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Delazar sconfigge Morbovia

 

Hai seminato l'odio, nella terra fertile dei miei intenti
Io stesso l'ho nutrito coi flutti del mio orgoglio
Ed è cresciuto sotto i raggi incandescenti della rabbia dei miei nemici
Ecco il tuo raccolto di dolore e ghiaccio, figlio della notte...

La composizione dei cristalli è una scienza aliena ai miei occhi.
Comprendo istintivamente il potere della Fiamma, la sua mutevolezza, il suo estro caotico.
Ma il ghiaccio... l'immobilità... la fredda condanna del tempo... sfugge al mio dominio.
Cionondimeno, è in questa bianca arena che si compirà il mio destino.
Non vi è stata introduzione, questa volta: il mio avversario è l'organizzatore stesso del torneo.
Che ironia!
Affondavo i pesanti stivali di pelo nella neve alta, proteggendomi con il mio vecchio mantello cencioso dalla tormenta di neve che si abbatteva sulla Grande Montagna Ghiacciata.
Avrei potuto riscaldare il mio corpo con la magia, ma sentivo dentro di me che quello era l'approccio sbagliato.
Avevo già un nemico, ed era Morbovia, non avrei dovuto combattere anche contro la Montagna.
La Montagna doveva diventare mia alleata.
Avrei pagato il prezzo, ancora una volta.
Guardai in alto: sapevo che tra i venti si nascondevano i Signori dello Zefiro, gli spiriti dell'aria, acerrimi nemici del Fuoco.
Poichè il Fuoco si nutriva dell'aria, e la riempiva dei suoi neri fumi.
I venti non mi avrebbero aiutato... già li sentivo ridere di me!
Mi concentrai sul mio avversario: Morbovia era tra i maghi più famosi e potenti di Arcano, io stesso gli avevo visto compiere prodigi inauditi.
Era un maestro del teletrasporto, e aveva evocato alte mura infuocate durante l'ultimo scontro del torneo.
Si diceva che fosse nato dall'oscena unione di una sacerdotessa ed un vampiro, e che avesse acquisito i poteri sacri dell'una, e quelli profani dell'altro.
Non mi faceva paura... nulla poteva.
Volevo soltanto trovarlo, e sconfiggerlo.
Volevo imparare dal maestro dei maestri... e volevo il premio!
Una volta vincitore, avrei potuto studiare con il grande Aragon, il magister della Gilda.
Avrei carpito anche i suoi segreti... e chissà, magari un giorno...
Ma i miei sogni si infransero all'improvviso, sommersi da una gigantesca onda di neve!
Ebbi la prontezza di pronunciare l'incantesimo del volo, imparato da Leelooo nel precedente scontro, ma venni sbalzato ad alcuni metri di distanza dalla Montagna.
Volavo senza molto controllo, la tempesta di neve era troppo violenta, e quindi mi riportai sulla terraferma, senza dissolvere l'incantesimo.
Ed ecco Morbovia, le parole dell'incantesimo ancora sulle labbra, avvolto da un pesante mantello dal collo di pelo di orso bianco, le vesti candide, e degli stivali azzurri a punta.
Portava dei bracciali di platino scolpiti a raffigurare dragoni, e stringeva in pugno un lungo bastone di cristallo blu, in cima al quale si trovava uno zaffiro scintillante.
"La valanga non ti avrebbe ucciso" disse "era solo per valutare la tua prontezza"
Sorrisi, rovistando tra le tasche segrete del mio rattoppato mantello, mentre l'eco delle sue parole ancora riempiva l'aria tra di noi, e andava lontano, spinto dal vento impetuoso.
"Deluderti sarebbe un'onta troppo grave" gli dissi, e lanciai verso di lui un sacchetto.
Lo intercettò senza problemi con la punta del suo bastone, e il sacchetto si aprì, spargendo la polvere che conteneva nell'aria.
La pesante polvere aleggiò nell'aria attorno a Morbovia per un unico istante, prima di essere portata via dal vento.
Nessun effetto.
"Cosa speravi di ottenere?" mi chiese curioso.
Dovevo mantenere la calma "Chissà che tu non lo scopra comunque" gli risposi.
Morbovia, concentrato, aprì il palmo della mano destra, e dalla neve spuntarono fuori centinaia di dardi di ghiaccio, indirizzati al mio petto!
Pronunciai l'incantesimo imparato da Xandor nel mio primo scontro, ed evocai miriadi di insetti di terra, che si sciolsero e fusero attorno a me, diventando una barriera di roccia impenetrabile.
I dardi glaciali si infransero contro la mia barriera.
Al sicuro, ma incapace di osservare il mio nemico, ponderai la mia prossima mossa.
Le mie mani sprigionarono due getti di fiamma controllati, con i quali incominciai a scavare un tunnel nella neve ghiacciata.
