Incubi e racconti dei giorni di...
PIOGGIA
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L'INCUBO
Quel giorno mi addentrai nella fitta penombra della foresta.
La luce fioca del mattino filtrava tra le fronde; l’umidità
inghiottiva ad uno ad uno i tronchi degli alberi e lasciava un
sottile strato di migliaia di goccioline che rimanevano intrappolate
nelle cavità rugose delle cortecce e si lasciavano cadere a terra
solo quando si univano ad altre gocce d’acqua e divenivano pesanti. |
Dove i raggi del sole riuscivano ad arrivare a terra illuminando il
manto di foglie secche dell’autunno, si levava una sottile scia di
vapore e il colore delle foglie diveniva meno brillante ma più carico,
più saturo.
L’aria pungeva le narici e l’alito creava nuvole di nebbia e il rumore
del respiro era coperto qua e là dal cinguettio dei primi mattinieri
uccelletti che saltavano tra i rami.
Oramai erano giorni che vagavo tra immense distese di prato alla ricerca
di qualche insediamento umano.
Da quando mi sono ritrovata in questa realtà, gli unici esseri viventi
che ho incontrato sono stati alcuni volatili, qualche ragno e pochi
topolini.
La paura di trovarmi in un mondo senza esseri umani iniziava a farsi
sempre più incalzante anche se in fondo era ciò che avevo sempre
desiderato.
Ora dentro questa foresta mi sentivo meno perduta ma anche meno sicura,
poiché non si riusciva a scorgere nulla.
Lo sguardo arrivava solamente sin dove il fitto della foresta non
permetteva di scorgere oltre e gli immensi alberi contorti rendevano un
senso di inquietudine.
In compenso, lì vi erano degli alberi con degli strani frutti simili a
noci, solo un poco più grandi e in gran quantità e, visto che il cibo
che avevo nella sacca era quasi terminato, la cosa mi rallegrava
alquanto. Di acqua ve n’era in quantità sotto forma di copiose sorgenti
freschissime.
Camminai per circa sei o sette ore, il sole ormai non riuscivo più a
vederlo, la foresta era sempre più fitta e il cammino diveniva pesante,
una salita parecchio ripida mi si presentava dinnanzi e salii.
Ad un certo punto vidi che avanti a me si intravedeva una piccola lamina
di luce e diveniva sempre più grande man mano che salivo.
La stanchezza era tanta ma dovevo arrivare a vedere oltre il limitare
della vegetazione, almeno per oggi potevo pensare di aver camminato per
qualche cosa.
Arrivai a pochi metri dalla fine del bosco ed oltre si scorgeva il
crinale del pendio e prima di raggiungerlo mi fermai un poco per pregare
qualcuno a far sì che oltre quella linea tra terra e cielo ci fosse
stata qualche cosa di buono.
Il crinale era tagliente e più mi avvicinavo e più mi accorgevo che
oltre si apriva un panorama grandioso.
Mi sdraiai a terra e pian piano misi fuori la testa e una immensa
voragine mi si parò davanti.
Ad occhio e croce mi trovavo a duemila o duemilacinquecento metri di
altezza e, sotto, una coltre di nuvole non permetteva di scorgere
alcunché.
Il sole volgeva al tramonto e il cielo si illuminava di arancio.
Incomparabile bellezza in cui ciascuno perde in quei momenti la facoltà
di guardare null’altro.
Infatti, abbassando per un attimo lo sguardo, le nuvole sottostanti si
erano un po’ diradate e sotto si intravedevano alcune luci, sempre più
numerose; era una città.
La voglia di correre mi attraversò il pensiero ma pensai di rimandare
tutto a domani e scelsi un posto per riposare.
Dormire non fu facile quella notte; mille pensieri si accavallavano
nella testa e guardai più volte verso quelle luci.
Un senso di angoscia si appropriò della mia mente e con essa mi
addormentai.
Il mattino mi sveglio e c’è una leggera brezza, un manto ovattato
ricopre la valle ed il bosco sottostante.
Inizio a scendere il crinale e spero che questa novità mi porti almeno a
capire cosa mi è accaduto e dove mi trovo esattamente.
Dopo un paio d’ore, mentre cammino al limitare del bosco, scorgo un
gruppo di persone e guardandole bene mi accorgo che sono tutte donne e
vestite in maniera strana, sembrano delle amazzoni.
Indossano corpetti, sandali, elmi di pelle, sorretti da lacci di cuoio e
tengono in mano delle vistose balestre; alcune hanno delle lunghe spade.
Non mi faccio scorgere e a doverosa distanza le seguo.
Da qualche parte mi porteranno.
Dovrebbero essere una quindicina e lasciano flebili tracce sul terreno e
camminano speditamente, le perdo quasi subito di vista ed avanzo con
molta prudenza.
Perdo anche le tracce completamente, sembrano dissolte.
Il pensiero che forse ho sognato svanisce di colpo quando, dinnanzi ai
miei increduli occhi, vedo una porta in stile medievale e due “amazzoni”
che la piantonano davanti.
Oramai mi hanno vista e cerco di non sembrare spaesata mentre mi
avvicino.
I loro corpi sono muscolosi e, anche se erano di una bellezza scultorea,
avevano movimenti e sguardi molto poco femminili.
Mentre attraversavo il loro posto di blocco, potevo sentire un forte
odore di pino e mi sentivo osservata e mi aspettavo l’alt da un momento
all’altro.
Invece mi ritrovai dentro la città e l’odore di pino lasciava il posto
ad un olezzo acidulo, come di sudore.
Ormai è ovvio che del mio passato rimane solo il mio ricordo.
Non v’èra nulla in quel posto di familiare; neanche nei film che ho
visto, quando ero nel mio tempo e nei miei luoghi e soprattutto nel mio
corpo.
