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La verità sotto un mantello scuro

ACER

Acer rimase ancora un attimo davanti alla porta, a scrutare il legno scuro che la separava da tanti antichi timori.
Non era facile per lei varcare di nuovo quella soglia, risentire i rumori ed i fruscii di quel castello cupo e le voci, era tutto difficile.
Va bene, doveva fare qualcosa.

Da una parte la strada sicura che la riportava alla Kioskas e dall'altra una porta che l'attendeva.
Strinse i pugni e spinse il legno che si aprì con facilità, lasciando un varco nel mezzo, nel quale l'amazzone di intrufolò senza difficoltà.
Ritrovò ancora prima che la vista del salone, gli odori di umido e spifferi di freddo che provenivano da un uscio semi accostato alla sua destra.
L'ala era abbastanza grande, rotonda, con tre porte che sbucavano quasi per dispetto del pittore da arazzi di battaglie lontane.
Il locale era illuminato da quattro grandi ceri che si ergevano nel mezzo della stanza e che salivano fin quasi sul soffitto, diffondendo una luce fioca e tremolante.
Acer si diresse alla porta davanti a se ma venne fermata da un rumore, l'uscio a sinistra si era aperto.
"Finalmente eccovi, oh, eccovi signorina!"
Era una vocina fioca, da bambina dolce quando vuole ricevere un regalino dalla madre per qualche buon servizio.
L'amazzone sbuffò e si girò, parlando ad alta voce, con un misto di stizza e rimprovero:
"Fierli ma cosa ci fai lì? Avanti, fammi strada, prendi la candela ed accompagnami alla sala dove mi attendono, che fai ancora ferma lì? Muoviti!"
Quella piccola creaturina, una graziosa piccina dalle trecce bionde come il grano e le gambe fini, che indossava una misera tunica verde scuro, prese una candela alta quasi quanto lei, che faticava a portare da sola ma strinse le labbra e fece strada verso la porta davanti a loro, entrando nell'oscuro corridoio Nord.
"Signorina, la stanno aspettando anche altri cittadini sa? Altri di Arcano! Mi hanno detto di chiamarsi..."
"Quante volte ti ho detto di non ripetere mai nomi ad alta voce qui? Fierli ma com'è che sei diventata così chiacchierona?"
La piccina se ne risentì molto delle mie parole.
"Oh, perdonate mia cara Lady, non volevo... starò attenta ora e non dirò parola se non richiesta"
"Sarà meglio!"
La loro camminata si fermò bruscamente davanti ad una porta.
Fierli lasciò il cero accanto al muro e fece per aprire l'uscio ma Acer la fermò: "Aspetta un attimo, dove credi di andare tu?"
Fierli si fermò e guardò la sua Lady.
"Io non... non... da nessuna parte signora"
"Infatti, tornatene nell'atrio e poi prenditi cura del mio cavallo, penso che gli farà piacere rivedere la tua testolina da cavolo!"
E così la bimba a malincuore riprese in mano la candela ma ancora venne fermata: "Cara bimba mia... sei diventata grande! Tra un po' ti faranno fare il giuramento e poi potrai cominciare un vero addestramento come si deve e se sarò ancora io la tua maestra... allora preparati!"
Fierli sorrise felice e corse via, dopo aver fatto un grande inchino.
Acer spinse ancora quella porta e poi la richiuse alle spalle, con delicatezza.
"Oh, eccoti qui!"
Nella stanzetta c'erano quattro figure, che si distinguevano appena dalla poca luce che veniva da una fiaccola attaccata al muro.
Le mura completamente ricoperte da armi e da mensole cariche di armature, poi più in là una panca ed un tavolaccio sbilenco.
"Finalmente compagna, ci stavamo chiedendo se ti eri persa per la via o se non eri riuscita a ricordarti dov'era il nostro castello!"
"Salve Fratello Tjer, piacere di rivederti. o forse non tanto. Comunque lasciatemi entrare e sedere un attimo"
Acer passò tra tutte le figure e poi si sedette sul tavolo, posando i piedi sulla panca che scricchiolò.
"Sorella, dobbiamo prepararci, questa sarà una lunga notte e visto che sei tornata sarà ancora più lunga!" la voce che si era sentita era del secondo compagno di Acer, Fuoke.
Più in là il terzo ed il quarto Vestunj e Airest stavano in silenzio ed attendevano un cenno da parte di Acer.
"Una cosa sola compagni... mai fare il nostro nome vero! Mai per nessuna ragione, sia chiaro! Ed ora parlatemi di questi guerrieri d'Arcano che sarebbero a cospetto anche loro, che sapete? Parlate immediatamente"
"Sono tre, ma noi ne abbiamo visto due soli. Sono qui da questo pomeriggio e la loro voce è fastidiosa alle nostre orecchie" esclamò Vestunj, issandosi dal suo muro.
"Bada come parli, dopotutto vivono spalla spalla con la nostra compagna!" rispose in un ghigno Fuoke.
"Non voglio sapere i loro nomi e non voglio mai vederli in faccia. Qualsiasi descrizione da parte vostra di quegli hammers e penserò io a gettare le vostre armi nel mare o nelle voragini dei monti ad ovest!"
"Va bene, va bene! Non ti scaldare cara sorella!" sorrise Tjer.
Poi sentirono bussare, tre colpi piccoli e appena appena percettibili: "Fierli, entra" disse l'amazzone.
"Le tue armi mia signora, le tue vesti" porse un pugnale lavorato in argento fino, con riflessi dorati, Veouan era il suo nome.
Un pugnale maledetto, che aveva ucciso un puro giovane innocente.
La veste era lunga e nera, allacciata in vita da una catenella d'argento.
"Indossala, così, in ricordo di tempi antichi!" si sentì da qualcuno, ma Fierli rispose ad alta voce: "Se mi è permesso Lady vorrei portarvi nel vestibolo, se mi seguite per favore!"
i guerrieri si scambiarono occhiate e scoppiarono in sonore risate, mentre tacevano Acer, Fierli e Airest.
"Mica vogliamo mangiarcela, piccola stolta! Figurati se non ci ucciderebbe tutti prima questa piccola belva ancora novizia se le toccassimo la sua adorata maestra! Ah ah ah!" disse Vestunj ma poi ricevette un forte calcio sulla gamba che lo obbligò ad inginocchiarsi davanti alla piccina:
"La prossima volta che dirai stolta alla mia pupilla ti farò mangiare la terra e darò a lei la tua armatura! Sono stata chiara abbastanza o preferisci che sia Airest a finirti?"
Acer infatti si era accorta di come Airest, a sentire le malvagie parole verso la piccola si era tutto arrossato, anche se era nascosto nel buio.
Acer seguì la bambina e poi le diede un profondo bacio in fronte ed abbraccio, prima di tornare dai compagni con la veste nera che le copriva fino ai piedi rimasti scalzi.
In testa i capelli erano stati legati in una crocchia da un fermaglio a catena argentata che faceva ricadere le estremità su una spalla.
Così aprirono l'uscio e si trovarono davanti alla sala dei ricevimenti.
"Ecco qui, la quinta cerchia dei Dannati al gran completo! Ma che onore vedervi tutti!"
I cinque si avvicinarono e piegarono un po' la testa in segno di saluto.
Acer si avvicinò ancora e disse con voce limpida ma più oscura del solito: "Dama Oscura, non pronunciare i nostri nomi davanti a loro" ed indicò le tre figure dei guerrieri di Arcano.
"Sia come tu vuoi"
"Allora signora, perché ci hai chiamato? Cosa vuoi da noi? Sai bene che la nostra Compagna non è più al tuo servizio e la quinta cerchia ha deciso di essere sciolta molti anni or sono. Cosa ti ha spinto a richiamarci e a farci presentare assieme a quegli hammers?" era stato Tjer, come sempre il più loquace dei cinque.
"Perché oramai è giusto contare le forze in campo! Arcano sa già della mia venuta, non è vero?"
"Si Oscura" rispose qualcuno nell'ombra.
Acer chiuse gli occhi, la voce era troppo famigliare per non essere riconosciuta.
"Infatti, come pensavo. molti servi me l'hanno riferito, ma volevo esserne sicura."
Calò un momento interminabile di silenzio.
Nessuno voleva parlare per chiedere.
"L'oscurità sale, è inutile che qualcuno non se ne renda conto. Avrò presto bisogno di tutto il vostro sapere. Sia da parte dei mie servi ad Arcano sia da parte della quinta cerchia al completo!"
"Abbiamo detto che non siamo tuoi servitori Nera Dama, noi non partecipiamo a queste stupide lotte per il potere delle terre e dovresti ben saperlo! Noi portiamo la morte a chi ne ha bisogno o chi è segnato. Noi portiamo dolore e squilibrio... non siamo pupazzi da utilizzare a comando contro qualcuno... noi siamo a comando solo della signora Morte e solo morte portiamo!"
Airest aveva così dichiarato apertamente quanto Acer tentava di riuscire a dire a se stessa già da molte notti, da quando aveva ricevuto la chiamata per la riunione di quella notte.
"Ed io solo morte chiedo!" venne risposto e parve quasi che la voce fosse ghiacciata come la neve e tagliente come la lama di una spada.
"Siamo tutti uniti nell'oscurità, tutti voi presenti siete uniti a me! Perché un tempo o oggi ancora mi servivate e servite! Ora non ho tempo da perdere in litigate stupide! Non c'è tempo! Vi ho solo chiamato per dirvi di stare pronti... io mi sto preparando e vi voglio al massimo delle forze e tutti assieme!"
Rimasero tutti in silenzio.
Poi però Acer si voltò e senza dire parola si allontanò dalla sala, seguita da Airest e poi dagli altri tre.
Si cambiò nel vestibolo e tornò nella saletta delle armi, dove la stavano attendendo.
"Te ne vai ancora sorella? Ma perché?"
"Perché questo non è il mio posto... non più"
"Ricordati però della tua pupilla... non ti aspetterà mica in eterno"
"Ed invece si!" era la piccina, entrata come una furia, con due lacrime agli occhi, poi abbassando lo sguardo, vergognosa di star piangendo: "IO aspetterò la mia signora Jereth e quando sarò il sesto angelo della cerchia lei sarà la mia maestra ed io sempre la sua pupilla! L'aspetterò per sempre se sarà necessario e mi allenerò, così che non mi sgriderà quando tornerà a vedermi!"
Tutti la guardarono ed Acer sentì il cuore aprirsi di calore per lei.
"Fierli... ricorda di non dire mai il mio antico nome ma per sta volta non ti punirò perché hai promesso di lavorare sodo! Tornerò bimba mia, tornerò!"
Poi si fece fare strada verso l'uscita e mentre solcava il portone sentì l'aria di nuovo invadere il suo corpo freddo.
Era stato quasi un tornare agli antichi tempi.
Come poteva dire alla cerchia che ora si chiamava Acer ed era un'amazzone?
Meglio di tutto non dirlo... sarebbe stato molto peggio.
Già, era meglio celare la verità sotto un mantello scuro
La prima ad uscire dall’elegante stanza dei ricevimenti fu Acer.
Poco dopo i tre Hammers, accompagnati dalla bambina, salutarono la madras oscura e i quattro compagni di Acer che ignorandoli completamente non risposero al loro saluto.
- Acer aveva detto che Fierli, così aveva chiamato quella bambina, sarebbe diventato un angelo della cerchia dei dannati dopo un duro allenamento, quindi per quanto un alone di mistero ammantava i membri della Cerchia dei Dannati erano pur sempre degli esseri mortali -.
Questo pensiero rendeva più tranquillo la figura che ancora era nell'ombra.
Quando la porta della sala si richiuse alle spalle della fanciulla, lentamente l'uomo uscì dall'angolo non illuminato dove si trovava.
La tremolante luce dei ceri e delle candele iniziarono ad illuminarlo.
Era avvolto da un pesante ma raffinato mantello rosso, allacciato all'estremità dal collo con una spilla di rame a forma di sole e la chiusura in oro a forma di spada.
Quando avanzava il mantello aprendosi lasciava intendere dal suo abbigliamento che fosse un guerriero.
Indossava un’armatura molto leggera, costituita da un giustacuore in cuoio marrone scuro rinforzato con piccole placche metalliche.
Gli ampi e comodi copri spalle, sempre di cuoio, lasciavano scoperte le braccia.
Sotto portava una tunica verde con spesse righe verticali marrone che cadeva dentro i robusti pantaloni in pelle.
Un pugnale, più simile ad una corta spada oscillava appeso alla cintura in cuoio.
Ai piedi indossava dei pratici calzari in pelle mentre gli avambracci erano protetti da spessi bracciali di cuoio scuro.
Avanzava verso la madras e benché i quattro guerrieri mostrassero un atteggiamento di fastidio per la sua presenza non poterono evitare d'incrociare lo sguardo indagatore del guerriero.
“Cosa hai da guardare omuncolo?” disse in tono spregiativo il più loquace del gruppo.
Il guerriero continuò ad avanzare verso la donna ignorando la provocazione.
“Oscura ... credevo che la mia presenza qui era per verificare che tutto fosse pronto”.
Fissando l'uomo la madras rispose con tono deciso.
“Lo è comandante. Ogni cosa è al suo posto”
"Voi dite? Eppure mi è parso di capire che loro ...", si voltò verso le quattro figure al centro della stanza, "siano tutt'altro che decisi ed uniti a partecipare a quest’avventura. Forse non sono così bravi come dite!"
Tjer scattò in avanti con la velocità del fulmine, si portò alle spalle del comandante immobilizzandolo con il braccio sinistro mentre con la destra gli appoggiava la lama di uno stocco sotto la gola:
“Oltre a guardare parli troppo uomo per i miei gusti uomo. Io ti chiuderò la bocca per sempre!”.
“Fossi in te non sarei così certo” rispose deciso il guerriero.
La lama del suo pugnale usciva da sotto il mantello minacciando il basso ventre di Tjer.
Una smorfia di sorpresa prima, rabbia poi comparve sul viso dell’appartenente alla Cerchia dei Dannati.
“Devo ammettere che sei veloce, molto veloce ma lo sei cosi tanto da tagliarmi la gola prima che il mio pugnale ti faccia cambiare voce?”
Gli altri tre ridevano sonoramente gustandosi la scena, la madras perse la pazienza:
"Smettetela tutti quanti o vi faccio dare in pasto ai miei cani"
Tjer rinfoderò lo stocco guardando di traverso il suo avversario.
"Non credere finisca qui uomo!"
"Mai pensato!" fu la decisa risposta del comandante.
“E’ ora di chiudere quest’incontro”, fissò con sguardo severo i quattro membri della Cerchia dei Dannati, “da voi mi aspetto che recuperiate anche Acer alla mia causa e tu Licht fai preparare i tuoi uomini che l’ora della guerra sta per sorgere”

