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Il rapimento

PIOGGIA

Sono passati alcuni mesi da quando ho lasciato Mocada alla Kioskas Imperiale, era molto stanca e mi disse che avrebbe trascorso un periodo a Krymenia (ovviamente in segreto), per dare una mano alla sua amica ferita gravemente e poi magari pensare un poco a se dopo una vita legata a battaglie contro i ribelli in giro per Arcano.

Ho conosciuto altre persone e questa società matriacale in fondo forse mi piace anche se il sangue scende copioso ogni settimana, la lotta per il controllo dei territori è sempre aspra.
Esco cosi dalla kioskas senza avere una meta precisa né legami da mantenere, la mia curiosità è ancora elevata e vorrei conoscere a fondo le radici e le genti di questo mondo.
Ho imparato anche a destreggiarmi nei boschi ed evitare i ribelli che stanno sempre abbastanza lontani dalle kioskas per non battersi continuamente contro il potere delle amazzoni che incessantemente battono il territorio circostante.
Sono riuscita a guadagnare alcune scaglie di miara pitturando alcuni affreschi nelle pareti del palazzo di Madras Kolise e ora so che posso permettermi almeno di mangiare e dormire in qualche buona taverna.
Il sentiero è pulito e gli uccelli cantano alla primavera le ultime serenate, alcuni cinghiali attraversano il mio cammino tranquillamente.
Ogni tanto incontro delle amazzoni che mi danno notizie sulla situazione, alcune mi controllano e quando faccio vedere il tatuaggio che ho ricevuto in dono da Kolise mi salutano e mi lasciano andare.
Queste amazzoni sono veramente strane, tutte hanno fisici atletici, e sfoggiano il loro corpo atletico e tornito nei muscoli, con vesti che coprono solo l’indispensabile, sono molto “sexi” ma poi, quando ci parli, poche di loro mantengono la sensualità e i modi gentili di una rappresentante del gentil sesso.
In ogni caso, quel che conta è averle amiche poiché quando si mettono in testa un nemico, prima o poi esso cadrà davanti al mirino delle loro precise balestre.
In questo mio girovagare ho conosciuto parecchie genti e alcune si sono interessate a me, sino al punto di chiedermi apertamente, ma non sono ancora pronta, questa mia nuova…… situazione mi lascia ancora strascichi inerenti il mio passato ancor prossimo, anche se la voglia di avere vicino qualcuno che mi capisca e mi protegga qualche volta si fa sentire con decisione.
Sono dieci giorni che lavoro nella casa di un mercante che mi ha commissionato un dipinto alle pareti della sua camera.
Egli sembra una persona potente ma i suoi traffici che gestisce personalmente con persone che vanno e vengono misteriosamente sembrano alquanto loschi.
Sto terminando il dipinto che rappresenta una scena lasciva e oggi un suo cliente ha voluto conoscermi e chiedermi se avrei tempo di lavorare anche per lui.
Egli è un personaggio strano, non mi è piaciuto il suo sguardo fisso ed immobile e che scivolava su di me come una biscia.
Veste di nero con un lungo mantello, incappucciato e le sue mani, che sfoggiano ori e pietre preziose, sono lunghe e scheletriche ed in continuo movimento.
Purtroppo però devo guadagnare qualche cosa e tra quattro giorni sarò da lui.
La notte in casa del mercante dormo in una stanza degli ospiti lussuosamente arredata, tende e tappeti, drappi e mobilia lasciano intravedere la ricchezza di quel mecenate e il suo reddito sembra che provenga ufficialmente dalla vendita di prodotti che dagli Stati dell’Unione entrano furtivamente ad Arcano per poi perdersi nelle oscure grotte di Krymenia e di altri ricchi possidenti che ruotano al di là delle zone controllate dalle Madras.