Forse solo lo squallore dell’atmosfera, dei corpi che giacciono a terra
in stato assente, svaniti, mi ricordano qualche cosa.
Nelle poche botteghe aperte ci sono in vendita articoli d’altri tempi e
gli interni sono tuguri.
Dopo tanti giorni di solitudine, mi accorgo di essere ancor più sola in
mezzo ad una città.
Non ho la benché minima voglia di chiedere a qualcuno quelle
informazioni che mi servono.
Andando avanti, incontro una ragazza, vestita semplicemente e trasporta
un vaso forse con dell’acqua dentro.
Le chiedo il nome di questa città e lei mi guarda con occhi stupiti e a
bassa voce mi risponde “KRYMENIA”, poi aggiunge che per perdermi avevo
scelto il peggiore dei posti.
Incredibilmente mi accorgo che lei parla una lingua sconosciuta ma per
chissà quale mistero riusciamo a parlare tra noi e a comprenderci.
Mi fa cenno di seguirla e prendiamo per uno stretto vicolo ed iniziamo a
scendere ripidamente. Incontriamo un piccolo gruppo di uomini,
trasandati ma fisicamente forti.
Mi fermo a poca distanza e l’altra parla con loro mentre mi guardano.
Non riesco a sentire ciò che si dicono, ma riesco a capire che lei sta
cercando di distogliere il loro interesse da me.
Non so cosa gli abbia detto, ma si allontanano, la cosa non mi piace per
nulla.
La strada continuava a scendere e gli scalini ed i muri erano un tutt’uno
e si stringeva lentamente. Siamo scese almeno un’ora e non abbiamo
incontrato più nessuno.
Non ho chiesto nulla a lei, tanto mi potrebbe raccontare qualsiasi cosa.
Quando penso a dove sono, la voglia di correre fuori è fortissima ma ad
un tratto davanti a noi si apre una grotta immensa.
Illuminata da una fluorescenza delle pareti e gli edifici malgrado siano
irrimediabilmente danneggiati, hanno cose a me familiari; sembrano
costruzioni metalliche posteriori al ventunesimo secolo, cioè sembrano
grattacieli… del futuro.
Non sembra abitarci nessuno ma lei spedita entra in un tunnel
d’acciaio-cemento.
Fili elettrici penzolano ovunque e tutto sembra fermo li da secoli,
porte metalliche, quadri elettrici divelti, pareti scolorite.
In un grande salone, questo arredato e pulito, lei mi dice di aspettarla
li.
Siedo su di una poltrona di una pelle strana color beige chiaro e lei
scompare dietro una parete a specchio.
La grande sala è di dimensioni notevoli, v’è una grande cupola in alto,
almeno venti metri sopra di me; quella luce verdastra la penetra e si
spande ovunque, come una luce solare.
Attendo forse una mezz’ora e un senso di esser osservata da mille occhi
mi pervade, faccio per alzarmi e cammino verso l’uscita ma due grandi
individui mi si parano davanti e tenendomi per le braccia mi trascinano
in un ascensore.
Scendiamo; chiedo dove mi portano ma loro non fiatano.
Nel sotterraneo del palazzo un puzzo di zolfo tremendo e proseguendo mi
sembra di sentire un brusio di voci soffocate che provengono dai vari
tunnel metallici che si diramano in ogni direzione e si perdono nel
buio.
Ne imbocchiamo uno e le voci si fanno più vicine, passo dopo passo.
Non so perché ma in tutto questo tempo sono rimasta talmente stupita da
tutto ciò che non ho neanche tentato una fuga, per altro con poche
possibilità visto che mi tengono abbrancata con delle mani che coprono
quasi metà del mio braccio.
Mi stanno facendo male e, quando finalmente mi liberano di quella morsa,
mi lasciano dentro una stanza buia chiusa da una gigantesca inferriata.
Li guardo allontanarsi e grido loro di non lasciarmi lì e le mie grida
fanno il giro del sotterraneo con una incredibile eco.
Di colpo il silenzio.
I due colossi non si vedono più.
Ho paura a girarmi, come quando da piccolo e solo in casa mi
rannicchiavo sotto le coperte per paura di guardare il buio della
stanza.
Devo farlo e, quando sono voltata e fisso il buio, un sommesso brusio si
leva dal fondo di quel luogo. La vista si abitua e inizio a vedere
alcuni ….corpi ammassati ad una parete.
Non dicono nulla ed io non riesco a muovermi e mi accorgo di avere un
lieve brivido al collo e sulla spalla scoperta del vestito.
L’urlo è tremendo come la faccia che mi sono trovata vicinissima di un
essere mostruoso, gigantesco, non riesco a fuggire perché mi tiene per i
fianchi e anche dimenandomi non riesco a sfuggirlo.
Restiamo un po’ a guardarci negli occhi e penso che mi potrebbe mangiare
con un solo movimento della mascella.
I suoi occhi mi fissano e mi accorgo che non sembrano cattivi e neanche
freddi.
Un pensiero mi penetra, è Lui che telepaticamente mi dice che si chiama
Mool e non vuol farmi del male e che non mi mangerebbe di certo, poiché
mangia solo cortecce e foglie di alberi.
Accenna ad un sorriso e finalmente posso rilassare i miei muscoli e mi
lascio cadere addosso a lui.
Non so quanto sono rimasta svenuta; quando mi sveglio sono legata e mi
trovo in un grande stanzone lussuosissimo, con un trono al centro e una
decina di animali alle sue spalle che rassomigliano ad antichi sauri, ma
ancor più brutti e con i denti pronti a dilaniare.
Il trono inizia ad animarsi e una figura vi prende forma con difficoltà,
come fosse un ologramma in pessimo stato.