Licht galoppava verso Kolise senza risparmiare il suo destriero.
Doveva arrivare da Acer prima dei suoi fratelli.
Al portone est della Kioskas rischiò di travolgere le amazzoni in servizio di guardia, senza fermarsi entrò nelle mura e raggiunse in fretta l’alloggio di Acer.

"Licht?"
"Si, io"
"Entra allora"
Ed il Comandante entrò nell'umile casa.
Poche cose si presentarono ai suoi occhi.
Un ambiente chiuso e buio, illuminato da poche candele, un tavolo di legno antico, che reggeva da molto come un mulo, il suo fardello quotidiano.
Quattro sedie ed una credenza completavano il quadro.
Egli si accomodò su una sedia mentre Acer lo scrutava appoggiata al muro, con le mani dietro alla schiena, poi non seppe più trattenersi e, senza tante cerimonie da padrona di casa chiese:
"Cosa vuoi a quest'ora della notte?"
Licht sorrise, quel solito sorriso furbo dagli occhi accesi quando sta per dire qualcosa che gli viene direttamente dal cuore:
"Ma come Amazzone, entro in casa tua e non offri nemmeno una birra? Quì serve qualcuno che ti dia lezioni per accogliere un ospite!"
Lei sbuffò e continuò a guardarlo in silenzio, abituata com'era a queste uscite che sembravano far luce frizzante nella notte cupa.
"Non indovini per cosa sono venuto Acer?"
"Lo indovino bene e ti chiedo di non immischiarti, sono cose molto delicate e non di tua competenza. Non sono un tuo guerriero e non devi riferire a nessuno del mio comportamento, ora sei pregato di andartene"
Anche i lumi si fecero piccoli piccoli a parole decise, ma non Licht.
"Come desideri, me ne vado... ma ti ricordo che ora non si gioca Amazzone, la cerchia è destinata a fallire e quell'angelo che eri non farà fine diversa... inoltre ti consiglio di riflettere su una certa bambina che sta per subire la stessa sorte di quegli esseri senza aver fatto altro male che incontrarli!"
Si alzò dalla sedia e si avviò alla porta.
Quando ebbe messo la mano sulla maniglia si girò e, molto seriamente, disse ancora: "Buona notte Acer, dormici sopra"
Aprì l'uscio ed un vento gelido chiuse le tre candele poste sul tavolo, così soltanto le due accanto alla credenza ora illuminavano i due visi che continuavano a guardarsi:
"Fierli hai pronunciato...." Rispose Acer, issandosi dal muro ed avvicinandosi per chiudere la porta; un'aria quasi di vittoria passò per un istante sul volto del guerriero "... Come una vittima immolata al male... giusto? Ebbene, ora ti dimostrerò che sbagli Comandante!"
Riaprì l'uscio ed uscì fuori, mentre un vento freddo muoveva la veste ed i capelli, Licht la seguì nella nebbia fredda della notte.
Cavalcarono, quanto non so dirvi, ma la notte, quasi per incanto, non finiva e loro facevano correre gli animali a più non posso sulla collina, fino al castello che già li aveva ospitati qualche ora prima.
"Vieni Comandante?"
Aprirono il portone ed entrarono nell'atrio.
Licht era calmo all'apparenza ma come un mare piatto un attimo prima della tempesta.
Sentirono una porta aprirsi, quella ad ovest.
Acer si voltò veloce e puntò la spada alla gola dell'uomo che era arrivato.
"Grestly, servo delle scuderie!"
L'ometto calvo, vestito di stracci e gobbo più dalla paura che dalla vecchiaia incombente rispose con vocina da topolino: "Mia signora.... cosa vuole da queste povere ossa? L'anima non potete prenderla voi, appartiene alla Dama Nera, voi lo sapete"
L'amazzone si scocciò di queste parole, non dovevano essere pronunziate in presenza di hammers e lui lo sapeva bene, o forse sperava che il Comandante sarebbe intervenuto contro di lei?
Povero Piccolo Servo dalla lingua di serpente!
"Taci ora ed accompagna me e questo guerriero fino alle Palestre del primo livello, muoviti e se sento una sola parola...."
Il piccoletto s'inginocchiò fino alle caviglie della donna: "NO! Vi prego, dolce mia signora.... ora vado... vado, non dite nulla di cattivo su di me Alla Mia Regina magnifica!"
Così, con passo malfermo, condusse i due per l'ala ovest, un corridoio lungo e stretto, non illuminato che da una fiaccola in fondo, all'uscita.
Una volta giunti Grestly il servo li abbandonò senza chiedere altro che una promessa di benevolenza ad Acer e baciare il lembo del mantello a Licht.
Entrarono nel locale più ampio del castello.
Una sala grande, con quattro colonne ai lati, che sorreggevano un tetto a cupola schiacciata che pareva toccare il centro del cielo.
Ai lati quattro scudi enormi, uno d'argento, uno d'oro ed uno di bronzo, raffiguranti la stessa immagine, che a tutti i visitatori giunti in quel luogo la prima volta parve strana e ridicola... un'oca seguita da tre piccoli, tutti e quattro con il becco aperto nell'atto di emettere qualche verso.
In un cantuccio erano ammassati alla rinfusa scudi, armi e lance, ormai inutilizzati da molto tempo e dimora di ragni che tessevano tele tra un'elsa e l'altra, ben visibili alla luce forte dei quattro candelabri imponenti, ognuno portatore di decide e decine di piccole lucette, candele forse o fiammelle provenienti da chissà quali magie.
In mezzo stava una figura inginocchiata. Fierli.
"Guarda Comandante, questa è la prova che la tua così detta vittima non è altro che il più devoto di tutti i servi e guerrieri!"
Videro la bimba che era genuflessa su carboni che soli ardevano sempre, in eterno avrebbero arso... erano alimentanti dal suo stesso impegno al non cedere al dolore.
Era in uno stato quasi moribondo, la carne viva si vedeva sulle ginocchia spuntare e le labbra sanguinavano, troppe volte erano state strette nel soffocare un urlo di sofferenza atroce.
Lei si avvicinò ed abbassò il capo accarezzando al testa della sua pupilla, mentre Licht in silenzio guardava, forse con sdegno, forse con rabbia.
"Tale ero io... stessa forza mi spinse a questi carboni e per questo che il ginocchio sinistro è mio punto debole, da sempre.
Basta ora Fierli, alzati e vai a darti una pulita, per sta sera ti risparmio dall'allenamento con le spade ma darai una bella lucidata a quel mucchio lì in fondo!"
La bimba si alzò a fatica e fece un inchino a Licht che rispose con un sorriso.
"Mia Lady, farò quanto avete ordinato... ma io riuscivo a stare ancora se lo volevate sui carboni, ancora vi avrei provato il mio volere, fino all'alba, come ogni notte... non pensiate sia stanca mia Lady"
"Non lo penso affatto bimba mia, ora fila!"
E la piccina andò.
Ancora il silenzio dopo i passi che scappavano veloci dalla porta.
"Tutto è pronto davvero Comandante, scusa se ti ho portato in un posto così brutto che son certa non hai mai visto..."
Acer fece una specie di ghigno, alzando un estremità delle labbra e squadrando l'uomo "...o forse si?"
Poi si voltò del tutto e si avvicinò a lui: "Dicono a me di essere strana ed oscura, dicono a me di prendere in giro la parte di luce e la parte oscura del mondo, correndo prima nell'una e poi nell'altra... ma vedo che c'è chi è imbarcato già da molto in queste situazioni"
Il portone del castello sbattè, i compagni della Cerchia erano tornati dalla caccia e dal rumore forte del legno sbattuto non dovevano aver trovato quello che stavano cercando.
Licht quindi si rivolse a lei:
"Un modo per uscire di quì senza essere visti, veloce!"
Lei riflettè un attimo, si doveva fidare di lui senza chiedere spiegazioni.
"La grata delle prigioni, fuori dalla porta a sinistra c'è il cunicolo e poi una breccia fatta da un prigioniero evaso in tempi antichi... non l'hanno mai chiusa.
Passi ancora, tanti passi sopra le loro teste, nel salone, poi nella sala delle armi...
"Stanno arrivando!" disse Il Comandante e corsero fuori dalla porta...
Acer non capiva ma il suo istinto le diceva di correre, di scappare anche lei, dietro a Licht, di non farsi trovare lì con un hammers.
Pregò che il servo non disse nulla, pregò che Fierli non aprisse bocca di aver visto la loro compagna con un guerriero d'Arcano... pregò le Dee che la proteggessero da un pericolo che neppure immaginava quanto era immenso e sospeso sopra molte teste, ma capiva che qualcosa stava cambiando, in lei o intorno a lei?
Questo non lo riusciva ancora a capire.


