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Racconti in una serata di nebbia davanti al camino

 

La luce fioca della lanterna mi conduceva nella notte, i miei passi ed il mio cuore procedevano in assoluta armonia, tutto intorno vi era silenzio.
La mia unica compagnia erano i miei pensieri, cosa mi aveva portato in un luogo così lontano e sconosciuto?

Le parole di Licht fiero comandante? gli incitamenti e lo sprone di Leeloo la maga? l'amicizia di Jarsali o di Acer fiere amazzoni che mi avevano rassicurata?
Non so neppure... ma il fardello di domande era pesante ma la curiosità più forte, il luogo del torneo era poco distante ed il fragore della folla insieme al clangore delle armi echeggiava ancora nelle mie confuse e frastornate orecchie, anche lì chi avrebbe vinto e per chi parteggiavo se ognuno mi piaceva, ma amavo tutti?
Arduo decidere, sicuramente avrei amato di più chi avrebbe perso.
Piccola Sagitta, dove stai andando alla ricerca della giustizia o della bontà, e dove ti porterà questa prova?
L'aver attraversato la foresta mi aveva ringalluzzita, ma la laguna era il mio punto debole (come per tanti Hammers), non erano bastati i solleciti carezzevoli aiuti di Madras Kristal né le sferzanti ed ironiche missive del Custode Abel Wakaam a mettermi sulla giusta via ed ora sulla strada ero lì in attesa che mi giungesse chissà quale segno.
Improvvisamente la lanterna iniziò a lanciare dardi di luce colorata ora rossa, ora gialla, ora verde, in tutta la gamma dell'arcobaleno, segno di grande indecisione, anche la luce veniva meno in questa nottata.
Il segno finalmente arrivò: un bianco destriero mi affiancò allargando le fumanti narici, si fermò quasi ad invitarmi a montarlo: non me lo feci ripetere ed eccomi verso una nuova avventura ove cercavo il giusto, il vero e la nobiltà, dove sarei andata.
Avrei attraversato la laguna grazie al destriero mandatomi da chissà quale amico, avrei trovato il senso della mia vita di lavoro, ricerca, prolungamento delle vite, avrei trovato nuovi teatri di sangue e guerra o l'agognata pace, lavoro e prosperità.
Non sapevo, ma l'ansia di trovare la mia via offuscava la mente e rendeva difficoltoso il cammino.
Più avanti vi era un oscuro labirinto che non imboccai, non per codardia ma per astuzia e proseguendo la mia lampada irraggiava una luce dorata dando il proprio consenso alla via.
Improvvisamente una folgore rossa attraversò lo stretto sentiero, imbizzarrendo il cavallo che mi disarcionò lasciandomi di nuovo sola nella polvere, la lanterna si stava spegnendo ed ombre cupe popolavano la boscaglia circostante: il momento supremo della lotta si avvicinava... addio Aria, addio Luce, addio Taciturno, addio Kioskas di Nistra, casa col camino, addio amici...
Sgombrai la mente da ogni retaggio fortificandomi, impugnai con la sinistra la spada che cingevo al fianco e con la destra afferrai la lanterna che irradiava una fortissima luce verde.
Mi aprii la strada fendendo corpi ed aria incurante delle punture, ma certa di soccombere di lì a poco.
Esseri orrendi, i drakor, visti così da vicino... doveva esserci una pozza d'acqua... la lanterna cominciò a ruotare, si aprì e lanciò la sua ferale luce nera che annientava ogni nemico privandolo temporaneamente di ogni energia.
Non avevo combattuto ed ero viva ed ora rispuntava il mio, non tanto più fido, destriero.
Era il momento di proseguire ed ora avrei conosciuto colui che mi aveva soccorso...... in fondo al sentiero era lui.

2 - Duello (l’antefatto visto da Sagitta)

Adrenalina pura scorreva nelle vene della piccola Sagitta, che le stava accadendo?
Elettrizzata dai propri sensi resi più vivi dalla recente battaglia s’incamminò lungo il sentiero e quel volto scuro, quegli occhi intensi profondi come un pezzo di cielo nella notte senza lune, chi era questo signore dallo scuro mantello che sorrideva con gli occhi mandando guizzi ironici e con dolcezza aprendo uno scrigno di tesori mai visto?
Non lo aveva mai visto, ma l’incontro di quello sguardo scatenò tutto quello che in lei era celato, Sagitta non capiva più nulla, seguiva solo il proprio istinto……..
E solo quello... lo sconosciuto cavaliere non aveva bisogno di parole, ogni dialogo era inutile; il vedersi e l’appartenersi era stato tutt’uno come conoscersi dagli inizi del tempo e come l’attraversare il cielo di una cometa cadente, un piacere senza fine.
L’appagamento dei sensi era profondo ed acuto, il silenzio era greve di parole mai dette e da non dire, un angolo di terra solo per Sagitta ed il suo sconosciuto signore.
Sagitta lo sapeva benissimo, non si sarebbero rivisti o se ciò fosse avvenuto questo episodio sarebbe rimasto bruciante meteora nel profondo del suo cuore, luce mai conosciuta prima d’ora e liberatoria, trasgressione pura e dolcissima.
Non era un grazie per averle salvato la vita, non era un addio né un arrivederci ma un riconoscersi nella propria pelle e starci benissimo.
Un ultimo abbraccio, un bacio profondo ed appassionato.
Pensò: "A chissà quando mio signore?", ma non disse nulla e trasportò questo angolo d’eternità dalla morte alla rinascita in silenzio, com’era venuto.
Frastornata, sconvolta, piena di sensi di colpa verso i propri cari, ma liberata nella propria femminilità, prese la via maestra che conduceva a Kolise sicura che avrebbe incontrato amici, sicura di non dimenticare mai, sicura che la notte avrebbe portato calma.
Quale scelta migliore se non la Taverna del Drago Verde, quale scelta se non il bere qualcosa insieme a Petros fine cantore e musicista, Isabeau fiera amazzone e grande amica, Kraig dotto e colto che aveva una giusta parola per ciascuno ed ancora Leeloo ironica ed arguta nella sua sapienza, madras Kristal così abile e buona, Dirkpitt esibizionista, gigione ma forte e rassicurante; come non scaldarsi al fuoco del camino e della loro amicizia; tacere e ridere di cuore insieme a loro, ascoltare le loro chiacchiere rassicuranti nell’affastellarsi dei suoi pensieri, ed il cibo condiviso insieme al bere fece bene all’anima di Sagitta che si lasciava andare a quel tepore del cuore.
Benedetti amici miei... più tardi arrivò Kassandra, che scatenò un putiferio a discapito di Petros (per Sagitta Pjotr perché le era caro come le era caro il libro a lui dedicato)……
E le risate, l’allegria, e i pantaloni di Petros e tutto il resto animarono la serata come non mai.
Petros si era di nuovo fatto male al ginocchio; Sagitta in un impeto umanitario aveva cercato di curarlo tagliandogli gli oramai laceri calzoni e costatando che il ginocchio si era gonfiato ed era molto arrossato; Petros era ubriaco per la troppa sofferenza e per l’anestesia dell’alcool, a Kristal sembrava avessero mangiato Barbaro il suo fido cavallo, invece poi era il cavallo di Ledra affettato da Dirkpitt.
Troppe cose avvennero.
Petros aveva un taccuino, passato a Dirkpitt, che a sua volta fu assalito da Madras Kristal perché supponeva che vi fossero le mosse del torneo dei verdi, è intervenuto Bersek che ha restituito il taccuino a Petros, il tutto annaffiato da brandy, vodka vino e costine e salsiccia di maiale e le adorate ciambelline con il vinsanto per la piccola Ledra.
Che bagarre, se ne andarono tutti felici lasciando Isabeau ridente accanto a Bersek; Kraig se ne era andato prima, per un impegno.
Sagitta riprese il suo cammino verso la propria Kioskas con una luce nuova dentro il cuore………….


