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Ledra, questa è la mia storia

Parte prima

Chi avesse letto la mia storia non s’inganni… il mio passato è oscuro… è questa la storia vera.
Bambina, piccola e sola in un bosco dimenticato, al centro di un mare di sangue… i miei genitori sono morti… forse…chi erano… non lo so.
I miei primi due anni di vita sono avvolti nel mistero, nell’oscurità degli inferi.
 

Ero ferma al centro di quella macchia di sangue, che non mi apparteneva, non ricordo nulla, solo una galleria con un fuoco ardente che s’allontanava… poi… ad un tratto apparvero gli alberi, il sole e il dolce viso di chi mi crebbe con amore.
Il suono di quella lotta, una lotta nella quale, forse, io non avevo nulla a che fare, attirò questa ragazza dolcissima.
Il suo nome era Cry, apparteneva al popolo delle Hibryan e quel luogo era Nosambra… la terra nella quale convivono terra e acqua.
Cry mi raccolse e mi portò nel suo villaggio, proprio al centro della palude.
Quando mi trovò la mia pelle era candida come il latte e i miei occhi verdi come l’acqua però… sulla fronte, dietro le spalle e alla base della schiena avevo dei piccoli segni… triangoli neri con un occhio al centro.
Le Hibryan anziane del villaggio avevano sconsigliato a Cry di tenermi con se, le mie origini erano oscure e quei segni le spaventavano.
Ma lei non le ascoltò e mi crebbe come sua figlia.
Col passare degli anni imparai a vivere al meglio nella palude, il mio corpo assunse presto l’aspetto delle Hibryan.
Era forse un miracoloso adattamento per sopravvivere?… credevo e speravo fosse così ma: dai due simboli che avevo sulla fronte crebbero due robuste corna, da quelli che avevo dietro le spalle spuntarono le ali… ali che non possono volare e dal simbolo alla base della schiena si formò una lunga e forte coda, dopo questo i sigilli scomparvero… si erano rotti.
Non era un caso… non era un processo naturale… qualcuno lo aveva voluto… e dopo qualche tempo n’ebbi la conferma.
Una mattina, all’alba, mentre eravamo fuori dalla palude per cacciare, Cry ed io con alcune compagne, fummo attaccate da un gruppo di ribelli, grazie alla scaltrezza del loro comandante riuscirono ad avvicinarsi sottovento, in un attimo di distrazione catturarono Cry, appena mi accorsi dell’accaduto, senza rendermene conto, lanciai al cielo un urlo terrificante… tutta la foresta taceva… completai la mia trasformazione: nelle mani lunghi artigli e in bocca affilate zanne, la pupilla dei miei occhi divenne verticale assumendo il colore del sangue.
Mi avventai sugli intrusi e li uccisi tutti… uno per uno… come se fossi stata una belva sanguinaria… ero trascinata da una forza carica di rancore e vendetta… ma verso cosa… il culmine della mia rabbia lo riversai su colui che aveva incatenato la mia unica e vera famiglia: Cry.
Quando il pericolo era passato e tutti erano morti, caddi a terra stremata.
Mi risvegliai dopo alcuni giorni, non ricordavo nulla.
La mia vita proseguì tranquilla nella bella Nosambra fino a quando, un giorno, mentre passeggiavo con Cry, la terra tremò sotto i nostri piedi e si aprì una voragine, Cry fece in tempo a scansarsi ma io ci caddi dentro… per un attimo vidi in fondo alla gola un fiume di lava e sentii una voce profonda e affettuosa dirmi:
“Piccola mia… riscopri chi sei e torna da me… per la nostra vendetta!”.
Poi scomparve tutto, per un istinto innato spiegai le ali che, pur non essendo in grado di volare, mi permisero di scivolare sull’acqua che si trovava in fondo alla voragine al posto della lava, Cry non aveva ne visto ne sentito nulla e io non le rivelai mai ciò che mi disse quella voce.
Da quel giorno iniziai a farmi delle domande sul mio aspetto, la mia storia, il mio passato, su chi mi ha messo al mondo… perché in quel momento avevo pensato di poter volare se la mia specie non n’era in grado?
Queste domande iniziarono ad avere risposta quando raggiunsi la maggiore età, Cry e le Hibryan più anziane si riunirono e mi raccontarono tutto ciò che sapevano su di me e sulla mia storia… era poco ma in ogni caso era un inizio… potevano avermi maledetto, ma sul mio corpo non vi erano ne sigilli né segni permanenti… oppure potevo essere il frutto di un amore proibito, pericoloso, clandestino, qualcuno che per celare la mia identità mi aveva nascosto tra le Hibryan e aveva ritardato lo sviluppo della mia forza… forse per proteggermi da qualcuno o forse… chi lo sa…
Concluso il loro racconto rammentai la mia trasformazione e tutto il dolore che avevo provato in quel momento… la rabbia…il rancore… partii alla ricerca del mio passato, di colui che mi aveva parlato nella gola e della ragione del mio odio.
Così ho raggiunto Nakir, la balla Kioskas della dolce Madras Aria, ora qui ho una casa e sono felice per tutto l’amore che mi sta donando il popolo di Arcano… che questo sia l’inizio di un futuro radioso?… non ne sono certa, il mio passato resta oscuro e in ogni caso sarò sempre una creatura senza storia…