Infine prende forma e un’orribile creatura si mostra con sembianze da
demone.
Mi dimostra che non sa nulla di me e che per questo posso essere una
inviata di un impero che neanche conosco e che quindi sarò messa alla
prova del pozzo di fuoco e lì giudicata colpevole e morire, oppure
innocente e quindi essere schiava del sovrano di questi luoghi.
Svanisce e con lui mostri catene e la grande stanza imperiale.
Mi ritrovo nel buio a fianco di Mool, sa quello che dovrò fare e mi dice
che molto difficilmente supererò la prova, come nessuno di quelli che
l’hanno sostenuta prima di me.
Chiedo di cosa si tratta e mi dice che dovrò attraversare un lungo ponte
stretto e senza protezione sospeso su di un pozzo di plasma
incandescente con i dragoni dell’imperatore che mi assaliranno e, anche
se saranno solo proiezioni virtuali, saranno talmente reali che la mia
paura prenderà sopravvento e il ponte anch’esso immaginario svanirà dai
miei pensieri e precipiterò in un vero pozzo profondissimo sino al
centro del mondo di Arcano.
Pensai che con tutti i film che ho visto su mostri e draghi forse avrei
avuto qualche possibilità ma chiesi a Mool se potevo evitare in qualche
modo la prova.
L’unica maniera è quella di fuggire da qui e raggiungere almeno la parte
alta di Krymenia ove le proiezioni non giungono e le guardie hanno vita
difficile con gli abitanti che non accettano imposizioni da parte di
nessuno, solo indirettamente da parte dell’imperatrice dell’impero.
Raggiungo la gabbia, non esistono serrature ma un sistema di chiusura
telepatico-elettronico che agisce su tutte le strutture della città.
Forse un accumulo di tensione telepatica potrebbe distogliere
l’attenzione alla mente centrale creando alcune malfunzioni
nell’impianto visto che anche le proiezioni virtuali sono abbastanza
lente a crearsi.
Mool annuisce e sapendo che non vi è tempo da perdere si mette a pensare
intensamente cercando di raggiungere più zone contemporaneamente.
Il suo sforzo produce un sibilo potente che penetra nei tessuti, quasi
insopportabile, gli altri esseri presenti nella gabbia e mai visti da
vicino iniziano a lamentarsi, ad urlare, a dimenarsi e mordersi tra
loro; io mi avvicino a Mool e mi concentro sulla lucina rossa che indica
che la porta è chiusa aspettando un suo cedimento.
Spenta.
Mi precipito sulle sbarre e al loro tocco si aprono completamente.
Chiamo il mio amico ma non riesce ad ascoltarmi e allora lo distolgo con
un violento pugno al mento e anche se barcollante mi segue.
Gli altri sono già usciti e, malgrado mi siano passati vicini, ancora
non ho capito il loro aspetto.
Mool mi segue esausto, cerco di ricordare da dove sono arrivata.
L’ascensore sta scendendo; pigio il pulsante dell’altro a fianco e mi
guardo attorno nervosamente.
Il suono di un allarme echeggia nel sotterraneo, ed alcuni tunnel
lampeggiano di rosso.
Quelli stanno arrivando.
I due ascensori arrivano quasi contemporaneamente, riusciamo a salire
prima che le guardie escano e guadagniamo secondi preziosi.
Mool mi dice che è una follia, nessuno c’è mai riuscito; gli dico di
tacere e capisce la mia paura.
Mi guarda con i suoi due grandi occhioni e mi accarezza la spalla nuda.
Appena arrivati sotto la grande cupola a vetro, schizziamo fuori.
Due guardie sono davanti a noi, impugno una spranga di metallo e mi
preparo a colpire, ma ad un tratto cadono a terra tenendosi la testa tra
le mani; il potere di Mool è molto forte, ma sembra che ogni volta perda
parecchie forze.
Dice che è da tre settimane che non mangia, che li non gli passavano il
suo cibo, vitale per lui.
La salita verso la parte alta di Krymenia è lenta, cerco di aiutare il
mio amico spingendolo ma la sua mole non permette di far le cose in
fretta e continuo a guardare dietro per vedere se ci seguono.
Mi fermo per un attimo a guardare quella assurda città sepolta, prima di
infilarmi nel tunnel nero e stretto che ci condurrà in alto.
Quando arriviamo nel vivo della città alta, un infernale viavai di
persone che bevevano e facevano atti osceni per le strade.
Una specie di inferno dantesco pieno di lascivia, depravazione,
all’aperto, o meglio, un dedalo di labirinti viziosi aperti a tutti
coloro che si volevano unire al festino.
Bevevano da otri di pelle che contenevano un liquido fosforescente
verdastro, appesi alle pareti basaltiche del pozzo, delle case.
Si udivano gemiti e lamenti di ogni genere.
Nessuno ci chiede nulla o tanto meno prova a fermarci o anche ad
interessarsi minimamente di noi due.
Un vecchio si affaccia ad una porta e ci invita a entrare.
Io non lo seguo ma Mool dice che dobbiamo entrare, ci darà aiuto.
Chiuso l’uscio, infatti, correvano come forsennati i guardiani della
prigione ma subito si fermarono affrontati da amazzoni guerriere e
forzute.
Lo scontro è inevitabile, le amazzoni hanno l’ordine di non far passare
forze che non siano autorizzate.
La battaglia è cruenta e si svolge mentre ubriachi ed amanti si
contorcono tutto attorno come se niente fosse.
Una guerriera in difficoltà cade davanti l’uscio del nostro rifugio e,
prima di essere colpita, io esco con la mia spranga e affronto il
bestione.
Ricordo bene qualche colpo di arti marziali e riesco a colpire bene.