3 - La via della felicità o della distruzione

Uscita dalla taverna del Drago Verde Sagitta era frastornata e confusa.
Non aveva accesa la sua lampada e non se ne era accorta.
L’aria fresca della notte e quel cielo incredibile di Arcano le resero più chiare le idee; era estremamente determinata nella propria missione ed avrebbe raggiunto le vette che desiderava, ma quali erano i suoi reali desideri?
Qua e là piccole luci illuminavano il sentiero oscuro, ma era svagata e non si rendeva conto del pericolo imminente, tutto taceva intorno tranne il rumore dei suoi passi... non vi era alcun suono.
Silenzio e tenebre, e più in là lampi di luce nel cielo notturno a rischiarare vividamente il suo cammino.
Silenzio e tenebre: aveva compreso.
La guerra era imminente e tutti sarebbero stati coinvolti, Sagitta odiava la guerra profondamente come detestava le diatribe inutili; i racconti sconnessi e scollegati di poveri contadini vittime delle guerre l’avevano ulteriormente convinta a portare pace intorno a sé: nulla valeva la tranquillità e la serenità che sapeva dare a chi la circondava.
Era uno dei doni ricevuti, doni che facevano di lei una compagna unica per un unico compagno….. sì, Sagitta cercava come sempre il senso delle cose, si chiedeva il perché di quella sua ricerca.
Più avanti avrebbe trovato alloggio prima di arrivare alla sua Kioskas (che le mancava un poco), più avanti avrebbe potuto riposarsi e rifocillarsi, finalmente.
La guerra occupava tristemente i suoi pensieri oscurandoli, come l’ombra di un falco pesa su un topolino che corre nella pianura, la guerra proiettava la sua oscura ombra sulla mente della piccola maga...
Quante vite ancora, quanta energia dispersa, quanto amore gettato via: ogni essere vivente voleva sangue per il proprio cuore, una casa, una famiglia, un lavoro, non una guerra; tanto meno l’imperatrice, che ora era diventata mamma...
Nessuno tranne ……….. doveva sapere, doveva compiere la propria missione, più strada percorsa più gente incontrata ed i pensieri buoni erano contagiosi.
"Il mio braccio ed il mio cuore" Sagitta ripeteva tra sé e sé.
Avrebbe voluto come ogni Hammer vedere il proprio paese arato, coltivato, senza che nessuna guerra incendiasse il raccolto, e che il sale venisse portato regolarmente a Myalla e che nessuno avesse mai più bisogno di andare a Krymenia né di sterminare.
Nessuna pietà, solo piacere, solo felicità, questo era ciò che voleva per tutti, ma non era possibile: la casa distava ancora poco e già si scorgeva il suo profilo quando dal limitare del bosco sbucarono tre energumeni dotati di armi e muscoli possenti che tentarono di immobilizzarla.
Piccola Sagitta... dei nemici? E chi sono? Cosa vogliono?
Il tempo per pensare era finito: sguainò la fedele spada e fendendo aria e carne tentò una disperata difesa.
L’affondo della lama nella carne viva produsse un rumore afono, la estrasse rapidamente e sempre più disperata si accorse che i nemici aumentavano di numero: Sagitta non era una amazzone, era una maga, non avrebbe mai potuto competere con simili esseri metà guerrieri e metà quale altra diavoleria aveva prodotto Arcano…………
La lampada era spenta e non ricordava che la magia del fare che l’avrebbe portata poco lontano, se non causata una forte dissenteria ai suoi nemici o procurato dolori allo stomaco; la spada nelle sue mani era divenuta greve come un macigno, in quel momento la sua lampada prese calore e forma assorbendo anche la sua energia e diventando uno scudo di forza che la proteggeva temporaneamente, ma la Luce nera non si formava: era passato poco tempo dall’accensione della lampada ed era impossibile avere questa arma.
Sagitta si guardò intorno, lasciò cadere la spada, afferrò il coltello e tagliò una gola, poi esausta si abbandonò ai propri persecutori convinta di dover morire da un momento all’altro.
Svenne.
Quando riaprì gli occhi con stupore vide che il campo era ingombro dei corpi dei suoi assalitori, ed accanto a lei una mano leggera e dolce si posava sulla sua fronte:
“Piccola maga, sono qui con te. Per questo tratto di via mi appartieni, non posso permettere che tu scompaia, sei troppo importante per la tua missione e per me. Fermati un istante, quella è la mia casa per la caccia... fermati con me almeno per questa notte nel mio angolo della terra, fermati ad osservare il serpente color smeraldo, fermati e prendi un raggio di sole con me”
Sagitta non ricordava più nulla, persa ancora in quegli occhi magnetici e quel corpo caldo, maschio e forte ………… che sarebbe avvenuto?