Parte seconda: Arrivo a Nakir


Ed ecco l’alba… una leggera luce stava svegliando la foresta… mi alzai dal giaciglio di foglie e muschio dove avevo trascorso la notte… oggi sarebbe terminato il mio viaggio alla volta della civiltà.
Raccolsi il mio fagotto i m’incamminai.
Era da poco passato mezzogiorno quando scorsi, alla fine degli alberi, le bianche mura imponenti della Kioskas di Nakir…
Ma non riuscivo ad entrare… non avevo mai visto un insediamento umano… case… negozi… conoscevo solo alcuni villaggi, mi bloccai come mai prima mi era accaduto… ero ferma tra gli alberi, non lontano dalla strada e potevo vedere distintamente il grande portone di accesso alla Kioskas.
Le persone entravano e uscivano di continuo con sacchi, carri, cesti, animali… alcuni correvano… altri urlavano, ognuno svolgeva il proprio compito… sembravano tutti felici.
Non potevo restare lì per sempre così mi feci coraggio, per precauzione ripiegai le ali sul mio corpo in modo che si notassero il meno possibile sotto il mantello… (posizione molto scomoda tra le altre cose) mi coprii la testa con un ampio cappuccio in modo da nascondere le corna.
Facendo attenzione che la coda non spuntasse da sotto il mantello varcai la soglia della Kioskas di Nakir.
Speravo di passare inosservata anche se mi sembrava d’avere addosso un’armatura… ma dovevo resistere.
Per tutto il pomeriggio girai senza meta per le strade della Kioskas, mai avrei immaginato che potesse essere così bella…le strade erano gremite di persone… gli artisti cantavano le loro opere e suonavano… i mercanti lodavano la loro merce… da un vicolo si sentiva l’odore di brioches e biscotti appena sfornati… una ragazza camminava spensierata tra i banchi con un taccuino in mano… i bambini si rincorrevano… in fondo alla piazza due ragazze dovevano aver provato alcuni incantesimi, il risultato era molto divertente… alla fontana centrale alcune donne lavavano dei panni… un buffo signore aveva la bocca sporca, sembrava cioccolata, risi senza che mi vedesse, doveva essere goloso come me… girai in un vicolo senza pensare e mi sembrò di scontrare un muro… dallo spavento caddi all’indietro… ma un muro non era, si trattava di un imponente guerriero, il viso serio di colui che aveva visto tutto, sulla spalla una grande ascia… rimasi a terra allibita… lui mi fissò un attimo senza dire nulla e proseguì come se nulla fosse accaduto.
Dalla mia posizione (seduta tra alcune vecchie casse ormai abbandonate) notai una giovane strega intenta ad ammirare alcuni quadri… era davvero carina.
Mi rialzai e senza che passasse un secondo mi ritrovai nuovamente a far amicizia col selciato, una giovane mi travolse… stava rincorrendo un guerriero con una grossa padella in mano… che buffi, lui doveva averla fatta grossa… in quel momento mi passò accanto un’amazzone, la camminata sicura e lo sguardo fiero, muscoli torniti e un fisico perfetto… è così che volevo essere!
Ero talmente entusiasta del mio arrivo in questo mondo a me prima sconosciuto che non mi accorsi dell’avanzata del buio, era dalla sera prima che non toccavo cibo e il mio stomaco si faceva sentire… iniziò anche a piovere, era meglio cercare un riparo e qualcosa da mettere sotto i denti.
In fondo alla strada si sentivano delle voci e fragorose risate, nella speranza di trovare una locanda seguii il suono di quell’allegria.
Non avevo sbagliato, si trattava di una locanda o, più precisamente, era la taverna del Drago Verde, il mio cuore batteva all’impazzata… chiusi gli occhi… feci un respiro profondo ed entrai…
Panico… puro panico… la taverna si fermò a guardare questa straniera dall’armatura ingombrante… cercai di ricordare come si camminava e raggiunsi il bancone, per fortuna dopo poco persi l’attenzione ottenuta al mio ingresso, tirai giù il cappuccio e ordinai un piatto di cinghiale arrosto con una birra.
Era andata meglio di come mi fossi immaginata… per fortuna anche le creature erano ben accettate tra gli hammer.
Un paio di tavoli dietro le mie spalle notai un gruppo nutrito di giovani, dovevano essere tutti amici e sembrava che si divertissero, cercavo di guardarli senza farmi notare, alcuni mi sembrava di averli incontrati per le strade della kioskas, un po’ li invidiavo… anzi…. li invidiavo molto.
Finito il mio pasto udì dei passi avvicinarsi alle mie spalle… si trattava di un guerriero era uno di quei giovani, mi chiese se volevo unirmi a loro per bere qualcosa in compagnia.
Non mi sembrava vero, accettai di buon grado e lo seguii fino al tavolo, l’aria era allegra e frizzante, mi coinvolsero nei loro racconti come se fossi stata una vecchia amica.
Tutti erano curiosi di sapere da dove venivo così, raccontai la mia storia cercando di omettere i particolari relativi la mia forma.
Dopo poco scontrai un boccale di birra vuoto, per un riflesso condizionato lo afferrai al volo… con la coda… piccolo sbaglio… in quel momento sentivo solo il battito del mio cuore.
Non potevo negare l’evidenza così mi tolsi il mantello e rivelai il mio segreto, nei miei occhi traspariva il terrore di un rifiuto generale… Licht, Petros, Dirk, Kassandra, Leelooo, Sagitta, quella sera…e molti altri, in tutte le sere che seguirono… mi vollero bene per quello che ero… era passata tutta la paura che avevo nel cuore.