L’uomo barcolla stupito e si riprende alzando il suo grande spadone ma
l’amazzone lo colpisce con due colpi precisi di balestra e quello cade a
terra senza vita.
Gli altri si ritirano da dove sono saliti e le guerriere urlano la loro
vittoria.
L’amazzone mi porge la mano e gliela stringo volentieri.
Mool esce e di nuovo mi accarezza la spalla, le amazzoni alla vista del
gigante si inchinano e fanno strada, ma non per paura, bensì per
rispetto o devozione.
Mool dice loro che io sono una eroina e che sono l’unica che è riuscita
a sfuggire dal castello del signore della città di sotto.
Quelle borbottano stupite tra loro per un paio di secondi, poi mi si
avvicinano una ad una e mi donano ognuna qualcosa di se augurandomi
lunga vita e fortuna.
Mool dice che ormai mi sono guadagnata la stima delle guerriere amazzoni
e che probabilmente anche in altre città si verrà a sapere di ciò che
oggi era avvenuto qui.
Avrò porte aperte più facilmente.
Prima di incamminarci verso l’esterno Mool gridò alle genti presenti che
il mio nome è PIOGGIA , colei che viene dal Tempo.
Uscimmo, io ed il mio amico, da Krymenia.
Mool era spossato, le avventure avute nei sotterranei della città della
lussuria lo avevano distrutto.
La sua mente, capace di penetrare nel profondo umano e di agire
direttamente con il mondo esterno, aveva bisogno di ricarica.
Giorni e giorni senza mangiare, poi la leggendaria nostra fuga, avevano
intaccato il suo possente fisico.
Alto almeno due metri e pesante quanto un grande orso, si trascinava
pesantemente senza dare segni di seppur lieve ripresa.
Egli non parlava, comunicava con me tramite la mente, e leggeva le mie
parole prima che uscissero dalle mie labbra.
Gli chiesi cosa potevo fare per aiutarlo e lui disse che era ormai
vecchio e lì era il suo male, ma una buona scorpacciata del suo cibo lo
avrebbe rimesso in sesto.
Mi disse che dovevo trovare alberi con delle grandi noci ed assieme a
quelle gli serviva anche della corteccia della stessa pianta.
Sapevo dove trovarne, avevano nutrito anche me, per un po’.
Per lui erano la vita.
Presi la corta spada che una delle amazzoni mi aveva dato in dono, mi
allontanai pochi metri e, raggiunto un albero, ne individuai una
diramazione di un ramo e usando la spada come un machete lo tagliai, poi
ne tolsi i piccoli rami e il fogliame e ritornai da Mool.
Meravigliato, accettò volentieri quella stampella rudimentale e la
dispose sotto il suo enorme braccio e continuò a camminare.
Bisognava raggiungere un posto più tranquillo, abbastanza distante dalle
vie d’accesso a Krymenia.
La zona era brulicante di gente d’ogni risma e non potevo lasciarlo ad
aspettare inerme in mezzo alla pista.
Guardai in alto e vidi chiaramente il crinale su cui il giorno prima
passai la notte in attesa di entrare a Krymenia.
Era già pomeriggio e dovevo far presto o non sarei riuscita a ritrovare
il posto dove mi ero imbattuta negli alberi di noci e forse neanche a
ritrovare il mio unico amico. Gli dissi di non pensare e mi preparai
alla salita.
Mi tolsi la gonna che mi sarebbe stata solo d’impaccio e lasciai la
camicia; svuotai la sacca e presi con me la spada ed il grosso pugnale,
anch’esso dono di un’amazzone, infilato nel suo fodero di cuoio e legato
attorno alla coscia.
La salita era ripida e la strada lunga, forse con tre o quattro ore
riuscivo a tornare.
Chissà, magari c’erano delle piante più vicine, ma non potevo chiederlo
a Mool perché oramai non riuscivo quasi più a percepire il suo pensiero,
tanto era debole.
Devo far pesto.
Salii in cima in circa due ore, forse meno e non mi potevo riposare.
Ora si scende per un poco e poi taglio verso sinistra; per come ricordo
quel bosco, forse non abbisogna che scenda oltre, ma solo spostarmi di
poco lateralmente.
Il sole sta già calando oltre la sommità ed il cielo si tinge di rosso.
Ieri lo avevo ammirato sino a notte, ma ora non c’è tempo.
Finalmente mi sembra di vedere le grosse noci.
Raccoglierle è facile, basta prenderle e girarle, vengono via bene.
Ne prendo sette, di più nella mia sacca non ne entrano. Spero che
bastino.
Inizio a tagliare la corteccia; un pezzo, poi un altro più grande.
Ad un tratto un rumore improvviso alle spalle, mi volto e due grossi
lupi, o qualche cosa di simile, mi stanno a sei sette metri.
La bava alla bocca non lascia dubbi, mi guardano come fossi un
cerbiatto, pronti a non farsi sorprendere da una mia mossa.
Mi muovo lentamente, la spada leggermente alta in attesa di fendere
l’aria, con l’altra mano sfilo anche il pugnale.
Uno dei lupi prende a girarmi a lato, poi alle spalle.
Orecchie ed occhi tesi, attimi di tensione.
Non so come non sono scoppiata in lacrime dalla paura; la mente è
lucida, cerco in ogni momento di calcolare il momento dell’attacco e
l’angolazione del colpo in base alla loro posizione.
Non ho tempo di pensare di sentire ciò che un cerbiatto prova in quel
momento.
Tutto accade in un attimo; lo scatto alle spalle, il pugnale gira dietro
di me e un sommesso guaito mozzato anticipa il calore di sangue caldo
sulla mia mano; non la tolgo e sento che il canide si dibatte senza
riuscire a liberarsi e guardo l’altro che accenna ad uno scatto ma la
mia spada è ben piazzata e lo scoraggia.
