Licht
sconfigge Seya
Nella Kioskas di Ylea al centro
dell'arena dei Gladiatori eravamo in piedi io e Seya.
Tutto era pronto per il duello.
Nell'attesa del segnale d'inizio, benché le gradinate fossero gremite in
ogni dove da amazzoni, guerrieri e semplici hammer, un gelido silenzio
ci avvolgeva.
Uno di fronte l'altro e anche se in altezza la superavo di mezzo palmo,
bisogna affermare che eravamo alla pari per figura e portamento.
Il mio corpo esaltava la robusta ma elegante muscolatura a giustificare
i gradi del comando di Betris, pura fiamma che mai si sarebbe spenta
nell'attesa del giorno in cui uomini e donne di quelle affascinanti
Terre avrebbero avuto la stessa dignità.
Quello di Seya mascolino ma al tempo stesso pieno di femminilità, come
tutti quelli del popolo amazzone, trascendeva le distinzioni di sesso ma
esprimeva l'incarnazione di un ideale.
Quell'ideale era la libertà.
Nei nostri sguardi, carichi di significati comprensibili solo a noi, vi
erano tutti i pensieri che mai parole avrebbero potuto farci
comprendere.
In lei sentivo vibrare la gloria della sua nobile razza.
In me, uomo degli Stati dell'unione, sentivo la consapevolezza di essere
divenuto un guerriero di quelle fantastiche terre.
Per una campionessa, che portava anche i gradi di Vice Comandante di una
Legione Amazzone quale era Seya, un duello poteva avere solo due
conclusioni, vittoria o morte.
Perdere un duello senza perdere la vita avrebbe lasciato una macchia
indelebile nella loro anima e questo per me era un problema.
Nel suo viso brillavano i colori di guerra delle Amazzoni.
I suoi capelli, raccolti in una lunga treccia, ricoperti di un unguento
profumato, scendevano lungo le sue agili spalle.
Il saluto che accennammo con un impercettibile movimento del capo era
pieno di rispetto e ci ricordava che tra guerrieri l'onore e l'orgoglio
è tutto.
Il suono del gong benché atteso giunse improvvisamente.
L'arena si risvegliò dal suo torpore e sembrava ribollire sotto la
reazione scatenata degli spettatori.
Sentivo distintamente urla e grida d'incitamento per il loro campione,
risa e frasi di scherno per l'avversario che provenivano ora dal lato
dell'arena dove erano uomini e guerrieri ora dal lato opposto, quello
delle amazzoni.
Arrivai al mio posto per la prova del bersaglio fisso e vidi che Seya
aveva già caricato la sua balestra. Dopo pochi attimi, un boato esplose
dal lato dell'arena dove erano sistemate le amazzoni. Seya aveva
centrato il suo bersaglio.
Sapevo che non potevo competere in velocità con l'abilità che le
amazzoni avevano con le balestre. Queste guerriere erano iniziate alla
vita militare sin da bambine, raggiungendo un'intima confidenza con ogni
tipo di arma.
Le gare con la balestra non avevano limiti di tempo e quindi non fui
costretto a forzare i miei tiri. Rimasi calmo.
Caricato il dardo nella scanalatura del teniere, concentrai il mio
sguardo sul bersaglio: un anello, posto a poco meno di cinquanta passi
da dove ero appostato.
Iniziai a prendere la mira, chiudendo l'occhio sinistro, e studiandone
il movimento nell'aria sotto l'azione di un leggero vento.
L'angolo di oscillazione non era ampio quindi, se avessi mirato al
centro ideale e l'anello nel momento in cui era raggiunto dal dardo si
fosse trovato alla sua massima ampiezza, avrei centrato il bersaglio.
Il dito azionò la manetta che sbloccò la noce, liberando la corda di
canapa. Sentii il fruscio della canapa che libera tornava verso la sua
posizione naturale incontro all'arco di ferro.
Alzai il capo e un attimo dopo vidi l'anello imbrigliato sbattere lungo
il corpo del dardo.
Fu la volta dei guerrieri ad esultare ma poco dopo ancora una volta si
levò forte il grido di guerra delle amazzoni.
Seya aveva centrato il bersaglio mobile.
Non avevo dubbi su questo, sulle sue capacità di tiro e sapevo che se
avessi vinto la sfida questo sarebbe avvenuto solo alla terza prova.
Avevo appena finito di ricaricare l'arma quando udii il segnale del
giudice di gara che il Drakor stava per essere liberato.