LICHT

Discesero di corsa molte rampe di scale.
Le torce appese ai muri erano molto distanti tra loro, garantivano un’illuminazione appena sufficiente a non far mettere i piedi in fallo.
Dall'odore di muffa e chiuso sempre più intenso, Licht capì che erano arrivati ai sotterranei del castello. Le scale finirono e si ritrovarono in un corridoio lungo e ampio da cui se ne distinguevano altri più piccoli laterali.
Acer si voltò di scatto verso il guerriero che la seguiva da vicino, con lo sguardo senza proferir parola indicò verso il fondo.
Dietro le loro spalle, lontano, echeggiavano i passi degli inseguitori.
Arrivati davanti ad una robusta porta Acer alzò il chiavistello arrugginito e la spinse in avanti.
Si ritrovarono in un’angusta stanza, una fioca luce filtrava dalla grata in alto dinanzi a loro.
Senza esitare un attimo, Acer saltò in avanti aggrappandosi con le mani alle robuste aste di ferro e aiutandosi con le gambe puntate contro il muro spingeva il suo corpo all'indietro allo scopo di spostarla. Nonostante lo sforzo la grata si muoveva appena.
Sbuffò e voltandosi con gli occhi pieni di fuoco: "Muoviti idiota, non stare lì impalato guerriero dei miei stivali"
Licht non poté trattenere un sottile sorriso per la buffa posizione assunta da Acer.
"Ti ho sempre detto che sei bassa"
Si affiancò all'amazzone e insieme riuscirono a spostarla dal muro quel tanto che bastava per ricavarne una via di fuga.
"Fermo!" disse Acer afferrando un braccio di Licht.
Gli inseguitori erano giunti all'inizio del corridoio principale.
Presero ad avanzare lentamente, tre di loro andarono lungo le vie laterali.
Il quarto, Tjer, rimase su quello principale.
Acer aiutata da Licht era riuscita a passare.
La poca luce e la posizione in cui si trovava non le consentì di vedere una pietra che si era staccata dal muro.
Con il piede destro la fece cadere sul pavimento della cella.
Al sordo rumore Tjer scattò in avanti impugnando la sua spada.
Licht si accostò al muro coperto dalla porta spingendola con violenza in avanti nel momento in cui il fratello di sangue di Acer varcò la soglia.
Questi ricadde indietro cercando di sostenersi al muro.
Licht si portò davanti a lui, lo afferrò alle spalle e lo tirò a se in avanti verso il basso colpendolo con una ginocchiata.
Poi a pugni uniti gli diede una botta alla nuca facendogli perdere i sensi.
Tirò fuori il pugnale e lo stava per uccidere quando Acer gridò: "NOOOO, non farlo... ti prego Licht".
Guardò l'uomo a terra e scosse la testa.
Si voltò e prendendo la rincorsa trovò la mano di Acer che lo aiutò a passare oltre la grata dimenticandosi di dirgli che lì il soffitto era basso.
Licht diede una testata.
"Forse essere troppo altri a volte fa male hihihi".
Acer trovò la via d'uscita che non era mai stata richiusa, raggiunsero in fretta il boschetto dove avevano tenuti legati i cavalli e si dileguarono dal castello nella notte che stava volgendo al giorno.
Era mattina inoltrata quando arrivarono in vista di Kolise.
Fino ad allora nessuno dei due aveva aperto bocca.
Fu Acer con un sorriso malizioso fissando il suo amico a parlare per prima: "Allora, soddisfatto?"
"Neanche un poco Acer"
Il sorriso scomparve lasciando un’espressione sorpresa: "Come?"
"Cosa mi hai portato a vedere? Una bambina senza più serenità, niente bambole, solo amare realtà. Amari sorrisi senza più umanità, solo rabbia e gesti fuori dalla realtà. Pensavi mi spaventassi a vedere Fierli bruciare le sue carni sui carboni Ardenti? NOOO!", alzando il tono della voce si volse all'amazzone con uno sguardo duro come a volerla spingere e inchiodare sullo sfondo del cielo azzurro all’orizzonte, poi si calmò e riprese:
"Sai cosa ho visto? Le tue paure, la tua solitudine. Ho visto la tua vita spegnersi piano bruciando mentre brucia la fiducia negli altri. Ma non credo che questo ti faccia piacere ascoltarlo. Ora amica mia abbiamo una cosa più importante da fare. I tuoi amici non avranno tardato a capire chi è stato a entrare nel castello e a colpire uno di loro. Ci verranno a cercare. Io andrò nel mio alloggio prenderò le mie cose e farò in modo che vengano a inseguirmi là sulle cime del Monte Kimani. Li aspetterò e li affronterò lì. Sul mio terreno. Tu vieni con me?"
Non rispose alla sua domanda, non aveva nulla da dire.
Si allontanò di qualche passo e montò sulla sua cavalcatura, poi lo guardò, un secondo soltanto, mettendosi il cappuccio del mantello sugli occhi, com'era solita fare.
"Ci rivedremo Comandante? Forse si, o forse no... lo scopriremo presto"
Poi voltò il destriero e scappò nella notte, quasi fosse inseguita.
Non trovò la forza di andare a casa, un grande dolore le distruggeva il petto, un dolore causato dalla peggiore ferita, dalla peggior arma: un pugnale avvelenato chiamato ricordi, chiamato... "passato" e "presente".
Cosa doveva fare? Correre a casa, chiudersi le orecchie, tappare gli occhi e convincersi che quello che stava vivendo non era mai accaduto?
Andare con Licht e combattere a suo fianco sconfiggendo il male, forse per sempre... oppure...
Andare al monte e combattere contro al Comandante, combattere come Jereth voleva.
Sarebbe morta, ma sapeva che avrebbe fatto di tutto per trascinare Licht nel baratro... se fosse tornata l'angelo dannato.
Giunse dove la nebbia era più fitta, una strana sensazione d'umido la pervase ed improvvisamente capì quello che doveva fare.
Nessun'apparizione, nessuna magia... Acer non è una strega, Acer è un'amazzone ed in quel momento seppe che era l'unica cosa... l'unica.
Si toccò con entrambe le mani il petto, come ferita a morte, urlò di rabbia.
Un urlo che riecheggiò forte, deciso... quasi parve infinito in quelle terre umide e abbracciate da nebbia chiara ed infine sussurrò alla cavalcatura: "Vai, vai dove sai che dovevi portarmi prima o poi"
E così l'amazzone andò.
Arrivò ai piedi del monte che era quasi sera, il sole iniziava a invecchiare, accanto a colline, che come letto soffice, lo attendevano per farlo perdere alla nostra vista.
La sua camminata fu lenta e tranquilla, passava tra alberi imponenti come un'ombra che sa d'esser fuori luogo, un silenzio carico di tristezza l'accompagnava e pareva ogni foglia, ogni filo d'erba, ogni pietruzza lo capisse e volesse alleviarle il dolore con la propria immagine più bella ma neppure un paesaggio fatato riuscì a distoglierla, aveva un compito da portare a termine, troppo a lungo aveva rimandato... che codarda!
Giunse alla vetta in tempo per salutare Padre Sole che spariva, e le prime Stelle Sorelle, impazienti di rinascere, si scorgevano ad est se un osservatore guardava con attenzione.
"Sei giunta infine, Acer!"
La donna si voltò di scatto e vide Licht, appoggiato ad uno degli ultimi alberi che osavano crescere ribelli sul terreno sempre più sassoso.
Nel cuore di Acer avvenne una scossa, poi si girò tutta e rimase davanti a lui in silenzio... ed infine, con voce chiara proferì parola:
"No, ti sbagli, non sono Acer" e l'uomo capì.
"Apetterò i tuoi fratelli e poi la vostra cerchia finirà, ti avevo dato occasione di uscire ma tu non ascolti mai, testarda fino all'ultimo?"
Cugino Vento si alzò da nord ed invase entrambi gli spiriti.
"Attenderò con te, guerriero, attenderò fin l'alba, e poi ci scontreremo"
Ed in quell'istante, soltanto in quel momento, Madre Luna rischiarò la vetta del Monte, poi si fece più debole, quasi morente.
Licht si appoggiò ad una grande roccia, socchiudendo gli occhi, tenendo una mano sulla spada e le gambe lunghe distese.
La donna invece si fece sempre più avanti al ciglio della montagna, guardò con sguardo cupo avanti a se, sotto, e poi sopra.
Alzò le mani verso il cielo, aperte e con il palmo in su, come un'offerta a qualcuno che ascoltava.
"Possiate proteggere, spiriti, possiate vegliare, possiatela amare"
"Per chi sono le tue preghiere?"
Licht lo chiedeva dal suo cantuccio, ora ben sveglio, con occhi curiosi ma profondi.
Lei si avvicinò alla roccia e poi si sedette davanti a lui, fissandolo con sguardo perso in mondi lontani:
"Fierli... la mia bambina prediletta"
Lui stette in silenzio, poi la giovane si avvicinò ancora, quasi sfiorando il capo del guerriero con il volto, gli occhi erano immersi nei suoi: "Acer non era cattiva... anche se non era facile sopportare il suo carattere assurdo, ricordala ogni tanto nelle tue preghiere"
Lo sguardo del guerriero era però duro come la pietra: "Non accetto ordini da te"
Poi la mano di lei si posò sul suo viso, rimase ferma e lo fissò ancora negli occhi: "Domani farai quello che dovrai, anche se non ti assicuro che uccidermi sarà facile"
Tolse la mano e rimase ferma, senza espressione, poi si alzò: "Dormi bene" quindi si allontanò, sparendo nelle ombre, ed accoccolandosi lontano, con le ginocchia al petto ed in quella notte, sola, lontana da tutto e da tutti, pianse.
Grosse lacrime scendevano a bagnare la roccia, silenzioso grido si ergeva, un sospiro ogni tanto, fu così che per quella notte Acer l'amazzone perdette ogni senso se non quello della donna che stava per andarsene per lasciare il posto all'aurora, all'angelo che richiedeva spazio.
Una notte di tregua da un passato soffocante.
Lacrime, lacrime.... fiumi.... cosa rivedeva nella sua mente?
L'arrivo alla Kioskas, come una lupa, l'istruzione, l'amicizia, l'amore trovato... la libertà... ed ora questo.... nessuno poteva vederla e quindi lei pianse, per lei, nascosta al mondo che l'abbandonò per quella notte.
Nessuno avrebbe detto che una donna tanto spaventata fosse quell'amazzone che pareva non vacillare in niente, donna oppressa, schiava di spiriti, ora aveva le catene sciolte per un'intera vita della Luna eppure era incapace di muoversi!.......
Povera piccola Acer!
Ma non ti preoccupare, giovane donna, domani tornerai ad essere quella di sempre, forse per l'ultima volta... forse morirai, per mano di un uomo che non hai mai avuto il coraggio di dirgli sinceramente, con tutto il cuore: "Amico mio, fratello!" eppure lo sentivi dentro il tuo piccolo spirito!
Morirai di morte d'onore, per difendere un passato di cui non puoi fare a meno.
Ogni uomo ha un destino, ma spetta a lui scegliere la strada per raggiungerlo... questa è la strada che ti sei scelta piccola?
La notte è lunga, cambia la tua idea se vuoi, oppure attendi l'alba, avvolta nel mantello di lacrime, con catene fatte di fumi passati ed un cuore ancora una volta lacerato, avanti... attendi l'alba raccolta nel tuo cantuccio, poi quando giungerà partirai e non farai più ritorno....
.... Forse ti piangeranno, forse ti ricorderanno, ma parti per il tuo destino senza esitare, perchè sai che la scelta che farai la tua anima la richiede....
La notte è lunga, ma l'uomo è piccolo, raccogli le tue cose e preparati, vai...
... ora è sempre un bacio, mia piccola creatura.
La sorella che ti ha sempre amato e protetto, finchè ha potuto, anche se tu non l'hai mai veduta....
Elisa..............