Lo guardo negli occhi, vedo che si accorge che l’altro è in difficoltà
e, non so se per amicizia o per l’odore del sangue, il suo ringhiare
aumenta paurosamente, la bava, una serie di starnuti di eccitazione ed
il suo pelo dritto sul dorso lo fanno sembrare più un leone che un
grosso cane.
La mano sinistra oramai non sente più dimenarsi forsennatamente l’altro,
quindi sfilo il pugnale e con le due mani armate mi faccio coraggio ed
avanzo lentamente verso di lui, mi accorgo che sto ringhiando anche io e
adesso non ho paura.
I ruoli si sono invertiti, il cerbiatto ha preso coraggio e si sente un
alce.
Lui indietreggia, ma so che non mi devo fidare.
Gli animali selvatici, quando vogliono fare un balzo, lo fanno in mezzo
secondo, non posso permettermi distrazioni.
Ad un tratto volta su di un fianco e descrive un semicerchio e guarda
sempre più incessantemente il suo compagno.
Ancora si muove ma il sangue scorre ancora e soprattutto l’odore del
sangue è molto forte.
Accade una cosa terribile, il sangue esercita sul lupo incolume
un’attrazione insaziabile e si avventa sul povero moribondo mordendolo
con ferocia inaudita.
Non penso, prendo la sacca e di corsa attraverso il fianco della
montagna, mi giro un paio di volte solo un attimo, per vedere se mi
segue o forse per osservare quell’atto, naturalissimo tra le bestie ma
per me, che in quel momento rischiavo la vita per un mio amico,
ripugnante.
In fondo però noi umani, a differenza delle bestie che lo fanno per un
puro istinto di sopravvivenza, siamo molto peggiori con i nostri simili
che non quel lupo, troppo spesso.
Quando si è presi da cose importanti, non ci si accorge di quanto i
nostri occhi si abituino all’oscurità. Ora non mi devo perdere e devo
mantenermi lucida per ritrovare Mool.
Sono caduta più volte, le mie gambe ferite dalle cadute e stanche dalla
fatica e dalla tensione non mi reggono più.
Lui è lì, d’un tratto davanti a me; nella stessa posizione in cui l’ho
lasciato.
Non riuscirà mai a masticare la corteccia, tanto meno le noci.
Domani cercherò di costruire un mortaio e dopo averle polverizzate le
diluirò in acqua e gliele farò bere.
Devo inventarmi qualche cosa per adesso però, perché non riesco a
sentire segnali dal suo pensiero e non vorrei che domani ….
NO. Non posso neanche pensarci.
In questo mondo cosi apparentemente ostile, un amico cosi non posso
perderlo per due noci.
Ricordo di un popolo che viveva nel nord del mio mondo e le madri per
far mangiare la carne congelata ai propri neonati la masticavano e poi
gliela passavano teneramente in bocca direttamente dalla propria.
Non ci pensai due volte e iniziai a mordere e masticare quelle noci per
bene e poi, ad ogni boccone, mi avvicinai alla sua enorme bocca
rilassata e con la mia lingua vi spingevo dentro il frutto triturato.
Dopo tre bocconi, Mool iniziò a muovere la sua lingua e ad ingurgitare
il cibo.
Fu come donare la vita ad un moribondo.
Quell’atto materno che fa in modo che madri, pur abitando in condizioni
incredibili, riescano a far crescere degnamente i propri figli, aveva
fatto sì che il mio amico sarebbe sopravvissuto.
Mi sentivo bene e la tremenda avventura che avevo passato poco fa non
era che un ricordo, almeno per questa notte, e mi addormentai spossata,
appoggiata al grande Mool.
RISVEGLIO DALL'INCUBO
SLINKER
…..Finalmente acqua. Dopo giorni di solitudine e l’incontro con quel
viscido e vecchio marpione, che per darmi delle informazioni volle
accarezzare la mia pelle, un bagno è quello che ci vuole.
Il liquido che scivola copioso dall’alto della rupe non sembra neanche
freddo e la pozza limpida alla base della cascata è invitante.
Mi guardo attorno prima di spogliarmi anche se so bene che difficilmente
mi vedrà qualcuno in mezzo a questo bosco di enormi alberi.
Strofino un poco la gonna su di una grossa pietra, poi la camicetta.
Infine il resto e m’immergo lentamente in quell’acqua dolcissima.
Quando sono quasi completamente immersa e i miei capelli si allargano
sullo specchio d’acqua, mi accorgo che riesco a vedere anche i miei
piedi tanto è limpida e alcuni pesciolini si avvicinano per pulirmi la
pelle da scorie e microrganismi. Mi tuffo e già mi sento leggera.
Ciò che il vecchio mi ha detto non mi fa stare tranquilla, mi sono
ritrovata su Arcano senza sapere come e ho capito che questo mondo è una
giungla ove si annidano imperi e ribelli e dove la mia vita varrà poco,
a meno che non riesca a ritrovare la strada per ritornare nel mio mondo,
oppure una posizione sociale in una di quelle città di cui mi ha
parlato; ciò nonostante, mi trovo in fondo ad aver realizzati alcuni
miei antichi sogni….. o incubi.
Devo cercare di arrivare in una di quelle chios…. kioskas, mi sembra che
così abbia detto.
Lì cercherò di farmi una cultura più dettagliata di quello che dovrò
affrontare, sempre che io sopravviva in questa giungla.
Per adesso mi godrò questo bellissimo bagno.
Infreddolita, mi preparo un giaciglio di foglie per passare la notte,
anche se non fa un gran freddo.
I vestiti sono ad asciugare e non ho altro da indossare.
Alcune radici e delle noci saranno una frugale cena, ma in fondo non
passa altro il convento.