Dalla gabbia aperta il Drakor si levò in volo uscendo dalla finestrella
aperta.
Si fermò un istante, il tempo di decidere la direzione, fuori della
gabbia librandosi in volo con il frenetico movimento delle sue ali.
Poi iniziò il suo volo salendo verso l'alto, dove tornò a fermarsi
ancora una volta.
Si lasciò cullare dal vento e iniziò a volare verso oriente.
In quel momento sentii nella mia mente la parola 'ora'.
L'indice azionò di nuovo la manetta, il dardo scattò con tutta la sua
potenza e l'attimo dopo in cui il Drakor aveva iniziato a volare fu
trafitto.
Tirai un sospiro di sollievo e mi voltai verso Seya, la quale aveva già
preso posto al centro del quadrato dove avremmo combattuto.
Raggiunsi in breve il quadrato fermandomi appena fuori.
Sciolsi la cinta cui era appesa la mia spada lasciandola cadere a terra.
Sciolsi i nodi di cuoio che tenevano legato lo scudo al braccio sinistro
posandolo sopra la spada.
Entrai nel quadrato, Seya impugnava la sua ascia bipenne.
Portai la mia mano destra sopra la spalla afferrando la mia dal fodero
tra le scapole.
Quella era la prova che più temevo.
Di fronte avevo una di quelle che le amazzoni chiamano campionesse
anziane, nonostante la giovane età, per la grande abilità con le armi e
il valore mostrato nelle battaglie contro i nemici.
Si scagliò verso di me agitando l'ascia sopra la sua testa.
Lo scopo di muovere l'ascia sul suo capo era quello di nascondere
l'azione della sua mano sinistra che da sotto la sua corta tunica di
daino impugnava la daga.
Quando mi fu addosso vibrò forte il colpo dall'alto verso il basso con
la sua ascia, misi la mia di traverso poco sopra la mia testa e fermai
il potente colpo.
Il suo braccio sinistro avanzò verso il mio petto descrivendo un largo
movimento, riuscii a tirarmi leggermente indietro sentendo la lama
sfiorare il mio usbergo.
Senza scomporsi nell'azione, per la violenza e la velocità del suo
attacco, Seya ruotò sul tronco da destra a sinistra e mi colpì alla
spalla destra con il piatto della sua ascia.
Mi fece barcollare, indietreggiai leggermente per riprendere
l'equilibrio arrivando a mettere il piede sulla linea che delimitava
l'area di combattimento.
Per recuperare spazio iniziai a colpire con poderosi colpi costringendo
l'amazzone a tornare verso il centro.
Seya scartò improvvisa alla sua sinistra togliendosi dalla linea dove
tiravo i miei colpi e lasciò partire un mortale colpo con l'ascia
all'altezza del mio bacino.
Nonostante i riflessi pronti e due rapidi passi indietro, l'ascia
colpendomi di striscio ruppe alcune maglie dell'usbergo e mi ferì di
striscio sul fianco sinistro.
Un aspro sorriso di compiacimento comparve sul viso di Seya che continuò
a colpire sia con l'ascia che la daga e ogni volta riuscivo a parare o
evitare i fendenti per un soffio.
Quello era il combattimento preferito dell'amazzone, a corpo a corpo con
ascia e pugnale.
Gioventù e l'agilità, ferocia e abilità erano dalla sua parte.
La mia esperienza e la maggior forza fisica mi avrebbero consentito di
sopravvivere solo fino a quando le forze mi avessero sostenuto.
Dovevo cercare di disarmarla per passare cosi alla terza e ultima prova.
Lì avrei fatto valere la mia maggiore abilità con la spada e la difesa
con lo scudo.
L'amazzone si fermò un attimo per studiare nuovamente le mie difese e
forze.
I nostri sguardi s'intrecciarono e lei lesse i pensieri della mia mente
che la sfidava ad avanzare.
Poi con un urlo agghiacciante, tipico grido di guerra delle amazzoni che
gela il sangue ai nemici, caricò con la foga di un animale ferito e
avanzò decisa per uccidermi.
Avevo capito che il primo colpo era leggermente più lento degli altri.
Era quello da cui prendeva ritmo tutta la sua azione di attacco.
Così invece di pararlo lasciai penetrare la sua ascia fin dentro le mie
difese spostandomi tutto su un fianco per evitarlo.
Poi abbassai la mia ascia. Le lame s'incastrarono.