Terminato il mio lavoro e riscosso il compenso pattuito, non senza la solita insistenza ad avere una riduzione come ogni buon mercante che si rispetti, mi accingo a passare l’ultima notte prima di andarmene da quella splendida dimora.
Nella notte, improvvisamente odo delle voci provenienti dal lungo corridoio e poi le voci aumentano di volume e un forte trambusto mi desta completamente dal mio sonno.
Mi alzo e mi avvicino alla porta; non riesco a capire ciò che dicono le persone che si agitano di là ma sento che si avvicinano velocemente, mi volto e cerco una improbabile via di fuga e spero che non entrino nella mia stanza.
Tre loschi tizi entrano lestamente, indossano cappucci e mantelle e tengono tra le mani un grosso sacco di juta; afferro un grosso candelabro e lo roteo in aria ma i loro muscoli prendono presto il sopravvento.
Legata ed imbavagliata e rinchiusa poi nel sacco, vengo trasportata via di peso, sento la voce del mercante inveire sui rapitori ma nulla accade ed un sordo tonfo accompagna la mia caduta su di un carro.
IL viaggio dura un paio di giorni e io sono stata lasciata chiusa in quel sacco tutto il tempo, la strada era tanto malridotta da farmi sobbalzare continuamente sul legno duro del carro.
I miei carcerieri non parlano mai e non si preoccupano affatto della mia situazione.
Arriviamo in un posto accompagnati dal suono di un corno, dapprima lontano poi man mano più vicino.
Mi sollevano di nuovo, riesco a percepire le dita che spingono sulla mia pelle, poi le loro spalle sul mio ventre ed io ricurva su di esse.
Scendo delle scale, il rumore di un chiavistello che cigola mentre viene aperto e cardini di una porta metallica consumati lasciano uno stridulo suono, poi aprono il sacco e mi tirano fuori.
In una piccola gabbia vedo che non sono da sola, altre ragazze impaurite e silenziose sono rannicchiate agli angoli squallidi e umidi della cella.
I loro sguardi sono pieni di paura e terrore, i visi portano dei lividi, come anche le gambe, i glutei, le braccia.
Sono quasi completamente nude, con pochi stracci addosso e sembrano provenire da ceti poveri.
Quasi pietrificata le osservo ed un brivido scende lungo la mia schiena.
Dal buio improvvisamente due figure, che nascoste nell’ombra erano sfuggite al mio sguardo, escono; sono due amazzoni, lo capisco dal loro sguardo sofferente ma fiero, anche i loro vestiti sono ridotti a cenci; si avvicinano e mi chiedono da dove provengo e notano il mio tatuaggio.
Mi chiedono informazioni dall’esterno, se arrivando ho notato movimenti strani, se ho visto delle amazzoni, ma ero chiusa nel sacco e non ho potuto essere di aiuto.
Mi spiegano che ogni tanto partono delle fanciulle da quel posto per andare a Nosambra, da Oman, il signore di quella terra perduta tra le montagne, ove nessuna delle Madras detiene il controllo e da lì non fanno ritorno; si dice che lì si praticano strani riti e sacrifici umani.
Con questo si spiega il rapimento delle ragazze.
Gira voce che domani partirà un altro convoglio di carri in cui saliremo tutte; l’autore di tutto questo è Delazar, un mago che sta tentando di arricchirsi con questi metodi per poi tentare, sfruttando anche la sua tremenda magia, di impossessarsi delle chiavi del Regno di Arcano, ora nelle mani del Sommo Custode.
Ma adesso, ciò che mi interessa è il futuro prossimo che mi aspetta sotto forma di un territorio dove non avrò nessun tipo di supporto o aiuto.
L’indomani, ancora coperte dalle tenebre, veniamo caricate su di un carro e il viaggio inizia.