Parte terza: Una nuova vita


Come ero orgogliosa, finalmente avevo ottenuto un alloggio dopo alcune settimane passate in una stanza presa in affitto sopra la taverna.
Che felicità, ora potevo davvero dare inizio alla mia nuova vita a Nakir.
La mia casetta si trova all’angolo tra due delle principali strade della Kioskas.
Una mattina di buonora, dopo essermi saziata dei dolciumi prelibati con i quali mi vizia Sagitta, mi diressi verso il bosco per proseguire i miei soliti allenamenti.
Non ero al livello di un’amazzone ma crescendo nella foresta ho imparato a difendermi e a difendere ciò che amo.
Iniziai a correre in direzione di Kolise, con l’agilità di una pantera sfrecciavo tra gli alberi, i rami erano come tanti fendenti di spada da schivare per sopravvivere, le foglie confuse e sfumate nella velocità, il fruscio dei cespugli appena percettibile, scivolavo tra gli alberi e saltavo da un ramo all’altro senza disturbare la pace della natura, come mi avevano insegnato le mie sorelle Hibryan.
La mia corsa tanto sfrenata quanto silenziosa era quasi al termine quando udii a poche decine di metri i fendenti di una spada vera.
Mi avvicinai come un’ombra per poter conoscere l’origina di quel suono.
Si trattava della stessa amazzone che avevo incontrato tempo prima par le strade della kioskas. Rimasi per qualche minuto in alto tra le fronde ad osservarla… maneggiava quella spada splendente con invidiabile destrezza, le gocce di sudore scendevano leggere sul suo corpo scolpito stretto in una corazza di pelle.
Convinta che l’amazzone ignorasse la mia presenza decisi di allontanarmi per non disturbarla, appena mi voltai mi sentii chiamare “tu che ti nascondi, fatti vedere e dimmi chi sei”.
A quel punto non mi restò altro da fare che scendere dal ramo e presentarmi.
L’amazzone si chiamava Acer e faceva parte delle truppe di Gana.
Si dimostrò molto gentile e cordiale, parlammo per diverso tempo, le raccontai quel poco che conoscevo del mio passato, sembrava che non avesse fatto alcun caso al mio aspetto e dopo poco mi propose di allenarmi con lei.
Non sapevo che fare… io contro un’amazzone… comunque non mi tirai indietro, dato che non possedevo armi ci dilettammo nel corpo a corpo.
Io avevo sempre saltellato sugli alberi e tra i cespugli ma mai avrei pensato che l’agilità acquisita potesse essermi utile per schivare i colpi dell’avversario.
In un primo momento, non sapendo come comportarmi, mi limitai alla difesa…
Acer non riusciva a colpirmi ne con pugni ne con calci, ma non era ancora il momento di cantare vittoria, stava testando la mia abilità e pian piano aumentava il ritmo degli attacchi fino a quando non ricevetti un bel gancio nello stomaco.
Caddi a terra, ero sfinita, anche Acer non era più in piena forma, le avevo dato del filo da torcere.
La mattina era passata, arrivata l’ora di pranzo ci dirigemmo verso la taverna per ristorarci dopo le nostre fatiche.
Dopo un buon pasto a base di cinghiale e birra, come un fulmine a ciel sereno Acer mi propose di entrare a far parte delle truppe di Gana.
