito, ora puoi ritornare fra la tua gente; ti sarà data una barca, delle provviste e tutto quanto ti servirà per il tuo viaggio, ricordati di noi con amicizia... ed ora vai, amico mio."
Hathariel mi accompagnò in riva al mare, c'era una piccola barca pronta a salpare, già caricata di provviste, c'era anche la mia spada, la mia sacca, e l'arpa che avevo imparato a suonare.
"Vai amico Ariel, non temere, la Dama ha pronunciato le parole dell'incantesimo, la barca ti guiderà e, quando la lascerai, tornerà da sola alla Foresta d'Argento, e che la Luce delle Stelle illumini sempre il tuo cammino."
Mi strinse la mano e m'aiutò a sistemarmi nella barca che, lentamente, si mosse senza che ci fosse bisogno di remi.
Ho navigato tranquillamente per una luna intera, nutrendomi del cibo ricevuto, finché una mattina la linea scura di una terra apparve all'orizzonte; la barca virò per dirigersi verso quei lidi, incontrai la foce di un grande fiume che la barca risalì, vidi una città, ma la barca non si fermò.
Quando fui in vista delle mura di una seconda città, la barca si fermò sulla riva e capii che il mio viaggio era concluso.
Presi le mie cose e sbarcai.
Fu così che entrai nella terra dell'Arcano, vicino alla Kioskas di Kolise.


