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Acer sconfigge Isabeau

 

Quando il sole in alto è padrone
Si svegliano allora le ricche matrone,
Quando la luna è alta nel cielo
S'alzan le ninfe coperte da velo,
Ma quando il momento è tra quest'astro e quello non definito
Tocca al guerriero muovere dito.

Ripetendo ciò mi avviai al torneo, con la pace nel cuore e la mente pronta.
Giunsi, come ormai è abitudine, presto ed in silenzio, come un ombra che dall'oscurità vuol fuggire per vedere come va il mondo che la circonda,spavalda e fiera, tale ero io.
Ero appena arrivata, che giunse Isabeau, lamia cara amica, e mio avversario per quelle ore di sudore in cui il sole mattiniero sarebbe stato testimone.
"Salve Acer, amica mia!" mi salutò con la gioia così pura e serena come quella d'un bimbo.
"Isa, compagna!" le strinsi una spalla, in un sorriso abbozzato appena.
Ci preparammo, ognuno con le proprie armi, con le proprie difese.
Avevo deciso di togliere il mio elmo da cavaliere, troppo pesante, ma i paramenti dell'avambraccio, realizzati in ferro e firmati "Relias" in un angolo, forse, il nome del fabbro o del guerriero che li aveva portati, erano gli stessi dell'incontro contro Berserk così come le ginocchiere, che mi permettevano di scivolare e cadere a terra senza danni al mio punto debole da sempre.
Lasciai Isabeau a sistemare la sua armatura e mi avvicinai al luogo dove i cavalli erano stati legati, in attesa di iniziare la prima prova.
Accarezzai il mio destriero, che, al lieve ma sicuro tocco della mia mano fece un leggero sbuffo quasi a rimproverarmi: "Hai visto contro chi devi combattere? Hai visto?"
Era una bestia molto particolare.
L'avevo catturato una notte di luna, nelle terre selvagge a nord-ovest del fiume, era nero con la criniera scura anch'essa ed una riga bianca sul muso che pareva la cicatrice ancor fresca di una furente battaglia.
Non aveva nome ed io non avevo mai avuto bisogno di chiamarlo.
Riconosceva il mio odore e la mia voce, il tocco anche nella notte più nera, riconosceva la paura e quando cavalcavamo non c'era bisogno di ordini, i pensieri erano uniti in un filo impossibile da spezzare.
Non aveva sella e mai l'avevo montata; cavalcavo senza e solo le briglie le legavo a malincuore perché mi risultavano indispensabili.
Il fatto di non portar sella comportava molti vantaggi e pochi svantaggi: anzitutto accelerava la cavalcata e non creava impicci ed in secondo luogo l'animale non si sentiva oppresso ma più libero, in comunione con il padrone e con il suo spirito.
Slegai le briglie e lo portai dove stava l'amazzone.
Lei corse a recuperare il cavallo, poi salimmo.
"Stai attenta amica mia!" disse sorridendo come sempre.
"Impegnati a fondo Isa!" le risposi, girando il mio cavallo verso Abigor, che giungeva a piedi, silenzioso. Come ci vide, pronte e ritte sulle cavalcature, si fermò e cominciò a spiegare:
"Bene, oggi ci sarà il combattimento tra Isabeau e Acer, vinca la migliore. Come prima prova combattimento a cavallo con alabarda, forza, posizionatevi ognuna nella propria corsia; ricordo che le tornate potranno essere al massimo 10, avanti!" e così facemmo, senza discutere.
Mi avvicinai al trotto al muro, per raccogliere la mia arma, appoggiata lì come una guardia che aspetta il suo turno, come un misterioso viaggiatore nell'angolo di una taverna.
Guardai l'arma che serravo in pugno.
Era un bastone legnoso, alto circa come una persona, che in cima, unito da una gorbia, aveva il terribile ferro.
Sul lato destro dell'alabarda c'era un fendente lunato e dall'altra una punta a forma di becco di falco, che pareva micidiale nell'immobilità e rigidità del metallo lucente.
Il tutto era sormontato da uno spuntone quadrangolare, senza un'imperfezione.
Sentivo tutta la sua forza crescere in me e quasi sopraffarmi.
"Via!" urlò Abigor ed i due cavalli partirono assieme, veloci e decisi.
Con una mano serravo le redini e con l'alta l'alabarda, circa a metà asta.
Man mano che mi avvicinavo al muro che ci divideva, vedevo il mio avversario lasciare la forma di amica ed amazzone, per prendere quella di un ribelle o peggio ancora di un nemico indefinito che mi fece rabbia e tormento, liberando in me frustrazione.
Sbagliai le prime tre tornate, accecata dal un'ira funesta che non mi lasciava ragionare.
Il mio avversario quasi riuscì a farmi sbalzare ma la mia cavalcatura riuscì a spostarsi velocemente.
