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La vendetta di Woshur

 

L’incubo


Dense volute di fumo offuscano l’alba, soffocandola in una morsa di tenebra.
Intorno a me, i corpi martoriati di centinaia di Guerrieri formano un macabro scenario di morte e devastazione.

Perché tanto orrore?
Perché tanto odio?
Perché ancora una volta la stupidità e la bramosia di pochi sono la causa di atroci sofferenze per molti?
Osservo il mio corpo insanguinato.
La testa sembra mi stia per scoppiare.
Rigagnoli rosso vermiglio attraversano il mio volto, velando la mia vista e facendo assumere al paesaggio un aspetto surreale.
Cerco di alzarmi, ma il corpo non risponde.
Credo di trovarmi seduto, appoggiato a chissà chi o cosa, forse al cadavere di qualche compagno o nemico.
Riprovo a muovermi, ma non accade nulla.
Sono come paralizzato.
Un’ondata di panico s’impossessa della mia mente, provo a gridare, ma nessun suono esce dalla mia gola.
Sono confuso.
Dove mi trovo?
L’ultima cosa che ricordo è…..
Di nuovo il dolore lancinante alle tempie mi trafigge come una lama spietata.
Riprovo ad urlare, di dolore, disperazione, rabbia.
Ma niente.
Il silenzio assoluto mi circonda.
Improvvisamente odo un rumore di passi alle mie spalle.
“Finalmente qualcuno!” penso, mentre la gioia della consapevolezza di non esser più solo inonda d’energia il mio essere.
Il rumore si avvicina, ora è proprio dietro di me.
Sento il suo lento camminare, un procedere calmo.
Mi aggira lentamente da sinistra.
Il corpo immobile impedisce ancora ai miei occhi di poter vedere il volto della persona.
Sarà un amico od un nemico?
Così, trepidante e speranzoso, attendo che questi si pari dinanzi al mio sguardo.
Ecco, ancora un attimo, ecco……
Nooooo!!!!
La visione che mi si presenta è agghiacciante.
L’essere che ho di fronte non ha niente di umano.
Avvolto in un mantello rosso sangue, al posto del volto ha l’immagine stessa della morte.
Uno spettrale teschio ricoperto da una pelle avvizzita, mummificata, con l’arcigno sorriso e le orbite vuote all’apparenza, ma che ogni tanto mandano sfavillanti riflessi di un intenso rosso rubino.
La sua risata ora riempie l’aria, sento il terrore impadronirsi di me, un panico folle, quale mai ho sentito prima d’ora.
Riprovo a muovermi, ma senza alcun risultato.
Il suo volto soddisfatto si avvicina al mio, posso sentire il suo pestilenziale odore, odore di morte.
“La mia vendetta sta per avere inizio!” gli sento dire, poi le sue mani, più simili agli artigli di una immonda fiera, circondano la mia testa.
Il dolore è atroce, non riesco ad urlare, la mente vacilla, sto perdendomi nei meandri della pazzia.
No!
Devo urlare.
Devo urlare!……
“Arrrrggggghhhhh!!!!!”
Mi ritrovo seduto sul letto.
Un bagno di sudore gelido ricopre il mio corpo.
La mente, ancora offuscata dall’incubo, fa fatica a ritrovare la lucidità.
Ancora quel sogno.
Lo stesso sogno da anni.
Tutte le notti.
Chi sarà mai quell’oscuro personaggio che mi perseguita.
Stavolta però mi è sembrato che ci fossero più particolari.
Socchiudo gli occhi per carpire qualche indizio, qualche flebile collegamento che mi faccia capire di più su me stesso, sulla mia vita passata, ma puntuale come la morte sopraggiunge il maledetto dolore alle tempie.
“Arrrgggghhh!!!”
Afferro le coperte ruotando su me stesso in preda al dolore, e mi ritrovo a terra, nudo e sudato come al solito, come ogni notte di questi maledettissimi ultimi anni.

 