Capitolo 2 - La Kioskas

Avvicinandomi, incominciai a distinguere meglio quella città, o piuttosto quel borgo.
La prima cosa che mi colpì fu l'assenza di strade larghe che portavano al borgo; non mi pareva una cosa normale, non c'erano tracce di passaggio di carri, e neanche si notava la presenza di viaggiatori. Un'altra cosa strana era la forma delle mura, tutto sembrava arrotondato, ma questo non mi preoccupava, ogni popolo costruisce le proprie case e città in modo diverso.
Quando mi presentai alla porta, ebbi un'altra sorpresa.... le guardie erano giovani donne.
Ma in che mondo ero capitato?
Una delle guerriere, perché non c'erano dubbi, erano guerriere armate fino ai denti, si staccò dal gruppo e, sotto lo sguardo divertito delle sue compagne, mi squadrò per bene, poi con fare a dire poco arrogante, mi chiese: "Chi sei uomo? Da dove vieni? Cosa vuoi? E poi non sai che non potresti girare armato senza permesso?"
Ero veramente disorientato, non ricordavo di essere mai stato apostrofato in modo simile.
Scelsi di mostrarmi accomodante, d'altra parte non mi pareva di aver molta scelta, e così risposi, in modo umile, ma non servile: "Signora, il mio nome è Ariel, sono un menestrello, un viaggiatore, uno straniero, ignorante dei vostri costumi, se sono armato è perché per attraversare la natura selvaggia è necessario."
La donna mi guardò con aria ironica: "Viaggiatore eh! Un menestrello! Per me sei soltanto un uomo, come tanti, e cosa vuoi a Kolise? E poi come sei giunto qui?"
"Signora, sono giunto con una barca risalendo il fiume, e non desidero altro che un pasto decente ed un letto per dormire."
"E dove è ora quella barca? E chi ti dice che ti sarà concesso quello che chiedi?"
"Signora, la barca non c'è più, la corrente l'ha riportata verso il mare... in quanto al vitto e l'alloggio, posso pagare, sono un menestrello, non un mendicante."
"Un menestrello eh! Ma chi mi dice che non sei una spia dei ribelli?"
"Ma Signora, ti ho detto il vero, non sono una spia e non so niente di ribelli."
"Possiedi scaglie di miara?"
"Scaglie di miara? Cosa sono Signora? Possiedo monete d'oro e d'argento."
"Oro e argento? Ma sei un orafo od un menestrello?"
A questo punto ero completamente disorientato, non capivo più niente, tanto che mi chiedevo se fossi sveglio od in preda ad un incubo.
Vedendomi confuso, la donna sembrò rabbonirsi e, usando un tono più gentile, mi disse: "Bene Ariel, ti voglio credere, ma dovrò informare Madras Asiram della tua presenza, sarà lei a decidere della tua sorte. Intanto vai alla locanda del Drago Verde, forse Kristal, la locandiera, avrà pietà di te e ti sfamerà, malgrado tu non sia in grado di pagare, e potrebbe anche darti un giaciglio per la notte... và e dille che ti manda la guardia della porta."
"E dove si trova quella locanda, Signora?"
"Vai in piazza, non lontano dal Pulp c'è la taverna, e poi la lingua ce l'hai? Chiedi in giro se non la trovi subito, ora vai! Ho già perso troppo tempo con te!"
Mi allontanai, pensieroso....
Madras? Pulp? Cosa sono? Di certo la parola Madras si riferisce ad una persona, una donna!
Un giudice... oppure più semplicemente la Signora di questo luogo... e poi Pulp!
Un luogo... un edificio... mah... chissà... beh prima devo trovare quella taverna....
Trovare la taverna fu invece una cosa molto semplice; bastava osservare l'andirivieni della gente in un certo angolo della piazza, non ci si poteva sbagliare.
La taverna doveva essere affollata, perché guerriere e guerrieri, donne ed uomini di ogni censo e condizione, entravano ed uscivano da quella porta.
Il profumo della carne arrostita permeava l'aria, e subito il mio stomaco rispose alla chiamata.
Salii rapidamente i gradini di legno, fino all'ampia porta a due battenti al centro della costruzione.
Fatto scattare il chiavistello, spinsi le maniglie.
Il battente di destra si spalancò sull'ampia sala affollata di avventori.
Le panche, le sedie con schienale alto e tavoli di legno erano appoggiati alle parete a sinistra ed in fondo.
Le candele sui tavoli e sui supporti al muro e l'enorme focolare costruito nel centro della parete di sinistra, illuminavano l'ambiente.
Rimasi un attimo accecato mentre gli occhi si adattavano alla luce, ammiccai, guardandomi intorno, verso il lungo bancone che correva lungo la parete alla sua destra.
Al mio ingresso, i presenti avevano sollevato gli occhi, senza nascondere lo stupore alla vista di un forestiero, giunto a quell'ora del mattino, li ignorai e quelli ritornarono alle loro conversazioni ed alle loro bevute, girando appena la testa un paio di volte, per vedere cosa avrei fatto.
Avendo individuato un tavolo libero sulla sinistra, andai a sedermi.
Subito arrivò la locandiera, rimasi incantato, era alta, mora, dalla carnagione chiara, bellissima con due occhi di velluto, capaci di incatenare il cuore di un uomo con un semplice sguardo.
Mi sorrise gentilmente, aumentando così la mia confusione, e disse: "Buon giorno forestiero, cosa ti posso servire?"
Dovetti fare uno sforzo per rispondere: "Madonna, sono un viaggiatore, mi manda da te la guardia della porta, cerco un pasto decente ed un posto per dormire, ma ti devo avvertire, non possiedo quelle... come le ha chiamate... ah sì! scaglie di miara... è corretto?.... ho soltanto monete d'oro e d'argento."
La locandiera sorrise: "Ti faccio credito straniero, le tue monete le potrai vendere, ti darò l'indirizzo di qualche orafo che le valuterà e te le comprerà, intanto ti porterò del vino, del pane fresco, della carne ed un contorno di verdure, per dormire ti troverò una sistemazione."
"Scusa Madonna, ti posso fare una domanda?"
"Certo, chiedi e se posso ti risponderò."
"Madonna, chi è Madras Asiram?"
Kristal si mese a ridere: "Madras Asiram! Non sai chi è Madras Asiram?"
"No, non lo so, e veramente non so neanche cosa sia una Madras."
Kristal mi guardò seria: "Ma dici davvero? Da dove vieni straniero?"
"Ho attraversato il mare per giungere qui, non so niente di questo posto."
"La Madras regna sulla Kioskas, e risponde solo all'Imperatrice del suo operato."
"Ho capito, è la feudataria, è la padrona di questo borgo e delle terre circostanti, è così?"
"Sì, è così, anche se usi parole che non conosco, ho capito il tuo discorso, ma aspetta, ti porto il vino ed il cibo, e potremo parlare mentre mangi."
Detto questo la locandiera si allontanò in fretta, per tornare poco dopo con un vassoio colmo di vivande, lo pose sul tavolo di fronte a me, e prese una sedia.
"Allora dimmi, cosa vorresti sapere ancora?"
"Il Pulp.... cos'è il Pulp, un luogo, un edificio o chissà che cosa?"
Di nuovo Kristal si mise a ridere: "Il Pulp è quella grande costruzione che puoi vedere al centro della Kioskas, è la dimora della Madras."
"Oh! Capisco, così chiamate il Maschio o Torrione, va bene."
"Hai soddisfatto la tua curiosità straniero?"
"Veramente, ci sarebbero tante domande, ma non vorrei tediarti, credo che molte cose le capirò col tempo, se mi fermo qui."
Kristal stava per rispondere, quando un drappello di guerriere entrò nella taverna, dirigendosi verso di me.
Quella che sembrava l'ufficiale in comando, mi chiese: "Sei tu Ariel, lo straniero che è giunto da poco a Kolise?"
"Si Signora, sono io."
"Bene, alzati e seguici, Madras Asiram vuole vederti ed interrogarti."
E così dovetti interrompere il mio pasto, per seguire, per modo di dire, perché non le seguivo, ero stretto in mezzo a due belle ragazzotte muscolose, dunque per seguire le guerriere ad incontrare Madras Asiram.


