bordo_op.gif (351 byte)

Isabeau sconfigge Acer

 

Ed ero giunta al mio secondo combattimento: questa volta la mia avversaria era Acer.
Acer era un'Amazzone come me, la stimavo moltissimo e in più di un'occasione avevo potuto parlarle in Taverna.
La sapevo nobile e leale, e non dubitavo che nel nostro incontro si sarebbe comportata secondo queste caratteristiche.
La mattina della sfida, alla porta del mio alloggio bussò Achel, la mia "Sorella" più vicina.
Le dissi: <Buongiorno, hai dormito bene?>
<Sì, cioè no... Oh Isa!> gridò con disperazione.
<Ehi! E' questo il comportamento di una Zaira?> la fissai con un'espressione severa negli occhi.
<No certo, ma tu...>
<Io sto andando ad un torneo. Già che ci sei, prendi Noirenne, io monterò Naiget.>
<Come vuoi.>
Ci recammo dunque nel luogo dell'incontro.
Le sorrisi e la lasciai andar prendere posto fra il pubblico.
Dopo vidi Acer; anche lei sorrideva sicura di sè, a suo marito, Helky, Comandante dei Guerrieri di Gams.
In platea vedevo alcuni membri della mia squadra, la Rossa: Madras Kristal, il mio Comandante Shadow e il Comandante Berserk mi onoravano della loro presenza.
Il mio falco strideva in cielo: <Buongiorno pennuto!> lo salutai nella mente.
E alla fine anche io e Acer ci salutammo: <Buongiorno Sorella di Gana.>
<Salute a te, Amazzone di Zaira.>
Dopo però non resistemmo e, bandite le formalità, facemmo un gesto che lasciò molti di stucco: ci abbracciammo e sentii che mi sussurrava: <Buona fortuna Isa.>
<Anche a te Acer. Vinca la migliore.>
Era ora di iniziare a combattere: Naiget era irrequieta quel giorno, lo avevo già notato; per tranquillizzarla le accarezzai la criniera con dolcezza e, almeno in apparenza, si calmò.
Le montai in groppa; mi assicurai che la sella e le staffe fossero perfettamente a posto e la mia posizione con esse.
Impugnai l'alabarda con una sicurezza che in realtà non avevo; non mi era sconosciuta la forza d'animo, oltre che fisica, della mia amica, ora mia avversaria.
Ci lanciammo la prima volta e fu un nulla di fatto; dopo un attimo di sosta riprovammo e nulla successe.
Tutti stavano in un silenzio quasi religioso, quando partimmo per la terza tornata.
Il cavallo di Acer, in un impeto, scartò, facendole così perdere la mira; non volli avvantaggiarmi di questo incidente e non tentai di colpirla.
Dalla platea si levò un urlo di voce possente: <Ma Isabeau! Cosa diavolo fai? Dovevi colpirla adesso!> Era Berserk.
<Faccio solo ciò che è onesto, diavolo.> gli dissi nella mente; sapevo che poteva sentirmi.
<Non vi capirò mai voi uomini, e voi donne, soprattutto!>
Gli indirizzai un sorriso irriverente e tornai a concentrarmi.
Provammo altre quattro volte a cercare di sbilanciarci, ma non successe nulla; all'ottava tornata fu Naiget ad agitarsi: s'impennò e sarei certamente caduta se, in un lampo, non mi fossi sfilata dai piedi le staffe e, con grazia simile a quella di una gitana dell'unione, non fossi atterrata perfettamente in piedi.
Ma questo m'indusse a chiedermi se, così facendo, non avessi perduto la prova.
Guardai muta il giudice che, dopo un attimo di silenzio, mi disse: <Hai un altro cavallo? Uno tuo? Non sarebbe ammesso, ma, vista la tua precedente cortesia, non credo che la tua avversaria ti rifiuti questa specie di vantaggio.>
Acer fece segno di no con la testa.
<Sì, lo ho.>
Achel di corsa mi portò Noirenne e lessi nei suoi occhi tutta la paura di perdermi; scossi la testa e dolcemente le dissi: <Non serve a nulla spaventarsi, sanno gli Dei cosa succederà. Ma Acer è un'Amazzone, ricordati questo. Ora và, và via di qua, riporta Naiget a casa.>