4 - Spiegazioni

Sagitta era strabiliata da quella presenza quanto mai opportuna per lei e che per la seconda volta le salvava la vita: non osava fare domande, quell’oscuro signore la dominava e le apparteneva, come l’aria appartiene al cielo.
La sua voce uscì atona e roca, fattasi timida improvvisamente: “Chi sei? Se posso chiederti”
Egli sorrise, la prese tra le braccia e con il suo incedere forte e regale l’accompagnò all’interno del casolare.
“Tutto a suo tempo, piccola maga - rispose con la sua calda voce pastosa - tutto a suo tempo”.
All’interno del casolare era acceso un camino grande e luminoso e sul fuoco arrostiva un bel pezzo di carne che rosolava, sul tavolo vi erano due bicchieri di vino colmi in attesa di essere bevuti, tutto sembrava avere atteso Sagitta da sempre… da sempre?
Sagitta si accoccolò al lato del camino scoppiettante, la piccola ruga sulla fronte era accentuata interrogativa, i suoi occhi brillavano irrequieti in attesa di spiegazioni che non arrivavano.
Finito di nutrirsi bevve a piccoli sorsi dal suo calice gustando il sapore aspro e giovane di quel vino che iniziava a scorrerle caldo nelle vene.
Un sonno pesante si impadronì delle sue palpebre, e Sagitta si lasciò andare senza rispondere e senza risposte.
Sembrava una bimba addormentata sulla grande pelle ai piedi del camino, il cavaliere sconosciuto la guardò e le sorrise con occhi che esprimevano l’eternità che era in lui.
“Dopo, piccola portatrice di luce, ora riposa, dopo saprai quello che devi sapere.. non di più, pena pericolo per la tua vita che è la mia”.
Le ore erano passate veloci e la notte aveva consumato ogni candela di Arcano, quando Sagitta si destò dal sonno più quieto della sua vita.
Accanto a lei dormiva il cavaliere sconosciuto protettivo e forte, proteso verso di lei con il viso tranquillo ed il respiro rilassato.
Il sonno di un eroe.
Gli occhi di Sagitta scrutavano i lineamenti regolari dell’uomo, il naso dritto e forte che saliva sino alle sopracciglia, il lungo taglio degli occhi chiusi, i folti capelli scuri, la fronte alta, provando un forte senso di piacere.
Quasi gli occhi di Sagitta lo accarezzassero il cavaliere si destò, si guardò intorno, con occhi assonnati, le sorrise e iniziò a narrare.
“Vengo da un mondo lontano, diverso da Arcano, diverso dalla Terra da dove provieni tu, un mondo violento, dove solo il più forte sopravviveva, dalle radici del tempo fummo trasportati in giro in ogni angolo della galassia; alcuni di noi erano mercenari assoldati da re e da nobili per uccidere per loro, addestrate macchine da guerra per una lotta senza quartiere. Tu ha visto la mia forza e la mia energia, a nessuno è dato conoscere il mio nome, neppure a te piccola mia. Nei tempi passati abbiamo già vissuto insieme... ti liberai da un re violento ed usurpatore di cui tu eri lo stregone, l’indovina, la veggente, la maga…. Tu vedevi il futuro, una luce si generava da te ed immagini fluivano dalla tua mente ed eri la vera maga del tempo, nessuno osava contraddirti... la tua arma era una dolcezza infinita difesa dal mio arco, dal mio pugnale, dalla mia spada, eri la mia regina ed io il tuo signore. Mille cose accaddero in una notte incredibile ove il cielo del nostro paese era illuminato da milioni di stelle, gli eoni del tempo si scatenarono contro di noi, baciati dall’amore e dalla fortuna, e ti ghermirono a me che ti addormentai impedendoti di morire. Non ti voglio ricordare le numerose battaglie vinte al tuo fianco, le luminose notti trascorse con te, notti senza fine, d’amore, di luce e tenebre, di fuochi ed ombre, di infinito, lo farò ma non ora piccola maga dai lunghi capelli e dal passato antico che non ricorda. La nostra è una storia scritta nel tempo, sul marmo dei nostri cuori, ecco perché cara piccola donna scorpione hai cercato me, e mi hai trovato in questa terra lontana, ma ogni cosa a suo tempo, ogni tempo deve trascorrere e molti soli e molte lune scorreranno nelle nostre stagioni ……”
Sagitta accolse quelle parole come se avesse atteso da immemorabili anni una spiegazione: l’ombra che le aveva portato la luce, il suo continuo vagabondare per cercare risposte, per portare dolcezza e pace.
Il suo scopo in questo luogo.
Le accettò con la consapevolezza di una donna che è e che sa di avere accanto a sé finalmente l’uomo per cui è stata fatta.
Le domande, troppe ma erano solo parole di cui lei non aveva bisogno, i suoi occhi luminosi incontrarono i suoi ed il tramonto delle stelle ricrearono un angolo di terra al limitare del bosco.