Capitolo 3 - Madras Asiram

Sempre in mezzo alle guerriere, entrai nel Pulp.
Appena entrato nel cortile, le guerriere mi tolsero le armi, poi mi perquisirono alla ricerca di possibili armi nascoste.
Una cosa umiliante ed imbarazzante, le mani di quelle ragazze che mi palpavano senza riguardo.
Terminato questo supplizio, l'ufficiale mi disse: "Ora, sarei condotto alla presenza di Madras Asiram, dovrai tenere gli occhi rivolti al suolo e non guardarla mai in viso, potrai parlare solo se interrogato. Ti avverto di non mentire, lei se ne accorgerebbe subito ed il tuo destino sarebbe segnato."
Annuii, tanto cos'avrei potuto fare di diverso, e rimasi lì, nel cortile, sempre sorvegliato a vista dalle solite due ragazzotte, non tentai neanche di rivolgere loro la parola.
Mi osservavano accigliate e questo non era di certo un incoraggiamento ad istaurare una conversazione.
Il tempo passava lento, per ingannarlo osservavo la struttura massiccia di quel torrione che, nella lingua locale, veniva chiamato Pulp.
Mi ricordavo di aver visto, nelle mie peregrinazioni, diverse fortezze, tutte dotate di mura possenti, di bastioni imponenti e di torrioni che sembravano imprendibili, ma non avevo mai visto una costruzione del genere, massiccia e, nello stesso tempo, slanciata, si capiva che era il cuore del potere.
Finalmente le mia attesa terminò, fui fatto entrare in un locale rotondo di piccola dimensione, dalle pareti di pietre spoglie di ornamenti e privo di finestre, la luce del giorno penetrava da una piccola apertura nel soffitto.
Su una specie di pedana, c'era una sedia, con braccioli, dall'alto schienale, era l'unico arredamento del locale.
Due guerriere andarono a prendere posto ai lati della pedana, mentre le altre due mi stavano sempre accanto, pronte ad impedirmi qualsiasi movimento.
Dietro la pedana ci doveva essere una porticina, perché improvvisamente apparve una donna coperta da un lungo mantello nero, il cappuccio abbassato nascondeva i tratti del viso, andò a sedersi e rimase per un lungo momento a guardarmi senza proferire parola.
Il colpo di un pugno assestatomi in mezzo alla schiena mi ricordò di abbassare lo sguardo, udii la voce dell'ufficiale sibilare al mio orecchio: "Ti avevo avvertito, devi tenere gli occhi rivolti al suolo, non provare più a guardare la Madras, o te ne pentirai."
Rimasi così, in piedi a capo chino, abbastanza a lungo, mentre sentivo lo sguardo inquisitore della donna posato su di me, come se volesse frugarmi fino in fondo all'anima.
Alla fine Madras Asiram, perché di lei si trattava, si decise a parlare.
Con tono sereno, disse: "Così, tu saresti lo straniero che oggi si è presentato alla porta della mia Kioskas, e cosa vorresti da noi? Avanti rispondi!"
"Mia Signora, come ho detto alle guerriere di guardia alla porta, non desidero altro che un posto per dormire e mangiare in modo decente."
"Da dove vieni?"
"Vengo da una terra lontana, situata al di là del mare, là dove regna la Signora della Foresta d'Argento."
"La Foresta d'Argento? Non conosco quel luogo, come posso crederti? Forse sei soltanto una spia dei ribelli."
"Ma mia Signora, non so niente di ribelli, sono sbarcato in riva al fiume soltanto questa mattina e non ero mai venuto qui prima d'ora."
"E dov'è la tua barca?"
"La barca non era mia, appartiene alla Signora della Foresta d'Argento ed ora sta tornando da lei."
"Così da sola? Mi prendi in giro?"
A quel punto, non sapevo più cosa rispondere, perché è vero, normalmente le barche non viaggiano da sole, serve un equipaggio per governarle... ma quella non era una barca normale, la Signora della Foresta d'Argento aveva pronunciato le parole dell'incantesimo, ma come avrei potuto spiegare quella cosa?
Allora l'ufficiale che mi aveva accompagnato al Pulp, si avvicinò alla pedana e, a bassa voce, si mise a spiegare qualcosa alla Signora, questa sorrise come soddisfatta, e tornò ad occuparsi di me.
"La mia Kopler mi dice che di fatto alcune Koguars, mandate in perlustrazione per controllare le tue affermazioni, hanno visto un barca vuota dirigersi verso il mare, quindi sembra che tu dica la verità, almeno su questo punto."
"Ora dimmi, cosa sei un guerriero, un mercante, un mago o chissà che cosa?"
"Niente di tutto questo, mia Signora, sono un menestrello."
"Un menestrello? Cos'è un menestrello?"
"Un cantastorie, che viaggia di castello in castello, ed allieta le serate dei castellani e delle castellane."
"Sei un poeta?"
"No mia Signora, le poesie che racconto non sono mie, le trovo e, se mi piacciono, le imparo per poi farle ascoltare da chi mi accoglie."
"Ah sì! interessante, raccontami una poesia."
"Mia Signora, ti racconterò una poesia d'amore, scritta forse mille anni fa, da un poeta chiamato Li Po, che viveva in una terra lontana chiamata Cathay."

Cala la sera sopra i verdi monti,
e dal cielo la luna ora ci segue.
Guarda il sentiero per dove passiamo!
come dolce si snoda fra due colli.
Tenendoci per mano raggiungiamo
la capanna fra i pini. Il contadino
ci apre il cancelletto irto di rovi;
verdi pruni ci afferrano le vesti.
Io rido, e alla mia attesa tu rispondi.
Dal fondo valle s'alza un canto. Ascolta
dalla pineta sospirare il vento!
Guarda come uno stormo di pernici
si leva silenzioso nel crepuscolo.
Che pace! qui potremo riposare
e stretti l'uno all'altra ritrovare
le sorgenti profonde sella gioia.