Tirai con tutta la forza verso di me e alzai il ginocchio destro
colpendola in pieno petto.
Lei di rimando affondò il colpo con la daga, sulla mia spalla.
Solo l'elevata angolazione impedì alla lama di penetrare profondamente
nella spalla protetta dall'usbergo.
Eravamo talmente vicini ora che lasciai la mia ascia e l'afferrai con
entrambe le braccia portandomi velocemente alle sue spalle.
La strinsi forte a me, inarcando la schiena riuscii a sollevarla
leggermente da terra e ruotando con tutto il corpo mi gettai insieme con
lei fuori del quadrato.
Avevo superato quella che consideravo la prova più pericolosa.
Ora ci aspettava l'ultima prova.
Corsi dalla parte opposta al punto dove ci trovavamo per raccogliere la
spada e lo scudo.
Ci ritrovammo nuovamente uno di fronte all'altro.
Udivo il lamento del vento nei miei capelli, vedevo la danza della
polvere nell'aria.
Di fronte a me l'amazzone che sembrava incendiarmi con il suo altero
sguardo.
Fu un attimo e le nostre spade iniziarono ad incrociarsi.
Seya aveva scelto una spada corta, adatta al corpo a corpo, dove la sua
velocità e agilità avrebbero potuto vincere.
Io scelsi invece una spada lunga per sfruttare la maggior tecnica, con
lama d'acciaio per resistere alla spaventosa forza d'urto che il suo
braccio dava all'arma.
Ora il duello procedeva come volevo io, la sua straordinaria forza e
foga s'infrangevano contro la difesa della mia lunga lama e contro il
dorso dello scudo rotondo che tenevo saldamente sul braccio sinistro.
La sua forza sembrava non aver limiti, ogni tanto però anche lei era
costretta ad indietreggiare sotto la precisione delle mie stoccate,
l'ultima delle quali la ferì al fianco sinistro lasciato scoperto dopo
una lunga serie di colpi in attacco.
Si fermò un attimo fissandomi e lei capì in quel momento, quando la
colpii, che avrei potuto ucciderla.
Non facendolo, aveva capito le mie intenzioni: vincere senza ucciderla.
Questo era un vantaggio in più per lei.
I suoi occhi s'illuminarono di una strana luce interiore, mi sorrise
come schernendomi.
Non pronunciò nessuna parola ma capii che pensava alla parola uomini con
disprezzo.
Avevo potuto ucciderla e vincere e solo uno stupido pensiero di pietà mi
aveva impedito ciò.
Questa era una cosa inconcepibile nel loro antico codice guerriero,
lasciare in vita un nemico quando si può uccidere.
Mi si lanciò ancora una volta addosso, con tutta la consapevolezza di
quella mia debolezza.
Forzava ancora di più i suoi già potenti colpi incurante di lasciare
scoperte le parti vitali del suo corpo ben sapendo che non avrei mai
colpito lì.
Le forze andavano calando da entrambi le parti. Le azioni di attacco
erano più lente.
Dopo un furioso scambio di colpi a causa della stanchezza persi lo scudo
e indietreggiando inciampai in una buca.
Per parare il terribile fendente che vedevo arrivare, persi l'equilibrio
cadendo a terra.
Il suo piede sinistro subito calpestò il mio polso destro facendomi
perdere l'impugnatura della spada. Un ghigno di vittoria comparve sul
suo viso, alzò in alto la spada con la punta in basso diretta verso il
mio cuore.
Teneva l'impugnatura con le due mani; prima che scendesse il mortale
colpo, lanciai un pugno di terra con la sinistra nei suoi occhi e la
colpii con il piede destro sul ginocchio sinistro.
Lo sentii scricchiolare, lei fu costretta ad inginocchiarsi per il
dolore.
Carponi raggiunsi lo scudo.
Seya con fatica si stava cercando di rialzare mentre con la mano cercava
di ripulirsi gli occhi dalla terra e polvere.
Non le diedi il tempo di farlo, con lo scudo tra le mani mi gettai verso
di lei colpendola con un forte colpo alla testa facendole perdere i
sensi.
Il mio respiro stava tornando normale.
Ora si era seduto anche il vento, il mio sguardo era rimasto su quel
corpo privo di sensi disteso sulla polvere.
Sugli occhi il sole brillava nel cielo azzurro e solo allora mi resi
conto del grido dei guerrieri che inneggiavano alla mia vittoria.
Licht
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