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Le Terre Note

KRISTINE

CAPITOLO 1

"Anche stavolta mi è sfuggita".
L'uomo, sulla quarantina, giacca grigio scuro su improbabili pantaloni fuxia, ancora non poteva crederci. Era stato ad un passo dal catturare Kristine, in uno dei suoi ritorni a casa e se l'era fatta sfuggire.

"Tranquillo, la ripesco nel nostro mondo" disse al giovane che lo affiancava in questa missione.
"Già, Umbert, ma sai bene che non è la stessa cosa." Rispose il giovane.
Astuto, più brillante ed acuto di Umbert, Nico era un ragazzo cresciuto per strada, venti anni giusti giusti e quel mix di arroganza ed ignoranza indispensabile per farsi largo nelle Terre Note.
Catturare Kristine mentre si trovava nella sua Terra di Arcano era certamente diverso che non prenderla nelle Terre Note, dove sarebbe stata lei stessa - astuta come un'amazzone! - a presentarsi all'appello l'indomani, come ogni giorno, con la naturalezza di una bambina innocente.
"Torniamo, non abbiamo nient'altro da fare qui" finalmente stanco, toccava ad Umbert riportare Nico alla realtà, mentre chiamava a sé tutte le forze che ancora gli rimanevano.
Kristine, ormai al sicuro, sfuggita da quei due tipi - così male assortiti - che da secoli le stavano alle calcagna, aveva raggiunto la sua abitazione, dove l'aspettava il fido Miki gatto randagio.
"Possibile che ancora credano di riuscire a fermarmi? Ancora non accettano l'idea di essere solamente uomini."
Uomini. Solamente uomini. Non che ci fosse qualcosa di sbagliato nell'accettare di esserlo, solo che non si poteva certamente pretendere di avere la scaltrezza, l'agilità ed il potenziale di una donna!
Una donna sa come ferire senza usare una sola arma; sa amare e far credere all'altro di non considerarlo nemmeno; sa mentire per il bene altrui e goderne, come fosse il proprio bene.
Una donna genera, sopportando il dolore, e lo fa da sola.


CAPITOLO 2

Avete mai conosciuto le Terre Note? Sono luoghi di terrore.
La Noia è l'unica imperatrice da secoli ormai e non è concesso fuggirle.
Lei comanda su ogni cosa, impone incarichi, stabilisce le relazioni, addirittura governa la procreazione.
Nelle guerre che precedettero il suo governo riuscì a sconfiggere la regina, Chimera, che governava con Fantasia e Fortuna.
Ora loro, in esilio segreto nella Terra di Arcano, vagano tra gli Hammer inconsapevoli ed hanno un unico riferimento nella fedele e devota Kristine.
Dopo la "grande sottomissione" a Noia, la popolazione si era frazionata in due distinte fazioni, i Borings da una parte, esseri dotati di poca creatività ed intelletto ma che si distinguevano per la forza fisica, cui dedicavano la maggior parte della loro energia e per questo erano prediletti dall'imperatrice, che ne aveva fatto - guarda caso - la propria legione armata; dall'altra parte erano i Bored, dal fisico asciutto e spiccate doti di acume unite ad un notevole senso dell'armonia e della creatività che però giaceva represso sotto strati e strati di obbedienza a Noia.
La Taverna dell'Oblio era il ritrovo preferito per entrambe le fazioni, che vivevano apparentemente un continuo antagonismo ma in realtà erano, senza saperlo, perfettamente in simbiosi.
"Avete sentito dell'amazzone? È sfuggita ancora una volta" un gruppo di Borings ubriachi commentava le voci che si erano velocemente sparse su Kristine.
"Idioti! Solo degli idioti possono farsi scappare una donna da sotto il naso! Se fossi stato io al loro posto."
"Magari prima o poi ci rimarrà, in quei posti strani dove si nasconde. Ma poi avete sentito chi frequenta? Gente chiamata "Hammers"... devono essere delle mammolette! Forse potrebbero andare d'accordo con qualche smidollato dei Bored! Ah ah ah!"
"COME OSI!?" aveva grugnito dal suo tavolo l'unico Bored che si poteva permettere di alzare la voce, Carl di Frida.
Alto quasi due metri, la Natura era stata particolarmente generosa con quest'uomo, permettendogli di possedere contemporaneamente un vistoso vigore fisico ed una mente lucida ed analitica.
Alzandosi in piedi, visibilmente ubriaco, Carl si era diretto in un lampo al tavolo dei quattro Borings che si erano preparati a fronteggiarlo - quattro contro uno - per ristabilire ancora una volta chi poteva alzare la voce e commentare nelle Terre Note.
Non c'era storia. Anche un fisico possente, quando per giunta è immerso fino ai talloni nei piacevoli effetti dell'alcol, non è in grado di fare fronte alla violenza di quattro esseri privi di freni ed immersi a loro volta - ben oltre i talloni - nella più grossolana ignoranza.
Quando ebbero finito di divertirsi - e di allenarsi anche, perché no? - con Carl lo scaraventarono fuori dal retro della locanda, privo di sensi.
Anche Kristine era li.
E indovinate un po'?....


CAPITOLO 3

"Sono stata alla Taverna Verde questa mattina molto presto, l'alba aveva appena dato il via agli uccellini che cinguettavano - padroni del mondo a quell'ora - spensierati ed indaffarati.
Silenzio nel resto delle strade, solo un'ombra veloce passava, il pensiero assorto in chissà quali meditazioni.
L'ho visto arrivare fino alla porta della Taverna, poi indietreggiare e voltarsi di scatto, un lampo di genio nello sguardo... ma non mi ha visto per fortuna.
Poi un colpo di spalla alla porta ed è entrato. Tutto a posto.
È dolce il sapore di questa terra di Arcano, sapore di ciliegie sulle labbra ed i brividi del vento di Aprile sulla pelle... sembra quasi una pozione, un magnete che mi attira nelle sue strade, tra la sua gente."
Kristine raccontava spesso a Carl le sue avventure e le sensazioni che viveva.
Carl era ancora molto prigioniero delle Terre Note, non riusciva a trovare lo spiraglio per guardare anche lui altrove e allora Kristine aveva cominciato a dipingere per lui i meravigliosi scenari che le si erano aperti con Arcano: quale vita poteva nascondersi non più lontano di un palmo di naso....!
Ma ora era diventato davvero difficile, con tutta quella gente che voleva spiare, che voleva sapere, tutti quei Boring che non sapevano fare altro che.. FARE!
Non aveva avuto il coraggio di parlare a Carl di quella mattina, per quanta voglia ne avesse avuta!
Dopo la brutta avventura della notte, infatti, Kristine aveva raccolto Carl e lo aveva portato - proprio come aveva fatto con il gatto Miki! - nella propria capanna, nella radura di Weiss.
Non aveva molto tempo per prendersi cura di lui, lo avrebbe lasciato li a dormire, sapendo che al risveglio - trovandosi da solo - non avrebbe avuto né voglia né coraggio di chiedere spiegazioni.
La aspettava una serata di grande fatica alla locanda, dove in incognito si esibiva in scatenate danze gitane.
I lunghi capelli, lasciati liberi da legacci, coprivano gran parte della schiena, fermandosi proprio dove terminava il corpetto che faceva parte dell'abito di scena.
Una gonna ampia e a vita bassa, con larghe falde che lasciavano vedere perfette le gambe ad ogni giro, completava l'abito.
Tacchi rumorosi per scandire i passi e la grinta necessaria - quella certo non le mancava - ed ecco Kristine irriconoscibile: nulla lasciava pensare a lei come ad una Amazzone!
Ma quella sera non sarebbe stata una sera come le altre.
Il destino lavorava alacremente per decidere la strada di Kristine.


