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Il rosso addio prima della battaglia

 

La notte era ancora giovane, ma già la Grande Luna Rossa si stagliava nel cielo.
Ero sull'erba, disteso, con la testa appoggiata alla sua gamba, ricoperta da quella veste che le avevo regalato tempo addietro e che metteva solo per farmi piacere.
Masticavo un filo d'erba, soddisfatto dalla cena, mentre gli altri amici sedevano vicini, alcuni abbracciati, altri da soli, ma tutti silenziosi.

Avevamo mangiato e bevuto, quel giorno, c'eravamo scambiati abbracci e scherzi, e le cristalline risate avevano allietato il meriggio.
Il momento era quello giusto.
Ci avevo pensato molto, da quando avevo preso la decisione, a come dirlo a tutti, ed ero sicuro che quell'occasione si sarebbe rivelata buona.
Sapevo cosa aspettarmi, convinto di aver pianificato ogni cosa.
« Domani parto. » dissi, con voce chiara. « La mia roba è già pronta ».
Sentii i suoi occhi su di me e mi voltai a guardarla. Mi fissava.
« E dove andrai? » mi chiese.
Da quella domanda, da quello sguardo, capii che lei già sapeva tutto, anche se non lo avevo detto a nessuno.
Eravamo stati sempre così, io e lei, dal poco tempo che ci conoscevamo.
Non avevamo bisogno di vane parole per capirci, ognuno sapeva cosa pensava l'altro, ancora prima che il pensiero fosse formulato.
« Vado di là » risposi, indicando la direzione dalla quale era da poco tramontato il sole.
Ad un tratto, il mio appoggio mancò e sbattei la testa sul terreno, sorpreso.
Mi girai e la vidi correre, già lontana.
Con tutta la mia intelligenza nel preparare quella serata, non me l'ero aspettato.
Imprecai contro la mia stupida presunzione, e, aiutandomi con le braccia, mi alzai di colpo e le corsi dietro.
Era forte e veloce, e le energie non le mancavano certo.
Corsi a lungo per raggiungerla e alla fine, quasi allo stremo delle forze, le afferrai un braccio: la sua violenza nel divincolarsi fu così grande, che ci ritrovammo entrambi a terra, supini.
Avevo il fiato rotto dalla corsa e mi mancava il coraggio di voltarmi; poi sentii quel suono, che mai da lei mi sarei aspettato: stava piangendo.
Mi voltai e la vidi, con le mani che le coprivano la faccia; allora le scostai con delicatezza le mani dal viso e, per la prima volta, la baciai.
Fu un bacio lungo, bello, ma dal sapore amaro.
Poi la sollevai, mentre ancora piangeva, e la presi in braccio; lei non oppose resistenza.
M'incamminai verso la camera, stringendola forte.
Fu una lunga notte quella, nella quale ci fummo solo noi due, e null'altro.
La mattina dopo mi svegliai ed il letto era vuoto.
La luce già filtrava dalle ante: era l'ora.
Mi alzai, e dopo essermi sommariamente lavato, scesi: gli altri erano già là, ad aspettarmi.
Furono saluti, abbracci, canzoni e qualche pianto; lei mi si avvicinò e mi strinse la mano, senza dire nulla: non mi ero aspettato nulla di più, e nulla di meno.
Mi guardò fisso e poi annuì: avevo la sua benedizione, sapevo che mi comprendeva e che si sarebbe comportata come me, se solo avesse potuto.
Presi a tracolla la sacca e mi avviai, dopo un ultimo sguardo a quei luoghi che mi avevano accudito per lungo tempo: lei non c'era.
Me l'aspettavo.
Quell'esplosione di sentimenti, la sera prima, era la più grande a cui si era lasciata andare da lungo tempo, ed ero sicuro che non mi avrebbe perdonato per quello che le avevo causato.
Salutai per l'ultima volta gli amici, alzando la mano, e mi avviai.
Non molta strada avevo fatto, quando la sentii: non era un grido, non era un suono, era qualcosa di più. Mi voltai e la vidi, in piedi, in cima a quella collina sulla quale avevamo parlato per tante sere, nonostante il freddo.
Era circondata dal sole che si alzava, come un angelo fiammeggiante, una rossa visione, e capii che non mi avrebbe atteso, che avrebbe continuato per la sua strada.
Era forte, orgogliosa, a volte dura, ma nascondeva un grande cuore ed una tenerezza che un osservatore superficiale mai avrebbe supposto.
Ma io sapevo.
La guardai a lungo, fino a quando gli occhi non mi fecero male, e poi mi voltai, camminando con lo sguardo fisso verso la mia meta: grandi prove mi aspettavano, ma, ne ero certo, nessuna così terribile come quel rosso addio.

 

Abigor

     
     

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