Il calare della sera arriva ed io, nuda come sono e senza una benché
arma di difesa, fatico a tranquillizzarmi; la stanchezza farà il suo
dovere.
Anni passati a camminare per boschi e montagne, quando ero sulla mia
Terra, ora mi tornano utili e i rumori della foresta mi sono familiari,
però questo senso di timore che si fa strada nella mia mente non mi fa
stare tranquilla.
Sento qualcosa, un leggero fruscio diverso dai mille altri del bosco mi
fa alzare e mi guardo attentamente tutt’ attorno.
Nulla, nel profondo del bosco non scorgo nulla e dopo interminabili
momenti mi rilasso e mi giro per ritornare nel povero giaciglio.
La lama fredda di un pugnale mi tocca la gola ed un forte braccio mi
abbranca la vita.
Mi intima di stare tranquilla una voce femminile ma virile; la voce è
greve e capisco che chi la porta è in difficoltà.
Mi fa sedere e poi gira attorno a me portandomisi innanzi, fatico a
vederla a causa dell’oscurità ma riesco a percepire che è una donna di
corporatura robusta, ha uno strano vestito succinto e alcune cose
metalliche la adornano.
In più osservo un’andatura …. claudicante.
Rimaniamo in silenzio mentre lei si siede di fronte a me a due metri di
distanza e prende una radice ed inizia a mangiarla.
I suoi occhi brillano alla luce della luna che penetra nel sottobosco e
mentre mangia non mi toglie lo sguardo di dosso.
Mi calmo ed inizio ad avere freddo, mi guardo attorno e cerco di
scaldarmi il corpo colle mani. Lei mi guarda incessantemente e nel
mentre si scioglie un laccio attorno al collo e mi passa il suo drappo
di lana pesante.
“COPRITI” mi dice “ORA ACCENDEREMO UN PICCOLO FUOCO”.
Annuisco. Prese alcune foglie e le posizionò sotto a dei rametti e alle
scorze delle noci, coprì il tutto con del fogliame più umido e dal
fodero tirò fuori un acciarino.
Poche scintille e le foglie secche iniziarono ad ardere poi le steppe e
i gusci, mentre le foglie umide sopra, credo servissero per non far
vedere da lontano il fuoco nell’oscurità.
Le chiesi come si chiamava ma disse che non aveva importanza il suo nome
ormai: “SONO UNA SLINKER ORA... e questo basterà".
Non ebbi la più pallida idea di cosa volesse dire ed annuii ancora una
volta.
“COSA CI FAI TUTTA NUDA IN MEZZO AL BOSCO DI MATEK, DI NOTTE?” tuonò.
Mi chiese se fossi un’amazzone o cosa.
Le risposi che ero una artista e che mi piaceva il contatto con la
natura (in fondo era vero).
Scosse il capo in segno di disappunto e borbottò qualche cosa.
“CI SONO PERICOLI A MATEK?” chiesi.
“SOLO NUGOLI DI DRAKOR E RIBELLI IMPAZZITI IN CERCA DI CARNE FRESCA” e
sorrise.
“TU, MI SEMBRA CHE LI HAI INCONTRATI TUTTI!” ribattei.
Mi racconta che, mentre era al comando di una operazione militare con la
sua squadra, hanno subito un’imboscata e tutte le sue amazzoni erano
morte a causa dei ribelli.
Ma non gli andava di parlarne e si sdraiò nel “mio” letto.
Mi guardai attorno intimorita ed infreddolita e lei disse di stare
tranquilla; i ribelli sono già a festeggiare nel loro covo e questa zona
non presentava pericoli; mi invitò a sdraiarmi accanto a lei.
Il mattino aprii gli occhi e mi accorsi che avevo dormito accostata al
suo corpo per scaldarmi e lei non sembrava per nulla turbata.
Vidi che aveva una brutta ferita al fianco, doveva soffrire assai e aver
perso parecchio sangue.
Mi alzai, la coprii col suo drappo e mi allontanai per raccogliere
alcune foglie che rassomigliavano ad un tipo che sul mio mondo si
usavano per curare le abrasioni, mi accostai di nuovo a lei e, dopo aver
pulito con acqua la ferita, le feci un impacco.
Piangendo, ella disse che non sarà facile per lei vivere con il rimorso
di non esser morta assieme alle sue guerriere e che ora dovrà vivere da
sola errante nel mondo di Arcano e coprire le spalle di amazzoni che
partono in battaglia.
Non capivo ancora bene quello che voleva dire ma capii che mi ero
trovata in un vero gran casino. Provò ad alzarsi ma era molto debole e
un poco febbricitante.
Frattanto il sole aveva già asciugato i miei vestiti e li misi.
Tutto il giorno ed il giorno seguente la febbre si accaniva su quel
corpo che era provato chissà da quali battaglie, per non parlare dello
stato d’animo.
Parlava pochissimo e delirava a volte.
Il terzo giorno si alzava già con la ferita quasi a posto ma ancora
febbricitante e dolorante. Malvolentieri ci allontanammo da questo
posto, sembrava una favola ma lei doveva riferire a una certa scribana
di come sono andate le cose.
Io la seguii, almeno avevo la possibilità di arrivare ed entrare in una
città.
Ero impaziente di vedere a che livello tecnologico-culturale fosse
questo tempo.
Ogni tanto ci si riposava e, a volte, lei aveva delle fitte al fianco
che crollava in ginocchio.
Si doveva oltrepassare una zona montuosa ed un fiume almeno 4-5 giorni
sino ad arrivare nelle città. Sempre che non ci sorprendano i ribelli.
L’alba successiva ci svegliammo in mezzo alla nebbia e era così fitta da
non vedere la punta delle mie dita, se allungavo il braccio.