Sperando che Morbovia fosse rimasto nella posizione iniziale, o comunque concentrato sulla barriera di roccia, spuntai fuori dalla neve ad alcuni metri di distanza, le parole di un nuovo incantesimo pronte sulle labbra.
Con mia grande sorpresa, Morbovia non era più lì!
Scrutai i dintorni cercandolo... doveva essersi teletrasportato da qualche parte... ma dove?
Mi concentrai, mentre la mia vista incantata penetrava la tempesta, il ghiaccio, la carne, la roccia.
Ed ecco lo vidi, all'interno della mia stessa barriera!
Era intento nel tessere un incantesimo, un'evocazione che conoscevo, anche se ero incapace di pronunciarla: stava evocando i Signori dello Zefiro...
Al sicuro nella barriera che io stesso avevo creato, non mi era possibile fermarlo.
Il vento soffiò ancora più forte, la tempesta divenne un tornado...
I Signori Invisibili mi si affollarono attorno... avremo la nostra vendetta, sibilavano... ti flagelleremo, urlavano...
Venni catturato dal vento, e portato in alto, in balia del Fato.
La potenza del vento era tale che le mie vesti si strapparono, il gelo incominciò a penetrarmi le carni, la sconfitta si faceva sempre più vicina.
Volteggiavo, veloce come un sole che muore, incapace di resistere.
Avevo combattuto gli spiriti elementali, li avevo dominati, ed ora Morbovia, l'uomo, mi aveva sconfitto.
Il mago, dissolta la barriera di roccia, gridò con la voce amplificata dalla magia: "E' ora di arrendersi, ragazzo, non puoi resistere oltre!"
Il freddo mi aveva ormai intorpidito le membra, la sua morsa giunse al mio cuore.
E lì trovò il mio Segreto.
Ve l'ho detto, signori, non sono un mago comune... io sono Lo Stregone... non ho mai dovuto spendere lunghe ore sui libri di incantesimi... la magia viene a me in maniera naturale, istintiva, mi canta la sua canzone, ed io le canto la mia.
E la melodia di questo canto, è la Fiamma d'Argento.
I miei occhi divennero due pozze di argento fuso, il mio corpo incominciò a brillare di una pura luce argentata.
Mi fermai lì, al centro del cielo, i venti impetuosi incapaci di spostare il mio corpo.
La luce si intensificò, e con un gesto della mano, strinsi il pugno nell'aria, agguantando i Signori dello Zefiro.
Stretto nella mia presa magica, il vento divenne brezza, e la brezza un sottile venticello.
Il calore emanato dal mio corpo sciolse i ghiacci, e fece scorrere gocce di sudore sulla fronte di Morbovia.
O era la paura?
Ero il Nucleo di Platino della Magia, ero il Crogiolo della Fiamma Inestinguibile.
ERO DELAZAR!
Morbovia cadde in ginocchio, mentre, fluttuando, mi avvicinai a lui.
Le mie fattezze non erano distinguibili, al centro della luce accecante.
Morbovia si coprì gli occhi col mantello, incapace di sostenere la mia luce.
Incapace di sostenere il mio POTERE.
Parlai, la mia voce simile ad un coro di mille voci, maschili e femminili: "Vuoi che usi la Fiamma d'Argento su di te, mago?"
Avvolto nel suo mantello, Morbovia mi rispose sorridendo: "Non è necessario... mi arrendo"
Al sentire queste parole, la gioia mi riempì il cuore, e la Fiamma d'Argento rientrò nel suo scrigno.
La luce si affievolì, e i miei occhi e la mia voce divennero normali, le condizioni atmosferiche ripresero il loro naturale corso.
Ero nudo al centro di una tormenta di neve!
Morbovia mi offrì il suo mantello, lo accettai di grazia.
"Come vorrei essere in taverna, a bere un sorso di quello buono" disse il mago con un sospiro.
Stremato, trovai ancora la forza di fare un sorriso: "Questo non dovrebbe essere difficile" dissi.
Poche parole, e teletrasportai entrambi nella Taverna del Drago Verde.
Sorseggiando dell'ottimo rosso, brindammo alla mia vittoria.
"Almeno ti ho insegnato qualcosa, ragazzo" disse Morbovia ridendo di gusto.
Avvolto nel suo mantello, bevvi dalla mia coppa un lungo sorso.
"Mi hai insegnato più di quanto pensi, mago" dissi.
"Toglimi una curiosità, a cosa doveva servire quella polvere che mi hai lanciato contro all'inizio dello scontro?" mi chiese, versando altro vino.
"Avrebbe dovuto irritarti la pelle, e farti perdere la concentrazione" mentii.
Rise di gusto, poi si resse lo stomaco con entrambe le mani, in volto un'espressione di profondo disagio.
"Scusami" mi disse di fretta, correndo verso le latrine "torno subito"
Non sarebbe tornato così presto, lo sapevo... la polvere lassativa incominciava a fare effetto.
Bevvi un altro sorso di vino.
Sorrisi.

 



  Delazar

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