La volevo allontanare perchè, se avessi perduto la vita, non so cosa avrebbe poi fatto ed era meglio che non ci fosse.
Montai dunque in sella al mio cavallo nero e partii per la nona tornata che, come le precedenti, andò a vuoto.
Mancava l'ultima e in un attimo, prima di ripartire mi dissi: <Non ho un'altra occasione, o adesso, o mai più!>
E mi lanciai al galoppo, fidandomi ciecamente del mio cavallo oltre che della mia forza e della mia precisione.
E avvenne: la colpii alla spalla con l'alabarda e, perdendo l'equilibrio, Acer cadde.
Scesi da cavallo e con gli occhi, in quell'attimo di pausa, cercavo di trovare la figura di Achel; per mia fortuna mi aveva obbedita e se n'era andata.
Ora veniva la parte più dura da affrontare fisicamente: la prova del mazzafrusto.
Non misi la cotta di maglia, perchè la sapevo non troppo idonea a combattimenti con armi da botta, e così mi infilai solo le stinchiere; già il fatto di non avere armatura era uno svantaggio terribile, ma era il mio primo torneo, non potevo sapere; dalle leggende si apprendono gesta eroiche, non quelle di comuni guerriere e guerrieri.
Comunque il mio scudo era a mandorla, convesso al capo con i margini arcuati.
Vidi invece che la mia avversaria, molto più esperta di me, indossava delle ginocchiere; un cannone antibraccio e un elmo da cavaliere che le lasciava scoperto il viso.
Il suo scudo era rotondo, con delle semplici borchie.
Come la volta precedente, mi ero ripromessa di morire se non avessi vinto, o, se proprio non fossi riuscita a togliermi la vita, di abbandonare il corpo delle Amazzoni di Zaira e tornare nei boschi.
Impugnammo i mazzafrusti e, al contatto con la pelle del manico, ebbi la visione dell'animale a cui probabilmente era appartenuta...
Ne presi tutte le qualità positive e le assorbii in me; poi Madre Terra e il Sole mi concessero la loro benevolenza, o almeno così mi parve.
Vidi le tre palle all'estremità ciondolare; era un'Amazzone anche lei e, come tutte noi, si trovava più a suo agio con spade e pugnali che con le asce o i mazzafrusti; tuttavia sapevo che aveva studiato ogni tipo di arma e molti segni...
No, sarebbe stato un errore troppo stupido sottovalutarla.
Cominciò lei: fece saettare le palle borchiate in maniera pericolosa... Molto pericolosa...
Grazie alla mia agilità riuscii a saltare indietro prima che potesse colpirmi.
Appena mi trovai al sicuro contrattaccai: le catene delle nostre armi si attorcigliarono e dovemmo tirarle indietro per riprenderci ognuna la nostra.
Eravamo Amazzoni, amiche, simili anche nell'aspetto fisico; intensi i nostri occhi, d'oro i nostri capelli; alte, slanciate, fiere e combattive.
E avevamo un passato di dolore alle spalle; cercavamo entrambe una famiglia...
Per questo non riuscivo a trovare la forza di colpirla, la sentivo affine alla mia anima e se le avessi fatto del male, ne avrei fatto un po' anche a me.
Questo diceva una parte della mia coscienza; l'altra invece, ribatteva: <Sciocca e stolta! I sentimentalismi lasciali da parte! Tu devi vincere, a qualunque costo, perchè, se non lo fai, sai benissimo cosa ti aspetta... L'hai promesso e lo farai... O la morte o l'esilio dalla Kioskas!>
Ma nonostante questo, non volevo saperne.
Mi limitavo a parare i colpi e a non attaccare mai.
Acer stava piano piano approfittando di quella situazione di debolezza e mi costringeva a indietreggiare sempre più...