CAPITOLO 4

"Chiara la notte, tesa senza stelle. L'ultimo cane ha smesso di latrare, lasciando di colpo libero il campo ad un devastante silenzio.
Sono qui, a riflettere sugli avvenimenti della scorsa notte.
Mi aiuta la notte gentile, l'aria profumata di ossigeno e nuova vita preannuncia l'arrivo della pioggia, che nelle vicine campagne già sparge benefiche gocce.
Ieri sera alla locanda del Metaverso ho ucciso quell'uomo.
Nei miei ricordi, prima che l'alcol facesse il suo effetto, viva è l'immagine della platea eccitata, il suono della musica gitana, le mie danze insolite e coinvolgenti.
Ho imparato ad unire alla danza la sottile arte del dare la morte, per combattere le mie battaglie mantenendo intatta l'immagine di donna docile e un po' selvaggia.
Così è andata.
Ho aspettato che lui fosse ubriaco, di vita, di alcol e di allegria.
Ho infilato nel corpetto il mio spillone, la punta intrisa di un potente veleno.
L'ultima danza era quella giusta, lenta e sensuale, quasi un rito.
Sono scesa dal palco e girando tra i tavoli sono giunta al suo.
Umbert non mi ha riconosciuto nelle mie vesti "umane".
Cercava di partecipare, eccitato e sudato.
È stato facile, come al solito.
L'ho solo sfiorato con lo spillone, quel tanto che bastava perché la punta graffiasse la pelle.
Si è accasciato, la testa appoggiata sul tavolo.
Nico e gli altri lo schernivano, pensando che fosse tanto ubriaco da non riuscire a rimanere dritto.
Appena giunta sul retro ho indossato di nuovo il mio corsetto, stretto i lacci di cuoio alle caviglie e, tolta la gonna, ho ritrovato i miei comodi pantaloncini.
Il varco per Arcano è proprio lì, nella locanda del Metaverso, ben nascosto alla vista altrui.
Ed eccomi qui, nei pressi delle Kioskas.".


CAPITOLO 5

... Giunta a cavallo di fronte alla Taverna Verde, Kristine volle conoscere meglio questi Hammers, che da giorni la guardavano passare senza sapere nulla di lei.
Entrò nella taverna a fatica, piena di gente e chiacchiere concitate.
In un angolo una giovane sedeva, sguardo basso ed una nuvola di pensieri sulla fronte.
Acer, era il suo nome, non amava troppo la compagnia affollata che vociava.
Il mantello con cappuccio che lei adoperava sempre, anche nelle giornate calde di quella strana estate, era sempre a portata di mano sulla sedia più vicina, e lei sempre pronta a prendere la Via Oscura non appena il cicaleccio dei compagni raggiungeva toni inaccettabili.
All'altro lato Garwen, giovane ed elegante strega, dal fare spigliato ma sempre pronta alla battaglia. Una forte tensione nelle sue argute risposte denotava un certo nervosismo, dovuto forse a misteriosi presagi che ella conosceva, che si spandeva nell'atmosfera a lei circostante trasformandosi a volte in concreti ed inaspettati sortilegi.
Accanto a lei in piedi era Tabaras il mago, giovane dall'aspetto disinvolto e dai modi galanti.
La cura nel suo abbigliamento, unito all'arguzia ed alla saggezza di alcuni suoi interventi erano un facile indicatore della sua vera età, celata dietro un adolescenziale atteggiamento di difesa.
Usul, Dragone Dulkar, era al bancone, mesceva bevande e simpatia carezzando con lo sguardo ogni bella donna che spuntasse sull'uscio.
Quando Kristine cominciò a dialogare amabilmente con Tabaras, senza sapere che questi era impegnato con Garwen, la strega fu colta da un moto di irrefrenabile gelosia e cominciò a minacciare l'amazzone dei più complessi ed intricati sortilegi.
Kristine, più divertita che non preoccupata, accettò ben volentieri la sfida, mostrando un quadro molto divertente in cui lei si scansava mentre la giovane lanciava pozioni ed incantesimi inseguendola con rabbia per tutta la taverna.
La giovane strega aveva quasi ridotto in rospi e ranocchie metà degli avventori della Taverna quando Kristine decise di porre fine al gioco.
Le si parò davanti con un ultimo agile salto, passando di tavolo in tavolo.
Arrivata al cospetto della strega piegò un ginocchio e ridendo chiese scusa.
Non avrebbe mai fatto un atto di tal guisa se non si fosse trattato di una donna.
Aveva Kristine infatti per principio di trattare le donne sempre con rispetto, come di rado concedeva all'altro sesso.
"Scusami, Garwen, non era mia intenzione di recarti offesa in alcun modo. In verità cercavo solamente di conoscere meglio questa gente."
Nel rendersi conto della situazione la stessa Garwen scoppiò in una risata, chiedendo a sua volta scusa a quella donna che aveva rincorso come una indemoniata.
Il tempo di rendere a tutti i loro originari aspetti, e le due donne erano già grandi amiche.
Quando d'un tratto la porta della Taverna si aprì come per una violenta folata.
Apparentemente nessuno era comparso. Ma subito dopo un uomo era al bancone, seduto di spalle a tutti.
L'uomo si girò guardando, ammirato, Kristine, che sentendo quegli occhi addosso provò un senso di malessere, come se avesse ricevuto un colpo nello stomaco.
La testa le girava, confusa, si sentiva attratta inspiegabilmente dall'uomo in nero, come se la cosa più importante fosse divenuta conoscere tutto di lui.
Gli Hammers non fecero caso a quell'incontro, erano tutti tornati ai loro affari, qualcuno era già uscito per tornare alla capanna, qualcun altro si era diretto ad allenarsi, qualcuno aveva preso il volo con la propria bella per proseguire battaglie discrete in altri lidi.


CAPITOLO 6

Nel gioco di rincorse e fughe avuto con la giovane strega, ad un solo incantesimo, velenoso e mortale, Kristine non era riuscito sfuggire.
La strega, senza volerlo davvero e senza saperlo, aveva vinto la sfida.
Il sortilegio voleva che la donna si innamorasse del primo sconosciuto che avesse avuto l'ardire di incrociare il suo sguardo.
Per Kristine l'amore era sempre stato un gioco oppure un'arma.
Non aveva mai permesso al proprio cuore di finire nelle mani di qualcuno.
Sapeva bene, con spirito di amazzone, che l'amore rende schiavi e deboli e vili a volte.
Fa compiere gesti di cui subito dopo ci si pente.
Il sangue corre troppo veloce dalla testa al cuore e fa perdere i sensi e la ragione.
Per lei innamorarsi equivaleva a dire mettere in gioco la propria stessa vita: non ci pensava proprio, quindi.
Quando l'uomo uscì dalla Taverna, Kristine lo seguì come il ferro segue un magnete.
L'aria della sera era fresca fuori, una pioggia veloce e generosa aveva inumidito i prati lasciando un inebriante profumo di vita tutt'intorno.
Kristine come in trance seguì l'uomo fino alla radura.
Lui si fermò solo quando furono giunti al ruscello e girandosi guardò nell'ombra dove Kristine si era rifugiata, sperando così di passare inosservata.
Le andò incontro con un sorriso schietto e disarmante, le prese la mano e insieme a lei sedette sulla riva morbida del ruscello.
Ore di chiacchiere scorrevano con l'acqua, miscelando sensazioni superficiali ed intensi momenti di silenzio.
Non aveva mai guardato l'uomo negli occhi, lasciando che lo sguardo corresse da una pietra del ruscello al guizzare improvviso di un pesce, o seguisse il volo di una libellula, oppure incontrasse la danza d'amore delle lucciole là, dove il ruscello ristagnava ed i cespugli offrivano riparo alla minuscola vita di quegli esseri.
Ma il sortilegio doveva fare il suo corso e, come sempre avviene in questi casi, tra una risata e l'altra, una scoperta ed una curiosità, tra una confidenza ed un gesto scherzoso di lotta, finì che gli occhi dell'uomo caddero in quelli di Kristine, celesti come il ghiaccio che copre d'inverno un lago d'alta quota... e il ghiaccio si ruppe, facendo precipitare la situazione.
Un attimo di esitante indugio e la distanza, troppo breve, tra i due visi fu completamente eliminata, da un bacio dolce come il miele, delicato e puro.
Qualcosa lottava dentro Kristine, perché non si lasciasse andare alla passione, troppo impetuosa quando non è dalla testa comandata, mentre le dita dell'uomo scorrevano sulla sua pelle lasciando posto ai brividi che la catturavano.
La sua voce, calda e penetrante, le soffiava all'orecchio parole ammalianti, che fendevano con impeto le difese che la testa di Kristine, pur se debolmente, tentava di sollevare.
Quando le labbra dell'uomo raggiunsero il suo collo le gambe le cedettero, e Kristine capì che non avrebbe vinto quella battaglia.
Era una battaglia di pensieri, di parole dette a mezza bocca, di verità e di confidenze, di scherzi ed invenzioni, di scoperte sempre nuove.
Kristine immaginava in quel momento un'intera vita precedente, con quell'uomo al suo fianco, giovane ed impudente che se pure da un lato la amava, dall'altro canto la derideva impunemente.
L'avrebbe certamente abbandonata subito dopo che il gioco gli fosse venuto a noia.
Ma intanto la passione lavorava, per rendere Kristine sempre più debole.
Scoprire per esempio la coincidenza delle proprie passioni ed interessi con quelli speculari di quell'uomo. Non era forse questa una magia?
Non era solo questo già un segnale che finalmente anche Kristine poteva lasciarsi andare?
Finalmente cedette, stremata, al bisogno di amare, al desiderio di abbeverarsi dell'amore di quell'uomo, alla volontà del sortilegio, più forte della sua e perfino di quella del guerriero.
Scese la notte come scende un sipario, coprendo gli amanti con il suo mantello.
Un bavaglio alla coscienza ed una martellata alla saggezza, Kristine ormai era cotta.
Quando si addormentò era felice, ma chi può dire quanto doloroso sarebbe stato invece il suo risveglio?


