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Il colore della Felicità

Il giorno arrivò in fretta, l’organizzazione tecnologica degli Stati dell’Unione sembra che agisca anche nella luce dell’alba, nei suoi colori.
Ad Arcano l’aria è sempre un poco appesantita dall’umidità che proviene dalle fitte foreste, il verde regna sovrano in ogni luogo, il tempo passa scorrendo piano i suoi interminabili momenti e le giornate, complice la tensione di un mondo solo apparentemente stabile, tutte da scoprire.

Di qua, in questo mondo parallelo ma modernissimo, ogni cosa ha una scadenza preventivata, anche il sorgere di Amanuator sembra programmato.
L’hotel che mi ha ospitata nelle prime due notti di questo mio viaggio, è di color grigio metallo come anche il portiere del cinquantaseiesimo piano e quelli di tutti gli altri piani.
Le porte elettroniche si aprono e si chiudono al solo sfiorare di un sofisticatissimo sensore che legge, come una vecchia megera, le righe della mano e, gli ascensori riescono a far sopportare il malessere della velocità con cui salgono e scendono con una vocina che riassume tutti gli impegni sociali che giornalmente avvengono in città, accompagnata da una stridente musichetta di fondo.
Le genti che provengono da Arcano per entrare negli S.d.U., vengono tenute in una sorta di…. quarantena burocratica, in cui verranno accertati eventuali precedenti e solo dopo un paio di giorni di visite ed interrogatori sui motivi della visita, si può ottenere una piccola scheda magnetica che servirà da lasciapassare nei vari posti di controllo.
Sono arrivata qui per via di un lavoro che devo fare e certi materiali e colori in Arcano è impossibile trovarne.
Ho già un indirizzo per trovare le paste organiche di certi colori mentre spero in qualche rivenditore di pennelli e spatole sul posto.
Con me ho portato un po’ di miara ed un grande sacco con del materiale di scambio, lavori delle ormai logore mani di anziane amazzoni che non sono più in grado di lottare per Nimira, trainato da un robusto portatore di Krymenia di nome Anseel che mi è stato raccomandato da Osiek, spero solo che non mi pianti in asso poiché non è mai andato oltre il confine e non so come reagirà a questo ambiente cosi diverso dal suo e pieno di comodità, occasioni, e forse anche di faccendieri pronti ad approfittarsi della povera gente.
Carichiamo il grosso sacco nella stiva di un battello che risalirà per un lunghissimo tratto il corso del fiume.
Il barcone è il mezzo che costa di meno, anche se ovviamente molto più lento.
Il fiume è molto grande e la sua acqua nera e torbida mi fa un poco impressione; Anseel che è un pescatore e grande frequentatore del Kruill dice che non mangerebbe pesce pescato in queste acque neanche se dovesse morire di fame.
In lontananza, la sagoma inconfondibile di grattacieli sembrava emergere direttamente dall’acqua.
La giornata trascorre lenta in mezzo al grande fiume, ogni tanto incrociamo altri battelli e un paio di volte siamo stati fermati dalla gendarmeria che controlla ogni cosa che galleggia.
Nella notte arriviamo al porto di Feehrnotista, ultimo avamposto del mondo “civile” prima della traversata del deserto di Whoon, qui i marinai fanno alcune consegne e si riposano qualche ora e controllano il vecchio battello; alle prime luci dell’alba si riprende la navigazione.
Il giallo deserto di Whoon è ciò che rimane di una grande pianura alluvionale che è stata spazzata via dall’ultima rivoluzione in cui armi chimiche hanno polverizzato ogni forma di vita e adesso, vedere questo grande fiume attraversare l’immensa pianura arida, fa un certo effetto.
Solo ogni tanto si incontrano i resti polverosi di vecchie città abbandonate con i grandi palazzi scuoiati che mostrano l’acciaio corroso, una volta inglobato nel cemento.
I marinai, quando passano davanti a quei resti, recitano una preghiera, immancabilmente.
Anseel s’è procurato una canna da pesca e passa il tempo riflettendosi sull’acqua scura e calma, ogni tanto cattura un pesce ma lo lascia subito libero dopo una breve occhiata di disappunto.
Io me ne sto a prua e leggo un vecchio libro che racconta la storia di Arcano e che mi ha donato una volta Asiram.
A volte mi fermo a guardare l’orizzonte e quell’aria, che sembra ancora contenere un lontano sapore dolciastro, mi accarezza il volto e mi porta immagini di quella che una volta sarebbe stata una bellissima foresta piena di vita; vengo ogni volta, scossa da un effimero presagio di morte.
