Delazar
sconfigge Xandor
Non
conosco il tuo nome, uomo, ma so che, al pari mio, sei un artista.
Non ti ho visto dipingere, fratello, ma so che, al pari mio, hai
colorato la tua anima coi colori della notte.
Non conosco il tuo valore, mago, ma so che, al pari mio, calcherai
queste sponde.
E rimarrai in questo luogo, poichè io sono il Signore della Fiamma
d'Argento.
E ti sconfiggerò, per imparare dagli altri e suggere da loro i segreti
dell'Arte.
Questo io lo prometto, e in questo io credo.
Giunse al fine la mia occasione di presentarmi al popolo di Arcano.
Non che lo desiderassi, non che lo agognassi.
Io sono un cercatore, e quel che cerco non è nei loro applausi, e non
si nasconde nei loro sorrisi.
Quello che cerco è il brivido della magia, l'inebriante essenza
dell'illusione, l'oblio dell'incantamento.
E in quel giorno c'era un solo hammer che poteva insegnarmelo: Xandor,
il mio avversario al torneo di magia.
La domanda che però mi martellava nella testa era: saprà insegnarmi
qualcosa? O sarà costretto ad imparare?
Solo Diadolei, la luna della magia, avrebbe potuto sciogliere quell'enigma.
E Diadolei era nascosta nel buio del cosmo, quella notte.
Soltanto Mystryl illuminava le acque del Kruill, ed alcuni fuochi
fatui evocati da Morbovia, il mago organizzatore del torneo.
Li studiai per brevi istanti, fluttuavano simili ad inestinguibili
torce a mezz'aria.
Un incantesimo ben riuscito, semplice forse, ma ricordai che è nelle
cose semplici che si vede la mano dell'artista.
Se avessi sconfitto Xandor, avrei dovuto battermi anche con Morbovia,
prima o poi.
Mi concentrai sul momento presente, ben sapendo di aver bisogno di
tutta la mia energia mentale per sconfiggere il mio avversario.
Ero giunto da poco ad Arcano, non sapevo nulla di lui.
Ma neanche questo era importante. Non importava ciò che sapevo del mio
nemico, ciò che importava era ciò che sapevo di me.
Sapevo che ero lì per carpire i suoi segreti, e giungere alla
vittoria.
E lo avrei fatto.
Mi presentai avvolto nel mio vecchio mantello di stoffa pesante e
rattoppata, una pelle di lupo posata sulle spalle per proteggermi dal
freddo.
Morbovia era già lì, nelle vesti di stregone, con un lungo bastone
dalla punta illuminata.
Ed ecco il mio avversario, Xandor, che indossava pesanti abiti dai
nobili ricami, e portava al fianco una spada inguainata.
Mi sovvenne che nel torneo, la spada era l'unica arma utilizzabile, e
ricordai che Xandor era un esperto nel suo uso.
Di sicuro conosceva modi per combinare l'arte della spada con quella
della magia.
Io non possedevo armi.
Non ne ho mai possedute, soltanto un bastone con cui accompagno i miei
passi stanchi sulla strada perigliosa della vita.
La magia è la mia arma. La magia è il mio abito da nobile. La magia è
il mio nutrimento.
Non ci furono scambi di battute, non ci furono presentazioni.
Quando comprendemmo che il momento era giunto, Morbovia battè la punta
del suo bastone al suolo, e svanì in una nuvola di fumo dall'odore
dello zolfo.
Xandor tentò di sguainare la spada, ma la lama era come bloccata,
mentre le ultime parole del mio incantesimo coprivano la distanza tra
di noi.
Xandor sorrise: "Non avevo intenzione di usarla come credi".
Non mi interessavano le sue parole, non ero lì per farmi impartire una
lezione di sarcasmo: ero lì per rubare i suoi segreti.
"Attacca, mago, fai del tuo peggio" lo sfidai.
Si mosse di lato, avvicinandosi alla riva, quasi come se fosse
intenzionato ad entrare nel fiume.
Pensai intendesse usare la magia elementale dell'acqua: un campo nel
quale non ero molto preparato, ma conoscevo gli spiriti delle onde, le
Nereidi, e sapevo che alcuni spiriti minori, le ondine, abitavano in
quei luoghi.
Così lo seguii, guardingo, e mi diressi anch'io nell'acqua.
Con un gesto della mano, Xandor generò una piccola onda, gli schizzi
d'acqua che riflettevano la luce lunare.
Mossi il mantello in un ampio gesto, per difendermi il volto, e quando
mi ritrovai a fissare nel punto in cui si trovava il mago, mi accorsi
che era sparito!
Mi aveva distratto con un trucco da illusionista, che sciocco che ero
stato!
Eppure, non poteva essere stato così veloce nel lanciare un
incantesimo di movimento... a meno che non lo avesse già preparato in
anticipo.
Alzai lo sguardo al cielo, le parole di un incantesimo già pronte
sulle labbra, ma non era lì.
D'improvviso, qualcosa mi tirò le gambe e mi fece piombare nell'acqua
bassa: Xandor si era semplicemente immerso, nascondendosi alla vista,
e ora era già sopra di me, pronto ad affogarmi.