Jereth aspettò fino a mattinata inoltrata l'arrivo dei suoi fratelli della cerchia dei dannati.
Tjel si passò il dorso della mano destra sulla fronte sudata poi disse: 'Siamo arrivati tardi sorella?' credendo che Jereth avesse già ucciso il Comandante di Betris, ma non ebbe risposta.
Jereth sedeva seduta sopra una grossa pietra con la spada di Licht piantata a terra davanti a lei. Lentamente, sbuffando per la scalata alla cima del monte i quattro si portarono tutti intorno alla loro amica.
Jereth si alzò, il vento muoveva i suoi lunghi capelli mentre lei fissava la montagna di ghiaccio.
Allungò il braccio aprendo la mano verso Vestunj e gli porse una pergamena in cui c'era scritto:

'La Luce ben so che vive e brilla
anche se è NOTTE.

Quella stella eterna sta nascosta
ma io so dove sta riposta,
anche se è NOTTE,

Le sue origini non conosco, perchè non ne ha,
ma ogni origine so che da essa viene,
anche se è NOTTE.

So che esister non può cosa tanto bella,
e cielo e terra si dissetano di quella,
anche se è NOTTE.

Alzo lo sguardo alla bianca corona
alla volta della dura salita io parto
per superare la NOTTE.'

Vestunj lesse, poi mentre faceva passare lo scritto disse: 'Dunque è scappato il vigliacco?'
Jereth si voltò con lo sguardo pieno di rabbia:
'Taci sciocco, ci sta sfidando e tu ancora non l'hai capito. Nessuno che io sappia ha mai raggiunto la cima della montagna di ghiaccio e se qualcuno ci è riuscito ... non è mai tornato'
In quella notte le cose non erano andate come Licht sperava, Acer aveva ceduto il controllo a Jereth.
Sapeva che aspettare il nuovo giorno per combattere contro i membri della cerchia dei dannati non avrebbe avuto speranze di vittoria.
Combattere e uccidere la parte dannata dell’amazzone per perdere il piccolo germoglio dell'amicizia con Acer non aveva senso per lui.
Dal suo angolo anche se non la vedeva sentiva i muti singhiozzi dell'angelo.
Prese allora una pergamena e con uno stilo scrisse un messaggio.
Attese poi il cuore della notte, Jereth anche se non dormiva era talmente immersa nei suoi pensieri che non gli avrebbe prestato attenzione.
Prese la spada, la piantò a terra infilzando la pergamena.
Silenziosamente poi si allontanò con le bisacce a spalla sopra l'ascia bipenne sistemata a tracolla.
Iniziò a discendere dalla vetta del monte Kimani avvolto nel suo pesante mantello rosso, mentre una cascata di stelle brillava nel cielo rischiarato da una luna luminosa.
Il sentiero scendeva ripido lungo il pendio ovest della montagna, tonalità di grigio scuri indicavano le asperità del terreno, massi e tronchi caduti.
Il passo cadenzato ma veloce anche nella scarsa visibilità della notte indicavano che Licht conosceva bene quel sentiero.
Il monte Kimani era la torre di guardia, il punto di accesso alle Valle dei Misteri che terminava ai piedi del massiccio che dominava l'intera catena montuosa: la MONTAGNA DI GHIACCIO.
A metà costa della parete occidentale del monte Kimani, percorrendo la via dei cacciatori si poteva, scendendo, entrare nella valle e attraversarla oppure prendere la via degli eroi, che posta a più alta quota, gli avrebbe risparmiato una scalata e nel giro di una settimana lo avrebbe condotto sotto la cima del monte di ghiaccio al rifugio dell'Esploratore Solitario.
Punto di arrivo o di ... partenza per la più suggestiva attraversata e ascensione dell'intera catena montuosa i ghiacciai eterni.
Nessuno era mai tornato dall'impresa.
La notte non era ancora finita ma il giorno non era lontano.
L'aria era fredda una leggera brezza muoveva le cime degli alberi, una sottile nebbia si alzava sopra i boschi di larici.
Non si udivano rumori in lontananza se non i rari versi degli animali notturni.
Come comparso così il sottile velo bianco scompare risucchiato dalla notte che muore.
Alle spalle la parete del monte Kimani e tutto intorno al Comandante di Betris stavano le montagne.
Immobili, abbracciano l'immensa valle, ne raccolgono gli sterminati boschi, i prati e i sinuosi torrenti la cui forza dell'acqua ha modellato le rocce creando ambienti selvaggi e affascinanti.
I prati che si intravedono tra le prime luci dell'alba, non hanno colore.
I torrenti ancora non si distinguono, un accennato bagliore esita alle spalle dell'imponente e maestosa sagoma scura che si staglia all'orizzonte: la MONTAGNA DI GHIACCIO.
Licht amava questo momento in cui le ombre non avevano ceduto del tutto il passo all'incedere del giorno.
Nulla era definito, ne colori ne forme e il sogno resiste alla realtà.
Ogni forma ricorda un fantasma, un amore perduto, un'amicizia tradita, ammirando la volta celeste nessuno può nascondere se stesso ai propri occhi.
Il cielo si schiarisce sempre più.
La luce, vinta l'ultima timidezza, illumina le vette più alte, poi inizia a scivolare lungo le nude pareti rocciose scacciando le ombre e riscaldando l'aria.
Licht aveva lo sguardo perso all'orizzonte dove cielo e terra si uniscono formando uno sfondo ai possenti contrafforti della Regina delle Montagne.
La cima era coperta da rare e sfilacciate nuvole, sotto cui iniziavano a brillare i ghiacci eterni.
Lungo le pendici scoscese, lame di neve scendono nei canaloni fino ad arrivare nelle parti in cui la luce non batte direttamente.
In quell'oasi di quiete un pensiero si affaccia nella mente dell'uomo:
- Ecco ciò che la mente respinge ma il cuore vuole abbracciare. La ragione rifiuta l'estrema prova ma l'anima la desidera. Così ogni hammers preferisce ascoltare le sue paure e l'egoismo per la sua vita e negare che la Montagna esista -.
Emise un profondo sospiro e tornò a marciare verso la cima lontana chiedendosi se gli angeli della quinta cerchia lo avrebbero seguito.