Diventare un’amazzone come avevo sempre sognato.
Strinsi talmente forte il boccale di birra che avevo in mano che si frantumò in mille pezzi.
La risposta si leggeva nei miei occhi, sgranati e colmi di gioia.
A quel punto ammutolii guardandomi la mano coperta di sangue uscito da piccole ferite provocate dal vetro… che disastro che avevo fatto…
Acer scoppiò in una fragorosa risata, il dolore non lo sentivo, stavo ancora pensando a quelle parole… amazzone… io un’amazzone.
Passarono alcuni giorni ed ecco che entrai ufficialmente a far parte delle truppe della valorosa Gana. Personalmente ancora non ci credevo ma a ricordarmelo ci pensava in ogni momento lo stretto corsetto di pelle che ancora doveva prendere la forma del mio corpo, fino a diventare una seconda pelle.
Tutti i giorni mi allenavo con Acer nella foresta fino al tramonto, prima di tornare a casa era di dovere passare in taverna, per scrollarsi dalle spalle le fatiche della giornata con qualche birra in buona compagnia.
Fu proprio in una di queste sere che Acer decise di regalarmi un’altra immensa gioia.
Le ora scorrevano tranquille e spensierate, un caldo fuoco scoppiettava nel camino, Roy, come al solito, punzecchiava Deoris, Petros, con la sua sfera, riempiva l’atmosfera con una dolce melodia, io mi dondolavo su un barile di birra sgranocchiando biscotti e scherzando con Berserk e Kraig.
Acer arrivò piuttosto tardi quella sera, dopo l’allenamento ci eravamo separate perchè lei diceva di avere alcune cose da fare.
Dopo aver salutato tutti si fermò di fronte a me porgendomi un oggetto molto lungo fasciato con cura in una stoffa del colore del cielo con alcune macchie rosso sangue, le chiesi cos’era e lei mi rispose che era giunto il momento di affidarmi ad una fedele compagna.
Non capivo, ma presi comunque quell’oggetto e lo sfasciai… una spada… anzi, una spada favolosa, l’impugnatura di pelle nera come la pece mostrava i segni di tutte le battaglie che aveva combattuto, la lama, molto lunga e affilatissima, sei punte che sporgevano ai lati, tre per parte, dalla base dell’impugnatura iniziava un’inquietante sfumatura nera che si disperdeva per tutta la lunghezza della lama, come un’anima.
Nonostante le dimensioni era molto leggera e veloce, mi sembrava una cosa sola con il mio braccio, faceva parte di me.
Acer mi mise subito in guardia, non era una spada facile da usare, lei stessa non era mai riuscita a prenderne possesso completamente, era come se la spada si scegliesse il padrone da sola e secondo lei era destinata a me.
Abbracciai colei che mi aveva donato tanto, la mia sorella di Gana Acer, non dissi nulla, sarebbero state parole sprecate per definire una gioia così grande.
Fissai saldamente il fodero della spada dietro la schiena, tra le ali, così da poterla estrarre con un rapido movimento portando la mano dietro la testa.
Ora dovevo solo imparare a maneggiarla al meglio, sarebbe stata la mia più fedele compagna sulla quale potevo contare oltre che a zanne ed artigli, che mi avevano difeso sin dalla nascita, tutto grazie ad Acer… grazie sorella mia.