Per un momento Madras Asiram rimase in silenzio poi disse: "Ti credo, sei un menestrello."
Poi si rivolse alle guerriere: "Potete andare, lasciateci soli."
Appena soli, si tolse il cappuccio e vidi il suo viso.
La Madras era una donna, non più giovane, ma ancora molto bella, mi guardavo con benevolenza.
"Ascoltami bene, menestrello, oggi ti è stato fatto un grande onore, sei entrato nel Pulp. Tu sei il primo uomo ad essere stato ammesso fra queste mura, spero che ti dimostrerai degno della mia fiducia. Ora vai, sei libero, ti sarà assegnato un alloggio, ma fino a quando non te lo permetterò io, non potrai uscire dalle mura della Kioskas, in futuro vedremo... e poi un'altra cosa, ti farò ancora chiamare ed ascolterò le tue storie."

Capitolo 4 - Nella Kioskas

Uscito nel cortile del Pulp, la Kopler (così viene chiamata l’ufficiale) mi fece restituire le mia armi, e sorridendo, per la prima volta, mi disse: “Sei un uomo fortunato menestrello, hai appena avuto l’onore di entrare nel Pulp, ma non è solo questa la tua fortuna, ne sei uscito vivo e libero, se sarai fedele a Madras Asiram, credo che vivrai bene a Kolise, ora vai e che le dee ti siano benigne.”
Ero piuttosto confuso, tutto si svolgeva troppo in fretta e, dalle parole della Kopler, capii che il mio destino era rimasto in sospeso fino alla fine dell’incontro con la Signora della città.
“Ti ringrazio Signora per l’augurio, in fondo credo veramente che le vostre dee mi siano già state benigne.”
La donna rise apertamente: “Vedo che capisci le cose in fretta, ora però vai, sei entrato qui, ma non è il caso di approfittare troppo di questo privilegio, potresti diventare oggetto di gelosie.”
E così me ne tornai alla taverna del Drago Verde, con la ferma intenzione di terminare il mio pasto.
Questa volta il mio ingresso nella taverna non passò inosservato, tutti i presenti mi guardarono con un misto di sorpresa e di curiosità.
Il cibo era rimasto lì sul tavolo, quasi mi aspettasse, Madonna Kristal tornò immediatamente da me.
“Ho lasciato tutto lì, sul tavolo, nel caso tu fossi tornato, ed ora te lo posso confessare, non ero poi tanto sicura di rivederti. Dai straniero, raccontami, hai visto Madras Asiram? Cosa ti ha detto? Sei libero ora? Ma sì che sei libero! Era una domanda inutile, rimarrai a Kolise?”
“Madonna, quante domande in una volta sola, dunque ti risponderò... ho visto la Madras, lei mi ha interrogato, ha voluto sapere tutto di me: sai, si sospettava che io fossi una spia dei ribelli, mi ha fatto recitare una poesia e si è convinta che io sia veramente un menestrello, ha promesso di farmi assegnare un alloggio, e mi ha vietato di uscire da Kolise fino a quando non me lo permetterà lei. Ecco, ora sai tutto.”
Mentre parlavo, molti avventori avevano lasciato il loro posto e si erano avvicinati al mio tavolo, tanto che alla fine del mio discorso ero circondato di curiosi che commentavano, sorpresi, le mie parole.
“Perché non declami anche a noi una poesia?” mi chiese gentilmente una delle guerriere presenti.
Alzai il viso per vedere chi mi aveva rivolto la parola, incontrai gli occhi azzurri di una bella ragazza bionda, le sorrisi.
“Signora, se tale è il tuo desiderio, sarà per me un piacere esaudirlo! Ora ascoltate, questa poesia non è mia, è stata scritta in tempi molto antichi da un poeta che la dedicava ad un suo amico che, la mattina della sua partenza, l’aveva accompagnato fino alla prima stazione di posta, è intitolata Addio."

Scendendo da cavallo m’offrì il vino:
“Amico caro, quando tornerai?”
Rispondo: “Ho in cuore un vuoto ma per sempre
torno alla pace delle mie colline”.
Altro non mi domandi. M’allontano,
e resto solo con le bianche nubi.

