La pioggia
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Sull'orizzonte si stava formando una tempesta. Quel
tipo di tempesta che preannuncia un pericolo.
C'erano fulmini che striavano il cielo. Tuoni così assordanti che
persino i più sordi Hammers riuscivano a sentire. |
Mentre i fulmini frustavano la terra e i tuoni rombavano
attraverso tutto il cielo, una figura solitaria si ergeva in mezzo a
tutto.
I suoi penetranti occhi purpurei vedevano tutto. I suoi orecchi
leggermente appuntiti udivano tutto.
Egli si trovava in cima ad una collina e stava aspettando con lo sguardo
puntato verso il basso.
La sua spada, puntata nel terreno, rifletteva i fulmini sulla lama a
specchio.
"Devi proprio farlo?" Chiese Paradisea con la sua voce soave "Sono in
troppi, Abigor. Potremmo nasconderci nel bosco" lo supplicò.
Egli volse lo sguardo verso il bellissimo volto magico di Paradisea.
Quanto tempo è passato dal nostro incontro!, pensò Abigor.
Quanto tempo era passato per capire che si amavano a vicenda.
Egli la guardò e sorrise.
Sapeva benissimo cosa c'era dietro a loro. Il Bosco Incantato.
Sapeva anche che sarebbe stato più semplice combattere contro i Ribelli
che provare ad entrare nel Bosco.
"Devo farlo Paradisea, non ho scelta," disse con forza.
Egli prediligeva combattere, lo sapevano entrambi.. al contrario di
Paradisea che tutto quello che voleva dalla vita era la pace e la
possibilità di studiare la magia.
Abigor maledisse coloro che lo avevano forzato a prendere la spada per
combattere, ma al tempo stesso era ormai parte integrante di Lui.
"Il bosco dietro a noi è malvagio, e non ce la faremmo a sopravvivere,"
disse con tono imperioso.
"Abigor, forse le storie non sono vere. Forse per noi sarà un posto
sicuro" lo implorò Paradisea.
"No," esclamò Abigor, "Non entrerò nel Bosco Incantato!"
Abigor si girò per fronteggiare i ribelli che si trovavano in fondo alla
collina. Erano cinque. Udiva i loro beffeggiamenti e sentiva il loro
fetore.
Abigor vedeva e sentiva tutto e sapeva che non aveva altra scelta che
combatterli.
"Maledetti Dei" borbottò a se stesso e si preparò a combattere.
La spada di Abigor rifletteva la furia dei guerrieri che correvano verso
di lui.
I suoi muscoli si tesero in preparazione al combattimento.
Egli era un Guerriero Ardes Infernale. Metà Demone, metà Guerriero.
Si sarebbe maledetto se si fosse lasciato schernire come una mezza-tacca
dai Ribelli e fosse poi scappato via.
Un leggerissimo ghigno apparve sulle sue labbra quando Paradisea afferrò
la sua borsa dei componenti magici.
La luce del sole si trasformò in una luce accecante non appena iniziò a
pronunciare le parole magiche che risuonarono per tutta la collina.
"Ast tasarak krynawi," disse mentre lanciava un po' di sabbia in aria
formando un arco.
Si formò la magia, Abigor rimase ad osservare, e ciò lo esilarava.
Con un'esplosione di energia, l'incantesimo fu lanciato, facendo
addormentare tre dei cinque ribelli.
Uno ad uno i Ribelli caddero a terra, a parte due.
Abigor allargò il suo braccio muscoloso portando Paradisea dietro di sè.
"La tua parte l'hai fatta, ora tocca a me!!" esclamò con tono deciso.
Questi due erano molto astuti. Tra i pochi nemici di un esercito
tradizionalmente stupido che si erano comportati in modo astuto.
Loro erano rimasti indietro mentre gli altri tre avanzavano.
Appena essi caddero a terra, gli altri due attaccarono.
Con un fortissimo urlo di rabbia uno dei due si lanciò verso Abigor.
Era come una perfida ascia da guerra che risplendeva nel cielo striato
dai fulmini.
L'armatura del ribelle brillava come la sua ascia.
Abigor poteva sentire il suo nauseante fetore mano a mano che si
avvicinava. Percepiva tutto. La sua forza, le sue debolezze.
Il combattimento stava per iniziare.
Abigor sapeva combattere. Ci riusciva molto bene. Sapeva già combattere
quando la guerra contro i ribelli iniziò.
Era pronto per la prova. Si accucciò con entrambe le mani ben salde
sulla spada.
Il ribelle si muoveva in modo scoordinato e barbaro lasciandosi scoperte
molte parti del corpo.
"Tu stupida bestia. Non devi mai scoprirti!" disse Abigor.
"Sei tu lo stupido, Guerriero," ringhiò il Ribelle.
Non appena il ghigno riempì il volto di Abigor, egli sollevò la sua
spada facendola roteare con molta precisione attorno alla gola del
ribelle.
Il sangue colava giù dal collo e dal petto del nemico.
Il ribelle cadde a terra sprofondando nel suo stesso sangue.
Alla vista di questo, all'altro ribelle si spense la fiamma boriosa che
aveva dentro di se, fu un attimo, gli sguardi si incrociarono, il
ribelle poteva leggere chiaramente negli occhi purpurei di Abigor la
parola
"MORTE", si bloccò e in men che non si dica ritornò sui suoi passi, per
poi fuggire da un inevitabile tragico destino.
"Abigor" esclamò Paradisea correndo da lui e abbracciandolo
violentemente.
"Sei fortissimo, Abigor, forte abbastanza per combattere e difendermi,"
disse Paradisea mentre faceva scorrere la propria mano lungo i capelli
neri di Abigor.
Abigor la guardò con un leggero ghigno e sussurrò: "Avevi forse qualche
dubbio?", spinse indietro i suoi capelli dorati scoprendo i suoi
orecchi, il suo silenzio disse tutto.
I fulmini continuavano a sfrecciare, riflettendosi sul simbolo sacro di
platino che era appeso attorno al collo di Paradisea.
Abigor guardò nei suoi profondi occhi blu e sorrise.
"Tu sei la mia forza. Vinceremo questa guerra insieme," disse
stringendola a sè.
Egli sentì il suo calore e la forte attrazione che provava per lei
riscaldò il suo cuore.
Mentre abbracciava Paradisea, ella rivolse una preghiera alla Dea per la
prima volta. Non solo per vincere la guerra contro i ribelli ma anche
per vincere quella presente all'interno del suo cuore.
"O Dea, ti prego assicurami la forza per proteggere Abigor da questa
guerra," pregò Paradisea sussurrando.
In quel momento cadde una goccia, Abigor capì che le preghiere della sua
amata erano state esaudite. Quella goccia si trasformò ben presto in una
pioggia che ripulì il suo spirito di tutte le sue paure.
La pioggia portò via anche il sangue del ribelle, lasciando la terra di
Arcano ancora una volta piena di speranze.
Abigor
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