ACER

"Avanti, compagna, che facciamo?"
Erano le parole di Tjer, che come una richiesta svogliata parevano sfociare dalla sua grande bocca, gli occhi erano infuocati, egli non avrebbe mai accettato di esser così sfidato da un semplice uomo.
Jereth attese ancora un secondo, guardava davanti a se la bruma che si diradava, poi si voltò verso di loro.
"Bene, ora tornerete al castello, prenderete le vostre spade più belle, l'armatura più lucida e tornerete su..."
I loro visi si contrassero dalla sorpresa e dallo sdegno: "...con Fierli"
Ed allora tutte le voci si alzarono, quasi assieme, formando una cacofonia tale che pareva una marea crescente.
Tre dei quattro guerrieri si avvicinarono alla donna, chiedendo, imprecando, pregando, quasi.
Su tutte la voce di Fuoke:
"E tu? Tu dove te ne andrai da sola? Ci porterai via tutto il divertimento? E che dobbiamo fare con Fierli? Perchè portarla su? Sul Monte ghiacciato poi!"
Jererth sembrò quasi alzarsi al di sopra della sua statura, i lunghi capelli mossi dal vento parvero allungarsi e gli occhi neri furono, in un lampo.
I tre indietreggiarono un attimo, strisciando i piedi tra i sassi rumorosi.
"Compagno, devo rammentarti chi sono io e chi sei tu? Tu farai quello che io dirò e non accetto scherzi. Conosco io quell'uomo e tocca a me dargli il colpo di grazia. Comunque nessuno ti toglierà il piacere di masticare le sue ossa, lo bloccheremo sul monte ghiacciato quanto basta per farvi arrivare.
Per quanto riguarda Fierli... è la mia pupilla e decido su di lei per vita e morte, ora andate... tutti a parte Airest, lui verrà con me"
Airest si spostò verso la compagna e rimase immobile, con la faccia pallida in attesa di ordini.
Gli altri, lentamente, si avviarono verso il sentiero, mugugnando e forse imprecando contro di lei anche se sapevano non poter far nulla.
Jereth ormai da troppo tempo era divenuta custode del sigillo oscuro dei Dannati ed era impossibile non conoscere quanta fiducia le dava la nera Dama, non era il capo della Quinta cerchia, poichè gli Angeli Oscuri non hanno capi tra loro, era soltato una favorita.
Quando sparirono dalla loro vista, giù per il sentiero divorato dai boschi, il fratello che era rimasto le parlò: "Jereth, perchè li hai mandati via? Perchè mi hai fatto rimanere con te?"
La donna sbuffò spazientita quasi da quelle domande mentre si legava meglio il pugnale alla vita: "Chiacchiere ed ancora chiacchiere amico mio, non ti ho tenuto per sentir inutili domande, almeno finchè ancora c'è il sole noi non dobbiamo parlare. Rimanda a questa notte la tua sciocca curiosità,
perchè ti prometto che risponderò a due tue domande con la sola verità, e così tutte le notti della nostra solitaria marcia, finchè non raggiungeremo il Comandante... potrebbe essere oggi o tra tre giorni o anche di più... dipende quanto velocemente ci muoveremo. Ora avanti, andiamo, se c'è passato lui due Angeli Oscuri non si fermeranno certo"
E fu così che iniziò la loro marcia.
Camminavano accanto finchè c'era sentiero largo, e poi in fila indiana quando le rocce imponevano il loro dominio.
Era quasi irreale tutto quello che li circondava.
Ogni senso pareva essere triplicato, rumori di qualche fruscio, poi lontano una sorgente fresca... era quello il canto di un cuculo nella valle ad est?
Ed ancora odori.
Ogni cosa odorava lassù, dove soltanto il Sole può permettersi di parlare e di cantare con i suoi muti raggi.
Odore di figlio torrente e fratellini dirupi, di dolce incantata aria.
Si sentivano piccoli in mezzo a tutto questo.
Un regno che a loro non apparteneva.
Ad Est ed Ovest una valle lontana appariva in fondo, facendosi largo tra due catene montuose talmente vicine che quasi si toccavano.
Boschi più in là, a nord credo, qualche fiumiciattolo che scorreva in rivoli tortuosi serpeggiava verso sud.
Ed infine Lei, colei che ogni cosa guardava dall'alto, una vecchia signora panciuta, seduta da tempo infinito sulla sua sedia, a far di maglia grandi prati ed imperlare stelle in una collana per la figlia di ogni re.
Anche Madre Luna la rispettava e s'inchinava alla sua grandezza, Padre sole poi la venerava, baciandole fin i piedi... era lei la padrona... La Montagna Ghiacciata, la signora di valli e colli.
Nulla sfuggiva al suo vecchio occhio imprigionato di rughe lontane eppure maestosa e bella come dolce fanciulla in fiore... e Jereth tanto l'amava in segreto.
Camminarono su un sentierino scosceso, sicuri della strada perchè facile era scorgere il segno di quell'uomo che la notte prima era passato, mentre Acer singhiozzava sotto gli alberi, stringendo tra le mani rocce appuntite.
Passò il giorno e calò, quasi d'incanto, la notte.
Airest si fermò:
"Basta, fermiamoci quì, non si può proseguire al buio, ripariamoci ai piedi di questo dirupo ed aspettiamo l'alba"
Jereth fece un cenno d'assenso con il capo e si sistemarono un po' più a destra dalla via, dove uno spuntone di roccia offriva un modesto riparo a due teste affaticate.
Ad un tratto il guerriero parlò: "Perchè li hai mandati giù? So che non è soltanto per prendere Fierli"
Non potevano guardarsi in volto, la notte era troppo cupa, neppure una stella brillava e tutto pareva così silenzioso che la voce forse era arrivata fin a dove riposava il capo di Licht... poco più avanti.
"Beh, è vero... il fatto è che non dovremo ucciderlo subito, vedi... è difficile da spiegare ma non voglio ucciderlo così, su due piedi... volevo prima parlare con lui e sapevo che tu saresti capace di guardarlo senza aver la bramosia di saltargli addosso e distruggere il suo capo a suon di bastonate"
"Una buona risposta sorella mia, ed ora l'altra, a cui hai promesso di rispondere"
"Parla ed io risponderò"
"Dov'è finita Jereth?"
La donna si bloccò di scatto.
La sua bocca era aperta, ma non riusciva ad uscire nessun suono.
Come aveva fatto ad accorgersi che nello stesso istante che era calato il sole Jereth aveva ceduto il dominio ad Acer?
"Io...io... sono io Jereth"
Lui le prese una mano e la strinse forte, era fredda e grande, mentre la sua piccola era chiusa a pugno. Sentì il suo volto farsi più vicino ed infine baciarla sulla fronte, soltanto posando le labbra, poi tornando lontano da lei:
"No, non lo sei... chi sei? Cosa vuoi da me e da Jereth? Perchè vuoi uccidere quel guerriero?"
Acer aveva gli occhi spalancati nel buio, eppure parevan chiusi.
Il nero davanti a lei era sogno o realtà?
Una voragine oppure salda roccia sulla quale aggrapparsi?
Oh quante cose possono esser l'oscurità!
"Io sono Jereth..." rispose infine l'amazzone, lasciando la mano del fratello d'armi "...e voglio uccidere Licht perchè ha congiurato contro il nome della nostra cerchia"
E così detto si girò su un fianco, stringendo i pugni per soffocare lo spirito, che in lei urlava.