Ci fu un momento di silenzio, poi un guerriero, sicuramente un ufficiale dai fregi che portava sulla corazza di cuoio, mi si fece vicino.
“Amico, noi preferiamo i racconti che celebreranno gesta epiche, ma comunque ti pagherò da bere, te lo sei guadagnato.”
Sembrava che in qualche modo gli abitanti di Kolise avessero deciso di adottarmi come uno dei loro concittadini, quindi accettai di buon grado di bere assieme a quell’ufficiale.
Ero lì, la coppa in mano, quando giunse una giovane guerriera: mi portava una pergamena, era il documento che mi assegnava una casa.
“Oh, le cose vanno in fretta per te, menestrello” disse l’ufficiale “e dov’è quell’alloggio?”
“Non lo so, qui c’è scritto, ma dovrò chiedere la strada per arrivarci.”
“Lascia che guardi, ti dirò dove è la tua nuova casa.”
Prese la pergamena ed iniziò a leggerla, la sorpresa si mostrava così palesemente sul suo volto che tutti i presente interruppero le loro conversazioni per guardarlo con curiosità.
“Ma chi sei tu? Ti viene concesso un alloggio in centro alla Kioskas, all’ombra del Pulp, e poi conosco quella casa, non ci sono mai entrato ma basta vederla dall’esterno, è un alloggio degno di un comandante.”
Mi guardò serio, con aria vagamente sospettosa: “Non è che per caso tu sia un guerriero travestito da menestrello? Vedo che porti la spada. Una bella spada a giudicare dall’impugnatura, non la spada che un mercante porta per difendersi dei predoni o dalle belve, la tua è l’arma di un guerriero.”
“Messere ufficiale, non so cosa intendi dire, ma ti posso assicurare che non sono altro che un menestrello... in quanto alla spada, è vero, è bella ed anche pesante, ma è mia da tanto tempo, a dire il vero non ricordo neanche come è entrata in mio possesso.”
“Suvvia menestrello, non prendermi in giro, non sai da dove viene quella spada… uno che possiede un'arma simile non può non sapere come e quando ne è entrato in possesso.”
“Messere, prima di diventare un menestrello ero probabilmente un marinaio, ho fatto naufragio e mi sono ritrovato nella Foresta d’Argento, avendo dimenticato il mio passato. Gli abitanti della Foresta d’Argento si sono presi cura di me, insegnandomi, fra le altre cose, a suonare l’arpa, ed ora viaggio per il vasto mondo narrando le mie storie.”
L’uomo si diede una scrollata di spalle e, sorridendo, mi disse: “Va bene amico, non parliamone più, vieni che ti mostro quella casa che oramai è tua.”
E così in compagnia di questo mio nuova amico, andai a prendere possesso di quell’alloggio.