CAPITOLO 7

Quando Kristine riaprì gli occhi il guerriero era li a vegliarla, già vestito della sua corazza in cuoio brunito che seguiva alla perfezione il corpo marcato di muscoli guizzanti.
Una corazza che Kristine ben conosceva.
"Kristine, sono un guardiano della notte" le disse rispondendo al suo sguardo interrogativo.
La luce del sole, già alto sopra di loro, abbagliava gli occhi di Kristine, facendola quasi lacrimare.
"Un... guardiano. della notte...." lei ripeté lentamente, quasi a se stessa, ricordando il giuramento che questi uomini fanno quando scelgono la loro direzione:

"Cala la notte e ha inizio la mia guardia. Non si concluderà fino alla mia morte. Io non avrò moglie, non possederò terra, non sarò padre di figli. Non porterò corona e non vorrò gloria. Vivrò e morirò al mio posto. Sono la spada nelle tenebre. Sono la sentinella che veglia sul muro. Sono il fuoco che arde contro il freddo, la luce che porta l'alba, il corno che risveglia i dormienti, lo scudo che protegge i regni degli uomini. Consacro la mia vita ed il mio onore ai Guardiani della Notte, per questa notte e per tutte le notti a venire."

Avrebbe preferito in quel momento essere in piena guerra e fronteggiare l'uomo che aveva davanti armata del suo scudo e della spada.
Non certo essere lì, con l'anima a nudo, rabbiosa verso sé stessa e verso il mondo.
L'uomo la guardò sapendo che non ci sarebbero state parole di conforto per lei.
Doveva andare, era la sua scelta.
Beffardo il sortilegio aveva scelto che lei si innamorasse proprio del guerriero sbagliato, nel momento sbagliato, nel luogo sbagliato.
Non era amore, è chiaro, solo il riflesso di quel potente velenoso sortilegio, tirato con rabbia da una strega che in un lampo aveva veduto il proprio amore messo in gioco.
Solo per questo aveva più potere di qualunque altra arma conosciuta.
Peccato che Kristine ancora non lo sapesse.
"Ho visto Chimera, oggi, - disse Kristine parlando col suo corvo messaggero, quando fu sola
"Adagiata sulla sponda del ruscello più scintillante che abbia mai incontrato.
Strano, non lo avevo ancora mai notato.
Eppure scorre proprio dietro la mia capanna, qui nella radura di Weiss.
Chimera, dalla chioma corvina intrecciata in una treccia tanto lunga da lambire le acque chiare del ruscello, aveva gli occhi ancora annebbiati dal sonno, indolenzita dal lungo riposo mentre il sole si alzava oltre le fronde degli alberi e scioglieva le piccole gocce di rugiada tutt'intorno.
Mi ha guardato di sfuggita, ma io la conosco: aveva già scrutato dentro me senza che potessi accorgermene.
Ho sentito le guance incendiarsi, in un sentimento perfettamente bilanciato, fatto di rabbia ed imbarazzo.
Lei sapeva.
Sapeva quanto può essere dolce l'incanto di un amore e quanto è duro il risveglio, la sensazione di guardare il mondo dall'alto e sentirsi, in un terribile istante, così tremendamente soli...
No, non è la morte.
Quella deve essere senza dubbio più dolce, un attimo di angoscia per chi sta per andare, un pensiero doloroso verso chi resta e poi... in volo verso il niente: niente dolore, niente gioia, niente di niente.
Non è la morte, no, è qualcosa di peggio: la scoperta di essere comunque, inesorabilmente ed a qualunque costo ancora viva.
Viva e sola dentro, mentre guardi gli occhi che hai amato e scopri che loro non ti vedono più, persi a volte nel rancore e nella rabbia immotivata, nella sfiducia o, peggio, nell'indifferenza.."
Il corvo attese che Kristine finisse.
Poi spiegò le ali e prese il lento giro che lo portava in alto, su, verso le nuvole.
Kristine sapeva che cosa l'aspettava: quando la gioia viene sopraffatta dalla delusione la Fantasia si offende, e scappa lontana, smette di giocare.
"L'ho vista piangere - si disse Kristine, - quando mi ha visto cedere a quell'uomo e permettergli di superare i limiti del gioco.
Lei mi ha lasciato, so che è giusto, per darmi il tempo di ricucire la ferita e trovare una cura a questo mio male.
Tornerò l'amazzone di sempre, Fantasia.
È una promessa."
Al corvo aveva affidato la promessa.

 