"Non temere, ragazzo" mi disse mentre mi spingeva con la testa
sott'acqua "ti basterà arrenderti, non c'è bisogno che tu ti faccia
del male"
Arrendermi.
Così sciocca doveva essere la mia fine? Così umile? Eppur così
impudente? Giammai!
Mi inabissai, Xandor sorpreso da questo mio volontario suicidio.
Ma gli spiriti delle acque rispondono soltanto al richiamo della
disperazione e del bisogno, e quello era il rischio da correre.
Lasciai che l'acqua invadesse non solo il mio corpo, ma il mio stesso
essere, e chiamai gli spiriti invisibili attorno a noi.
Ed ecco vidi con l'occhio della mente, una decina di piccole creature
acquatiche, per metà pesci, per metà fanciulle, composte di sola
acqua, avvicinarsi a noi, e prendere Xandor per le gambe e per le
braccia, e tirarlo lontano.
Mi alzai, zuppo e infreddolito, e mi liberai del mantello.
Xandor, ad alcuni metri di distanza, si liberò dalla presa delle
ondine, e le dissolse con una parola di potere.
"Come puoi pronunciare incantesimi sott'acqua?" mi chiese sorpreso
"Nessun mago può farlo!"
Tossii, l'acqua che ancora mi riempiva i polmoni, e sorrisi.
"Non sono un semplice mago, Xandor l'incredulo" gli dissi, riportando
alla mente il Canto del Fiume "Ed oggi te lo dimostrerò"
Le mie polveri magiche erano rovinate dall'acqua, ma le pozioni le
tenevo sempre in fialette chiuse con la cera.
Versai il contenuto di una fiala nell'acqua del fiume, accompagnando
il mio gesto con le parole di un incantesimo.
"Hai paura del fuoco, Xandor?" gli chiesi, mentre il liquido si faceva
strada serpeggiando sulla superficie dell'acqua, dirigendosi senza
fallo verso Xandor.
Xandor mi guardò deciso: "E tu?" e con poche parole, invertì il flusso
del liquido, che rapido come una saetta si diresse verso di me, fino a
lambirmi le ginocchia.
Dopodichè, il composto alchemico esplose.
Il fuoco mi ricoprì, e sapevo che non sarebbe servito a nulla
immergersi nell'acqua: avevo creato io stesso quel composto, ed era
immune ai liquidi.
Corsi rapidamente verso la riva, e incominciai a rotolarmi nella
sabbia.
Bruciato, esausto, esitai troppo sulla sabbia.
Ecco apparire attorno a me, evocati dalle Lande Invisibili, uno sciame
di insetti di sabbia, che rapidi si posavano su di me, e si univano e
si scioglievano, e poi si indurivano nuovamente in un unico blocco di
pietra, immobilizzandomi.
Avevo colto ogni inflessione dell' incantesimo, e, come sempre mi
accade, la Magia mi sussurrò le parole esatte, e la melodia.
Avevo imparato un nuovo incantesimo, ma a cosa mi sarebbe valso?
Ero alla mercè di Xandor, che si avvicinava lentamente, per mietere il
raccolto della mia sconfitta.
La terra aveva sconfitto l'acqua.
Come si sarebbero irritati con me gli Spiriti delle onde, quale
umiliazione per loro.
Ero troppo lontano dal fiume, avrei avuto bisogno del contatto con
l'acqua per evocare le Nereidi a venirmi in soccorso.
La frustrazione e il dolore della sconfitta stavano per prendere il
sopravvento, quando Xandor giunse a me, e mi trafisse con la fatidica
frase "Ti arrendi?"
Fu allora che le lacrime uscirono copiose dai miei occhi, e proprio
quando stavo per sigillare la mia disfatta, mi accorsi del loro
scivolare sulle mie guance.
Lacrime... acqua.
Ed ecco le vidi, le Regine del Fiume, le Nereidi, e i loro araldi, gli
Unicorni di Cristallo, sorgere dal fiume placido e affollarsi alle
spalle di Xandor.
Sono creature, gli spiriti dell'acqua, che vivono nel regno
dell'Invisibile, un regno che solo maghi e streghe percepiscono come
reale.
Tangibile.
Doloroso.
Mortale.
E la mia risposta fu un grido di vittoria, e l'araldo della disfatta
di Xandor: "Non mi arrenderò mai!"
Il mio grido si perse nella gigantesca onda che dal fiume sommerse
Xandor e me, protetto dalla barriera di pietra che lo stesso Xandor
aveva creato per bloccarmi.
La mia gabbia andò in frantumi, e, scrutando la spiaggia, vidi ad
alcuni metri di distanza la sagoma del mio avversario giacere priva di
sensi.
Non feci in tempo ad avvicinarmi a lui, che Morbovia apparve al mio
fianco, avvolto da una nuvola di zolfo.
"Hai vinto, Delazar, è ora di procedere verso il prossimo scontro" mi
disse, e creò dinanzi ai miei occhi un portale magico.
Gli feci segno di attendere.
Mi concentrai, e creai dei piccoli insetti di sabbia, che poi si
fusero insieme e divennero solidi e pietrosi. Avevo perfettamente
compreso l'incantesimo di Xandor!
Mi voltai nuovamente verso Morbovia, e mi diressi deciso all'interno
del portale.
"Sono pronto!"
Delazar
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