Paradisea
sconfigge Acer
Ero giunta in semifinale, il mio
prossimo duello sarebbe stato con Acer, un'amazzone fiera e combattiva
già da piccola.
La conoscevo bene, ma come amica e non l'avevo mai vista in battaglia,
ma sempre di ritorno da un duello ...
Finora mi era andata bene nei combattimenti, ma questa volta mi sentivo
strana, chiamatele percezioni, chiamatele in altro modo ma per me era
paura bella e buona.
Arrivò il giorno del duello, l'arena era piena di hammer, nessuno
mancava all'appello; forse qualcuno si, coloro che erano partiti per le
terre dell'unione o coloro che erano periti nelle battaglie e che a
tutti noi sarebbero sempre mancati, ma sarebbero rimasti nei nostri
cuori fino alla fine dei nostri giorni.
Come al solito Abigor aveva messo due prove: la prima era il
combattimento con una mazza ferrata e scudo mentre per la seconda aveva
scelto la daga, una specie di pugnale ma di diversa fattura.
"Siete pronte per il primo scontro?" chiese Abigor, guardando negli
occhi prima Acer e poi rivolgendo lo sguardo verso di me, come per
augurarmi buona fortuna...
"Siamo pronte!" rispondemmo in coro io ed Acer, senza batter ciglio e
mettendoci in posizione una di fronte all'altra.
"Bene, che il Kombat abbia inizio!" sentenziò Abigor.
Rimanemmo per qualche istante ferme nelle nostre posizioni di difesa,
aspettando la mossa dell'altra, ma forse avevamo avuto la stessa idea e
nessuna delle due voleva scagliarsi per prima sull'avversaria; ad un
tratto si sentì un grido di battaglia, era Acer che si lanciava contro
di me gridando come un'ossessa il grido di battaglia delle amazzoni.
Io mi tenevo in difesa a gambe larghe e con i piedi ben saldi al
terreno, nel braccio sinistro tenevo lo scudo, al destro l'avambraccio
di protezione e la mazza, lo scudo in avanti a proteggermi dall'attacco
che avrei accusato di lì a poco.
Stessa cosa per Acer solo che lei era in attacco, la sua mazza rivolta
in alto per darsi potenza nel momento in cui mi avrebbe colpito e
correva verso di me.
Si scagliò contro di me con tutta la sua forza, ma il colpo andò ad
imprimersi sul mio scudo senza causarmi nessun danno fisico.
Prima che potesse rialzare la mazza per prendere altra forza, attaccai
io; mentre mi ero parata con lo scudo avevo già pronta la mazza da
dietro, quindi mi allargai con il braccio sinistro e facendomi forza con
il destro spinsi la mazza in avanti come un ariete contro un muro.
Acer accusò il colpo sullo scudo ma non aspettandosi un colpo da quella
posizione arretrò di qualche passo spingendoselo a se.
"Bene! Vedo che la forza non ti manca" mi disse.
Io le risposi: "Con tutti questi duelli mi sa che la prossima volta che
rinasco faccio l'amazzone o il guerriero" accennando un sorriso.
Il duello con la mazza durò un po', tra botte e risposte, accusi e
difese, entrambe non cedevamo; dopo una mezz'ora si fece sentire la
stanchezza e i colpi da entrambe le parti si facevano meno efficaci.
Acer era abituata alle spade o agli archi ed io al massimo alla mia
spada kimshara; eravamo l'una di fronte all'altra, tenevamo a mala pena
la mazza in alto e ci paravamo con gli scudi ormai troppo ammaccati per
difenderci.
Vedendo che ci stavamo sfinendo e che il duello non avrebbe avuto una
vincitrice in quella prova ci guardammo negli occhi e ci parlammo.
"Acer, senti... le prove sono due, al limite questa la facciamo patta e
la prossima decreterà la vincitrice!" dissi io.
Lei mi guardò storto e mi disse: "Un'amazzone non si arrende così
facilmente! Possiamo combattere fino alla fine delle nostre energie,
fino alla morte ma non ci arrenderemo mai!"
"Acer amica mia, guardami e guardati! Non abbiamo il fiato nemmeno per
far muovere una pagliuzza e pensi che riusciremmo a vincere questa prima
prova!"
"No mai! Un'amazzone deve combattere fino alla fine!" le sue ultime
parole..
Vedendo che non voleva cedere decisi di attaccare subito con le ultime
forze rimaste, corsi verso di lei con la mazza in alto, lei aveva lo
scudo in avanti a protezione, era ben bilanciata, con i piedi aspettava
il colpo e non si sarebbe fatta prendere in difesa.
Giunta su di lei lanciai il colpo con tutta la forza rimasta tale da
farle spaccare i finimenti che le tenevano saldo al suo braccio lo scudo
e prendendole il braccio sinistro di striscio la ferii in maniera
leggera.
Con la mano sinistra afferrai la sua mazza quasi vicino alla sua mano,
sapevo che non era una mossa buona visto che lo scudo in quel caso non
mi avrebbe potuto proteggere ma sapevo cosa stavo facendo; tenevo la sua
mazza e lei faceva con la mia la stessa cosa ma prima che potesse
scaraventarmi a terra misi la mia mano sulla sua e mentre con il palmo
facevo forza sul legno della sua mazza con le unghie affilate entravo
nella sua carne: era l'unico punto dove poter infilare le unghie visto
che il braccio era protetto.