5 - Il viaggio

Sagitta si destò con un raggio di sole insistente negli occhi, la spessa coltre la scaldava ma non tanto quanto il corpo del suo compagno che respirava sommessamente, sorridendo nel sonno.
Si sentiva appagata in ogni poro, al di là di ogni sensazione fisica, molto di più e molto meglio: il viaggio verso il passato era iniziato, brandelli di memoria scritti in chissà quale lingua riaffioravano nella sua mente portando immagini di un impero scordato, di piaceri impossibili da descrivere solo da provare.
Il profumo della pelle di questo suo uomo le invadeva le narici e la riportava al gusto di una vita mai assaporata sino ad allora, e se provata oramai dimenticata.
"...Si piccola Sagitta, la luce era in te, non avevi bisogno di lampade ed ora era ricomparso questo tuo potere, la luce si formava nella tua mente e con essa le premonizioni, il linguaggio degli animali, il potere di guarire, e ancora"... questa voce chiara era nella mente di Sagitta che appoggiò lievemente la mano sul dorso nudo del dormiente, ed ecco apparire la sua vita, i cavalli, le possenti lotte e lei tra le sue braccia, ogni volta vincente, ogni volta desiderata: ogni volta sua.
Un mescolarsi di pelle, ossa, sangue senza precedenti, senza futuro e senza passato, un fluire...
Vedeva il passato o il futuro?
Non se lo chiese: l'immagine era vivida e luminosa, cielo mai visto con due lune, con piccole nubi in penombra, paesaggio di un castello, di fuoco, di danze, deserto e ghiaccio intorno.
Non capiva ma sentiva la vita di questo potente cavaliere scorrere sotto la sua mano, lo accarezzò teneramente, la barba sottile che gli avvolgeva il mento era scura e gli dava un aspetto regale.
Il presente, cos'era il presente se non le radici del passato?
Il suo cuore danzava come un derviscio nella notte intorno al fuoco e un sorriso malizioso le apparve sulle labbra, desiderio forte appagante di quel corpo liscio e muscoloso, ma dopo, dopo, dopo....
Si accarezzò il corpo voluttuosamente, piano uscì dal giaciglio quasi con dolore, ed immagini ancora riaffioravano: immagini di stragi, di uomini trucidati perché lei aveva previsto la loro sconfitta, e la comparsa di questo principe che l'aveva liberata, da una schiavitù che solo la sua astuzia non aveva reso fisica, e le parole: "Se non sono un re perché sei in ginocchio davanti a me piccola, fammi inginocchiare al tuo seno e sarai la mia regina"... basta, basta, era troppo.
Una fame deliziosa tormentava il suo corpo, si guardò intorno, si avvicinò al focolare, accese il fuoco e mise a scaldare acqua e preparò un desco come era usa a fare per lui, frutta, arance fresche spremute, prese il pane e lo scaldò al forno, caffè.. dove era il caffè in questo luogo..
Che banale, una maga che non trova il caffè, ma la magia era un'altra e lei lo sapeva bene.
La magia del fare e la magia dell'essere erano insieme in lei, si fondevano tutt'uno.
Con un gesto lieve si ricompose i folti capelli, si guardò in viso, mai era stata così bella... mai, o almeno mai ricordava di esserlo stata; quella luce negli occhi di consapevolezza.
"Sì, conosco il tuo nome ora mio principe, ma tu me lo dirai" dicevano che si esercitasse a sopportare il dolore e le tante piccole cicatrici sul suo corpo testimoniavano questo.
Ora aveva trovato il caffè, il forno caldo emanava profumo di pane allo zenzero, il suo eroe si stava svegliando pronto per un nuovo duello d'amore?
Sì, era pronto ma prima di coprirlo di baci doveva nutrirlo e poi sarebbe andata come doveva andare.
La guardò intensamente annuendo, assaporando il piacere della sua presenza, non si vestì, attraversò la stanza e si sedette, battendo una mano sul ginocchio, e come se quel gesto fosse antica consuetudine tra loro, Sagitta si sedette su quel ginocchio nudo e bello.
Lo abbracciò girandogli le braccia a ciambella intorno al collo come una piccola gatta sinuosa, gli versò il caffè bollente ed amaro come piaceva a lui (da dove venivano tutte queste conoscenze? Quale nebbia dei tempi aveva sollevato questo incontro?) e gli allungò una fetta di pane che aveva spalmato con uvaspina e mirtillo e gli sorrise: la veggenza serviva anche a questo?
Sempre senza parole lo baciò sul collo, poi si staccò da lui ed attese; la risposta non si fece attendere, il silenzio fu interrotto da un "Lo sai che dobbiamo partire per un viaggio senza ritorno, lo sai che la nostra strada potrà dividersi, lo sai che non ti abbandonerò mai anche se non saremo insieme?"
Lei ascoltò la sua voce come fosse musica, e gli rispose: "Mio signore, nessun impero dura per sempre, nessuna passione dura per sempre, tu sei il mio fuoco, la mia aria, il mio cielo. So che dobbiamo andare, niente e nessuno ci potrà impedire di godere l'uno dell'altro durante questo viaggio. Se mi hai portata via dalla morte non mi abbandonerai mai e anche se sarai lontano e celato ai miei occhi, tu sarai dentro di me ogni giorno della mia esistenza che hai reso divina ricomparendo, mi fai sentire la tua regina e così sarà perché tu sei il mio re"
La solennità delle parole pronunciate in quella cucina odorosa di cibo era mitigata dalla espressione dei loro volti dolce ed appassionata.
Il viaggio avrebbe aspettato, ora qualsiasi tempesta era nulla rispetto al battito del cuore di Sagitta... ora gli occhi di lui perforarono i suoi e la sua pelle di porcellana e rose, ora.