TABARAS

Tabaras si alzò di buon'ora come sempre faceva quando doveva andare a rifornirsi di ingredienti ed erbe.
Indossò un paio di ampie brache di tela grezza, una camicia di cotone e comodi stivali di pelle morbida, dalla cintura pendevano una trentina di sacchettini di stoffa destinati a contenere i preziosi ed utili materiali che la foresta gli avrebbe donato, il coltello da caccia nel fodero di cuoio e la fedele sacca con i suoi preparati a tracolla.
Passò una mano sulla cute del viso e della testa per accertarsi che la barba ed i capelli non fossero cresciuti tanto da richiedere una nuova rasatura, soddisfatto della prova uscì di casa e si avviò a piedi verso il bosco.
Era mattina inoltrata quando si rese conto di non essere solo, il frusciare delle foglie denunciava la presenza di alcune persone nella radura vicina, non sapendo se si trattasse di ribelli a caccia di bottino o di Koguars di pattuglia estrasse dal fodero il corto ma affilatissimo coltello mentre con la sinistra cercava la polvere allucinogena che lo aveva reso noto su arcano come l'Illusionista.
Si avvicinò con cautela al luogo dal quale provenivano i rumori e sbirciando da dietro ad un cespuglio scorse un uomo e una donna, riuscì a stento a soffocare una risata: aveva sorpreso una coppietta.
Il desiderio di aver qualche novità da raccontare agli amici in taverna lo spinse a dare una seconda occhiata e fu allora che si rese conto che qualcosa non andava.
L'uomo era chiaramente un guerriero, indossava una corazza di cuoio nero che metteva in evidenza la muscolatura scolpita dall'esercizio, non avava idea di chi fosse, ma ciò che attirò l'attenzione del mago fu la donna: aveva dei tratti familiari, somigliava molto a Kristine, l'amazzone conosciuta la sera prima in taverna.
Non poteva però essere lei.
La Kristine che aveva conosciuto la sera prima poteva essere paragonata ad una maestosa aquila reale che volava descrivendo ampi cerchi pronta a calare in picchiata sulla preda che più le aggradava per ghermirla nei propri artigli, la ragazza che aveva di fronte sembrava di più un cerbiatto ferito e spaventato che lotta contro la corrente impetuosa di un fiume in piena che lo sta trascinando a valle. Eppure... aspettò che la ragazza si alzasse ed osservò i complessi tatuaggi che le decoravano la schiena, ora non aveva più dubbi: era Kristine.
Tabaras continuò ad osservare cercando una spiegazione a quella strana trasformazione, vide l'uomo allontanarsi e annotò nella propria mente ogni particolare che avrebbe potuto essere utile per rintracciarlo in seguito e vide l'amazzone che si rivestiva, confusa e amareggiata, ma anche nuovamente rabbiosa e determinata: questo era il chiaro indice del conflitto interiore che la stava squassando.
Quando fu pronta si diresse non verso la kioskas, ma verso un punto più ad est, Tabaras la seguì senza troppe difficoltà: l'attenzione di Kristine era rivolta verso se stessa e ciò la rendeva meno guardinga di quanto era di solito quando si avviava al passaggio che conduceva alle terre note.
Tab la vide scomparire al suo interno e decise di seguirla.
Una volta dall'altra parte si trovò in una stanza colma di casse, ceste, otri e botti: "Il retro di una taverna" pensò, ma di Kristine nessuna traccia.
Sentì il rumore di una porta che si apriva per poi richiudersi provenire dalla sala e così si decise a guardare fuori dalla dispensa, l'ampia camera comune era deserta.
Tab decise quindi di uscire all'aperto, lo sgomento lo assalì quando si rese conto in che razza di mondo fosse finito: gli edifici, le persone, persino l'aria stessa gli sembravano "grigi", l'istinto di sopravvivenza gli urlò con forza di fuggire, di tornare a casa.
Tabaras trasse un profondo respiro che però non gli fu di alcun aiuto per placare quell'allarme, decise quindi che sarebbe tornato quella sera, con abiti adatti per non dare nell'occhio ed equipaggiato per fronteggiare qualunque minaccia.
Se Kristine era passata di lì una volta era probabile che ci sarebbe tornata e lui sarebbe stato lì ad attenderla mischiato agli avventori della taverna del Metaverso.


GARWEN

Si svegliò più tardi del solito quella mattina, Garwen.
Aveva passato la notte a pensare a quanto a volte potesse essere ridicola con quei suoi atteggiamenti gelosi.
Era sempre, troppo, costantemente attenta a tenersi stretto ciò che per lei era importante, a volte rischiando di incorrere in situazioni a dir poco spiacevoli.
Uscì dal suo alloggio e la brezza fresca del mattino le sferzò il volto.
Sorrise e respirò profondamente.
Pensò a Kristine.
Aveva fatto una gran confusione con tutti quegli incantesimi, e non si era resa conto, almeno in principio, che danno avevo creato.
Poi era entrato lui, quella sera.
Lei, Garwen, non lo aveva degnato di uno sguardo, finchè non aveva visto tramutare l'espressione di Kristine.
Gli occhi... erano stati gli occhi di lei a farle capire che razza di incantesimo aveva lanciato.
Purtroppo Garwen sapeva quale sarebbe stata l'unica soluzione, e quanto difficile fosse.
Si passò una mano tra i capelli e bussò più volte sulla porta dell'alloggio di Kristine.
Perchè? Non lo sapeva neanche lei.
Sapeva solo che, accidenti, doveva muoversi, doveva fare qualcosa.
Bussò invano, lei non c'era.
Decise di correre da Tabaras, forse l'unico che poteva risolvere questa situazione.
Mentre correva verso l'alloggio del suo amato, ripensava agli occhi di Kristine, a come tutto ad un tratto fosse divenuta diversa.
Ancora quegli occhi.... Li conosceva... eccome se li conosceva... Si riconosceva in quegli occhi..
Scacciò i pensieri bui che rischiavano di intristirla e bussò alla porta di Tabaras.


TABARAS

Tabaras era rientrato da poco quando sentì picchiare contro il suo uscio, si diresse alla porta e la aprì.
Garwen splendida come sempre si parò davanti a lui, Tabaras sorrise e fece per baciarla, ma con un gesto imperioso lei lo fermò: "Dobbiamo parlare" disse con tono deciso, ma che tradiva una certa preoccupazione e subito Tab pensò: "Che avrò fatto sta volta?".
Dopo che lei fu entrata ed ebbe riferito il motivo della propria preoccupazione Tabaras cominciò a comprendere perché quella mattina Kristine gli era apparsa così differente: amore.
Un sortilegio d'amore.
Se fosse accaduto a qualcun altro l'effetto sarebbe svanito entro breve, ma trattandosi di quell'amazzone in particolare...
Avrebbero dovuto per forza cercare una soluzione alternativa.
Mise Garwen al corrente di ciò che aveva fatto e visto quella mattina.
"Amore, la fortuna ha voluto che proprio io sapessi dove trovare la sventurata vittima del tuo incantesimo. Credo sia il caso che tu questa sera attraversi il varco con me, sii preparata perché le terre al di là di esso sono molto differenti. Spero solo che Kristine si faccia viva in quella taverna in cui il passaggio sbocca e che non sia troppo confusa per riconoscerci"
I due amanti passarono la giornata insieme a prepararsi per quell'escursione, filtri, polveri, pozioni e unguenti vennero accuratamente selezionati.
Uno stiletto a testa che avrebbero potuto nascondere sotto le vesti.
La forza del legame che li univa, in grado di sostenerli anche di fronte agli imprevisti.
Indossarono poi vesti tipiche dei bored in modo da dare nell'occhio il meno possibile e quando il sole cominciò a calare dietro la cordigliera si diressero verso il varco che portava alla taverna del Metaverso.