Acer soffriva ma non lasciava la presa, io premevo ancora più forte fino
a farle uscire il sangue dalla sua mano e appena ebbi modo le pestai un
piede.
Lei non lasciava la presa ma sentii che la sua forza era diminuita di
poco per il dolore, così le tolsi la presa dalla mia mazza muovendola
verso l'esterno e la gettai a terra e successivamente con l'avambraccio
la colpii sul mento.
Essendo stordita non ebbe modo di reagire subito, e finalmente con le
due mani le torsi la presa dalla sua mazza gettandola il più lontano
possibile.
"Questa è patta!" gridai verso Abigor.
Acer mi guardava stranamente, toccandosi il mento; io la guardavo ma
sapevo che avevo fatto la miglior cosa in quel momento, e aspettai solo
che Abigor confermasse le mie parole.
"La prima prova è patta!" disse Abigor guardandomi anche lui con uno
sguardo strano, poi aggiunse:
"Dieci minuti per riprendervi e poi l'ultima prova, quella decisiva".
In quei dieci minuti ci riprendemmo di poco, ma aver recuperato un po'
di forze sarebbe stato buono per entrambe.
Scaduto il tempo ci mettemmo di nuovo al centro dell'arena e questa
volta con le daghe in bella vista.
La daga è un pugnale di fattura diversa, il mio aveva l'impugnatura
fatta con cuoio e delle alette a forma di pipistrello, mentre la lama
era tutta ondulata, il tipico pugnale di una strega; invece quella di
Acer era da guerra, lama liscia mentre l'impugnatura era lavorata e
impreziosita da una pietra rossa.
"Che la prova con la daga abbia inizio" disse Abigor guardandoci e poi
allontanandosi dal centro del campo per darci spazio nei movimenti.
Mi misi in difesa con la schiena un po' piegata e facendo passi verso la
mia sinistra guardavo sempre Acer; altrettanto faceva lei, ci stavamo
studiando per trovare il punto migliore per attaccare.
La mia avversaria aveva solo l'avambraccio, la ginocchiera e la sua
divisa d'amazzone in pelle; questo mi sarebbe stato utile se volevo
attaccarla al corpo.
Io invece avevo la maglia di ferro con l'avambraccio e la stinchiera; i
miei punti deboli erano le gambe e il braccio sinistro, per questo
motivo dovevo stare attenta ai suoi attacchi se andavano dall'alto al
basso o se erano rivolti alla mia sinistra.
Mi muovevo come una pantera con passo lento e sguardo attento, la mia
avversaria sembrava un lupo con il dente pronto ad essere infilato nella
mia carne; cane e gatto si scontravano, l'uno avrebbe vinto sull'altro
ma tutto bisognava ancora stabilire, il destino poteva essere strano a
volte.
Vidi Acer che mi attaccava ed aspettai l'ultimo secondo per scansarmi,
vedendo che era andata a vuoto si girò di scatto e con la daga mi ferì
il braccio sinistro, mentre il mio corpo era protetto dalla maglia e per
questo motivo non accusai più di tanto il colpo.
Alla sua azione saltai all'indietro, mi mossi come un felino, lei sempre
davanti a me con la daga in bella vista che muoveva a destra e sinistra;
non sapevo cosa fare e dove attaccare, in quella posizione mi era
difficile prenderla di sorpresa e mi sentii strana... forse le mie paure
si stavano realizzando, forse quell'incontro lo avrei perso ...
Con tutti quei pensieri non riuscivo a guardare il mio obiettivo e non
capivo che lei si stava realmente comportando come un lupo mentre io mi
sentivo come una gattina.
Ragionando su questa cosa, vidi tutto più facile d'affrontare, mi
immedesimai nella pantera con tutto il mio corpo e il pensiero, impugnai
la daga con la lama rivolta verso il basso e incominciai a girare
intorno alla mia avversaria verso destra, lasciando visibile il braccio
sinistro.
Acer girava su se stessa sempre con la daga davanti a sè aspettando una
mia mossa; le avevo messo davanti agli occhi il mio punto debole, ora
bisognava vedere se lo attaccava.
Dopo un po' di giri in tondo Acer, forse la stanchezza di non fare nulla
o forse il fatto di avere il colpo assicurato, la mia avversaria cercò
di affondare la lama della sua daga sul mio braccio sinistro; vedendo il
suo scatto in avanti feci una lieve torsione del busto girandomi di
sbieco verso il basso e colpii Acer allo stomaco, la sua divisa di pelle
non l'aveva protetta.
Lei cadde in avanti, inginocchiandosi e mettendosi una mano sulla
ferita, io mi rialzai quasi subito e mi misi dietro a lei puntandole la
daga al collo e con il braccio sinistro che misi a modo di abbracciarla
che le teneva le braccia ferme.
"Il secondo duello è finito! La strega Paradisea ha vinto!" disse Abigor
senza aggiungere altro.
Sentendo che avevo vinto lasciai la presa e alzandomi presi la mano di
Acer e successivamente le diedi un composto per fermare il sangue e
rimarginare le ferite.
Ritornai a casa felice, non per aver vinto, o forse anche per quello ma
soprattutto perchè in quel periodo Abigor curava le mie ferite
amorevolmente e la notte era sempre vicino a me per difendermi.
Solo a casa mi ritornò in mente la mia sensazione di paura e solo allora
capii cosa stava a significare...
"Aver paura non vuol dire essere vigliacchi. Chi conosce le proprie
debolezze e le usa a suo vantaggio o convive con esse può vincere una
guerra"...
Paradisea
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