Alla quarta tornata, mentre mi stavo avvicinando, notai che Isabeau lasciava scoperta la spalla destra quando combatteva, poiché cercava sempre di vibrare il colpo verso sinistra.
Il problema ora era riuscire a rallentare il galoppo proprio nell'istante voluto, senza sbalzi, in modo da poter colpire con precisione perfetta.
Sbagliammo entrambe la quarta tornata, e decisi di provare a fare qualcosa.
Quando giunsi a distanza esatta, tirai le redini per rallentare e portarmi sulla destra ma il destriero si trovò del tutto spiazzato poiché era solito voltare a sinistra, così per questa indecisione l'alabarda dell'avversario, con un mirato fendente, mi ferì il fianco sinistro.
Dovevo trovare un modo, ed in fretta anche, se non volevo far finire in parità la prova, o peggio, con una distrazione, finire a terra.
Alla sesta e settima tornata guardai meglio il cavallo di Isabeau, per scorgere il momento in cui era pronto per girare, l'istante dopo che il suo cavaliere aveva sferrato il colpo, era quello il mio momento ma come fermare l'indomita cavalcatura?
Come farla far scivolare come su lastra di ghiaccio?
Scivolare? Ma certo!
Ricordai all'ottava tornata di quando avevo con il mio cavallo attraversato le montagne franate, a nord, quell'andatura scivolata utilizzata sulla frana, che portava stabilità, ideale per tirare con l'arco o il giavellotto, senza scosse e con velocità regolare, quella doveva essere la mia andatura!
Era la nona tornata, mancavano solo due alla fine ma io non potevo aspettare la decima, o mi sarebbe riuscita questa o sarei caduta, già lo sentivo dentro, e quando un guerriero sente queste cose nella testa e nella pelle allora si, si avverano.
Partimmo entrambe al galoppo, veloci ed io rabbiosa, perché avanti a me non s'avvicinava l'amazzone ma bensì quella creatura che tanto odiavo senza ragione, forse era un'ombra del passato.
Isabeau colpì il paramento dell'avambraccio sinistro, che avevo portato avanti al fianco per proteggerlo da altri attacchi, il suo cavallo si preparò a girare e lei rilassò il braccio, proprio come avevo immaginato la spalla rimase scoperta.
Ora!
Sapevo come si sarebbe conclusa, non avevo bisogno di guardare; il braccio era scattato a mio ordine, l'alabarda aveva sussurrato nel vento e poi si era fermata, si era fermata.
La lasciai e sentii un tonfo per terra.
Abbandonai la cavalcatura e superai il muro, Isa era lì, distesa, con l'alabarda accanto, quasi a giacere con lei esausta.
Si toccava la spalla, nel punto studiato, nel punto perfetto e da me studiato.
"Come stai sorella?"
"Tutto bene Acer!"
Era bello vederla sorridere anche se sapevo che non stava tanto bene come diceva..
Era fiera e coraggiosa, la cosa mi piaceva, mai e poi mai l'avrei sottovalutata.
Le porsi una mano, lei l'afferrò e si alzò, scrollandosi la polvere di dosso.
Controllammo le ferite, superficiali, ci attendeva la seconda prova e nessuno voleva mollare.
"Isabeau, amazzone, avanti, ancora una prova ci aspetta e stavolta potrebbe andarti peggio!"
lo dissi per farla reagire, anche se nel profondo del cuore ero triste a dover ancora combattere contro di lei, mia cara amica.
Ci allontanammo per raccogliere la seconda arma.
Abbandonai l'alabarda ed il cavallo alle cure di Sagitta, che avevo pregato di venire per prendere le cavalcature e condurle alla scuderia per farle riposare.
Accarezzai il muso nero e la lancia di legno, sussurrando: "Bravi i miei tesori, siete stati abili e vi meritate riposo"
Poi mi girai e raccolsi da un angolo quell'arma che mi dava tanti timori, arma terribile e cattiva, con un animo nero e cruento, il mazzafrusto.
Aveva un manico di legno lucidato, con una pezza di stoffa che avevo legato nel mezzo in modo che il sudore non potesse levarmelo dalla mano, anche se la catenella da polso lo legava abbastanza bene e lo assicurava al mio braccio.
Le frange di cuoio e stoffa ricadevano come petali appassiti di un grande fiore, sull'estremità superiore del manico, ma questa corolla corteggiava tre catene che terminavano in pesi irti di punte minacciose. Il problema di quest'arma, a parte il peso, era la capacità di gestire le tre "teste" che sembravano aver loro vita e voler decidere per conto proprio, come un'idra.
Possedevo lo scudo tondo gemello di quello distrutto nella prima sessione del torneo, semplice e rotondo, proteggeva solo una parte del busto e veniva tenuto con una manopola unica, trasversale.