Parte quarta: Rivelazioni


Stava arrivando la sera, il cielo aveva preso un bellissimo colore rosso intenso che si sfumava fino a diventare blu notte.
Ero stremata, erano tre giorni che mi allenavo ininterrottamente nella foresta, mi sistemai su un ramo molto alto per riposare, avevo un brutto presentimento, la foresta non era tranquilla, il mattino seguente sarei tornata a casa.
All’alba m’incamminai verso Nakir, volevo prendermela comoda così decisi di costeggiare il Kruill ma senza abbandonare il riparo degli alberi.
Ad un tratto sentii il sibilo di una freccia, balzai sui rami più alti e mi avvicinai senza emettere la minima vibrazione.
Lui non si accorse della mia presenza, appena lo vidi il mio cuore inizio a battere all’impazzata, appoggiai la mano sul mio petto, come per volerlo calmare, in quel momento il cavallo di quello sconosciuto mi guardò, ma non avvertì il suo padrone della mia presenza.
Una strana sensazione si muoveva nel mio cuore, mi allontanai e mi diressi a Nakir molto velocemente.
Al mio rientro incontrai alcuni amici, tra i quali Jarsali, mi disse che poche ore prima un guerriero, probabilmente un dragone mi aveva cercata, non sapendo dove fossi gli aveva indicato il bosco a nord di Kolise dove mi allenavo di solito.
La ringraziai e mi diressi verso la mia casa, prima di varcare la soglia una fitta lancinante mi colpì al cuore e caddi svenuta oltre la porta.
Nella mia mente immagini confuse si facevano avanti sempre più veloci… innumerevoli lance puntate alla mia gola… voci e visi sconosciuti poi un forte dolore alla nuca e mi svegliai.
Di cosa si trattava?
Era dalla notte prima che il mio animo era confuso.
Anche quella notte non fece eccezione, il mio sonno era agitato, mi tornarono alla mente le parole udite quel giorno tanti anni fa, “riscopri chi sei e torna da me per la nostra vendetta”, la mia mente e il mio cuore erano invasi da sentimenti di dolore, rabbia, odio e… voglia di vendetta.
Non resistevo più, mi alzai, afferrai la mia spada e corsi fuori, era quasi l’alba, dovevo raggiungere il bosco a nord di Kolise il più presto possibile.
Non mi feci più domande, affidai la mia vita all’istinto che mai mi aveva tradita.
Così corsi, superando il vento che tanto amavo ascoltare, non avvertivo la fatica, mi muovevo come un’animale che come unico obbiettivo ha la sua preda.
Superata Kolise, al confine del bosco vidi nelle tenebre due grandi occhi che mi fissavano… il mio cuore riprese a battere all’impazzata, mi avvicinai con la guardia alta e i sensi attenti e pronti.
Quegli occhi uscirono allo scoperto, si trattava del cavallo che aveva avvertito la mia presenza sulla riva del Kruill.
La mia tensione si placò un poco, era solo.
Fissai quegli occhi profondi e capii che dovevo seguirlo, non sapevo il motivo ma dovevo farlo.
Quel cavallo misterioso, che aveva colpito il mio cuore così profondamente si lanciò al galoppo verso nord, iniziai a seguirlo senza perderlo di vista un istante, ora sapevo dove stava andando… di dirigeva a Krymenia… come facessi ad esserne sicura, però, non mi era ancora concesso saperlo.