6 - Decisioni e rivelazioni

Oramai la notte era arrivata di nuovo e Sagitta comprese che era giunto il momento di riprendere il viaggio intrapreso attraverso Arcano.
Trasmise al suo compagno con gli occhi questa sua decisione: era momento di portare energia a questo mondo diviso e diverso, l’energia da cui era nata Sagitta.
Salirono sulle rispettive cavalcature muti e consci del destino che li attendeva, senza alcun timore, senza alcun dubbio, incontro al proprio destino per cambiarlo come lui le aveva detto..
Proseguirono, senza più bisogno di parlare, non ve n’era bisogno.
La meta era lontana, la missione pericolosa.
Per un lungo tratto del percorso si udiva solamente il rumore degli zoccoli dei cavalli che sollevavano piccoli vortici di polvere sul sentiero.
L’unica luce la lampada di Sagitta che rendeva visibile il cammino.
Silenzio e complicità, il mistero della notte senza luna costellata di stelle li avvolgeva, senza alcuna pietà.
Si trovarono al limitare di una radura alle porte della kioskas di Nistra, i boschi tutt’intorno erano cupi occhi vuoti che incutevano solo gran timore.
Un rumore lontano fece girare la testa al cavaliere che saltò dal cavallo velocemente, imitato da Sagitta.
I destrieri si allontanarono rapidi mentre egli estrasse il poderoso arco dalla schiena, afferrando la maga e nascondendola dietro di sé per proteggerla.
La fronte di Sagitta iniziò ad irradiare una luce dorata, con gli occhi chiusi ed i capelli mossi dalla brezza notturna, le morbide labbra di Sagitta si muovevano senza proferire alcun suono, il tempo si era fermato, il pericolo in agguato si respirava.
Un bagliore tradì la presenza di qualcuno che si muoveva armato nell’oscurità della radura, le cui intenzioni non erano sicuramente benigne, quali nemici ancora c’erano da affrontare e perché proprio ora?
Il torace dell’uomo si muoveva lentamente al ritmo del suo respiro, un sudore freddo gli imperlava la fronte, gli occhi roteavano guardinghi impegnati nella ricerca di quel nemico sconosciuto.
Sagitta disse: “Mio signore, alla tua destra sono in due”
Nell’erba alta – parlava ad occhi chiusi – la sua magia era espansa al massimo: vedeva (vedeva?) la fine della lotta, i nemici che attaccavano due per volta, briganti alla ricerca di femmine, assassini in cerca di denari o nemici in cerca del potere, ma chi li aveva avvisati del loro arrivo?
L’oscuro principe si levò potente brandendo la sua lama ed incuneandosi con la schiena per rendere più ferale il suo colpo, e falciando i corpi coricati nell’erba armati sino ai denti.
Chi aveva bisogno di luce con Sagitta al fianco... era meglio di qualsiasi lampada, era meglio di qualsiasi maga ora che era nel pieno delle sue facoltà, la sua aura radiosa la rendeva bersaglio mobile, piccola ed indifesa, ma grande nella pienezza della sua bellezza e del suo fulgore.
Sangue, ancora odore dolciastro e amaro di sangue, scatenò l’ira dei congiurati lì convenuti per aggredirli, cercando di mirare Sagitta cadevano sotto i colpi della lama ferale del suo compagno, dimezzati, squartati, mentre Sagitta si esprimeva nella multilingua dei maghi, multilingua ben compresa dal suo principe: “eiaki ueleke asirask untred “ la lingua dei morti.
E Sagitta continuava a guardare nel futuro ed in lui si perdeva, s’indeboliva, Sagitta debole fiamma di vita; mentre la lotta infuriava, lei continuava ad indicare l’ubicazione dei nemici e le loro armi e le loro intenzioni: l’avrebbero violentata, usata, influenzata, costretta al loro potere tenendo il suo signore come ostaggio ma non avrebbero vinto.
Perché l’eroe dalla liscia lama lucente avrebbe provveduto a difenderla uccidendoli tutti uno per uno, affossando la vita dalle loro guance, portando via lo sguardo dai loro occhi; era un eroe, non un assassino, un principe nobile ed orgoglioso non avrebbe permesso…..
“A noi la donna, e lui verrà ucciso – la voce era inconfondibile – l’antico nemico (passato e futuro si ripetevano) prendete quella strega"
Sagitta spalancò gli occhi che mandarono lampi oscuri, alla risposta del suo re: “Chiunque la tocchi dovrà vedersela con me”
Consapevolezza, consapevolezza di appartenere, di essere difesa, consapevolezza di avere un uomo vero alle spalle, un uomo che non avrebbe permesso che nulla le accadesse, ed orgoglio di lui.
Sagitta si sentiva meglio, era l’energia positiva di questa passione che la nutriva, lei che cucinava con passione, che divorava cibi come divorava la vita, si nutriva d’energia d’amore.
“Am rsas ikira neminda, ukrus himseki”: andiamo verso nord, là è sicuro... inoltriamoci nella foresta, (nessuno avrebbe capito tranne che loro due, lingua antica di un mondo scomparso)
Non verso Nistra ma direttamente verso la kioskas fantasma per trovare i mezzi per effettuare la propria missione.
Ora dovevano fermarsi, erano entrambi esausti per l’intensa lotta sostenuta.
Fermarsi dove l’aura si accentuò e Sagitta chiese: “Mio signore, andiamo nella locanda qui vicino? Non temere, alcuno ti conoscerà; berremo, ci rifocilleremo e proseguiremo, tu devi restare celato agli occhi
degli hammers.. guai se riconoscessero chi sei e da dove vieni, perderesti ogni tuo potere, e il servigio che dobbiamo rendere a Nimira e a tutta la gente d’Arcano verrebbe vanificato per sempre.”
Sorpreso il cavaliere guardò negli occhi Sagitta... dunque ricordava, dunque sapeva chi era, non una volta lo aveva chiamato con il suo nome, fedele compagna di viaggio... con lei sarebbe stato al sicuro, sempre, ed il suo cuore si riempì d’amore e di rinnovato desiderio per quella piccola grande donna che nulla gli chiedeva e tutto gli aveva dato.
La baciò selvaggiamente e dolcemente insieme.
Si ricomposero, si pulirono i volti e ripresero il cammino verso la locanda: lì avrebbero trovato numerosi Hammers che conoscevano Sagitta, e lì egli avrebbe visto la sua donna farsi audace sorridere e ridere senza poterla toccare, abbracciare, senza poterle parlare quasi.
Arcano era comandato da un’Imperatrice e le Madras (governatori delle Kioskas erano tutte femmine, le amazzoni erano fiere combattenti) nessuno avrebbe capito la sottomissione di Sagitta nei suoi confronti: avrebbero solo visto errori, infamia nei confronti degli dei, chissà... forse avrebbero pensato ad una sorta di blasfemia il fatto che lei lo chiamasse mio signore, non lo sapeva, non desiderava creare altri problemi, voleva solo arrivare.... (oh tempi felici in cui non erano costretti a nascondersi e maledetta morte, maledetto destino che li aveva separati, luce e forza, potere e amore, uomo giusto per donna giusta, la perfezione al comando di un regno, il re e la sua maga) nulla poteva tornare indietro, nulla... solo proseguire e compiere la missione.
Entrò nella taverna fumosa e vide numerosi Hammer ridere e scherzare con Sagitta ed un lieve motto di fastidio gli strinse lo stomaco, ordinò del cibo, ma non aveva più fame.
Sagitta sembrava una stella splendente e parlava di loro due ma gli Hammers non comprendevano.
Sagitta sorrise all’ingresso del suo signore, chiamarlo col suo nome?
Mai e poi mai avrebbe rivelato chi era, era un costo troppo alto eppure si fece audace sorrise a tutti, ascoltò allegra la musica di Petros, conversò allegramente con Jarsali, rispose ai quesiti di Madras Kristal, sorrise alla freschezza d’Isabeau, versò del vino a Lord of Byron, si sedette accanto a lui e rise delle padelle di Kassandra morbide delle divertenti e colte battute di Kraig e conversò, conversò fino all’infinito.
Attese che il proprio principe uscisse e che anche per lei la notte fosse sicura ed uscì a tarda ora.... dopo una lunga ed allegra chiacchierata con Isabeau.
Ed ora uscendo dalla taverna incrociò i suoi occhi: “Sono ore che ti attendo, ti sento come un pugno nello stomaco, ti sento vicina e lontanissima, mia piccola regina”...
L’oscurità li inghiottì lasciando dietro la scia del loro profumo e della loro passione.