Le amazzoni, durante il percorso, non fanno altro che scrutare l’orizzonte come in cerca di qualche cosa o di qualcuno, parlottano tra di loro e riesco a capire che la loro assenza nel loro gruppo di appartenenza è sicuramente già stata notata e probabilmente altre amazzoni saranno già alla ricerca delle compagne rapite.
Le altre cinque ragazze restano chiuse nelle loro paure.
“CHISSA' QUANTE NE AVRANNO PASSATE POVERINE” mi chiedo.
Il viaggio dà l’idea di durare qualche giorno e ogni volta che ci si accampa gli uomini di guardia abusano di una di noi.
Le grida di sofferenza alle loro violenze dissacrano il silenzio della notte e nessuna di noi può far nulla, legate come siamo.
Le due amazzoni, che non vengono mai prese per i loro giochi, con gli occhi esprimono tutto il loro odio e la catena che le tiene asserragliate sembra dover cedere da un momento all’altro.
Il sesto giorno mi aspetto che tocchi a me “allietare” la notte di quegli squallidi individui, ma riprendono di nuovo una delle altre sventurate; il motivo mi sfugge e una delle amazzoni mi spiega che il tatuaggio di Kolise fa di me una appartenente di quella casta e il mio destino sarà deciso solo da Oman, come anche per loro due, amazzoni Roka.
Quella notte però una sentinella di guardia non ha fatto ritorno al campo e gli altri prendono a preoccuparsi, la tensione sale alle stelle e le amazzoni sembra fiutino qualche cosa di familiare.
Lo stato di allerta dura tutta la notte ed al mattino la partenza viene anticipata.
La foresta è a poche ore di marcia e una volta entrati lì i briganti si sentiranno al sicuro.
Arriviamo in vista della fitta foresta e alle sue spalle le montagne di Nosambra, anche se lontane, sembrano proteggere con la loro mole anche gli alberi più lontani.
D’un tratto urla rabbiose e sordi sibili di dardi si alzano dagli alberi, un brigante colpito da due dardi consecutivamente stramazza con violenza addosso al carro, un’orda inferocita di amazzoni e dragoni si riversa sul campo.
“E' LICHT !!” grida una delle due guerriere; la battaglia diviene ben presto un corpo a corpo dove il destino sembra già segnato per i nostri carcerieri.
D’un tratto uno di questi, liberatosi da un guerriero, si avventa su di noi prigioniere come una furia brandendo una grande spada, con un colpo riesce a mozzare la testa di una fanciulla e, per la violenza del colpo, conficcare la lama nel petto di un’altra, il sangue raggiunge anche me in pieno viso e non vedo più nulla; odo delle urla, il carro viene scosso violentemente, mi aspetto di sentire arrivare il colpo, invece mi cade addosso pesantemente il corpo massiccio del bandito.
Una mano mi accarezza il viso pulendomelo e cosi posso vedere il bel volto del guerriero che mi aveva salvata.
Mi dice che ora era tutto finito e che potevo stare tranquilla, poi guardandomi dritta negli occhi, si accorge che mi aveva conosciuto a Kolise e mi rammenta di quando nella piazza della Kioskas, mi aveva raccolto il fazzoletto cadutomi dalla sacca e anche io lo ricordai.
Licht, era un bel ragazzo dal fisico forte e lo sguardo dolce, quando parlava sapeva essere calmo e la sua calda voce entrava amabilmente nelle orecchie.
Quella sera, al ritorno, quando nell’accampamento la stanchezza camminava al passo con le tenebre, entrai nella tenda di Licht.
Quella sera fui felice di provare emozioni forti e quell’uomo accanto a me mi donava la sicurezza che da tempo cercavo; anche se per una sola notte, ero decisa a prendermi tutta la sicurezza di cui avevo bisogno.


