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La
liberazione della Strega
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Abigor avanzava nella
piana deserta.
Oramai aveva quasi raggiunto la sua meta.
Davanti a lui stava un'ampia gola dalle pareti impraticabili per
qualunque essere umano. |
Questa
vista lo intimorì: c'era qualcosa di strano, anche se non riusciva bene
a identificare cosa, tuttavia andò avanti, erano cinque giorni che era
in viaggio e niente avrebbe potuto distoglierlo dall'arrivare alla sua
meta, che era poi il villaggio dopo la gola stessa.
In questo piccolo insediamento era stata portata, forse da una magia o
chissà che altro, la strega Paradisea e niente lo avrebbe fermato dal
liberarla.
Le tracce del convoglio, seppur mascherate, erano chiare come il sole di
mezzogiorno ad un occhio esperto come il suo, indubbiamente i
responsabili della sparizione erano diretti a quel villaggio, quindi lui
avrebbe raggiunto lo stesso luogo.
Avanzò.
La gola incombeva su di lui impedendo ai pallidi raggi lunari di
illuminare il suo scuro volto o gli argentei capelli che lo
incorniciavano, ma con la sua particolare vista lui non aveva comunque
problemi ad addentrarsi in quell'oscurità, dopo qualche passo senti
alzarsi il vento, e non se ne preoccupò, non sapendo che quel vento era
magicamente evocato da chissà quale entità.
Dopo aver fatto pochi passi il Guerriero sentì il soffiare del vento
tramutarsi in un'aspra risata che gelava le ossa, allora si fermò ed
estraendo le scimitarre attese.
Non dovette attendere a lungo, creature uscite da chissà quale incubo
sciamavano correndo lungo le pareti della gola, percorrendole come se
fossero dolci pendii e non pareti quasi verticali.
Abigor non si perse d'animo, aveva lottato varie volte con avversari più
numerosi di lui.
Anche se non cosi tanto.
Si appoggiò alla parete di roccia, badando che nessuno potesse
sorprenderlo alle spalle, e attese l'assalto in massa, che
misteriosamente non venne.
Una creatura solitaria, probabilmente il comandante dell'Orda, si staccò
dalla massa e si avvicinò a lui, brandendo un gigantesco spadone a due
mani con un solo arto come se fosse una bacchetta di salice e non una
pesante arma d'acciaio.
Prima ancora d'avere l'avventuriero a tiro la creatura si gettò su di
lui, con un potente fendente che colpì la roccia alle sue spalle con un
rumore metallico.
Abigor preso dalla furia di essere distolto dal suo scopo gridò, con gli
occhi lavanda incendiati di rabbia.
"Ribelle,straniero o qualsiasi cosa tu sia, l'acciaio lucente cancellerà
la tua presenza da questo mondo!!!" causando gli schiamazzi degli esseri
che osservavano la scena e una bassa e gutturale risata dall'essere che
gli si parava davanti, subito dopo la creatura calò la spada in un
potente fendente dall'alto in basso, mirando alla testa di Abigor.
Sicuro che un colpo cosi, se fosse andato a segno, lo avrebbe certamente
spaccato in due, tuttavia Abigor non si scompose e alzando le scimitarre
incrociate, prese l'arma dell'avversario nella X da esse formata e si
piegò di lato, ritorcendo l'impeto del gigante contro il gigante stesso,
successivamente si abbassò, anche se forse non era più necessario mentre
lo spadone dell'avversario sibilava alla sua destra e colpiva le rocce
al suolo, lasciando una vistosa crepa nel punto dell'impatto.
La creatura, schiumante di rabbia, lasciò la presa sulla spada e si
gettò sul Demone a mani nude, cercando di strangolarlo, Abigor schivò il
maldestro colpo e alzò le scimitarre in un arco scintillante, colpendo
l'essere al fianco e causandogli una ferita molto profonda, questi
caracollò all'indietro, colpendo con le grandi mani un suo servo e
stordendolo, approfittando della confusione creatasi il Guerriero colpì
il suo avversario sulla faccia con la lama delle sue scimitarre e poi lo
osservò accasciarsi al suolo inerte.
I servi dell'essere che aveva ucciso emisero lamenti di disperazione e
avanzavano, lenti ma sicuri, verso il Guerriero Demone colpevole di aver
ucciso il loro capo.
Vedendo la massa di esseri che si avvicinavano Abigor si pentì di aver
rifiutato l'aiuto del suo amico e comandante Berserk, le sue lame in un
momento come questo sarebbero state di grande aiuto, il suo flusso di
pensieri fu interrotto da una creatura simile a un cane che si lanciava
su di lui urlando, Abigor calò le spade e l'essere si accasciò urlando.
Altri esseri piccoli vennero avanti e tutti si allontanarono dalle armi
inzuppate di sangue e dalla furia del giovane Guerriero, tuttavia
sentiva le forze diminuire, presto avrebbe rallentato il ritmo dei
colpi, e allora sarebbe stata la fine.
"Addio Paradisea e addio Hammers, questa è l'ultima delle mie
avventure." neanche questa volta finì il pensiero, un'enorme sfera di
fuoco rosso-aranciato si abbatté al centro della massa d'esseri
ustionandone e uccidendone molti.