7 - La missione

La notte nella foresta nell'incavo del grande albero del pepe era passata tranquilla, il profumo speziato permeava l'aria di una fragranza magica.
Luce di sole filtrata dall'intrico di rami accarezzava i corpi di Sagitta e del cavaliere riscaldandoli, dormivano abbracciati, di un sonno tranquillo.
Sagitta sorrideva al sonno con espressione estasiata.
Lui si svegliò e la guardò a lungo con un sorriso tenero e malizioso contemporaneamente.
"Piccola Sagitta che sogni, con quel viso, di me sicuramente, di noi poche ore fa, avevi quell'espressione e sei bellissima"
Sorrise, spostando i capelli dalla fronte, si accarezzò il pizzo, e strofinò la barba crescente, con un gesto rude e virile.
Aveva fame; rise dentro al suo cuore.
Ebbe pena a svegliarla ma dovevano andare, l'accarezzò dolcemente, sospirando.
"Mia dolce .. piccola... Svegliati, è ora"
Il suo sorriso spense la pena, il suo bacio incendiò il suo cuore.
Si tuffarono, rabbrividendo, nell'acqua di un vicino torrente per lavarsi sommariamente, risero dei propri corpi raggrinziti dal freddo, si rivestirono e proseguirono.
Sagitta guardava orgogliosa il suo uomo cavalcare nel sole, davanti a lei, bello come un dio guerriero... gli dei l'avrebbero punita per avere amato un semidio, ma non importava: per lui tutto quello che aveva, tutto, lampi di ricordi, di cose future si mescolavano, la veggenza era così nebulosa quando era incerta e quest'oscurità d'energia non la rafforzava.
Fame, aveva tanta fame.
"Mio re - lo chiamò con voce dolce - fermiamoci alla prossima casa e chiediamo cibo, poi andremo a cercare il drago dormiente, il re lucertola come dici tu"
Lui si girò chiedendosi quali poteri aveva la sua donna: lui non le aveva mai parlato della sua missione, quanto amore nei suoi grandi occhi scuri, quanta determinazione.
Si fermarono in una casa poco distante, chiesero del cibo per continuare il cammino, legarono le loro cavalcature ad un albero, e ricevettero in cambio di poche scaglie di miara un pane fresco, formaggio stagionato ed una caraffa di vino bianco fresco.
Il tempo di divorare tutto quanto e ripresero il loro viaggio.
Il sole stava calando, avrebbero viaggiato sino al suo nuovo sorgere per evitare incontri.
Sagitta si chiedeva chi fossero quegli uomini che vedeva nelle sue immagini, che armi strane avevano: ribelli che cercavano lui per impedirgli di parlare col dragone e portare all'Imperatrice Nimira il dono della pace per il suo popolo.
Le loro parole le erano chiare nell'intento ma oscure nel modo: "thak" esclamò, la lingua dei morti la poteva aiutare a capire e così fu..
Non erano ancora scesi da cavallo, quando Sagitta guardò il cielo e lo vide oscurarsi dalla fuliggine di chissà quali vulcani esplosi in chissà quale era d'Arcano e nel cielo volare un gran drago che la guardava con gli occhi verde smeraldo:
"Mio signore" esclamò "ci siamo, siamo vicini al tempio del Drago Dormiente, dove dovrai combattere e vincerai. Ci sono tre guerrieri armati, uno è amante del vino e non avrai problemi, con gli altri dovrai stare attento: le loro armi hanno veleni strani. Una volta entrati non potrò fare altro che seguirti, il gran drago assorbe ogni mia energia. Combatterò al tuo fianco, come sarà possibile; tre sono i tranelli che dovrai affrontare con la tua testa ed il tuo cuore ed io ti seguirò sino alla morte"
"Piccola luna Sagitta, piccola maga dal gran cuore... il mio bene è stato averti al mio fianco da sempre, anche quando non ci conoscevamo, anche da prima del tempo, ma ora andiamo... non è tempo che per la lotta"