Fino a che un potente schiaffo, datomi da una mano invisibile, non mi fece tornare al qui e ora con tutti i sensi, mente compresa.
Un urlo di guerra di una voce che riconobbi solo dopo mi disse: <Non sei degna di far parte delle
Amazzoni di questa terra! Meriteresti di morire per mano della mia frusta!>
Fu come se il tempo si fermasse...
Era Anùdun... la maestra di scrima della tribù dei Calò del Principe d'Egitto...
Una vecchia storia dell'Unione fatta di amore, passione, intrighi, odio...
Basta! Richiamai a me le energie che prima avevo accumulato dentro di me ed esplosero fuori, frammiste a tutte le mie emozioni contrastanti e ai dialoghi della mia coscienza in tumulto.
Nuova forza animò le mie braccia prima fiacche...
Balzo dopo balzo tornai avanti; ora era Acer ad indietreggiare.
Mirai un colpo sfruttando la forza di gravità e lo scudo di Acer si ruppe.
Lei lo buttò lontano da sè e impugnò il mazzafrusto con entrambe le mani.
Lo spirito della guerra mi aveva presa...
I miei occhi da azzurri erano diventati quasi vitrei, era anche la forza di quell'animale...
Avevo fatto come gli antichi shamani di quello che nell'Unione chiamano Nord America....
I minuti, le ore... Erano passate senza che io me ne rendessi conto; nulla aveva importanza, c'eravamo solo io, Acer e le nostre armi.
Avevo notato che il suo ginocchio sinistro non era sicuro come l'altro nei movimenti.
<Lì devo colpire!> Mi dissi.
Lei diresse una botta al mio viso, scoperto, vulnerabile; io fulmineamente mi abbassai e con tutta la forza che avevo la colpii appunto al ginocchio sinistro.
Un suo urlo di dolore squarciò l'aria e le mie orecchie, facendomi perdere tutta la concentrazione.
Ora la belva era lei: non si curava più della logica dei fendenti, le bastava avventarmisi contro.
E una volta riuscì a colpirmi la spalla di striscio; sia io che il falco emettemmo all'unisoro un grido.
Poi però, il ginocchio le cedette e si piegò, dandomi l'occasione di colpirla sulla testa.
Nonostante ci fosse sempre quella parte di me che rifiutava di farlo, lo feci ugualmente, ma non troppo forte.
L'elmo le si ruppe e il colpo arrivò anche alla testa, che sanguinò e la fece svenire.
<Isabeau, Amazzone di Zaira, la vittoria contro Acer, Amazzone di Gana, è tua.>
Chinai il capo, gettai a terra il mazzafrusto, mi tolsi le ginocchiere e corsi a cercare Noirenne; il tutto nel più breve tempo possibile.
Helky, però, subito si avventò su sua moglie e incontrò il mio sguardo: <Sai benissimo anche tu quanto mi è costato farlo, vero?>
<Sì Isabeau, non ce l'ho con te... e poi la guarirò in fretta, non ti preoccupare.>
Sorrisi. <Grazie.>
E glielo dissi da Amazzone, da amica di sua moglie, per qualcosa che apparteneva solo a noi, al nostro Spirito di corpo protettrice di Nimira.
Cercai il mio falco caduto, lo presi, gli fasciai la ferita e velocemente mi dileguai senza salutare nessuno.
Mi avrebbero sicuramente capita.
Mentre ero sulla strada del ritorno, trovai Achel sorridente e piangente allo stesso tempo, mi abbracciò con calore: <Ce l'hai fatta!>
<Sì Achel, ho vinto.>
Anche questa volta, come dopo lo scontro con Diablo, trovai il famoso biglietto non firmato con le stesse identiche parole, ma non riuscii a capire chi fosse: <Tu non puoi perdere, tornerai a casa.>
Con quell'enigma in testa mi addormentai stanca nel mio giaciglio, dormendo il riposo della quiete nella braccia del Sole, nell'amore della Luna.



Isabeau

Cerca nella Biblioteca

bordo_op.gif (351 byte)