KRISTINE

Ancora una volta Kristine cercava di tornare alle Terre Note, scrollandosi di dosso il senso di euforia che, dopo le escursioni nel regno di Chimera e Fantasia, per giorni le rimaneva addosso come una seconda pelle.
Ma questa volta in più c'era l'immagine del guerriero davanti ai suoi occhi, la sera prima, che continuava a tormentarla, come un flebile vento di ponente che soffia via la cenere dal braciere stuzzicando il fuoco sulle braci.
Sulla riva di quel ruscello tutto era nato per un gioco, una sfida come a Kristine erano capitate a migliaia, un misto di scherzo ed ingenua provocazione cui l'uomo aveva risposto a tono, con crescente curiosità e trasporto.
Finchè Kristine non aveva tirato in ballo il pugnale di Giruth, e lo aveva sollevato sfiorando con un gesto fulmineo il bavero dell'uomo, avvicinandosi al suo viso.
"Che c'è, ora non ridete più di me?" aveva continuato Kristine, chiedendosi vagamente quanto fosse pericoloso tutto ciò.
Lui aveva riso schiettamente: "Parlate troppo" aveva detto, guardandola dritta dentro gli occhi, mentre con il braccio scostava l'arma dalla propria gola e con l'altro cingeva la vita di Kristine.
Un lungo delicato bacio, quello che si posò sulle sue labbra, tolse per un istante infinito il respiro a Kristine, che subito dopo era lì a divincolarsi, atterrita da quel turbinio di sensazioni nuove e sconosciute.
Non riuscendo a svincolarsi Kristine passò all'attacco, premendo ancora più forte il corpo sul torace dell'uomo e sfiorando con le labbra inumidite la sua gola liscia e nuda, i denti che premevano leggermente sulla giugulare.
Lui aveva allentato la stretta e con le mani aveva seguito i contorni delle sue spalle, scendendo fino ai fianchi, a scoprire i punti più deboli della donna, dita esperte e leggere avevano raggiunto e vinti i legacci del corpetto ed ora risalivano, sfioravano i seni.
Kristine si liberò di quella immagine velocemente, con una rapida occhiata al grigio dei dintorni.
La Locanda del Metaverso l'aspettava per una nuova selvatica danza.
Andò sul retro e vide che lo spiraglio, che lei l'ultima volta aveva coperto con una grossa tela di yuta, era invece scoperto in un angolo.
Si affrettò a richiuderlo e vi pose contro una cassapanca piena di bottiglie di pregiato vino di "Competa", un vino da meditazione destinato ai palati più fini.
Si preparò con insolita cura, quella sera, come una bimba si prepara per il suo primo ballo.
Il corpetto copriva interamente la sua schiena, nascondendo alla vista i "ghirigori" celtici che vi erano tatuati, mentre una generosa scollatura lasciava spazio ad ardite considerazioni.
La gonna scelta per quella sera era blu cobalto, stretta sui fianchi fasciava fino alla metà delle cosce per aprirsi poi in una miriade di volant dal colore cangiante dal blu allo smeraldo.
Il collo lungo e sinuoso era spezzato da una fibbia morbida di raso e velluto blu, una candida rosa tra i capelli corvini: Kristine era pronta.
Dal palco a livello guardò la platea di quella insolita serata, mentre scandiva il ritmo ed i passi al battito delle mani.
Visi noti che si confondevano con emeriti sconosciuti, una allegria scandita dall'alcol e dalle più varie frustrate emozioni.
Gli avventori erano sempre quelli, ma. due volti fra loro non lo erano.
Nella penombra, nel punto più buio della locanda, erano due figure.
Certo due amanti, pensò Kristine, a giudicare dallo strano riservato comportamento che mostravano.
I vestiti, tipici dei bored, un po' allampanati per la verità, erano nel complesso alquanto bizzarri.
Si guardavano con dolcezza tenendosi le mani sopra la tavola e di tanto in tanto si scambiavano tenere effusioni.
"Devo essere davvero impazzita! Mi soffermo anche a guardare questi dettagli melensi e sdolcinati!?"
Non era proprio da lei!
Solo quando la serata volse al termine Kristine tornò a sbirciare i due... riconoscendo in loro qualcosa di allarmante e familiare.
Uscendo tra gli applausi del pubblico, Kristine si diresse sul retro, con la coda dell'occhio vide i due che si apprestavano a seguirla.
Dopo aver riposto gli abiti di scena indossò la guaina nera di pelle di serpente e collocò il pugnale nella sua custodia sulla cintura.
Il mantello nero con un ampio cappuccio preservava l'arma e la donna tutta alla vista di chiunque.
Uscì sul retro e attese l'arrivo dei due figuri.
*Stok!* quando uscì il primo dei due Kristine aveva già imbracciato un lungo bastone liscio, che incontrò la faccia dell'uomo mandandolo a sedere due metri indietro, mentre la donna con un grido soffocato faceva un salto da un lato.
Tabaras si era rialzato subito, lo sguardo irato e le mani raccolte intorno al naso.
"Che ti prende?" disse acidamente "Vedi le tue care amiche, Garwen? Vai a far loro del bene e guarda qui!"
Garwen era subito intervenuta e Kristine si fermò di sasso riconoscendo i due amici.
"Ma siete impazziti forse!? Sapete quanto sia rischioso stare qui, lo è già per me, che se mi prendono finisco in una sperduta prigione... figuriamoci per voi: cavie da laboratorio oppure merce di scambio per Noia!"
"Kristine, siamo qui per te." tagliò corto Garwen.
"Per me? Non ho bisogno di aiuto qui, e non vedo neanche come voi potreste.."
"Sei in pericolo, Kristine - intervenne Tabaras mentre tamponava il sangue dal naso - Garwen ti ha colpito con un sortilegio, l'altra sera"
"Ti sbagli, non ne ha messo a segno neanche uno."
Garwen era arrossita violentemente, e superando l'imbarazzo: "No, Kri, il primo è andato a segno. È il più velenoso, complicato e pericoloso degli incantesimi, perché è un sortilegio d'amore nato per colpa di troppo amore. Ho già pensato anche di chiedere aiuto a Deoris, strega Suprema, per eliminarlo o... attenuarne gli effetti. In ogni caso quando ne ho parlato con Tabaras lui mi ha detto che era importante avvertirti per impedirti di... commettere sciocchezze!"
"Sciocchezze... dici...? Temo di averne già commesse" Kristine si morse un labbro.
"Ti sei innamorata - intervenne Tabaras sfoggiando un tono ironico e beffardo - ma non temere... non è colpa tua" la scherniva.
Garwen gli diede una gomitata e riprese: "Ti innamorerai di uno sconosciuto e la passione sarà per te troppo violenta, incontenibile. Kri, tu sei una amazzone, nata libera, cresciuta all'ombra della saggezza. Diventeresti schiava e cieca e folle! Questo sortilegio è fatto per dare sofferenza nell'amore... chi ne è toccato sarà dannato a fare tutto ciò che non avrebbe mai fatto per amore... fino ad impazzire ed a preferire la morte ad una vuota vita."
Due lucciconi fecero capolino dagli occhi dolci e puliti di Garwen, per crollare subito dopo rotolando sulle gote leggermente arrossate della donna.
"Gar, non devi temere, non mi succederà nulla.!" cercò di minimizzare Kristine, male avvezza a scene di compassione del genere.
"D'accordo, allora faremo così - intervenne Tabaras - Domattina ci recheremo tutti da Deoris e studieremo insieme la pozione in grado di farti tornare... se proprio lo desideri... in te."
"Si, mi sembra la via migliore" aggiunse Garwen.
"Voi non capite... io.. non posso tornare... devo stare qui.. il mio lavoro."
"Frena Kri, questo è uno dei sintomi del sortilegio: tu, una amazzone, che ti dimostri vile per la paura di soffrire.? Capisci cos'altro potrebbe succederti?"
Garwen aveva ragione. Ormai il danno era fatto e bisognava fronteggiarlo. Avrebbe anche ucciso, se fosse stato necessario, pur di tornare libera e serena.



GARWEN

Garwen si diresse verso la sua kioskas in silenzio.
Entrò in casa e si sedette sul letto.
Guardava la luce della luna filtrare attraverso le finestre e si domandava che cosa avrebbe potuto fare.
Si sentiva terribilmente preoccupata ed in colpa per tutto quello che stava succedendo.
Si alzò di scatto e si diresse verso il salotto.
Toccò il muro con il palmo della mano e si aprì una porta alla sua destra.
Accese una candela ed entrò.
Rimase un po' sulla soglia ad osservare la sua biblioteca, in penombra, odorosa di libri vecchi, di cera di candele spente da anni...
Sorrise tra sè e sè: "Odora anche un po' di muffa!"
Si diresse decisa verso il lato più buio della sala e prese un grande libro, dalle pagine ingiallite dal tempo...
Ricordò come ne fosse venuta in possesso poco tempo prima, preso direttamente dalle mani di suo padre..
Un lampo di malinconia le percorse lo sguardo, ma non si lasciò sopraffare..
"Devo muovermi!" pensò.. "Kris ha bisogno di me"..
Si sedette al suo tavolino e sfogliò attentamente il libro, in cerca di una soluzione..
Passarono ore, non contò quante, ma già l'astro del mattino illuminava Arcano addormentato e la sua stanza, e lei ancora non aveva trovato nulla.
Ad un tratto le si illuminò il volto... Aveva trovato la soluzione!
Ma percorrendo attentamente con gli occhi le fitte righe delle pagine, di nuovo lo sconforto prese il sopravvento!
L'unica soluzione era... No, non poteva essere, ce ne doveva essere un'altra...
Ripercorse ancora le pagine del libro, ma capì che tutto era inutile.
Si alzò velocemente dalla sedia, mise il manoscritto nella sacca e corse veloce da Tabaras.
Lo trovò sveglio, allarmato quanto lei..
"Ho trovato la soluzione, ma bisognerà parlarne con Deoris"
Lui la guardò interrogativo, non capiva come avesse potuto Garwen, strega ancora non troppo esperta, ad aver trovato la soluzione... Nè tanto meno sapeva ancora di cosa si trattava, ma lo sguardo preoccupato di Garwen non prometteva nulla di buono...
La fece sedere e lei fece un lungo respiro...
"L'unica soluzione che ho trovato" disse sussurrando "è che Kristine riesca ad avere l'uomo che ama con sè per 24 ore esatte... Solo allora l'incantesimo potrà essere risolto, in quanto il desiderio di lei sarà finalmente appagato. In fondo è giusto, quale donna innamorata non desidera avere colui che ama accanto a sè per lungo tempo?"
Tabaras, estremamente preoccupato, si sedette con la testa fra le mani e disse: "L'uomo che ama Kristine non potrà MAI essere suo per 24 ore..."
"LO SO!! E' QUESTO IL PROBLEMA!"
"E' un guardiano della Notte.. nasce e muore con essa..."
Dopo qualche minuto passato a pensare, Garwen si alzò decisa e si diresse verso la porta.
"Dove vai?" Le chiese Tabaras, guardandola andar via...
"Da Deoris, è l'unica che può fare qualcosa"
"Vengo con te, ora!"
Ed insieme, si diressero verso casa di Doris, la strega Suprema.