“BRUTTA COSA!!” esclamò lei; disse che c’èra la possibilità di perdersi
e che forse sarebbe stato meglio rimanere ferme lì per un giorno ma,
quella era una zona pericolosa e preferì continuare.
Dopo un paio di ore, e la nebbia sempre più fitta, ci imbattemmo in uno
sciame di insetti pelosi che disturbati da noi iniziarono a volarci
attorno.
“DRAKOR“ disse e compresi che sarebbero stati dolorosi i loro morsi.
Ci separammo di circa quindici metri.
Lei era nervosa e pure io.
Senza vederli per via della nebbia, li sentivo arrivare all’ultimo
momento, sentivo la Slinker che mi chiamava ma non riuscivo a capire da
quale direzione e poi non la udii più.
Inciampai più volte ma fortunatamente riuscii a non farmi pungere.
Ad un tratto la nebbia e gli insetti scomparvero e mi trovai su di un
prato: compresi che quello era stato il campo di battaglia dove la
guerriera aveva perduto le sue compagne.
Era orribile; tutte le amazzoni presentavano addosso colpi inferti con
spade o asce, la carne dilaniata di quei poveri corpi già coperta da
nugoli di insetti; ma si capiva bene che erano tutte bellissime e
giovani. Corpi di nemici non ne vedevo.
Ebbi un attacco di conato e mi inginocchiai.
“IL MIO NOME è MOCADA” disse.
Mi aveva ritrovata.
Si inginocchiò anche lei guardandosi attorno e mi abbracciò.
Mi sforzavo di vedere tra le lacrime, lei rimase impassibile, almeno
esternamente... è una donna molto forte, pensai.
Si rialzò, fece due passi e si chinò su di una delle ragazze; le passò
la mano sul volto, poi le tolse il cinturone, raccolse il pugnale e me
lo porse dicendo che quella era la sua migliore amica.
Ci incamminammo di nuovo, io dietro di lei, lentamente, mestamente….
Mi voltai un’ultima volta su quel flagello poi ripresi a camminare;
stavolta c’èra un bellissimo cielo azzurro e grandi uccelli che volavano
lontano.
KRYMENIA
…..Erano passati due giorni, da quando avevo incontrato Mocada ed ora
siamo in cammino per raggiungere la sua città.
Il cammino è lungo e lei è ancora dolorante per la ferita riportata in
una sanguinosa battaglia in cui ha perduto le sue amazzoni.
Il territorio è quello tipico delle montagne, camminare tra la foresta è
duro e questi luoghi pericolosi.
Io devo ancora capire in quale situazione mi ritrovo, ma man mano mi ci
sto abituando.
Questo bellissimo paesaggio, le amazzoni, battaglie; tutto questo sta
esercitando in me passioni che ho desiderato nei sogni.
Ora sono qui e, anche se sarà dura e pericoloso, sento che in fondo
questa sarà una fantasia più “reale” di quella da cui provengo, in cui
sono nata.
Il vento fa correre le nuvole come destrieri imbizzarriti e dall’alto
della montagna il folto manto della foresta sembra ondeggiare come un
mare inquieto.
Parliamo poco io e la mia compagna di viaggio, anche perché lei è in
perenne allerta.
Spesso si ferma interminabili minuti ad osservare il terreno come fa un
cacciatore che segue la sua preda, altre ascolta, a volte sembra che
annusi l’aria.
Quando riesce a scorgere qualche piccolo mammifero o quegli orrendi
drakor, con la sua precisa balestra non se li lascia scappare, per poter
poi mangiare a cena qualche cosa di diverso che non le solite radici.
Appena ci fermiamo le medico la ferita e tento di rendermi utile in
qualche modo.
Verso sera, notiamo un sottile rivolo di fumo salire sopra il bosco; per
paura dei ribelli ci nascondiamo ed aspettiamo la sera per avvicinarci.
Nel bosco, per riuscire a vedere con sicurezza una cosa, bisogna
avvicinarsi ad essa almeno a cinquanta metri di distanza.
Quel fumo proveniva da un cascinale ben nascosto nella macchia e nessun
segno di vita si levava da quel rudere.
Ci avvicinammo cautamente, alcune pelli appese e segni di quotidianità
erano sparsi un po’ ovunque.
Un cane legato ringhia e si nasconde nel suo rifugio; un silenzio
spettrale ristagna nell’aria.
Proviamo a bussare e l’uscio s’apre di qualche centimetro.
Io mi guardo attorno intimorita e appoggio la mia mano sull’impugnatura
del pugnale nella fondina, mentre Mocada brandendo la propria spada apre
la porta lentamente, è tesa come un giaguaro che tende un agguato.
Un odore acre di zolfo penetra le narici, a terra un uomo privo di
sensi, Mocada lo scavalca e attraversa la stanza, io mi chino su di lui
e lo tocco, è ancora caldo e non sembra morto.
Osservo Mocada ferma sull’uscio dell’altra stanza, abbassa la spada, poi
esclama: “MALEDETTI”.
Entra ed io la seguo; una donna denudata e legata alla parete di travi
di legno, aperta nel ventre con uno squarcio e un feto ai suoi piedi.
Mi viene da vomitare, ma riesco a resistere, chiedo chi può essere stato
e l’amazzone mormora un nome e cerca di spiegarmi il fatto.
Sembra che la donna, che lavorava in una specie di bordello, in una
città di nome Krymenia, sia rimasta incinta di un personaggio importante
che ovviamente non voleva rivelare il suo nome ed invece lei lo aveva
raccontato in giro, dopo pochi mesi quel bastardo l’ha trovata ed
uccisa.
Torno dall’uomo a terra e cerco di rinvenirlo, lei mi dice di andare
perché non ci sarebbe di nessun aiuto.
Non appena rinviene, mi alzo e mi dileguo per non farmi scorgere.