8 - L’incontro

Scesero alcuni gradini spuntati improvvisamente dalle sterpaglie, e con grande stupore videro l’ingresso di un tempio diroccato lasciato da chissà quanti secoli; vi erano tre uomini, armati di pugnale ed arco: uno dormiva, gli altri due erano seduti, uno per parte di quell’unica cosa che sembrava avere sfidato indenne il tempo: la porta di ferro del tempio.
Si avvicinarono guardinghi.
Sagitta avrebbe voluto essere un’amazzone fiera e capace come Acer e forte e combattiva come Jarsali, ma non poteva usare la trasformazione qui, non poteva o non voleva.
Luce e calore, oro fuso cominciò ad irradiare dalla fronte di Sagitta.
Il drago era neutrale, non parteggiava per alcuno, era fondamentale destarlo e farsi dare il seme della conoscenza perduta.
Il re guerriero impugnò la sua grande lancia, colpì il soldato dormiente spezzandolo in due; gli altri due uomini si alzarono in piedi di scatto ed armarono gli archi con frecce velenose; egli sfoderò la sua lama e con questa fendendo l’aria riusciva a difendere se stesso e Sagitta dagli strali ferali.
Gocce di sudore imperlavano la fronte dell’eroe, come la corona persa da inimmaginabili tempi, il volto era guardingo, ogni suo muscolo era teso, pronto alla lotta, pronto ad affondare la propria lama nella carne nemica.
Tutto terminò rapidamente, la grande porta si aprì alla morte del terzo guerriero.
Ombra e tenebra li accolsero all’interno del tempio, un lungo corridoio polveroso cosparso di teschi e scheletri si apriva davanti a loro.
Sagitta rabbrividì e si spostò dietro di lui in attesa di un segnale che non sarebbe sicuramente giunto.
Odore di morte e polvere; il re guerriero camminava con incedere felpato ma sicuro e con fare guardingo... nessuno sarebbe morto oggi, lo sentiva dentro di sé.
Apparve nel centro del corridoio una pergamena con parole d’oro scritta nella lingua antica, che nessuno ad Arcano conosceva più, ma non lui e Sagitta, loro sapevano che attraversando quel tratto di corridoio per leggere la pergamena sarebbero stati decapitati.
Afferrò Sagitta alla vita e la fece inginocchiare e a sua volta s’inginocchiò, poi proseguirono in quella posizione per raggiungere la fine del corridoio ove brillava una luce blu, brillante ed inquietante.
La luce irraggiava verso tre stanze lasciando nel buio più totale una stanza: quale direzione prendere, se non quella buia, dalla luce della conoscenza all’oscurità dell’ignoranza.
Egli era astuto come volpe, forte come leone.
Sagitta era orgogliosa.
Avanzarono, tenendosi per mano, gli occhi disperati nella ricerca di un punto d’arrivo.
Improvvisamente furono risucchiati da un vortice nel pavimento.
L'ultima prova: il coraggio.
Un grande mostro si stagliò davanti a loro avventandosi urlando, ma il guerriero era pronto.
Inarcando le poderose reni corse incontro all’orrore divenuto realtà con la sua grande spada sguainata e potentemente l’affondò nel ventre dell’essere che cadde senza emettere gemito.
Il tempio cominciò a tremare e si aprì come frutto maturo si apre nella stagione giusta, mostrando a loro la stanza del dragone dormiente.