DEORIS

La notte, ormai, scendeva come un velo su Kolise e le nuvole, che poco prime sembravano padrone del cielo turchino, davano il cambio alle luminose stelle.
Deoris era sola a casa sua... quella sera non sarebbe andata alla taverna, ne a gironzolare con i suoi amici, ne all'atro delle streghe a finire di sbrigare le ultime pozioni... aveva avuto una premonizione.
Il sole era tramontato da un pezzo, ma era da un po' di giorni che non aveva il solito colore... era rosso, del colore del sangue.
Alla strega avevano insegnato che quel segno voleva essere un presagio nefasto, un presagio di Morte.
All'inizio Deoris non ci diede troppo peso... quante volte le amazzoni di guardia si scontravano con i ribelli?
Quante volte si era rivelato un segno illusorio, causato da agenti atmosferici?
Ma, ne era sicura, quella volta non era così.
Era ormai notte inoltrata quando, stanca di rigirarsi insonne nel giaciglio, decise di alzarsi.
Si preparò presto, quella mattina, come se aspettasse qualcuno, ma chi poteva venire a casa sua all'alba?
La strega sentiva che tra poco sarebbe stata coinvolta in un'avventura.
Il sole cominciava ad albeggiare a Kolise e il criceto Damerino, regalo di un dragone a lei molto caro, cominciò a squittire.
- Buono, buono bestiolina. Sei agitato anche tu, eh? Chi saranno mai i nostri misteriosi ospiti? - lei lo mise sulla sua mano e lo accarezzò.
Il criceto cominciò ad annusare l'aria, eccoli, erano arrivati.
Si udivano dei passi al limitare della porta, un bisbiglio sommesso e finalmente il misterioso avventore bussò.
All'alloggio della strega fecero il loro ingresso Tabaras il mago e Garwen la strega.
Quest'ultima aveva particolarmente lo sguardo colpevole e dispiaciuto, il mago, invece, era abbastanza preoccupato.
Deoris fissò Garwen, capendo che sarebbe stata lei a spiegarle la storia, poi guardandola negli occhi capì che i suoi amici non erano lì per coinvolgere la loro amica Deo in un qualche scherzo, ma che erano venuti nell'alloggio a cercare la strega suprema.
Si misero a sedere, mentre Garwen cominciò a spiegare la vicenda dall'inizio.... la serata in Taverna, l'arrivo di Kristine, l'incantesimo, l'uomo misterioso di cui l'amazzone era innamorata grazie all'incantesimo e, infine, la Locanda del Metaverso.
Deoris aveva sentito delle leggende su Terre Note, ma mai avrebbe creduto esistessero davvero, e, sopratutto, era incredula che la sua amica Gar avesse usato la magia per un motivo così futile... un conto era usare trucchetti in taverna per scherzare con gli Hammers, un altro usare un sortilegio così pericoloso senza pensare alle conseguenze.
La suprema decise di darle una bella strigliata, così la fissò negli occhi per un istante che alle due parve infinito.
Lei e Garwen si erano intese da sole... le parole non dette sono, molte volte, più assordanti di quelle urlate.
Garwen finì il racconto spiegando alla suprema cosa aveva intenzione di fare.
"Però... molto in gamba per essere alle prime armi... mi potrò aspettare grandi cose da lei" pensò soddisfatta Deoris.
- Il punto è che... non sappiamo come fare per farli stare insieme per 24 ore... essendo un Guardiano della Notte, può uscire solo quando c'è la luna in cielo...- lasciò la frase in sospeso, guardando Tabaras, ed infine guardarono l'altra strega.
- Bhe... la cosa si potrebbe risolvere...- fece pensierosa la suprema - Tabaras, tu sei un Illusionista... che ne dici di invocare la Luna dell'Illusione? -
Il mago guardò sorpreso la strega: - Non ho mai fatto una cosa del genere... certo sarei capace di creare l'Illusione... ma se devo invocarla bhe... non è certo il mio ramo...-
- Per le Invocazioni ci penso io, ad Arcano sono conosciuta come l'Evocatrice -
- Credevo solo come Strega Cadente - ridacchiò Gar.
Tab la guardò e cominciò a ridacchiare anche lui, infine i tre scoppiarono in una risata.
- Ma... cos'è la Luna dell'Illusione? -
- E' un Incantesimo che agisce su un limitato luogo amore... mentre per il mondo normale il tempo scorre regolarmente, in quel posto lo scorrere del tempo si velocizza e si ha l'impressione che sia sempre notte. Quindi, se per gli altri passano 12 ore, quelli che si trovano in quel luogo saranno passate 24 ore. Gli unici inconvenienti sono che la Luna è più grande del normale, che chi esce dal determinato luogo dell'incantesimo viene automaticamente riportato al tempo normale e che una
ragazza deve pregare la dea Farahir, dea della bellezza e dell'amore, tutta la notte... capito ora Gar? -
- Bene... allora Tab creerai la Luna Illusoria, Deo si occuperà di invocare l'incantesimo e io... pregherò
la dea per tutta la notte.-
- Gar!!! La ragazza che pregherà la dea entrerà in uno stato di trance... cadrai in un sogno continuo... se non starai attenta potresti non risvegliarti più!-
- Ma Deo! Sono stata io a fare l'incantesimo... io ho sbagliato... e sarò io a mettere la parola fine alla vicenda! -
La suprema fece per controbattere, quando vide negli occhi della sua cara amica una luce... era determinazione.
Lei stava credendo in se stessa, stava scoprendo che se voleva, avrebbe fatto qualunque cosa.
Aveva capito che non bisognava arrendersi mai.
- Bene... allora ognuno ai propri posti... cerchiamo di far finire tutto il più presto possibile!-
Garwen sorrise, mentre ancora Tabaras aveva dei dubbi... naturalmente non voleva che la persona da lui amata rischiasse la vita in quel modo, ma la strega ormai era decisa e in quel momento, Deoris lo sentì chiaramente, Garwen non doveva più essere considerata una strega alle prima armi.
Era diventata una sua consorella a tutti gli effetti.