Colto da un'improvvisa speranza il Guerriero raddoppiò gli sforzi,
cercando di concentrarsi sulla figura che era apparsa sull'orlo del
crinale, era vestita come un mago e teneva stretto nella mano destra un
tomo di incantesimi che alla luce della luna sembrava foderato di stoffa
blu notte e intarsiato con fini rune in argento, i fulmini crepitavano
dalle dita dell'apparizione e le fiamme si sprigionavano dalle palme
delle sue mani.
Ben presto gli strali del mago e le scimitarre del guerriero ebbero
ragione del gruppo di creature, allora la figura scese volando dal
crinale avvicinandosi in ampi cerchi.
Abigor ebbe modo di osservarla meglio, ricamato sulla veste da mago
spiccava orgoglioso un simbolo, un simbolo che ii Guerriero riconosceva.
Il mago atterrò davanti all'esterrefatto demone e quando lo ebbe davanti
calò il cappuccio, in modo da mettere in risalto il volto.
Da sotto quel cappuccio un viso ben noto apparve sorridendo "Pensi che
ti avrei lasciato andare a divertire da solo?!" chiese Morbovia ridendo,
al che Abigor si unì alla risata "Per tutte le ombre Mago, cosa ci fai
te qui?"
"Semplice - rispose - ti ho seguito protetto dall'invisibilità" risero
insieme poi Abigor disse "Allora, sai perché sono qui, perciò
sbrighiamoci amico mio"
Morbovia annuì, sollevò in volo il suo amico e insieme si avviarono
verso il villaggio.
Ora che si avvicinavano potevano vedere che le palizzate a difesa del
villaggio erano state molto rinforzate, come se si aspettassero un
attacco, anche se sicuramente non si aspettavano che l'attacco stesso
arrivasse dall'alto, avvicinandosi ancora videro che le guardie alle
palizzate erano molto poche, probabilmente gli occupanti pensavano - a
ragione - che le creature della gola sarebbero bastate ad occuparsi di
lui.
Abigor incoccò una freccia e prese la mira, scoccò - apparendo mentre lo
faceva - e colpì una guardia al collo, che si accasciò senza un grido.
Il compagno della guardia, che sonnecchiava lì vicino, si svegliò al
gorgoglio del sangue e al tonfo del cadavere del suo compagno, ma prima
che potesse dare l'allarme un dardo di pura energia si sprigionò dalle
dita di Morbovia e colpì la guardia al petto, uccidendola.
Il Guerriero Ardes atterrò al centro del campo e si diresse verso una
piccola e angusta costruzione, dalla quale proveniva un bagliore molto
forte, sicuramente causato da un globo di luce magica e quindi, molto
probabilmente, dalla strega.
I fatti gli diedero ragione, infatti, vide la sagoma di Paradisea
addormentata su uno scomodo giaciglio, scassinò silenziosamente la
serratura ed entrò nella costruzione, successivamente si chinò accanto
alla Strega e le disse dolcemente, per svegliarla "Piccola sono qui,
recita quest'incantesimo - porgendole una pergamena chiusa da un nastro
rosso - e torna a casa, a quelli che ti hanno fatto questo - disse,
guardando il volto ferito della strega - penserò io."
Paradisea si alzò in piedi e sorrise stanca guardando il suo salvatore,
normalmente la sua magia sarebbe bastata per proteggerla praticamente da
qualsiasi cosa ma nello stato debilitato in cui era non avrebbe avuto la
forza neanche di contrastare un micio appena nato, quindi recitò la
pergamena, e scomparve come portava via da un Dio.
Il suono fatto dall'incantesimo ritorno fu sufficientemente alto da
svegliare un usufruitore di magia che riposava lì vicino, a fargli
capire ciò che era successo, e a fargli dare l'allarme.
Subito dopo aver chiamato a raccolta i suoi compagni il mago morì,
trafitto da una freccia partita dall'arco del Guerriero infuriato,
l'aver visto com'era stata trattata la sua amica Paradisea lo aveva reso
furibondo.
Molte guardie uscirono dalle camerate allestite lì vicino ma prima che
potessero arrivare alla porta dietro la quale il Demone si era barricato
almeno cinque di loro morirono trafitte dalle frecce.
Una volta arrivate dalla porta le guardie cominciarono a fare pressione
sui cardini fino a sfondarli, mentre alcune di loro entravano dentro
l'abitazione, solo per essere falciate come grano sotto la falce dalle
scimitarre di Abigor; le altre ridevano all'esterno pregustando la morte
dell'intruso, ma smisero di ridere quando la Morte - la più grande ladra
in assoluto - sotto la forma di fulmini magici evocati da Morbovia rubò
loro il fiato e la forza per farlo.
Una figura solitaria fuggì alla vendetta del Guerriero quella sera e si
allontanò su un cavallo, Abigor voleva inseguirla ma Morbovia, vedendo
in che stato era ridotto lo convinse a desistere.
A quel punto Abigor prese una pergamena identica a quella che aveva
usato prima e recitò l'incantesimo che vi era scritto, scomparendo
appena ebbe finito di parlare.
Morbovia restò a guardare il campo di cadaveri un istante pensando, poi
pronunciò una sola parola nella lingua della magia "Fuhafia" e scomparve
anch'egli.
Abigor
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