Le cene si svolgono in coperta, sotto una veranda di plastica che una volta doveva essere di uno sgargiante rosso ma che ora assomiglia di più al rosa di una goccia di sangue diluita in un bicchiere d’acqua.
Il cuoco, che non si fa scrupolo di riservarmi mille attenzioni, riesce a portare in tavola pietanze appetitose usando a sua detta ricette del repertorio della sua defunta nonna che, da brava donna di minoranze sociali, era riuscita a farsi assumere come cuoca in una aristocratica famiglia dell’alta borghesia.
Il distillato era veramente notevole ma il caffè pietoso fatto con le bucce di una semola mista che forse è stato uno degli ingredienti delle armi chimiche usate in quest’area.
Passati quattro giorni tra la desolazione del paesaggio, le avance del cuoco e i racconti dei marinai, raggiungiamo finalmente Anthjjnory, dove potremo incamminarci verso le Colline Minerarie.
Li troverò Santori; un mercante che è arrivato dalla lontana Terra e come me si è da tempo stabilito in questo mondo; la sua storia me l’ha raccontata Asiram che l’ha conosciuto tanti anni fa, quando l’uomo attraversava le montagne di Nosambra per vendere i suoi prodotti.
Spero solo che sia ancora vivo.
La gendarmeria, munita di metal detector e grandi fucili laser.
In verità controllano di più chi esce dalla città e non chi entra, per via della presenza di giacimenti e miniere d’oro e ureilite.
Anseel tira fuori il nostro bagaglio e andiamo a noleggiare un mezzo di trasporto.
Troviamo un bel giovanotto che, in cambio di alcune belle collane Arcanesi, accetta col suo strano mezzo sospeso a due palmi dal terreno, di portarci da Santori.
Egli è un personaggio conosciuto da tutti da queste parti poiché è il solo a poter fare uscire dalla regione qualsivoglia cosa o persona.
Ci vorranno due giorni per arrivare, bisogna percorrere un tragitto più lungo ma più sicuro, alcuni briganti a volte riescono a beffare i militari o forse come dice il nostro autista, sono proprio i militari che fermano i mezzi, ammazzano tutti e arraffano il carico.
A detta di Salidoor, l’autista, il nostro arrivo è già stato notato e, le collane, i bracciali, i vestiti in pelle e tutti i prodotti lavorati dalle esperte mani delle amazzoni e che provengono dal territorio di Arcano, hanno un valore molto alto perché vengono rivenduti nei mercati delle grandi città del nord, ai ricchi che ne fanno sfoggio nelle feste mondane. Incredibile.
Quindi, in una terra da cui si estraggono tonnellate di minerali preziosi, noi con un sacco pieno di ….. prodotti apparentemente poveri, rischieremmo più che se andassimo in giro con ori e argenti al collo.
<PROPRIO COSI!> dice Salidoor.
Anseel prende lo spunto per giustificare l’isolamento della terra di Arcano, che non si è mai voluta piegare ad un progresso tecnologico, ipocrita e mai veramente…. logico.
Ci fermiamo in una locanda polverosa che sfoggia una luminosa insegna di una sconosciuta bevanda, il titolare conosce Salidoor, mi guarda e fa battute su di me e sul mio lungo vestito, Anseel accenna ad una reazione ma lo tranquillizzo e con il dito puntato al naso del gestore, lo ragguardo rispondendogli a tono alla sua battuta di pessimo gusto e pagando con due grosse collane il nostro soggiorno.
L’oste non fa una grinza e prende frettolosamente le collane e le intasca preparandoci subito una tavola con del buon vino e, dopo, con delle porzioni di cacciagione e insalata.
Salidoor dice che l’ho pagato bene e che ora sarà bravo, ma la vista delle collane da parte di tre figuri già seduti al nostro arrivo in un angolo della taverna, ha creato dapprima un certo silenzio accompagnato poi da un brusio sommesso di voci e gesta.
Salidoor mette la mano sull’arma che sporge dal cinturone e schiaccia un bottone; una lucina, da rossa diviene verde, l’arma è carica.
Anseel mostra di essere avvezzo a certi ambienti, si alza e si incammina verso i tre individui portando con se la bottiglia di vino e ne versa nei loro boccali.
Parlotta un poco con loro poi torna silenziosamente al suo posto.
I tre mi guardano con occhiate di disagio poi bevuto il vino si alzano e se ne vanno ignorandoci.
La lucina verde nell’arma di Salidoor ridiventa rossa.
Non mi interessa ciò che Anseel possa aver detto a quei tre, ma sono soddisfatta per come lui abbia risolto una situazione apparentemente pericolosa.
Parlammo un poco tra noi e poi andammo a dormire.