Capitolo 5 - L’alloggio

Come mi aveva detto l’ufficiale, la casa si trovava proprio nel centro della Kioskas, direi all’ombra del Pulp, tanto che mi chiedevo se questa fosse una posizione privilegiata, o se invece non mi era stata concessa per poter sorvegliarmi meglio.
Invitai la mia cortese guida ad entrare con me nella casa, ma egli si rifiutò, adducendo ad impegni improrogabili, che poi non dovevano essere tanto urgenti, visto che lo vidi allontanarsi in direzione della taverna del Drago Verde.
Salutandomi, mi disse: “Amico menestrello, ti faccio tanti auguri, forse ne hai davvero bisogno.”
Non feci in tempo a chiedergli il senso delle sue parole, che era già sparito, lasciandomi perplesso; non ho mai più rivisto quell’uomo e non conosco neanche il suo nome, probabilmente quel giorno era di passaggio e così non ho mai potuto domandare una spiegazione.
Ad ogni modo, questa ora era casa mia, e non c’era poi nessuna ragione per starmene così impalato davanti all’uscio, quindi entrai.
Il cigolio della porta sui cardini mi fece capire che questa non era stata aperta da tanto tempo, andai ad aprire le imposte delle finestre e la luce del giorno penetrò prepotente.
Mi guardai intorno, la casa era spaziosa, ammobiliata con un certo decoro che denotava anche la presenza di una mano femminile nella sistemazione degli arredi, ma tutto era coperto di polvere, era sicuramente disabitata da molto.
Non era il caso di stare lì a pensare a lungo, mi misi a spolverare ed a ripulire; così facendo mi accorsi che, sicuramente, prima di essere stata chiusa, qualcuno si era preso la fatica di pulire tutto per bene: non c’era traccia di sporcizia, ma solo polvere accumulatasi nel corso delle settimana o forse dei mesi.
In fin dei conti, non era poi tanto grave, c’era polvere ed odore di chiuso, ma per il resto tutto sembrava a posto, e mi misi a curiosare nella mia nuova dimora.
La casa era composta di tre ambienti, più uno sgabuzzino per le abluzioni, e c’era anche annessa una piccola scuderia: tutto ciò mi faceva credere che il mio predecessore fosse una persona di un certo prestigio.
Iniziai dalla cucina, c’era un grande focolare con accanto uno spazio apposito per riporre la legna, una credenza, un tavolo e due sedie impagliate.
La legna c’era, e nella credenza trovai piatti e boccali di ceramica, un ramaiolo ed alcuni coltelli da cucina, in un angolo c’era un secchio di legno.
Nel salone c’era un caminetto, un grande tavolo di legno lucido e diverse sedie dall’alto schienale, uno scaffale con rotoli di pergamena, alcuni libri ed il necessario per scrivere.
Per finire andai nella camera da letto, c’era un grande letto a baldacchino, un paio di cassapanche, contenenti coperte, e cosa che mi lasciò stupefatto, delle lenzuola, articoli di lusso degni di un re, teli per asciugarsi, e capi di vestiari puliti ma usati, sia maschili che femminili.
Tornato nel salone, andai a vedere cos’erano quelle pergamene sui scaffali: niente di molto interessante, resoconti di spese per acquisto di armi e di cavalli, ma c’erano anche rotoli vergini che mi ripromisi di utilizzare per scrivere racconti e poesie, e poi c’erano quei libri.
Il primo che presi in mano raccontava della storia di Arcano, lo misi da parte per leggerlo: se dovevo vivere su questa terra, quel libro mi sarebbe stato di aiuto; poi guardai gli altri, uno era un un libro sacro, il Sacro Niasae, poi un romanzo d’amore, un altro una storia di guerra e di tradimenti, il quinto parlava di un viaggio avventuroso in terre lontane, ed infine l’ultimo non era altro che un libro di memoria, scritto da un vecchio che era giunto alla fine dei suoi giorni.
Fatto tutto questo mi ricordai di dover cambiare le mie monete d’oro e d’argento con quelle famose scaglie di miara, così me ne uscii di casa per andare da quell’artigiano orafo che mi era stato indicato dalla locandiera.
Entrai nella bottega, vi trovai un uomo di mezz’età che al mio ingresso di alzò per venirmi incontro, notai che camminava claudicando vistosamente.
“Aikydo Messere” mi disse l’uomo “cosa posso fare per te?”
“La locandiera della taverna del Drago Verde mi ha detto che forse avresti comperato le mie monete d’oro e d’argento, visto che qui non hanno valore ed io non possiedo scaglie di miara.”
L’uomo cambiò subito atteggiamento, si fece guardingo: “Monete d’oro e d’argento? Dove te li sei procurate?”
“Sono un viaggiatore, uno straniero giunto qui questa mattina al levar del sole, e da dove vengo le monete si usano per fare acquisti, non avevo mai sentito parlare di scaglie di miara prima d’oggi.”
L’uomo sorrise e mi chiese: “Sei un mercante? Cosa vendi? Oppure cosa acquisti?”
“Non vendo nè acquisto niente, sono un menestrello, o se preferisci un cantastorie.”
L’uomo aggrottò la fronte, domandò: “Ma hai il permesso di rimanere qui?”
“Certo, Madras Asiram mi ha assegnato un alloggio vicino al Pulp.”
Il mio interlocutore sbarrò gli occhi: “Ma vicino al Pulp c’è una sola casa libera, era del……..”
Si fermò, come se avesse avuto paura di pronunciare il nome di chi occupava la casa prima di me.
“Sì, sarà proprio quella, lo sai chi ci abitava?”
L’uomo si guardò intorno come se avesse paura di essere ascoltato: “Senti straniero, sei venuto qui per vendermi il tuo oro ed il tuo argento, o per farmi domande?”
“Sono venuto per vendere le mie monete, se le mie domande ti sembrano irritanti mi scuso, non sapevo d’infastidirti.”
L’orafo si diede una scrollata di spalle e disse: “Mostrami il tuo oro ed anche l’argento.”
Vuotai la borsa sul tavolo ed egli prese ad esaminare le monete una ad una, prese le più belle e mi restituì le altre.
“Non le prenderò tutte, e poi ti conviene conservarne alcune, nel caso dovessi lasciare Arcano all’improvviso.”
“Senti amico, spiegami almeno una cosa, l’uomo che mi ha accompagnato fino alla soglia della casa si è rifiutato di entrare, e mi ha lasciato facendomi gli auguri, ora tu mi dici di tenermi una parte delle monete nel caso dovessi lasciare questo posto in tutta fretta, che storia c’è sotto a tutto ciò?”
L’uomo si chinò sul tavolo, per avvicinare il suo viso al mio: “Ascolta, ti dirò solo poche cose, e non chiedermene altre, perché non ti risponderò, intesi!”
Annuii e mi preparai ad ascoltare, chissà che lunga storia, invece udii solo poche parole.
“Prima di fare l’orafo ero un guerriero, ho combattuto i ribelli e puoi vedere come sono ridotto, ho servito sotto quell’uomo che viveva in quella casa, ora è morto e la casa è libera, e se vuoi un consiglio, non fare più domande in proposito.”
“Ora peserò quelle monete e ti darò le scaglie.”
Devo riconoscere che l’orafo fu più che onesto, mi lasciò quasi i tre quarti delle mie monete e mi diede una tale quantità di scaglie da fare di me, se non un uomo ricco, almeno una persona benestante.
Uscito dalla bottega, la prima cosa che feci fu di andare alla taverna del Drago Verde per saldare il mio debito, però, con mia grande sorpresa, notai subito che l’atteggiamento degli avventori era cambiato: non mi guardavano più con curiosità, ma con un misto di diffidenza e, forse di preoccupazione.
Solo la locandiera era gentile e cortese come al solito, mi sorrise, uno di quei sorrisi che lasciano un uomo senza fiato e mi augurò una felice permanenza a Kolise.
Poi andai a comperarmi delle provviste, del vino e delle candele, ed infine mi misi alla ricerca di un sensale di cavalli, intendevo acquistare uno di quei nobili animali per spostarmi, quando Madras Asiram si fosse degnata di autorizzarmi ad uscire dalla Kioskas.
La mia ricerca fu breve, a Kolise esiste un solo sensale; ma non aveva granché da offrire, solo un cavallo attirò la mia attenzione: era una bestia stupenda, non un cavallo per viaggiare, ma un cavallo sicuramente addestrato per la guerra, non era più giovane, ma il fuoco brillava nei suoi occhi.
“Quanto vuoi per quella bestia ed i finimenti?” chiesi io.
Il sensale mi guardò, apparentemente stupito: “Vuoi comperare Colanino? Allora sei un intenditore, quell’animale si merita di meglio che restare confinato qui, ma finora nessuno l’ha voluto, come se tutti temessero di trovarsi improvvisamente davanti il suo precedente proprietario, il che d’altronde sarebbe difficile.”
“Spiegati meglio, perché uno dovrebbe temere il ritorno del suo precedente proprietario, e perché sarebbe difficile?”
“Ma è come una specie di fantasia collettiva, il vecchio padrone di Colanino è morto, quindi non può venire a reclamare il suo cavallo, ma si dice che il suo spirito veglia gelosamente su tutto quello che gli era appartenuto in vita e nessuno vuole comperarle, si dice anche che il suo spirito abita ancora la casa che fu sua... ma ti farò un prezzo eccezionale, un vero regalo se ti porterai via Colanino.”
“Io non temo i fantasmi, dimmi quanto vuoi per il cavallo ed i finimenti.”
E fu così che, per poche decine di scaglie, me ne tornai a casa con Colanino e tutti i finimenti.
Ma le sorprese non erano finite, Colanino si comportò come se la piccola scuderia gli fosse familiare, senza bisogno d’incoraggiamento, entrò e si mise vicino alla mangiatoia.
Tornato in casa mi misi a riflettere su tutto ciò, perché era oramai certo, il mio alloggio era la casa dello spirito, così come Colanino era stato suo in vita.
Non c’era nessuna spiegazione logica... sono un menestrello, ma questo non significa che sia un credulone, nessuno può credere a queste cose, così! senza il minimo di prova! sulla sola base di discorsi d’osteria.
Secondo me c’era un altro motivo, che nessuno voleva ammettere, chi aveva provocato la morte di quell’uomo era ancora vivo e probabilmente stava a Kolise, ed era un personaggio temuto.
Dopo aver sistemato le mie poche cose, presi un libro a caso, era il Libro Sacro e mi misi a leggere, era relativamente breve, così feci i fretta a terminare la lettura, ne presi un altro.
Lessi tutta la notte, dimenticandomi del sonno e della stanchezza, finché ques’ultima mi vinse e mi addormentai con la testa poggiata sulle braccia incrociate sul tavolo.