GARWEN

Mentre Tabaras e Deoris si affannavano nei preparativi per l'Invocazione, Garwen cercava di mettere ordine nei pensieri che le giravano vorticosi nella testa.
Avrebbe dovuto pregare la dea Farahir..
- Proprio io- rifletteva sgomenta - proprio io che non ho mai dato peso a tutte queste cose... Gli dei.. bha! Non ho mai creduto nella loro esistenza e proprio ora devo pregarne una... E poi, quale?? Farahir, quella che di tutta la Cosmogonia, non ho proprio mai potuto soffrire.. -
Sghignazzò al pensiero di tutte le volte che in Taverna aveva scandalizzato gli altri Hammers, con il suo pungente sarcasmo... E ora proprio lei avrebbe supplicato la dea di sciogliere l'incantesimo..
Si rabbuiò, pensando ai rischi che avrebbe corso.. Cadere in trance..
- C'è la possibilità che tu non possa più svegliarti...-
Le parole di Deoris le echeggiavano ancora nelle orecchie, più assordanti di un corno di guerra...
Però oramai aveva deciso.. Voleva dimostrare a Deoris, a Tabaras, a Kristine e agli altri Hammers che non era quella streghetta impulsiva e un po'ingenua che tutti credevano che fosse...
Voleva dimostrarlo anche a se stessa..
Alzò lo sguardo e vide Deoris e Tabaras intenti a leggere attentamente alcune pergamene.
Si alzò di scatto, salutò velocemente Deoris e Tabaras, lasciandoli allibiti dalla sua fretta, e si diresse verso la Via Oscura a passo spedito...
Le lacrime cominciarono a rigarle il volto e si fermò.
- Perchè piangi?- Pensava, stupita da se stessa - Basta!Smettila!- Si ordinava, ma le lacrime continuarono a rigarle il volto.
Si mise a urlare, Garwen.
Si mise a urlare con quanto fiato aveva in corpo...
Urlò di rabbia, di dolore, di paura..
Rabbia per tutto ciò che la vita le aveva tolto, dolore per tutto quello che quelle mancanze le avevano impedito di vivere, paura di un futuro nel quale non vedeva uno spiraglio di luce...
Continuò ad urlare finchè le forze a la voce glielo permisero, poi si gettò a terra, svuotata...
Rimase lì ancora per poco, poi si alzò meccanicamente e, con passo malfermo, si diresse verso il Tempio dei Sogni.
Ora era pronta, ora che non le importava più di vivere o di morire...
Ora che aveva capito che tutto ciò per cui aveva lottato era stato inutile..
Ora che la sua vita non aveva più senso...
Guardava nel vuoto e sorrise amaramente a quei pensieri...
Giunse al Tempio e lo guardò dall'esterno...
- Esteticamente questi dei non si fanno mancare nulla, accidenti! - Imprecò rabbiosa e sorrise ironica guardando l'entrata fastosa al Tempio...
Entrò. Non voleva essere notata da nessuno, quindi cercò di rendersi il più invisibile possibile.
Si guardò intorno alla ricerca della statua della dea Farahir..
Voleva vedere il volto di colei che avrebbe dovuto pregare e che avrebbe deciso se dovesse vivere o morire...
La trovò in fondo al Tempio e, avvicinandosi, la osservò.
Cercava un qualcosa, un particolare che le desse motivo per crederle... Lo trovò...
- Il sorriso...- pensò sgomenta - Il suo sorriso.. E' sereno... E' sereno perchè lei è la dea dell'abbondanza, della gioia, dell'amore...- Sorrise amara - Tutto ciò che io non ho... -
Uscì dal Tempio dei Sogni e si incamminò verso casa di Deo pensando a quanto fosse stata ingenua e superba a credere di poter contare solo su se stessa... Ora che anche lei stessa non sapeva più chi fosse..
Bussò alla porta della Suprema. Rimase sulla soglia...
Una luce nuova le brillava negli occhi, che ai due non sfuggì..
- Sono pronta...- disse..
La vita di Garwen era cambiata..



KRISTINE

Era notte alta quando Kristine tornò a casa quella sera.
Aveva parlato a lungo con Garwen e Deoris e Tabaras che l'avevano messa al corrente della situazione con tutti gli aspetti più o meno favorevoli.
Doveva passare, semplicemente, 24 ore con l'uomo che le aveva preso il cuore, guardarne il fondo dell'anima e capire, in 24 ore, se lui davvero poteva possederla o se invece, come le era sempre capitato, egli poteva essere solo un'altra delle facili prede che normalmente era lei a possedere.
Ma 24 ore per un guardiano della notte erano davvero troppe, e l'incantesimo dell'Illusione della Luna era un artifizio molto strano e pericoloso.
Nondimeno Kristine avrebbe accettato di buon grado di sottoporsi al gioco, pur di uscire da quella scomoda posizione.
Il vero problema era trovare il guerriero.
Per giorni aveva frequentato la Taverna Verde, al solo scopo di incontrarlo o smascherarlo.
Infatti non aveva escluso, tra le tante idee che le erano passate per la testa, che potesse anche trattarsi dello scherzo, in verità pesante, di uno degli hammers che normalmente frequentavano la taverna.
Ma le sue ricerche non l'avevano condotta a nulla.
Giunta in vista del pergolato della sua capanna qualcosa allarmò il cavallo.
Le orecchie erano tese a percepire rumori finissimi, la coda si agitava nervosa e la bestia continuava a scartare sbuffando ad ogni cespuglio che lentamente superavano.
L'amazzone aveva alzato le sue difese ed agilmente era saltata giù dal cavallo proseguendo verso la capanna con passi felpati e silenziosi.
La porta era socchiusa e dentro, inutile dirlo, si muoveva lentamente l'ombra di uno sconosciuto.
Frugava con noncuranza, mostrando di agire più per curiosità che non per cercare veramente qualcosa.
Ma Kristine non era il tipo di adoperare cortesie da cortigiana quando si trattava di difendere il proprio territorio.
L'aveva imparato già molto piccola, nel castello di suo padre, quando aveva dovuto arrotare unghie e denti per ottenere il rispetto ed essere, a volte, anche temuta dai fratelli bastardi, più grandi di lei di anche dieci anni.
Passò la mano sull'elsa della daga, corta ed affilata, che era normalmente al suo fianco in tempi di pace al posto della consueta spada lunga.
Con la sinistra mise mano alla frusta nera di crini di cavallo intrecciati intorno ad una sottilissima anima di filo d'acciaio.
Schioccò la frusta con un rapido gesto del polso, mirando alle gambe dell'uomo, che perse l'equilibrio ma, inaspettatamente, anziché cadere si contorse agilmente e con una serie di capriole raggiunse il muro al lato opposto della stanza.
Solo un guizzo nello sguardo rivelava la sua presenza, nel buio che circondava sia l'interno della capanna sia l'esterno.
Uno sguardo più divertito che allarmato.
Alla flebile luce della luna che a tratti compariva tra pesanti nubi cariche di acqua e sabbia, comparve lo scintillante luccichio di una corta spada nel pugno chiuso del guerriero.
Era in guardia, ma non mostrava di volersi muovere, come in attesa.
Kristine schioccò ancora la frusta, decisa a disarmare l'uomo che, però, si disimpegnò abilmente con un giro su sé stesso.
Raccolta ancora la frusta intorno al braccio, Kristine decise che era giunto il momento di guardare meglio l'uomo e, impugnata la daga con la mano destra, avanzò lentamente verso la sagoma ferma.
La luce della luna si era fatta più ferma ed illuminava con decisione uno spicchio abbastanza grande della stanza.
Kristine si avvicinò in prima posizione, roteando la punta della daga in segno di invito.
Dal lato opposto l'uomo accettava di buon grado la sfida, il braccio sinistro piegato dietro la schiena, quasi in segno di scherno.
Le lame si toccarono appena, testandosi con lievi sordi rumori.
Kristine decise quindi il ritmo, alternando finte e rapide stoccate a passaggi veloci, le lame che rilasciavano nell'aria piccole scintille incandescenti ad ogni colpo.
L'uomo era abile, allenato all'uso della daga come raramente a Kristine era capitato di apprezzare, in un uomo.
Veloce nelle posizioni ma fermo e composto negli affondi.
Quel duetto di finte e passaggi, di studio e tensione e colpi, durava da troppo tempo quando Kristine capì che era il momento di rompere la misura e guardare in faccia l'avversario.
Legando la lama arrivò ad incrociare lo sguardo dell'uomo, che sorrideva ironico e soddisfatto.
"Tu??" quell'attimo di sconcerto costò a Kristine la superiorità del duello.
Non poteva tentare di uccidere quel guerriero prima di aver eliminato l'incantesimo!
L'uomo disarmò lentamente e con dolcezza Kristine, muovendosi sempre con cautela e guardandola dritta in viso, nell'incertezza della reazione che avrebbe potuto avere l'amazzone.
Ma Kristine sapeva quando era il momento di domare la propria irruente rabbia.
Lasciò che l'uomo le togliesse di mano la spada, posandola lentamente ai propri piedi ed insieme a lui uscì sul porticato.
"Credo di doverti qualche spiegazione, Kristine" aveva cominciato Jon.
"No, credo anzi di dovertene qualcuna io. - lo interruppe Kristine, che subito dopo si mordeva il labbro in cerca delle parole più adatte.
Non era facile dire ad un uomo che in realtà non era il suo fascino ad averla colpita ma.. un banale incantesimo!
"Kristine, so dell'incantesimo e delle sue conseguenze. Ho vagato giorni e notti dalla sera del nostro incontro, cercando di dedicarmi al mio lavoro con la consueta dedizione, ma il pensiero di te diventava ferocemente ossessivo di giorno in giorno ed io dovevo sapere. Quasi subito, tornando in queste terre di Arcano, ho saputo del sortilegio che aveva colpito una giovane ed irruente amazzone condannata ad un sogno fittizio di amore ed ho appreso che mi avevi cercato."
L'afa aveva raggiunto livelli intollerabili, Kristine si concesse di guardare il profilo dell'uomo che parlava guardando lontano.
Aveva tolto, in segno di rispetto, il mantello e la casacca neri, parte della divisa cui aveva giurato fedeltà.
Tra le spalle perfettamente allineate Kristine aveva notato il delicato disegno di due ali, tatuate con tale precisione da sembrare vere.
*Già, proprio un angelo... ma non per me.* pensò la donna amaramente.
"Perché sei tornato, Jon? Voglio dire... io ti cercavo perché ho trovato il modo di eliminare il sortilegio, ma.. tu perché hai cercato me?"
"Tra i miei difetti non è scritta la vigliaccheria, non mi appartiene. E tu avevi ogni buon motivo di pensare di me come ad uno dei più codardi uomini che avessi incontrato. Non è così. Quando si è impegnati con un giuramento di fedeltà... e si ha l'avventura di incontrare una donna come te... si hanno solo due possibilità: essere molto stolti oppure essere molto savi. Entrambe le strade portano comunque alla fuga. Quale futuro poteva esserci nella clandestinità di appuntamenti rubati in riva ad un ruscello.? Starti accanto sapendo che non avrei mai potuto darti nulla di quanto una donna invece meriti. Ma non ho saputo resistere alla tentazione di vederti ancora una sola volta. Ed è stato così che ho saputo dell'incantesimo: a quel punto non potevo defilarmi ancora. Sapere dove abitavi non è stato difficile e... eccomi qui."