Senza sorprese, il giorno successivo arriviamo in vista della dimora di Santori.
Sembra una fortezza, appollaiata ad un colle è situata tra l’anfiteatro di una antica miniera in disuso e il dirupo che sovrasta da lontano la città di Anthjjnory e in lontananza, l’orizzonte di un deserto senza fine.
A guardia del palazzo, incredibilmente, scorgiamo delle…. amazzoni, o almeno delle donne muscolose vestite con le divise delle nostre guerriere; queste però ostentano armi che non hanno nulla a che vedere con archi e balestre.
La grinta non manca loro e appena ci avviciniamo ci circondano e avvertono tramite dei piccoli microfoni l’interno del muro di cinta puntandoci i laser al volto.
Spiego chi sono e, quando faccio il nome di Asiram, come per incanto il grande portone d’acciaio si spalanca.
All’interno un grandioso cortile con fontane e giardini, piante di limoni e statue di marmo bianco che mi ricordano un passato senza futuro.
Un tipo con un bastone, vestito di un saio bianco e accompagnato da due fanciulle, esce dalla porta in legno intarsiato e ci viene incontro.
<COME STA ? DIMMI COME STA LA MIA ASIRAM!> chiese con impazienza.
Spiegai che lei stessa mi aveva indirizzato da lui per ciò che cercavo e mi aveva dato una scatola che gli avrei dovuto consegnare.
Il suo sguardo si fece luminoso e, sorretto quasi dalle due fanciulle, aprì subito la scatola.
Conteneva dei fogli scritti, un medaglione e uno scampolo di seta e pelle che lui tirò fuori e lo avvicinò al suo volto come per annusarlo.
<GRAZIE, GRAZIE MILLE VOLTE PER ESSERE VENUTA!>, mi disse con voce pacata facendo scivolare il tessuto e scoprendo quegli occhi stanchi delle rughe ma raggianti di felicità.
<CHE QUESTE PERSONE SIANO TRATTATE COME GRADITI OSPITI!> ordinò.
I miei due amici furono accompagnati dalle amazzoni da una parte ove avrebbero potuto rilassarsi e mangiare ed io, invitata a seguirlo all’interno della sua sontuosa dimora.
Rimasi stupita, quando mi disse che sapeva del mio arrivo e che, come lui, venivo dalla Terra ed anche il mio nome.
Ciò mi fece capire il potere di quest’uomo e che Madras Asiram aveva avuto una grande intuizione mandandomi da lui.
Parlammo almeno un paio d’ore dei nostri passati, lui sdraiato sul sofà ed io dentro una bellissima vasca da bagno antica, smaltata e con piedi di leone in cui le due fanciulle versavano acqua calda profumata e immergevano le loro mani per morbidi massaggi.
Quando mi rialzai, mi sentii leggerissima e gli occhi arrossati di Santori che mi guardavano con lo sguardo di un padre che vede sua figlia non mi infastidivano per nulla; venni vestita con una veste morbidissima che non avevo mai conosciuto, lui stesso disse che proveniva da un altro pianeta; rarissima, da regina.
Il giorno successivo, uscendo dal palazzo, trovai i miei due accompagnatori con gli sguardi soddisfatti che caricavano il mezzo con tutte le cose che avevo richiesto e molte che il Santori mi volle regalare.
Notai anche sguardi compiaciuti nelle amazzoni di guardia e sorrisi sarcasticamente ai due maschietti.
Avevo già salutato il vecchio mercante, ma sull’uscio della fortezza mi voltai un’ultima volta a guardare quel signore che era riuscito a crearsi il suo impero da umile immigrato che era, ma che ciò gli era costata una storia d’amore tormentata e che io, probabilmente per l’ultima volta avevo ferito di felicità il suo vecchio cuore portandogli una scatola di ricordi.
Rimasi immobile per pochi secondi a guardare quell’uomo girarsi e richiudersi nella sua ricchissima solitudine.
Salidoor accelerò di colpo e caddi seduta, Anseel fece le sue solite battute e considerazioni e una nube di polvere cancellò dalla mia vista quel mondo che non avevo vissuto, pieno di ricchezze e tentazioni, ma anche di tristezza e amarezze, delusioni e cose perse.

Pensai molto nel viaggio di ritorno; all’arrivo a Nistra, mi chiusi nella mia casa per una settimana e all’ombra del vecchio albero che troneggia nel mio cortile, tentai di disegnare molte volte quello sguardo di vecchio, quegli occhi rossi di felicità.
Non sono ancora riuscita a rivedere quello sguardo felice e triste allo stesso tempo nei miei disegni, ma l’immagine è ben salda nei miei pensieri.
Quando vedrò Madras Asiram, forse non riuscirò a comunicarle questa impressione.
Ma non importa, lei conosce meglio di me la forza di quello sguardo.

 

Pioggia




 

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