9 - Il Drago Dormiente

Il grande drago aprì gli occhi verde smeraldo e le piume che aveva sulla testa si sollevarono in segno di attenzione, Sagitta resse lo sguardo ed entrò in comunicazione con lui.
Lampi di luce, memoria di futuri e di passato, ricordi vissuti e da vivere.
Completezza.
Sagitta era nella stanza del tempo ove tutto era fermo in attesa del respiro del mondo.
Domande senza volto e risposte senza senso, questa era la verità di quel posto: accettazione.
Non fu possibile fare altrimenti.
Tutto era cambiato in quel gioco e nulla era importante tranne che il termine della sua missione.
La passione, la sua vita, tutto annullato in quel lattice di luce che le invadeva la mente, nel suo profondo.
Continuum temporum: nessun tempo in ogni tempo... fusione di passato, presente e futuro perché non vi era movimento, il telo di Kolise... molti inizi, una risposta univoca, un solo inizio... risposte senza fine (era esemplare la fine di quel kral che aveva chiesto come era l’inizio del mondo e si era perso nei meandri della propria mente).
Immota beveva il seme della conoscenza sola al suo destino, ben conscia che alla fine della sua missione nulla in Arcano sarebbe stato più come prima.
Sagitta, la memoria vivente del tempo.
Sagitta che aveva perso la memoria della propria vita affinché questo avvenisse.
Sarebbe valsa la pena di scomparire per ottenere tutto questo?
“Mio signore, salvami, salvami, non voglio morire ancora, non voglio essere falciata come grano maturo nel campo nel mese di mietitura per avere migliore farina... voglio vivere accanto a te, mio signore, per i pochi anni che ci restano, e finire cogli occhi i nuovi mondi, e vedere Arcadia, la tua terra, e solcare Aragonia nei suoi mari, raggiungere Orione e bruciarvi insieme a te“
Pensieri, nessuna parola dalla sua bocca: il suo mondo si fuse col passato e Sagitta dimenticò il suo eroe, la sua famiglia su Arcano, nulla: grandi piramidi, no... i primi hammers, gli uomini, le donne, tutti insieme la forza di Arcano, la luce di Arcano, la miara, l’energia di Arcano ed ancora il crox………
Sollevata da energia Sagitta fluttuò nell’aria e scomparve.
Troppo il carico da portare, troppo pesante per le sue piccole spalle……… piombo fuso e freddo, i cancelli dell’orrore si aprirono davanti a Sagitta, un inferno senza pari ove era solo gelo e tenebra... era morta? Ululando alla luna di dolore gorgogliò, dalla sua bocca uscì un urlo senza rumore, follia.
Passarono istanti, ore, anni, secoli davanti ai suoi occhi resi bianchi dal gran gelo, solitudine e paura, ed il suo fragile corpo riapparve luminescente, al cospetto del drago che continuava a fissarla, mentre il suo principe era di pietra.
La non morte e le reminescenze avevano addestrato Sagitta a questo stadio di magia, ma sarebbe stata dura anche per Argon subire una simile ordalia... ora lei possedeva la conoscenza da portare a Nimira e quindi poteva tornare alla propria vita, felice di avere compiuto la propria missione.
Cosa aveva lasciato in quell’inferno Sagitta dagli occhi luminosi?
Non era più la stessa, era chiaro, dopo quella notte di solitudine tutto era cambiato in lei, il suo cuore era pesante: la passione o l’amore, scelte da fare una volta per tutte.
Si sedette un attimo con il petto ansimante che rubava aria ai polmoni, poi con un filo di voce disse: “Amore mio, per te camminerò sull’acqua dell’universo, e il destino ci verrà incontro perché, come tu mi hai promesso, noi cambieremo il nostro destino”.
Parole come sassi gettati nell’aria immota destarono il cavaliere che abbracciò Sagitta e la sostenne.
Aveva scelto?
Dopo aver consegnato all’Imperatrice Nimira la memoria d'Arcano sarebbe partita col suo re?
Oppure sarebbe ritornata alla sua vita di ogni giorno nella sua famiglia dove era amata e attesa?
Sofferenza fisica, il respiro di Sagitta era sempre più affannoso.
Il cavaliere la teneva teneramente tra le braccia, e il Drago era sparito, intorno a loro campi e silenzio.
Sagitta afferrò da terra la propria bisaccia ed estrasse una serie di pergamene che non aveva mai posseduto.
“Vai mio principe, consegna a Nimira queste missive e dille che la sua umile maga Sagitta è onorata di abitare qui ad Arcano. Fatti riconoscere per quello che sei da lei... e quando lo avrai fatto, non temere, alcuno potrà danneggiarti, finalmente occuperai il posto che ti compete.”
La prova era superata ma Sagitta soffriva, soffriva tanto da ottenebrarsi la mente: mai più avrebbe stretto quell’uomo fra le sue braccia, mai più avrebbe sentito il suo corpo unirsi al suo, mai più questa bruciante passione avrebbe preso corpo questo era il suo dovere.
Quale immane fatica trascinarsi ogni giorno senza di lui ora che l’aveva ritrovato, la sua luce si stava spegnendo... meglio morire?
Oppure …………….

PS : quando l’onda mi ha travolta ne sono stata felice perché ne conoscevo la forza, ora sono qui in attesa della prossima marea.


10 - Addii

Una nebbia sottile scendeva ad attutire quel dolore immane che aveva spezzato il grande cuore di Sagitta.
MORTA, Sagitta era morta.
Troppo era stato il carico emozionale: non avrebbe mai rinunciato alle sue passioni, massimo piacere massimo dolore: nessuna mezza misura.
Il principe guardava l’esile corpo della maga, per nulla al mondo avrebbe voluto il suo sacrificio, neppure per salvare altra gente, ma non gliel’aveva mai detto.
E così se n'era andata meteora nel suo cielo notturno: quanto amore emanava ancora quella piccola spoglia, ma non poteva finire così... non era d’accordo il cavaliere scorpione principe della giustizia e della notte, Mathaius grande re aveva perduto per sempre la sua maga, non il senso della vita ma la sua magia di vita.
Un urlo feroce invase la sua gola, nulla e nessuno gli avrebbe restituito le emozioni, gli incanti, le attese, le fredde notti sotto quel cielo stellato ove il tempo fluiva immoto, tempo di eroi, di morte, di dolore.
Sagitta non sarebbe morta invano, avrebbe consegnato all’Imperatrice Nimira le pergamene, il corpo di Sagitta lo avrebbe portato su Nuova Arcadia la sua terra e lì, ove era deposto, le avrebbe costruito un magnifico parco colmo di piante, colori, animali e vita, a testimonianza che l’amore genera e non distrugge, come Sagitta voleva.
“Grazie Math – sentì nella sua testa la voce della sua maga – sarò sempre con te, ti seguirò... solo tu potrai sentirmi, solamente quando tu lo vorrai, nessun altro qui su Arcano. Sii benedetto mio signore per le grandi gioie che mi hai donato, le tue imprese resteranno nella storia di questo Pianeta, questa è l’ultima volta che posso rivolgermi a te. Addio mio bellissimo e dolcissimo principe”.
Il re devastato dal dolore accarezzò Sagitta sul viso scoprendo una lacrima: “Addio mia regina”.
La pose con delicatezza sulla sua cavalcatura, diretto verso la kioskas imperiale e poi Orione e le stelle cadenti ove avrebbe avuto una vita normale come tutti gli uomini.
Lo sapeva, dentro al suo cuore.
Si erse contro il cielo bigio e rossastro del tramonto avvolto nella nebbia, chiuse il mantello sulle forti spalle come si chiude un sipario, e se ne andò per sempre.

Sagitta

     
     

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