Mocada, nel giro di pochi giorni, aveva perduto molte persone care.
Disse che doveva arrivare assolutamente dinnanzi all’Imperatrice perché
le cose erano cambiate.
“SE SIAMO FORTUNATE, RIUSCIAMO AD ARRIVARE A KRYMENIA PRIMA DI NOTTE”.
Camminiamo nella penombra della sera per un paio d’ore, poi imbocchiamo
il sentiero che ci conduce in città , scende girando attorno alla parete
di un grande pozzo da cui si alza un denso vapore acqueo.
Sembra di scendere all’inferno in verità.
Mocada cerca di farmi capire un pochino che Krymenia è un luogo ove
tutti prima o poi vanno, ove ogni personaggio, ribelle o discepolo dell’
Impero, colono o condottiero che sia, presto o tardi sarà chiamato dalla
propria coscienza a presentarvisi.
Krymenia è un bordello dove si lasciano alle spalle le regole
dell’Impero, ed anche se in qualche modo la città rispetta il volere
supremo dell’Imperatrice, non ne rispetta l’ordine.
Una capitale del vizio, in cui lei doveva cercare delle risposte prima
di conferire all’Imperatrice le proprie congetture su di alcuni loschi
affari tra ribelli e Stati dell’Unione.
Di nascosto era già venuta e conosceva un uomo.
Rinunciai a capirci qualche cosa e mi limitai a ricordare che lì dentro
sarei dovuta rimanere vicina all’amazzone e stare attenta ai vari
tipacci che vi circolavano sempre in cerca di …. ”carne fresca”.
Entrammo in una locanda, il vapore esterno che rendeva irrespirabile
l’aria lasciava il posto al fumo di strani calumet che gli ospiti
tenevano in mano.
L’ambiente era simile ad una taverna di porto e le facce anche peggio,
mi sentivo osservata, Mocada fa cenno di sedermi in un piccolo tavolino
in un angolo poi va spedita verso quello che sembrava l’“oste”.
Sedetti, Il puzzo di fumo e sudore era vomitevole come pure il tipo
accanto al mio tavolo che teneva sulle gambe una bella ragazza
compiacente, e non riuscivo a capire bene se provavano più gusto a
fumare, bere o far sesso, o tutte tre le cose insieme.
Una donna mi portò un bicchiere metallico con una strana birra non
cattiva ma molto forte.
Guardo Mocada che parla e gesticola col tipo che si mette le mani in
viso, capisco che il suo pianto riguarda la donna morta nel bosco.
La slinker torna da me e mi chiede di aspettarla mentre va a parlare con
un certo Osiek e, se ritardasse, di accomodarmi in una camera, l’oste è
già d’accordo.
Più tardi vado nella stanza, Mocada ancora non si vede, una donna del
locale mi porta dei vestiti poiché i miei sono già malconci.
In verità questi sono un poco, come dire, inerenti all’ambiente:
corpetto in pelle, sandali con lunghi lacci di cuoio sino al ginocchio,
un gonnellino sempre in pelle che osé è dir poco e vari lacci
ornamentali, uno scialle di lana a mo' di mantello guarniva il tutto.
Vedremo domani, ora sono stanca e voglio riposare.
Il mattino successivo vengo svegliata da un trambusto giù nella via, mi
affaccio dalla finestra basaltica e vedo alcuni guerrieri uomini che
perlustrano le case.
Non so perché ma mi viene il dubbio che io e la mia compagna siamo il
movente di tutto ciò.
L’oste entra bruscamente e mi dice di seguirlo in una botola scavata
dietro il mobile in cima alle scale, faccio capire che sono nuda e devo
vestirmi ma non c’è tempo dice cosi prendo le mie cose e lo seguo.
Chiedo di Mocada, non risponde e mi fa cenno di continuare le scale
mentre i guerrieri entrano nel locale giù a piano terra.
Scendo e la parete scura è incastonata con sassi luminescenti che mi
permettono di vedere almeno i gradini.
Arrivo in una stanza, all’apparenza un rifugio, spoglio, arredamento
ancor più essenziale del resto della locanda, mi vesto e mi siedo in
attesa e per la paura tengo il pugnale in mano.
Mi sembra che sto rischiando troppo la vita ultimamente, forse seguire
Mocada non è stata un’ottima scelta.
Non so quanto sono rimasta lì, forse dieci forse venti ore, sento aprire
la botola in alto, mi alzo di scatto e prendo l’arma e mi metto dietro
la porta.
I passi sono felpati, quasi non mi accorgo che la figura è già li vicino
a me, spingo la porta con violenza istintivamente e poi salto addosso
all’intruso, ….
”SONO IO!!“ dice e mi fermo prima di colpire con il pugno.
“DOVE CAVOLO SEI STATA ? PENSAVO CHE MI AVEVI PORTATA IN QUELL’INFERNO E
MAGARI VENDUTA !!”.
Mi chiede scusa due o tre volte e mi racconta che prima di incontrarmi,
nel bosco, era già stata qui con una sua amazzone sopravvissuta alla
battaglia ma gravemente ferita di nome Alinjas, per trovarle un luogo
dove curarsi al più presto e trovare un rifugio, poi tornò sul luogo
dove incontrò me per vedere se scopriva qualche cosa sui suoi nemici.
Il resto lo sapevo.
Ora che aveva affidato la sua amica in mani sicure, potevamo riprendere
il cammino verso la Kioskas imperiale e lasciare quella putrida ed
oscena città.
Lasciarmi alle spalle quel puzzo di vapore e zolfo, man mano che
salivamo i gradini del pozzo di ingresso della città, mi dava sollievo
anche pensando che li fuori altri pericoli ci aspettavano.
Addio KRYMENIA !!
Pioggia
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