LICHT

Licht avanzava lungo il percorso tracciato dall’antico sentiero ad alta quota.
Nella sua mente un unico pensiero: conquistare e dominare quella cima per uccidere e combattere i cinque angeli.
Come ascoltando l’eco delle sue parole la montagna di ghiaccio lo fissava e lo scrutava e immersa nel cielo azzurro e luminoso lo invitava, attraendolo a se, ad avanzare.
Non era mai stato in quella valle, aveva seguito le indicazioni di alcuni esploratori.
Non conosceva quindi la dinamica delle correnti d’arie anche se intuiva che quella brezza avrebbe portato qualche sorpresa.
Fermo su una roccia sporgente ammirava l’immensa valle che si stendeva sotto i suoi occhi, poi si voltò verso la montagna e valutò che per tutto il giorno avrebbe camminato sotto il suo vigile sguardo fino a quando seguendo il sentiero non sarebbe arrivato sotto una cima più bassa che ne avrebbe coperto la vista.
Si dissetò ad un piccola sorgente che fuoriusciva dalla fredda roccia raccogliendo l’acqua nei palmi delle sue mani riunite.
Entrò pochi passi nella fitta boscaglia e raccolse bacche e frutta selvatica che avrebbe mangiato lungo la strada.
Riprese la sua silenziosa marcia.
Camminò tutto il giorno senza mai cedere sul ritmo che si era imposto e verso sera come previsto la cima del monte Loi iniziò a nascondere la regina di tutto il gruppo roccioso.
Avanzò fino a quando l’oscurità non calò totalmente nella valle rendendo pericoloso il proseguire.
Trovò rifugio in un'angusta grotta, non molto grande ma sufficiente per ospitare comodamente una persona e nascondere la luce del fuoco che avrebbe acceso per riscaldarsi durante la notte.
Al mattino ancora prima che il sole sorgesse un'ombra si muoveva alle pendici del monte Loi.
Il cielo era tutto nuvolo, probabilmente anche se poteva non avrebbe potuto la cima di ghiaccio. Dentro di se avvertiva uno strano nervosismo dovuto forse alla mancanza di quella vista.
Percorrendo il selvaggio ambiente girò intorno al monte Loi, sapeva che sarebbe tornato a vedere la montagna quando avrebbe raggiunto le rovine di un antico borgo.
Ultimo avamposto della civiltà di quelle terre, costruito nei secoli passati quando una colonia si stabilì in questa valle per cercare ed estrarre miara.
Poi all’improvviso della colonia non si seppe più nulla e quando i messi dell’Imperatrice arrivarono al borgo trovarono solo macerie e distruzione.
L’imperatrice decise di abbandonare quella valle e da allora nessuno vi ha più abitato.
Solo esploratori e cacciatori ogni l’attraversano fino all’ultimo rifugio: Il rifugio del solitario.
Oltre nessuno sapeva cosa ci fosse, tutti coloro che avevano osato non erano più tornati.
Nel pomeriggio di quel secondo giorno una pioggerellina sottile cadeva insistente rendendo l’erba viscida e fangosa la via.
Protetto dal suo mantello con il cappuccio calato sugli occhi Licht avanzava verso le rovine del borgo mentre dentro di se sentiva crescere la malinconia e nervosamente cercava con lo sguardo la cima di ghiaccio senza mai trovarla.
Infreddolito, senza aver mangiato nulla se non i resti di qualche bacca avanzata dal giorno a notte fonda mise piede dentro le rovina.
Un profumo di arrosto arrivò alle sue narici.
Pensò che forse non era solo in quel luogo e qualche cacciatore o esploratore potesse aver trovato ricovero in quel luogo.
Cercò di seguire la direzione del vento e camminando tra pietre e mura cadute vide da lontano una flebile fiamma.
Lanciò un grido e due figure uscirono da una casa mezza diroccata invitando l’uomo ad avvicinarsi.
“Il mio nome è Licht” disse il guerriero avvicinandosi al loro rifugio.
“Io sono Frigem e lui Destiamo. Vieni a scaldarti e a ripararti, sei giunto in tempo anche per gustare un pasto caldo. A vederti direi che ne hai un gran bisogno”.
Licht sedeva in mezzo ai due cacciatori che gli avevano prestato una tunica asciutta mentre la sua era messa ad asciugare, appoggiata sopra due rami messi ad incrociare, davanti al fuoco.
Aspettarono di consumare la cena poi Frigem chiese a Licht:
“Quali motivi ti hanno condotto in questa valle?”
Licht pensò un attimo prima di rispondere valutando quello che doveva dire.
“ … è la prima volta che entro in questa valle. A pensarci bene non so neanche perché l’ho fatto.”
Per un attimo fissò la fiamma viva che vibrava davanti a lui, poi continuò:
“Ero sul monte Kimani, sulla vetta, in attesa di regolare … dei fatti privati con un gruppo di persone”, evitò accuratamente di menzionare esplicitare che doveva battersi con i fratelli della quinta cerchia, “la notte come si sa porta consiglio. Così pensai che quello non era il luogo appropriato per affrontare degli avversari abili e forti. Il mio sguardo era puntato verso l’ombra della montagna di ghiaccio. Ne avevo sempre sentito parlare da esploratori cacciatori e avventurieri, ne ho ascoltato storie e leggende e non credo valga la pena di morire senza prima conoscerla”.
Destiamo prese dal fuoco con un guanto un carbone ardente e lo avvicinò alla cartina arrotolata con del tabacco dentro che teneva appoggiata sulle sue labbra.
Ad un esploratore non era impossibile conoscere e appropriarsi dei vizi degli stati dell’unione.
Inspirò profondamente, trattene il fiato per alcuni secondi, poi fu avvolto da una piccola nube di fumo chiaro.
“Non è stato un tuo pensiero Licht di entrare nella valle, ma la MONTAGNA ti ha chiamato” disse l’uomo sottolineando la parola montagna.
“Vedi Licht, molti di quelli che entrano in questa valle non entrano per loro volontà ma perché la montagna li attira a sé...” Prese la cartina mezza consumata tra le sue dita e la alzò davanti ai suoi occhi fissandola.
“… provoca dipendenza Licht. La montagna di ghiaccio provoca dipendenza proprio come queste maledette canne fumanti degli stati dell’unione”.
Destiamo ebbe un gesto di stizza, spezzò la sigaretta gettandola con rabbia a terra.
Frigem aveva abbassato lo sguardo ma Licht capì che i due compagni provavano i medesimi sentimenti riguardo alla montagna.
“Noi sono anni ormai che entriamo e usciamo da questa valle come attratti da un antico e irresistibile richiamo ma … ogni volta arriviamo al rifugio dell’esploratore ma li … non troviamo il coraggio di avanzare. Tutti coloro che conosco e sono andati avanti non sono più tornati”.
“E voi?” disse Licht con tono severo
“Non ci giudicare dei codardi o dei vigliacchi Licht. Per capire il motivo per cui non procediamo oltre bisogna arrivare li, al rifugio. Solo chi ci arriva può capire chi non trova la forza di andare oltre. Ogni parola è superflua”.
Il comandante di Betris non replicò.
Avvicinò le ginocchia al suo petto tenendole con le braccia e socchiuse i suoi occhi.
“Hai detto di aver ascoltato storie e leggende ma conosci il canto della Montagna solitaria?” Disse Frigem mentre ravvivava un po' il fuoco.
“Non credo di averlo mai sentito”.
Frigem si alzò avvicinandosi alla sua borsa.
Infilò la destra in una tasca laterale e tirò fuori uno strumento musicale simile ad un flauto.
Dopo aver intonato le prime note iniziò il suo canto:

Quando nulla esisteva e io ancor non ero …
su di me furono posti i sigilli del mistero.

Di questa terra sono la regina tra le belle …
sulle mie spalle poggia il cielo di stelle.

La mia bianca cima è una guida sicura …
a chi viaggia in questa valle oscura.

Dai miei robusti fianchi scendono acque feconde …
che il Kruill raccoglie e la vita infonde

Il mio sguardo silente vigila queste terre …
degli hammers nulla sfugge ne pace ne guerre.

Dicevo tra me: mi è toccata una felice sorte …
e i secoli, intorno mi hanno seminato morte.

A me tutti attiro con la bellezza …
ma nessuno giunge alla mia altezza.

Dalla mia solitudine nasce la gelosia …
e la mia ira si abbatte in ogni via.

Ma nel mistero che mi avvolge vedo una speranza …
beati coloro con cui stringerò un'alleanza.

Coloro che mi vorranno trovare …
dai sensi si dovranno liberare.

La natura darà loro lo spirito cercato …
e dalla prova della notte sarà purificato.

Proveranno un esperienza di sofferenza e abbandono…
una risposta fedele e paziente darà il giusto dono.