Terminata la foresta il cavallo si arrestò, davanti a noi una distesa spoglia e poco lontana la voragine dell’inferno di Krymenia.
Iniziai a scendere lentamente per la collina, ai suoi piedi un gruppo nutrito di guerrieri sembrava prono a sferrare un attacco ad un giovane… mi sembrava colui che avevo visto in riva al Kruill.
Il mio cuore riprese a battere, battiti lenti e profondi, Hellblood, la mia spada, iniziò a vibrare ma non segnalava un pericolo… non capivo.
Il cielo si oscurò e la terra iniziò a tremare sotto i nostri piedi, si formò una profonda voragine, da una sponda all’altra si era creato un gran dislivello, io mi trovavo nella parte alta con una trentina di guerrieri.
Una voce… la stessa voce che mi aveva parlato anni addietro mi chiamò…
“Ledra, Shiryu, dopo tanto vagare siete finalmente giunti in questa terra di perdizione e peccato. Sappiate che siete figli della stessa madre, di conseguenza vi unisce un legame profondo e indissolubile, è arrivato il giorno nel quale potrete vendicarvi di colui che ha cambiato il corso della vostra esistenza facendovi vivere di stenti e sofferenze”.
Dopo queste parole il cielo tornò limpido, i miei occhi si stavano riempiendo di lacrime, avrei voluto abbracciare lui… Shiryu… sangue del mio sangue, ma venni subito circondata da quei guerrieri, no… non sarebbero stati loro a fermarmi.
Con un rapido movimento sfoderai a mia spada, saldamente ancorata tra le ali, lanciai al cielo un grido terrificante, la foresta tacque, come già mi era successo, i miei occhi mutarono, la pupilla divenne verticale, come quella dei draghi, e presero il colore del sangue.
Hellblood roteava leggera e terrificante, ogni fendente assaggiava la carne dei guerrieri e io provavo un perverso piacere. Il sangue mi ribolliva nelle vene, le mie ali come tutto il corpo erano ricoperti da un velo rosso intenso, l’anima della mia spada si nutriva di quella linfa vitale.
Al termine dello scontro mi gettai nella voragine, spiegai le ali e planando mi gettai tra i nemici.
Vidi Shiryu sulla riva del Kruill gravemente ferito, la mia furia non si era ancora placata, nulla doveva impedirci di poter vivere finalmente felici.
Altri fendenti, altre grida e altro sangue che scorreva sulla lama di Hellblood, con gli occhi sbarrati e pieni di odio leccai il sangue su quel nero metallo, avevo vinto, era finita.
Corsi verso Shiryu, mi accucciai a terra e lo presi tra le braccia “caro fratello” lentamente i miei occhi ripresero la loro consueta forma.
Era stremato, credo che si fosse battuto con il capo di quei folli, non mi era chiaro ma avremmo avuto tutto il tempo per capire. Shiryu cercò di parlare, voleva spiegarmi, io lo zittii subito “fratello risparmia le energie ne parleremo quando ti sentirai meglio” gli sorrisi.
In quel momento si avvicinò il cavallo, Shiryu sussurrò “Artax, fedele amico… l’hai trovata”, lo sollevai e lo aiutai a salire in groppa ad Artax, montai con lui per poterlo sostenere.
Shiryu si appoggiò a me e chiuse gli occhi “andiamo a casa fratello”.