LICHT

Il destino, strana parola.
Usata da uomini e donne, spesso per giustificare e dare un significato al loro presente e invocato quasi come giudice supremo per sperare in un futuro in cui raccogliere i frutti dei propri sogni.
Ero solo, nella mia tenda, fuori regnava il silenzio della notte e ripensavo agli ultimi due giorni.
La nostra pattuglia d'esplorazione aveva trovato una giovane ragazza impaurita e ferita.
Scappata da un campo di schiavi aveva vagato per più di un giorno senza una meta e un punto di riferimento.
I suoi piedi erano piagati, appariscenti ferite la facevano camminare zoppicando con tanta sofferenza.
Il viso pieno di lividi, sul corpo i segni della frusta e graffi da ogni parte.
Tanto era sfigurata difficilmente si potevano riconoscere in lei i tratti della razza amazzone.
La pattuglia la porta al nostro accampamento dove le sono portate le prime cure.
Il racconto della sua terribile prigionia presso un campo di ribelli, la drammatica rivelazione sulla sorte che attende tante altre sue sorelle e le indicazioni sommarie per raggiungerlo.
La marcia forzata per raggiungerlo sperando di arrivare in tempo a salvare gli ostaggi.
Lo scontro furioso con i ribelli, la perdita di due guerrieri di Betris, il salvataggio di quasi tutti gli ostaggi e quella donna.
Vidi la tenda muoversi, una mano sottile scostava l'ingresso.
Portai veloce la mano sull'elsa della mia spada.
Il gesto non sfuggì all'inaspettato ospite.
"Scusa, non volevo metterti in allarme" il suo sorriso ancor prima delle parole mi avevano fatto abbandonare la presa dell'arma.
"Non ti preoccupare... Lei" indicando la spada "spesso è il nostro confine tra la vita e la morte".
"Io non sono venuta a portarti la morte ma a ringraziarti".
Sorrisi fissando i suoi grandi occhi pieni di dolcezza.
I capelli castani, lunghi, le scendevano fin dietro le spalle e alla pallida e tremolante luce della lampada appariva di una bellezza misteriosa.
"Ti prego entra", solo allora tirandomi su con le spalle dal mio giaciglio mi accorsi che ai piedi era scalza.
Indossava una tunica lacera, di materiale grezzo, che probabilmente qualche guerriero le aveva prestato.
"Posso giacere insieme a te questa notte?"
Se la sua figura appariva fragile e indifesa in quelle parole chiare pronunciate con tono deciso udii l'eco di reconditi desideri, la ricerca di un'emozione a lungo sognata, il bisogno di una sicurezza a lungo cercata e inseguita.
Tutte le speranze ora erano lì davanti a lei concentrate in un'unica persona: Io, Licht di Betris.
Aprii il palmo della mia mano ad invitarla, indicando il posto libero di fianco sopra il giaciglio.
Avanzò lentamente mentre la tunica scivolava dalle sue spalle, lungo i fianchi fino ad arrotolarsi sopra i piedi lasciandola completamente nuda.
Prima alzò leggermente la gamba destra, poi la sinistra e abbandonando a terra la tunica si distese al mio fianco.
Insieme per tutta la notte prendemmo piacere uno dell'altra.
L'alba non era ancora sorta, Pioggia in silenzio si era alzata e si stava rivestendo.
Prima di uscire si voltò un'ultima volta.
La fissavo con i miei occhi scuri.
"Vado, non vorrei che i tuoi uomini mi trovassero qui. Mi dispiacerebbe saperti in difficoltà con Armorica."
Mi alzai portandomi presso di lei avvicinandoci entrambi al centro della stanza.
Nel braciere ormai spento, ebbe un ultimo sussulto un tizzone nero.
La sua luce dal basso verso l'alto colorò i nostri visi di rosso, negli occhi rifletteva il volto dell'altro.
Con un tono di voce basso le dissi:
"Armorica saprà. Io stesso glielo dirò"
Inclinò la testa, le sue labbra accennarono un debole sorriso e lo sguardo diventò curioso.
"Pioggia, non c'è cosa che avvenga ad Arcano che un hammers, alla fine, non sappia. Soprattutto se la cosa riguarda un comandante Amazzone"
"Perché lo hai fatto Licht?"
"Forse è lo stesso motivo per cui mi hai cercato. Forse volevo conoscerti meglio."
Le diedi un ultimo bacio di saluto sulla sua fronte scoperta ed uscì dalla mia tenda.


PIOGGIA

Biglietto lasciato accanto all'ingresso della tenda del Comandante da Pioggia:

< Caro AMICO, ti ringrazio di cuore di quello che hai saputo donarmi in queste ore che ho trascorso con te.
La mia ricerca di affetto, forza e sicurezza, è stata ampiamente appagata dalle tue attenzioni colme di amore verso chi, come me in quel momento, ha bisogno di aiuto.
Riesco a percepire che nel tuo cuore esiste un amore consacrato e, provo dolore a sapere che lo stai rischiando per una povera fanciulla che neanche conoscevi; ma so che non potrò mai dimenticare quel sapore intenso che riscaldava il "nostro" giaciglio e non so se prima o poi mi innamorerò perdutamente da lottare per averti pur contro mille difficoltà.
Non voglio pensare al futuro in questo momento, mi basta guardare indietro, oltre quel sottile velo che riveste la tua tenda appena illuminata da una fioca luce interna e vedere la tua ombra rimanere immobile; so che mi stai pensando in questo momento.
Torna tranquillamente al tuo ruolo e soprattutto dalla fortunata Amazzone che riempi d'amore, io.... Pioggia, non disturberò la tua serenità. >
Grazie.

 


 

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