Lampi improvvisi e numerosi illuminavano la via percorsa da Licht mentre tuoni di temporale echeggiavano nella valle.
Sotto una fitta pioggia Licht aveva ripreso la marcia verso la sua meta.
Abbandonate le rovine una strada sterrata proseguiva verso la montagna di ghiaccio girando intorno al monte Loi.
Il terreno argilloso sotto la violenta perturbazione diventava ad ogni passo sempre più scivoloso, poi fangoso ed infine un vero e proprio acquitrino.
Gli stivali in pelle trattati con grasso animale che Frigem aveva regalato al comandante di Betris si stavano rivelando molto utili.
Ad ogni passo sentiva il rumore del piede che affondava nelle enormi pozzanghere mentre l’acqua colava dal cappuccio scivolando lungo il viso e penetrando sotto il mantello con insistenti rivoli bagnando la tunica.
Il fango schizzava fin sopra le gambe a volte alcune spruzzi erano talmente alti che arrivavano in viso e Licht lo sentiva asciugarsi sulla sua pelle mentre questa tirava leggermente.
Ogni volta quando arrivava in cima dei piccoli promontori si voltava vedendo se Acer e la sua cerchia lo inseguivano, ma non vedeva anima viva.
Tronchi e alberi abbattuti dal temporale lo aiutavano agevolandone il cammino a non impantanarsi completamente.
Dopo un paio di ore la pioggia smise di cadere e il cielo andava sempre più aprendosi.
Finalmente raggiunse un pezzo roccioso e la camminata divenne nuovamente cadenzata e nel suo intimo l’uomo tornò a desiderare la montagna.
Finalmente superò la montagna di Loi, imponente e improvvisa si levò dinanzi ai suoi occhi la criniera argentata.
Un sorriso increspò le labbra di Licht, gli occhi s’illuminarono, il suo spirito si rinvigorì.
Quella vista diede nuova energia al guerriero sotto i suoi piedi si aprivano scenari e paesaggi stupendi nella valle dei misteri sulle sue foreste.
Poche ore di sole e la temperatura era già alta, superato il monte Loi ora avrebbe iniziato a risalire le pendici dello Shibang fino al passo delle due torri.
Salendo la verde e rigogliosa vegetazione lasciava presto il posto ad una flora più scarna fatta di piante grasse e arbusti a volte secchi e bruciati.
Si fermò accanto ad un torrente dall’acqua limpida solo per mangiare un pasto frugale fatto di frutta secca e pane raffermo con sopra spalmata della marmellata.
Benediceva quell’incontro con i due cacciatori quante cose gli avevano dato necessarie alla sua impresa.
Fu allora che gli tornarono in mente quei versi della montagna:
A me tutti attiro con la bellezza … ma nessuno giunge alla mia altezza.
Effettivamente anche per lui era stato cosi.
Era entrato nella valle per la montagna di ghiaccio e in quel giorno in cui aveva superato il monte Loi si sentiva perso senza la vista di quella cima che … nessuno aveva mai raggiunto.
Riempì il piccolo otre da trasporto se lo mise a tracolla e continuò il suo viaggio preoccupato da minacciose nuvole che scendevano da nord.
Raggiunse appena in tempo il passo delle due torri dove trovò rifugio in una grotta prima che la nebbia tolse ogni traccia di visibilità e acqua e grandine iniziarono a scendere copiose.
Non aveva la cognizione del tempo, sapeva che sarebbe ripartito appena il tempo avrebbe migliorato e l’indomani avrebbe finalmente raggiunto il rifugio dell’esploratore.
Nella grotta trovò diverse sterpaglie asciutte e un grosso tronco usato da qualche precedente ospite come appoggio.
Riscaldato dal fuoco che era riuscito ad accendere consumò le ultime provviste di cibo mentre la sua ombra proiettata sulla fredda roccia ne ingigantiva la figura.
Poi stanco si lasciò vincere dal sonno.
Il fuoco era quasi spento e fuori ancora era buio quando si risvegliò.
Uno strano candore da fuori penetrava nella grotta.
Si affacciò e vide una spessa coltre bianca ricoprire ogni cosa.
Durante il sonno l’acqua e la grandine si erano lentamente trasformate in neve.
Era sorpreso a quella vista, il giorno precedente anche se aveva piovuto la temperatura non era cosi rigida da far pensare a ciò.
Con lo sguardo perso nel buio della notte verso l’oscura ombra delle cime accompagnò il suo pensiero al rifugio, immaginando la situazione ancora più pesante e difficile.
Rifiutò di pensare a cosa avrebbe trovato sulla cima della montagna.
Anche se buio e con la neve che andava ghiacciando sotto un cielo che tendeva al sereno mostrando ampi spazi della volta stellata si convinse a ripartire.
Era certo che il sole presto avrebbe riscaldato quelle cime e sciolto la neve almeno fino al rifugio; quello sarebbe stato l’ultimo giorno di cammino prima di tentare la salita alla montagna di ghiaccio.
Ma le cose non sarebbero andate come il Comandante pensava.
Procedendo adagio cercò di restare il più possibile al centro di quello che sembrava il sentiero tracciato, individuato solamente da un leggero e quasi impercettibile abbassamento del livello della neve.
Il sorgere del sole aveva portato con se nuove preoccupazioni per Licht.
Alte colonne nuvolose, minacciose, scendevano da nord sospinte da un vento gagliardo e gelido e presto avrebbero ricoperto il cielo.
“Dannazione non ci voleva, la neve non si scioglierà. Speriamo che riesca a raggiungere il rifugio per questa sera” disse a voce alta senza accorgersene il comandante di Betris.
Aveva superato diversi tornanti che alzavano il livello di diverse decine di metri e la neve diventava sempre più alta, arrivava fino al ginocchio di un uomo alto.
La leggera crosta gelata a volte cedeva sotto i passi pesanti dell’uomo di Betris.
I suoi stivali affondavano nella neve fin oltre la metà.
Ogni volta rialzare la gamba era sempre più faticoso.
Davanti a se, circa un centinaio di metri di dislivello vide un passaggio tra le rocce, i due cacciatori gliene avevano parlato.
Si fece scuro in volto.
Non aveva nessun riferimento riguardo all’ora del giorno, la nevicata lo aveva rallentato, capiva di essere in ritardo rispetto alla tabella di marcia prevista.
Non sarebbe riuscito ad arrivare al rifugio in quello stesso giorno e quel pensiero iniziò a tormentarlo. Raggiungere quel passo senza la neve avrebbe richiesto al massimo un'ora di cammino ma in quelle condizioni il tempo sarebbe stato abbondantemente superiore.
Si appoggiò ad un'enorme roccia per cercare di riprendere fiato, subito sentì il sudore ghiacciare addosso al suo corpo e ripartì.
Il tempo minacciò neve tutto il giorno, ogni tanto qualche spruzzo scendeva copioso dal cielo ma poco dopo smetteva.
Era quasi buio anche a causa delle nubi quando Licht arrivò al passaggio tra le rocce.
Una fenditura, stretta e profonda, protetta dagli enormi costoni che da sopra la coprivano tenendola libera dalla neve.
Licht s’infilò velocemente in quel buco e quando arrivò dalla parte opposta il cielo si stava riaprendo.
Il sole poco sopra l’orizzonte illuminava la parete rocciosa da dove l’uomo era uscito regalandogli uno spettacolo da restare senza fiato.
Si apriva la visuale sulla grande conca detta il LAGO DEGLI DEI ricolma di rocce, neve e detriti. Circondata da alte cime e sovrastata sulla sinistra dalla cresta finale della MONTAGNA DI GHIACCIO che proprio da quella conca prende lo slancio per sfidare il cielo e trafiggerlo, come una spada pietrificata, vertice estremo delle terre dell’Arcano.
Dal punto in cui si trovava Licht, occorreva camminare sulla cresta della sommità della cima in cui si trovava per superarla e procedendo verso sinistra si scendeva leggermente su una larga sella.
Da li risalendo un sentiero su un ripido pendio si arrivava al rifugio.
Ma ormai era troppo tardi, non avrebbe raggiunto neanche la sella prima che il sole calasse.
Pensò che in fondo quella fenditura l’avrebbe riparato dalla neve e avrebbe potuto procurarsi un rifugio di emergenza contro il vento che stava salendo ammucchiando le pietre contro una parete.
Unico problema il cibo.
L’improvvisato ricovero ottenuto ammucchiando rocce alla parete lo avevano riparato dal vento ma non lo avevano risparmiato dal freddo e dal gelo.
Avvolto nel suo mantello più volte durante la notte aveva dovuto alzarsi e muoversi, poi massaggiare i suoi piedi feriti e piagati dal ghiaccio per non rischiare il congelamento.
Ancor prima dell'alba l’uomo dal volto livido, li occhi cerchiati aveva ripreso la marcia.
Già dai primi passi la fame faceva sentire i suoi morsi.
Uscì dalla gola e s’incamminò alla sua sinistra lungo la cresta.
Non era caduta altra neve e il cielo era ora sereno, guardando dritto davanti a se si chiedeva se avrebbe trovato cibo e acqua al rifugio come avevano detto i due cacciatori.
Quel desiderio divorante di raggiungere la cima si era trasformato in dolore e disperazione, unico dono della Montagna pareva potesse essere, ormai, soltanto la morte; eppure una nel buio dell’anima gli sembrava di sentire una voce che gli urlava: RESISTI.
Il sole languido si levò nel cielo.
Ogni cosa acquistò la sua forma, tutto era avvolto da un duro e cristallino manto bianco.
Ma lei, la montagna con la sua corona di ghiaccio era li che lo sfidava, lo derideva ghermendolo con la fatica e il gelo.
Quando giunse alla sella fu avvolto da una corrente che lo piegava in avanti e tentava di stenderlo nella neve.
Aveva gli occhi dalle ciglia strinate dal gelo e lacrimosi, le palpebre gonfie e sanguigne erano due piaghe aperte nel viso; con quelli vide la luce diffondersi sul LAGO DEGLI DEI.
Cercò riparo dal vento dietro un alto gradone di roccia.
Un punto d’inenarrabile bellezza, sospeso sopra un abisso senza fine.
Sporgersi senza sdraiarsi in terra e avanzare strisciando alzando timidamente lo sguardo oltre il ciglio è un'ardua impresa.
Osservando la conca e le montagne che la circondano si avverte tutto lo slancio delle pareti verso l’alto come volendo fuggire dall’abisso che esse racchiudono.
Lo spirito si annichiliva innanzi alla vastità, anelava invano a cogliere un segno di vita su quella corona regale che spiccava verso il cielo; per diversi minuti lo sguardo scrutava l'orizzonte.
Aveva dimenticato ogni cosa in quell’estasi spirituale.
Quando si rialzò uscendo dal riparo e tornando a camminare sulla sella il vento lo riportò alla realtà. Fame e dolore tornarono a far udire forte la loro voce.
Perso nello sterminato oceano della sofferenza nelle prime ore del pomeriggio giunse senza più forze alla capanna del rifugio solitario.
Alzò il chiavistello, spinse la porta gettando uno sguardo all’interno.
Alla sua destra sotto una piccola finestra scorse un letto dove cadde addormentato.
Aveva dormito diverse ore, le ombre della sera erano già scese.
Aveva preso confidenza con l'interno del rifugio.
Aveva trovato frutta secca in uno scaffale, della legna coperta in un angolo, tuniche asciutte attaccate ad un gancio dietro la porta.
Una lampada con notevoli scorte di olio.
Ora riposato e riscaldato, seduto davanti al fuoco rifletteva su quel viaggio che lo aveva portato dal duello contro i cinque membri della cerchia dei dannati ai piedi della corona ghiaccio.
Acer dov'era?
Per la prima volta ripensò all'amazzone dopo due giorni in cui la montagna gli aveva fatto dimenticare ogni cosa.
Doveva ancora scoprire cosa impediva a molti uomini una volta raggiunto il rifugio di proseguire.
Ma fuori era buio e il vento sembrava ululare come un branco di lupi affamati.
Avrebbe rimandato tutto al mattino seguente.
Aprì lentamente i suoi occhi, con lo sguardo che cercava di mettere a fuoco le cose e la mente che si sforzava di capire dove si trovava.