"Seconda prova, combattimento a terra con mazzafrusto e scudo, vinca la migliore!"
Così iniziò.
Credetti però che Isa non fosse abbastanza forte da maneggiare quell'arma.
Dopo pochi sicuri movimenti che la fecero ritrarre dietro il suo scudo, capii la sua astuzia, portando un attacco a destra, mente io a sinistra tenevo lo scudo e mi trovai del tutto sperduta.
Una delle teste mi prese di striscio ferendomi con uno squarcio diretto la guancia.
Il sangue scese copiosamente ma non ebbi tempo di fermarlo con la mano o uno straccio che già l'amazzone attaccò ancora, più forte di prima ed io, per non rischiare di rimaner ferita, dovetti indietreggiare e difendermi dietro lo scudo.
Ma fu proprio tenendo la testa bassa che scorsi la via della salvezza.
Mi spostai a destra, e lei mi attaccò, mi spostai a sinistra e lei non mancò di lanciare le tre teste a mio inseguimento.
Con Berserk avevo fatto conto di utilizzare la mia astuzia contro la sua immane forza ma contro l'amazzone non potevo usare simili stratagemmi perché sicuramente li avrebbe respinti in tempo, conoscendomi bene.
Allora operai così. Mi impuntai di prendere di mira la sua spalla destra, già ferita nella prima prova e cercai in tutti i modi per fare in modo che Isabeau pensasse che quello era il mio obiettivo, cosa possibile poiché era divenuto il suo più grande punto debole.
Ad un tratto il vento si alzò, in una raffica che durò mezzo istante ma che a me servì come segno, come partenza.
Abbandonai lo scudo e con entrambe le mani ruotai il mazzafrusto verso le gambe di Isabeau.
Non la ferii ma le catene si legarono attorno ai suoi piedi.
Tirai con tutte le mie forze, facendola scivolare indietro ma senza riuscire, mia disdetta, a farla cadere. Possedeva un equilibrio invidiabile ma non mi avrebbe sconfitta, non così!
Lo scudo era ormai lasciato e non dovevo permetterle di infliggermi colpi, perché sarebbe stato a me fatale, forse addirittura sarei morta.
Mi portai con velocità dietro di lei ma non riuscii a sorprenderla, così mi dovetti scervellare ancora.
In poco tempo arrivai con le spalle ad un muro, avevo indietreggiato senza quasi accorgermene!
Questa volta sarebbe stata la fine davvero! Cosa dovevo fare?
Ma quando una volta hai provato
ed il trucco non ha funzionato,
riprova ancora che la sorpresa,
lascerà all'altro tutta la resa.
E così feci. Di nuovo mirai le gambe, ancora, con sforzo incredibile tirai e tirai finchè ad un tratto non sentii più resistenza.
Isabeau era caduta.
Mi portai avanti a lei e misi un piede sulla sua spalla sinistra, per non toccare la ferita che poteva farle male e premetti in modo che rimanesse a terra, mentre mi chinai a raccogliere il suo mazzafrusto abbandonato.
Finì la gara ed anche la seconda prova, senza tormenti era il mio cuore, senza rimorsi se non quello di aver vinto la prova con fortuna, ma a volte anche quella regola i conti.
"Isa, senti, mi è venuta fame! Che ne dici di andare in Taverna?" lei sorrise tenendosi la spalla che Abigor le aveva fasciato alla buona e mi sorrise.
Io le afferrai una mano e la strinsi:
"Sei sempre in gamba Isabeau, anche in combattimento non perdi la tua lealtà e la tua grazia, complimenti, sei stata un ottimo avversario!" i suoi occhi brillarono un secondo, poi mi girai verso il sole che pian calava e ci avviammo una accanto all'altra, ridendo e scherzando alla taverna, senza mezza parola al combattimento passato tranne che una, alla fine della giornata, quando uscimmo assieme per vedere il tramonto che poneva fine alla nostra giornata di lotte.
"Acer" mi disse "la prossima volta combatteremo spalla a spalla contro nemici di Arcano e dell'Imperatrice, vero amica mia?"
Io sospirai e risposi, guardando il cielo: "Anche le nuvole si combattono nel cielo, lassù, vedi? In una lotta copro a corpo che spesso non ha fine, non esiste rimedio ad uno scontro tra nuvole, tali siamo noi esseri umani"
Parve delusa ma io le sorrisi, continuando poi a rivolgermi alla cupola che tutto ricopre: "Ma a volte, per strano destino, due nuvole che si son combattute in furente battaglia ora riposano quiete e combattono assieme, tali siamo noi due"
Rimase per un attimo a pensare, poi annuì silenziosa, ed io risposi: "Così sia, sorella amazzone, così sia" mentre lenta tornavo a casa a piedi, e le ultime gocce di sangue sgorgavano da ormai antica ferita.


Acer

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