Parte quinta: Un fedele compagno


Il cielo era limpido, il sole illuminava il mio viso assonnato con segni evidenti dei bagordi della sera prima in taverna.
Uscita di casa mi recai subito da Shiryu, naturalmente non era in casa, stavo per andarmene quando Artax attirò la mia attenzione.
Il mio fratellino lo aveva lasciato a casa… chissà perché.
Era chiaramente seccato di dover passare la giornata nella stalla “Artax ti va di venire con me per oggi?” per tutta risposta s’impennò e iniziò a nitrire di gioia.
Il suo pelo, nerissimo e brillante, copriva la possente muscolatura, una lunga criniera e la coda spessa, una frusta perfetta.
Era troppo bello per costringere la sua vitalità sotto una sella ed un morso, così lo lasciai senza nulla. Trotterellavamo entrambi per Nakir, tappa obbligatoria casa di zia Sagitta, una bella brioches per me e biscottini per Artax, poi via oltre il portone della Kioskas.
Camminando tra gli alberi con Artax accanto mi chiedevo che bisogno c’era di caricar i cavalli con tutto quel peso… io non avevo mai usato nulla per cavalcare.
Il mattino nella foresta aveva sempre un qualcosa di frizzante che ci metteva allegria.
Terminato il fitto della boscaglia davanti a noi si estendeva un’immensa radura, per istinto e con una sincronia perfetta io e Artax ci scambiammo un’occhiata e ci lanciammo in una corsa sfrenata attraverso quella distesa di lunghi fili d’erba.
Tra salti capriole e grida selvagge raggiungemmo l’estremità opposta della radura.
Guardai sorridendo il mio amico equino e abbracciai quel suo musone dolce e tenero, “scommetto che il tuo padrone non ti fa mai fare queste corse sfrenate senza il suo dolce peso sulla groppa…”, come risposta ricevetti una leccata che mi lavò tutta la faccia.
Felici di aver dato sfogo a tutta la nostra energia c’inoltrammo nuovamente nella foresta alla ricerca di una fonte d’acqua.
Sulla riva del lago Artax si gustava dell’erbetta verde, io, coricata a pancia in giù su un ramo basso, lo seguì con lo sguardo fino ad addormentarmi.
Ad un certo punto sento qualcosa che mi afferra la caviglia e che mi tira… era Artax.
Con gli occhi quasi chiusi mi appoggio al suo musone e scendo dal ramo.
Una volta a terra mi stiro, sbadiglio e mi frego gli occhi… ci vedevo doppio… perché vedevo due Artax?… no… non era la mia vista, erano proprio due cavalli.
Con espressione evidentemente interrogativa accarezzai il muso di Artax “ amico mio dove l’hai trovato?” lui soffia e mi spinge vero l’altro cavallo.
Senza volerlo il mio sguardo si fissò su quei bellissimi occhi neri, mi ci persi dentro, vidi l’inferno, il sangue e la furia della battaglia, un brivido mi corse lungo la schiena.
Allungai una mano per accarezzargli il muso, senza distogliere lo sguardo da quegli occhi grandi e tristi che cercavano pace e amore.
Il cavallo si avvicinò lentamente appoggiando il muso sulla mia mano, gli accarezzai il collo e la schiena. Assomigliava molto ad Artax, nero come la notte più scura, zampe lunghe e muscolose, un petto possente con una grande cicatrice che lo attraversava, tra il pelo lasciava un segno irregolare del colore del sangue.
Il mio cuore era colmo di gioia, era accaduto qualcosa di meraviglioso ed ora avevo un nuovo fedele amico. “Il tuo nome sarà Rei” così dicendo lo abbracciai e sentii il suo muso premersi contro la mia schiena, una sensazione indescrivibile.
Un brontolio profondo proveniente dal mio stomaco mi ricordò che era ora di pranzo, così c’incamminammo tranquillamente verso Nakir.
“Chissà cosa dirà Shiryu del nostro nuovo amico Artax?” un’occhiata di sfida ed eccoci di nuovo immersi nella foresta a correre a perdifiato.


 


Ledra


 

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