Sfumati raggi di sole filtravano dalle robuste ante di legno chiuse.
Il vento fuori dal rifugio urlava ancora tutta la sua rabbia.
Quando si tirò su con le braccia, Licht ricordò dove si trovava.
La sera precedente era caduto in un sonno pesante e aveva dormito profondamente per molte ore.
Erano anni che non ricordava una sensazione così piacevole.
Si mise a sedere sul bordo del letto.
Con le mani, a salire, pettinò all’indietro i suoi capelli, strinse i pugni e sbadigliando allargò le sue braccia gonfiando il petto fino a sentire un leggero scricchiolio della schiena.
Aprì le ante del rifugio e cascate di luce ne illuminarono ogni angolo.
Il sole era alto, il cielo di un azzurro brillante promettevano un ottima giornata. I
La sera prima non aveva visto in un angolo sopra della paglia frutti di vario genere e tipi.
Ne prese uno dall’aspetto allettante, lo strofinò sui pantaloni e lo addentò.
Quando uscì dal rifugio guardò prima dalla strada da dove era venuto alla ricerca di figure lontane o segni che potessero indicare l’avvicinamento di Acer e i suoi amici.
Stranamente però non avvertiva più nei suoi pensieri quell’ombra di malessere e rabbia che gli angeli della quinta cerchia avevano generato in lui.
La stessa Jereth, l’anima oscura di Acer, ora non riusciva a vederla come un terribile nemico.
Li in quel mondo, dove la mancanza di fiducia vale più dell’acciaio e del filo di una spada, si sentiva stranamente minacciato da quel modo di pensare.
Si rendeva conto di aver perso del tempo prezioso, ma ora si sentiva nuovamente in forma e in grado di affrontare la montagna.
Girò intorno al rifugio, affondava i suoi passi nella neve e risalì una leggera china mentre il fischio del vento diventava sempre più assordante.
Avanzò qualche decina di metri. Fu costretto a fermarsi.
Davanti a lui una gola profonda, tra fauci affilate di rocce scendeva scendere negli abissi della terra.
Le correnti di vento incanalate salivano con violenza dal basso.
La neve ai cigli del baratro veniva spazzata e pulviscoli ghiacciati volavano intorno.
Licht provò a sporgersi ma la corrente d’aria gelida lo investì in pieno volto impedendogli di vedere le profondità. Indietreggiò.
Alzò lo sguardo verso la cima ghiacciata che sembrava schernirlo, protetta come era da quel baratro.
Licht valutò che la gola non era ampia più di undici forse dodici metri.
Dal lato opposto spiccavano dalla neve rocce acuminate.
Accostate al rifugio aveva notato delle funi lunghe e robuste. Tornò indietro e ne raccolse un paio.
Poi entrò nuovamente nel rifugio e dalla rastrelliera prese una lancia, valutandone il peso con la destra scelse la più pesante.
Tornò quindi sul bordo dello strapiombo.
Ripiegando in due la corda, la legò intorno alla lancia lasciandone a terra sotto il suo piede i capi liberi. Puntò allora una delle rocce che affioravano, la più alta e lanciò.
Una folata investì in pieno la lancia spostandola di un paio di metri dalla direzione di lancio e facendola cadere abbastanza lontana dalla roccia scelta.
Raccolse i capi liberi e iniziando a tirare recuperò la lancia.
Fece diversi tentativi prima di riuscire a mandare la lancia nel punto scelto. Poi legò un capo libero della corda ad una roccia al suo fianco e con l’altro tirò forte fino a quando la lancia piegandosi all’indietro andò a sbattere contro la roccia.
Licht portò in tensione la corda che smise di vibrare sotto l’impeto delle intense folate di vento. Legò anche l’altro capo. Ora si domandava se fosse riuscito a passare dall’altra.
Preparò e sistemò nella sua bisaccia il necessario per restare fuori almeno quattro giorni tanto valutò il tempo necessario per salire e scendere dalla cima.
Sentiva il sudore colare sulla sua schiena, mentre le mani gelate cercavano a fatica di trascinare il corpo lungo la corda tesa sopra il baratro a cui era avvinghiato anche con le gambe.
Quando arrivò dall’altra parte con le mani livide e viola completamente gelate e sentì sotto di se la solidità del ghiaccio rimase steso a terra per alcuni minuti cercando di riprendere fiato.
Si alzò e levò lo sguardo verso la cima. Ora che aveva varcato il baratro si sentiva come se avesse messo piede dentro il luogo più sacro di un tempio.
Sentì lo sguardo severo su di se, ostile e duro come se volesse ricacciarlo oltre quel limite oltrepassato.
Iniziò la scalata. La pendenza era talmente accentuata che saliva appoggiandosi con le mani.
Sotto i suoi stivali aveva calzata una maglia chiodata che gli permetteva di avanzare senza scivolare sulla neve ghiacciata.
Alla fine del giorno aveva percorso più della metà della strada che lo separava dalla vetta.
Scavò una buca nel ghiaccio profonda quel tanto per farlo stare dentro. Così passò la notte all’addiaccio su quella cima.
Ancora prima dell’alba, si rimise in marcia.
La pendenza aumentava sempre di più, ormai vedeva la cima sopra la sua testa a poche decine di metri. Davanti a se doveva superare uno sperone roccioso, ultimo baluardo alla conquista della cima.
Riuscì a mettere il braccio sinistro sopra allo sperone, facendo perno sulla gamba destra e tirandosi su spingendo con il gomito sollevò la testa sopra lo sperone.
Staccò la destra dalla roccia per portarla ancora piu in alto, ma in quel momento la maglia chiodata si staccò dal piede destro.
Lo stivale scivolò dall’appoggio, alla gamba destra mancò l’appoggio e trascinò con se tutto il corpo.
Le mani si graffiarono e ferirono a sangue mentre scivolando cercava di aggrapparsi.
Cadde pesantemente con la schiena sulla neve ghiacciata e iniziò a scivolare.
Nell’attimo in cui iniziò a rotolare, sfilò l’ascia e con la forza della disperazione affondò le affilate lame nel ghiaccio ma l’ascia non tenne.
Caricò di nuovo il colpo alzando all’indietro il braccio e colpì con tutta la forza ela disperazione che aveva in corpo.
Questa volta la lama entrò ancora più in profondità ma riprese lentamente a scivolare fino a quando per fortuna del guerriero non incontrò una roccia coperta e si fermò.
Con la gamba sinistra affondò i chiodi nella neve trovando un sostegno stabile e sicuro.
Respirò profondamente a occhi chiusi. Quando li riaprì si accorse che aveva perso una ventina di metri o poco più e poteva considerarsi fortunato.
Riposò, consumò un po' di cibo e solo dopo una pausa di riposo riprese la marcia.
Finalmente superò lo sperone e ormai si trovava alla cima.
In poco tempo coprì i pochi metri che gli mancavano per raggiungere la meta.
Era arrivato!
Il corpo, percorso dalla stanchezza, cedette quasi con dolcezza alla fatica.
Si sedette e osservò intorno.
Aveva subito i feroci morsi della fame, rischiato la vita più volte.
Per una settimana la sua unica compagnia erano stati pioggia neve e gelo, sotto lo sferzante spirare di un gelido vento.
Ma ora, era giunto su quella cima inviolata. Un luogo ostile e severo ma pieno di pace.
L'ampio panorama si rivelò lentamente ai suoi occhi, il suo sguardo rapito si perdeva nello spazio infinito.
L'orizzonte, infiammato dalla luce di Amanuator il sole di quelle terre, da quell’altezza mostrava la sua curvatura seguendo la sfericità del pianeta.
Il Kruill appariva come un enorme serpente argentato che sinuoso solcava quelle terre.
Le grandi Kioskas costruite sulle rive del sacro fiume assomigliavano a grandi formichieri ripieni di febbrile attività.
Il grande deserto di rocce laviche ai piedi della catena dei grandi vulcani era una gigantesca macchia oscura che sembrava assorbire ogni raggio di luce.
Per ultimo posò i suoi occhi sulla cima.
Si alzò, aprì le braccia e le protese verso il cielo girando su stesso in una mistica e lenta danza con la montagna.
Con gli occhi socchiusi, dal suo viso traspariva l’intensa gioia che attraversava la sua anima.
Si sentiva parte di quella cima, i loro spiriti erano intimamente uniti.
Smise di girare, abbassò le braccia orizzontalmente, parallele alla cima.
Inarcò la schiena come volendo sfidare con il petto, il vento che spirava gagliardo.
Stette così per lunghi minuti, finchè senza più energie lasciò ricadere le braccia sui fianchi e si lasciò cadere sulla neve spazzolata dall’aria.
Aveva conquistato il suo obiettivo, era scampato a molti pericoli, provato le sue capacità spingendole verso limiti a lui sconosciuti, vinto la sua sfida personale.
Eppure ancora non riusciva a distogliere lo sguardo dal cielo, così vicino, ma sempre irraggiungibile.
Un pensiero si fece largo nella sua mente: il desiderio della conquista l'aveva spinto fin lì, in quel luogo solitario.
Come sembrava lontana quella notte sul monte Kimani quando abbandonò Acer.
Sapeva che non avrebbe avuto possibilità di vittoria contro Jereth e i suoi fratelli.
La ricerca di un luogo dove meditare, dove mettere alla prova la sua abilità, dove avrebbe potuto fiaccare la resistenza dei cinque angeli e batterli l'aveva portato qui.
O forse no? Qualcosa ancora gli sfuggiva?
Era lui che avevo cercato la vetta o LEI lo aveva attirato a se?
Si domandava se desiderava la sfida più della conquista?
La ragione brancolava come in un labirinto senza luce e riconobbe un senso profondo nascosto in quelle domande.
Una voce squillante, leggermente incrinata da un respiro affannoso, lo riportò alla realtà:
“Mi fa piacere vedere che ti sei dimenticato di noi, pensavi forse non saremmo riusciti a raggiungerti?”
Il guerriero si alzò, sorridente:
“No amica mia, sono felice di rivederti. Devo ammettere che in questa settimana ho avuto poco tempo per pensare a te e alla tua cerchia”, leggermente sorpreso con la fronte aggrottata, “uhm … sola?”
“Airest dovrebbe essere poco dietro di me, gli altri credo ci aspetteranno al rifugio dell’esploratore”
In quel momento mentre osservava l’amazzone, si rese conto che la risposta a quelle domanda era in se stesso.
Nel desiderio che aveva sentito nella sua anima la notte che lasciò Acer sul monte Kimani.
Voltò le spalle all’amazzone e si mise ad osservare di nuovo l’orizzonte.
Acer rimase qualche passo dietro di Lui.
Poi Licht fece emergere dal suo cuore la risposta e le domandò: “Sai … amica, in questo viaggio ho capito che il desiderare è più importante del possedere”.
Airest era giunto al fianco di Acer e sguainato la spada, la lama era già alta nell’aria e pronta a colpire.
L’amazzone alzò la sua mano destra in segno per fermare il colpo, l’angelo ebbe un'incertezza: “Non capisco Acer?”
L’amazzone fissò il compagno, gli occhi brillavano in due piccole e strette fessure.
Quello sguardo rendeva l’idea del carisma che era in quell’amazzone e con la quale dominava i membri della cerchia.
Ariest abbassò lo sguardo come un cane bastonato e rinfoderò la spada senza dire nulla.
Si guardò intorno, poi disse: “Acer, ti aspetto al rifugio”.
La donna avanzò affiancandosi a Licht.
Mentre fissava anche lei l’orizzonte rispose alla domanda del guerriero:
“Dipende. Non è più importante avere la pace invece di desiderarla? Non è più importante avere una buona vita, felice, invece di desiderarla? .... Penso che la tua affermazione sia vera soltanto in piccola parte, è importante desiderare ma se poi non si tenta di realizzare ciò... allora non si va lontano. Lottare per i sogni, per realizzare i tuoi sogni, per possedere il sogno trasformato in realtà”
Il guerriero annuì ma non rispose mentre il suo cuore viaggiava in un oceano infinito fatto di pensieri che si racchiude in un'unica domanda:
“Quale è il prezzo da pagare per mantenere la conquista?”.




 

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