TABARAS

Tabaras era inquieto, decisamente inquieto.
Studiando con attenzione le combinazioni degli astri aveva riconosciuto nella notte seguente quella propizia per il rituale, ma non era ancora stata trovata traccia del misterioso guerriero nero, la prossima congiunzione favorevole si sarebbe presentata solo otto mesi più tardi.
Si chinò ancora una volta ad esaminare le trame del complesso incantesimo che avrebbe dovuto fornirgli delle indicazioni utili per rintracciare il guardiano della notte e per l'ennesima volta si maledisse per non aver pensato di raccogliere almeno un suo capello abbandonato sull'erba in quell'unica occasione in cui aveva avuto modo di vederlo.
Sobbalzò udendo qualcuno bussare alla sua porta, si diresse ad aprire e sulla soglia apparve Kristine, i capelli leggermente arruffati, le gote rosse e il fiatone indicavano che aveva corso a più non posso per arrivare da lui.
Tab sbirciò fuori dalla porta e il sudore che copriva la groppa del cavallo legato di fronte a casa sua confermò la sua tesi.
"E' stato da me questa notte... si farà trovare al ruscello stasera... vedete di fare il vostro dovere... non sopporto di sentirmi così" disse tra un respiro e l'altro l'amazzone.
Tabaras ci mise qualche attimo prima di realizzare il significato di quelle parole poi corse allo scrittoio e stilò due brevi messaggi, uno per la propria amata e uno per la strega suprema: dovevano prepararsi subito, non c'era tempo da perdere.
Affidò i messaggi a due piccioni e tornò verso la porta per far accomodare Kristine, ma dell'amazzone non c'era più traccia.
Giunse la sera.
Come spinti da un richiamo irresistibile Garwen, Deoris, Kristine, Jon (questo era il nome del guardiano della notte) e Tabaras si presentarono sul luogo dell'appuntamento immediatamente dopo il tramonto.
Con la prontezza che si addice a chi ha provato per molte volte la stessa azione Deoris e Tabaras si dedicarono ai rispettivi compiti atti ad evocare la Luna dell'Illusione, Gar invece si mise a pregare Farahir sprofondando entro breve in un trance profondo.
Jon si avvicinò prontamente a quello che sarebbe stato il nido d'amore per quella notte e vi distese il proprio mantello, Kristine invece sembrava estremamente combattuta: stava ancora provando a resistere agli effetti del sortilegio, la forza di volontà di quella donna era straordinaria.
Proprio mentre lui sedendosi sul mantello invitava l'amazzone a raggiungerlo la Luna dell'Illusione sorse grande e piena, ma non bianca come Tabaras l'aveva immaginata, bensi di un colore rossastro. Subito il mago temette che l'incantesimo fosse fallito e che qualcosa fosse andato storto, ma quando Kristine colpì in viso Jon il mago comprese, la luna era rossa perché rifletteva l'amarezza e la frustrazione di Kristine.
Mentre i due amanti lottavano in maniera a volte furibonda Kristine versava calde lacrime di odio per quell'uomo che l'aveva posseduta, rabbia per non essere riuscita a resistergli, frustrazione per la sua fuga, ma anche di amore, quell'amore suscitatole in petto da un insidioso incantesimo.
La notte proseguì tra combattimenti furibondi e baci appassionati, tra urla di rabbia e di piacere.
Man mano che Kristine sfogava la propria ira e il proprio risentimento l'amore sembrava prendere il sopravvento: le lotte divenivano più brevi e sporadiche ed i momenti d'amore più lunghi ed intensi.
La Luna dell'Illusione cominciò a schiarirsi finchè dopo 24 ore esatte fu candida e brillante come Tabaras l'aveva immaginata.
Kristine era spossata sia fisicamente che mentalmente, quella per lei era stata una notte meravigliosa e terribile allo stesso tempo... crollò addormentata nel preciso istante in cui la Luna tramontò, Jon anch'egli visibilmente provato venne raggiunto da Tabaras che gli porse una boccetta contenente un liquido denso e scuro.
"Bevilo e sparisci, è un tonico che ti fornirà l'energia necessaria per raggiungere la tua fortezza prima che il gallo canti, credo che non sia opportuno che quando lei si sveglierà ti trovi qui"
Con un cenno d'assenso il guardiano della notte scomparve nel sottobosco dopo aver recuperato il proprio mantello ed i propri indumenti.
Gar era ancora in trance quando Tab la raggiunse, ma stava riprendendo colore e un sorriso sereno illuminava il suo volto, quando si fu ripresa del tutto abbraccio il suo amato e con lui si distese sull'erba a riposare.
Anche Deoris dormì.
Riposarono serenamente per recuperare le energie spese in quella notte che era parsa eterna e nessuno dei quattro udì il gallo cantare quel giorno.
 


 

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