Capitolo 6 - I Libri

Una cosa veramente curiosa è, come a volte i libri, non dico quelli per iniziati, che spiegano i misteri del mondo, oppure i segreti più arcani, e neanche i testi sacri che, in molti casi sono soltanto agiografie, no! niente di tutto questo, parlo soltanto dei romanzi... tante volte storie inventate, frutti dell’immaginazione dello scriba, anche se, in certi casi, mettono a nudo alcune verità nascoste o soltanto sussurrate.
Ad ogni modo, quei volumi, rimasti dimenticati o forse lasciati lì ad arte, erano una miniera d’informazione.
Se il Libro Sacro e l’altro, quello che narrava la storia dell’Impero di Arcano, in fin dei conti erano istruttivi per capire in quale luogo ero capitato, i romanzi erano tutto un'altra cosa, raccontavano di eventi, tutto sommato, recenti, e certamente la maggior parte delle persone citate erano ancora in vita e presenti a Kolise.
Sarebbero stati per me una guida sicura, avrei potuto imparare a conoscerli ancora prima d’incontrarli e questo mi avrebbe dato un vantaggio da non disdegnare.
Così alla mattina andai in scuderia per dare la sua razione di avena a Colanino e poi strigliarlo per bene, lo sellai ed in groppa a quella splendida bestia, feci un giro per la Kioskas; capivo dal suo atteggiamento che il cavallo era tutt’altro che soddisfatto, tendeva sempre a dirigersi verso la porta, ma non potevo uscire dalle mura senza il permesso di Madras Asiram.
E poi ero oggetto della curiosità generale, o piuttosto era Colanino ad attirare l’attenzione dei passanti; non capivo il motivo di tutto ciò, finché un uomo di mezz’età, privo d’un braccio e che indossava ancora alcuni pezzi di divisa, mi si avvicinò e disse: “Aikydo straniero, sei fortunato, oppure particolarmente bravo, se questo diavolo si lascia montare da te.”
“Salute a te, amico, perché mi dici queste cose? È sicuramente una bestia che ha carattere, bene addestrata per la guerra, ma non mi pare un demone.”
L’uomo aggrottò la fronte, poi mi domandò: “Sei tu lo straniero che ha preso dimora nella casa vuota vicina al Pulp?”
“In effetto sono io, perché?”
“Niente, no… no, niente… era solo una curiosità, sai gli stranieri qui, sono piuttosta rari, ti saluto.”
E se ne andò via senza dirmi altro.
Veramente capivo benissimo il motivo di tutto quell’interesse, occupavo la casa cosiddetta “del fantasma” e cavalcavo quello che una volta era stato il suo cavallo da battaglia, ma perché avrei dovuto preoccuparmi di ciò?
Tornato a casa, dopo aver rimesso Colanino in scuderia, mi chiusi dentro e m’immersi nella lettura, ero così preso che mi dimenticai perfino di mangiare.
Il primo libro narrava di un amore che sembrava indistruttibile, tanto i protagonisti erano saldamente legati l’uno all’altra da una passione bruciante, al punto di lasciare perfino il lettore senza fiato: era evidente che questa non era opera della fantasia, altro non era che il racconto di una storia realmente avvenuta.
Le ombre della sera coprivano la Kioskas quando lessi la parola “fine”, chiusi il libro e mi misi a fantasticare... un amore tale m’ispirava, presi un rotolo di pergamene ed il necessario per scrivere e mi sedetti al tavolo.
Scrissi:

Che giorno è
E’ tutti i giorni
Amica mia
E’ tutta la vita
Amore mio
Noi ci amiamo noi viviamo
Noi viviamo noi ci amiamo
E sappiamo cosa sia la vita
Cosa sia il giorno
E noi sappiamo cosa sia l’amore

Come tutti i poeti, sono, lo confesso, vanitoso, e quei versi mi riempivano d’orgoglio, avrei voluto correre ad affiggerli sulla porta della Kioskas, tanto mi sembravano belli.
Mi preparavo ad iniziare la lettura del secondo libro, ma il mio stomaco manifestò rumorosamente le sue esigenze e dovetti rimandare per mangiare.
Ero pensieroso e, mentre masticavo, un po’ svogliatamente, il pane raffermo, nella mia mente tentavo di mettere un viso sui personaggi del libro appena letto, forse li avevo già incontrati alla taverna o per le vie della Kioskas, o forse no.
Una cosa aveva attirato la mia attenzione: il protagonista maschile era uno straniero come me, giunto qui per caso, un guerriero che aveva messo la sua spada al servizio dell’Imperatrice, ed aveva amato una guerriera, essendone riamato.
Gli antichi avrebbero preso lo spunto da una simile storia per scrivere un dramma da rappresentare nei teatri, ma io non ero bravo con le parole al punto di potermi cimentare in una tale impresa, e poi c’erano ancora almeno due libri da leggere, forse il dramma sarebbe venuto allo scoperto da solo.
Sentivo il bisogno di muovermi un po’ e di respirare l’aria fresca del crepuscolo, così mi decisi ad uscire di casa.
Il caso volle che, la prima persona che incontrai quasi sull’uscio, fu la Kopler che mi aveva fermato alla porta della Kioskas la mattina del mio arrivo; non era sola, l’accompagnava un’altra guerriera, bionda, occhi verdi e tanto bella da lasciarmi senza fiato.
“Buona sera menestrello” mi disse la Kopler “allora ti piace la tua casa.”
Ero così intento ad ammirare la sua compagna, che dovetti fare uno sforzo per tornare in me e rispondere.
“Ti ringrazio, Signora, la casa mi piace, direi che è quasi troppo per me.”
Ma così dicendo, non riuscivo a staccare gli occhi dall’altra guerriera.
Le donne se ne erano accorte e sorridevano maliziosamente; la Kopler che, probabilmente era in vena di scherzare, mi disse: “Menestrello! Ti piace la mia amica? Torna in te, è una vice comandante, e poi, forse non lo sai, ma ad Arcano sono le donne che scelgono il proprio compagno: se un uomo non viene scelto, sarà sempre solo... ma non preoccuparti, non sei poi tanto male, presto o tardi ce ne sarà una che metterà gli occhi su di te e ti corteggerà.”
Mi lasciarono imbarazzato e muto, fermo in mezzo alla via come un deficiente.
Mi era passata la voglia di camminare, l’emozione che quell’incontro mi aveva provocato era troppo forte, tornai in casa.
Ora non avevo più voglia di leggere, andai a stendermi sul letto incrociando le dita sotto la nuca, guardavo il soffitto senza vederlo, vedevo soltanto il viso della bella guerriera.
Per tutto la serata non riuscii a pensare ad altro, fantasticavo di essere scelto, sognavo d’incontri impossibili, insomma la mia mente era piena di lei e soltanto di lei, la bella guerriera bionda dagli occhi verdi.
Una vice comandante, aveva detto la Kopler... era già una traccia, mi rimaneva solo da scoprire quante fossero le comandanti e poi cercare d’incontrarle una ad una.
Ero invaso dall’euforia, così l’avrei rivista.
Ma pochi minuti dopo, l’euforia mi aveva già abbandonato, ed ero invaso dai dubbi…. chi mi avrebbe indirizzato? Certamente le mie domande avrebbero suscitato dei sospetti, non sapevo più cosa fare.
Ma ci deve essere un dio oppure una dea per gli sciocchi, perché non riuscendo a rimanere in casa, uscii di nuovo e, guarda caso, la prima persona che incontrai fu la Kopler.
“Buona sera Signora, hai perso la tua amica?” chiesi io, con un tono che voleva essere del tutto innocuo.
La Kopler si mise a ridere: “Ti piace eh? Ho visto che sei rimasto colpito... comunque non l’ho persa, non abita a Kolise, era solo di passaggio, ora è sulla via di casa sua.”
Con fare ingenuo chiesi: “Ci sono altre città come questa su questa terra?”
Di nuovo la donna si mise a ridere: “Menestrello, non penserei mica che tutto l’impero di Arcano sia concentrato qui, a Kolise.”
“Non lo so Signora, lo sai che sono appena arrivato.”
Sempre ridendo la Kopler disse: “Ti darò un'indicazione, la tua bella abita a Klivia.”
“Klivia!!! e dov’è quel posto?”
“Non troppo lontano a nord est da qui, buona fortuna menestrello.”
E se ne andò ridendo.
Decisi in fretta, appena possibile, col pretesto di provare Colanino, sarei andato a Klivia.
Tornai in casa e presi a leggere il secondo libro della storia.

 

Ariel & Hatshepsut

 

 

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