Il Comandante Appo


L’indomani mattina presi una decisione.
Dovevo rivolgermi a qualcuno, dovevo chiedere aiuto, non potevo continuare ad andare avanti così, rischiavo la pazzia.
Chiesi udienza al mio Comandante, il Prode Appo, con la speranza che conoscesse qualcuno qui a Klivia, Mago o Strega o chiunque avrebbe potuto dare una risposta alle mie domande.
La stanza del Comandante era sobria, alle pareti pendevano i più svariati tipi d’armi, ma quelle che colpirono più di tutte la mia attenzione furono due strane spade sovrapposte, dalla lama ricurva, una più corta dell’altra.
Ero lì ad osservarle ammirato, che non mi accorsi del suo arrivo.
“Magnifiche armi vero?”
La sua voce improvvisa alle spalle mi fece voltare di scatto.
“Si Comandante” risposi, “è un vero peccato che siano lì ferme su quella parete e non in pugno a qualche valoroso Guerriero.”
Alle mie parole scorsi un’ombra di tristezza attraversargli il volto.
“Appartenevano ad un Grande Guerriero, il cui coraggio è stato d’esempio per tutti noi Guerrieri di Caliur. Fu il primo Comandante del nostro Gruppo, ed è stato l’unico di noi a conoscere di persona il Leone di Matek, il possente Caliur. Il suo nome era Falcos.”
“E cosa gli è successo?” domandai io.
Avevo già sentito parlare di questo personaggio al mio arrivo a Klivia, ma ignoravo la sua storia.
“Non si sono più avute sue notizie dall’epica battaglia di ANADIR. Il suo corpo non è mai stato ritrovato, solo le sue mitiche spade, e conoscendolo, non le avrebbe mai abbandonate se non da morto.”
“Ma questo fa parte ormai del passato!” disse, quasi scacciando oscuri fantasmi ormai lontani.
“Dimmi, qual è la ragione per la quale vuoi parlarmi?”
Spiegai allora il mio problema, chiedendogli se avesse potuto aiutarmi.
“Mmmhhh….” Fece lui.
“Qui a Klivia al momento non credo ci sia qualcuno adatto. Ti consiglio di andare a Kolise e farti ricevere dalla Grande Madras Asiram. E’ una donna dagli insospettati poteri, e nella sua lunga vita ha assistito a molti più avvenimenti di qualsiasi altra persona, forse più della stessa Imperatrice Nimira."
“Ecco!” aggiunse poi, arrotolando un foglio di pergamena e apponendovi il sigillo dei Caliur, “Con questo lasciapassare sarai accolto senza problemi al cospetto della Grande Madras. Prenditi pure una decina di giorni di licenza, e cerca di risolvere i tuoi problemi, abbiamo bisogno di gente efficiente qui.”
Ciò detto, mi diede una pacca sulle spalle e mi congedò.
Dietro di lui, un ritratto di Caliur nella sua armatura sembrava quasi estendere la sua ala protettrice su chi lo osservava.
Con un velo d’ottimismo ritrovato mi recai nei miei alloggiamenti.
Raccolsi quanto mi sarebbe servito per il viaggio e passai a ritirare la mia cavalcatura alle scuderie.
L’odore del fieno, reso inconfondibile dagli umori degli animali, mi dette per un istante l’illusione di ritrovarmi di nuovo nella mia interminabile vita di viandante.
Stavolta però il nodo alla gola che mi prendeva in quei casi svanì immediatamente.
Non stavo fuggendo un’altra volta, anzi, grazie ad un aiuto insperato, forse avrei saputo di più sul mio passato.
Kolise.
Avrei trovato delle risposte?
Madras Asiram sarebbe stata in grado di farvi luce?
Con una morsa nel cuore mi avviai lentamente verso la Kioskas, circondato dall’allegra vita della campagna d’Arcano, coi suoi mille versi ed il suo incessante scorrere, forza sovrannaturale dell’esistenza stessa.
 

Kolise


Quando giunsi a Kolise, osservando le sue alte torri, di nuovo il dolore lancinante alle tempie mi assalì violento e improvviso come una sferzata in pieno volto.
Immagini confuse si erano stampate nella mia mente, apparendovi per un infinitesimale attimo, prima del ritorno della sofferenza.
Erano immagini di interi eserciti, possenti e maestosi nelle loro sfolgoranti armature.
Stavano immobili, lo sguardo fisso sulla Kioskas, in attesa di chissà quale evento.
Stetti alcuni minuti ripiegato sulla mia cavalcatura, aspettando che il dolore passasse.
"Buon segno!" pensai. "Se il solo vedere le mura di questa fiera città mi fa scatenare una simile reazione, conferma che sono sulla giusta strada."
Arrivai all'enorme portone, del quale solo una piccola parte era aperta.
Un uscio più piccolo inserito nel portone stesso, il cui spazio era appena sufficiente per far passare un carro da trasporto.
Le Amazzoni di guardia mi intimarono l'alt, ed io porsi loro il lasciapassare consegnatomi dal Comandante Appo.
"Mmmhhh… Un permesso per essere ricevuti dalla Grande Madras in persona…" fece una di loro.
"Non hai l'aria di essere una persona di rango, aspetta qui, la faccenda non mi è chiara."
Ciò detto, sparì all'interno delle mura.
Aspettavo ormai da una mezz'ora, quando decisi di prendere intanto informazioni su dove poter passare la notte.
La scontrosa Amazzone che era rimasta, ancora insospettita dal mia arrivo, ed innervosita anch'essa dal ritardo della sua compagna, mi grugnì un: "Alla taverna del Drago verde, so che ci sono anche delle stanze a disposizione dei Viandanti, la puoi trovare in fondo alla via maestra."
"Molte grazie per l'aiuto!" feci io, ricambiando il grugnito.
Dopo un'altra mezz'ora finalmente si ripresentò l'Amazzone, accompagnata da un alto Guerriero, lo sguardo fiero e allegro al tempo stesso, l'andatura possente e sicura di chi è abituato al comando.
Mi accorsi, infatti, che aveva i fregi di Comandante.
Venne verso di me, ed in tono amichevole mi disse:
"Tu allora sei il fantomatico Ramingo. Sir Appo mi ha parlato di te, sostiene che non ricordi nulla del tuo passato, ma a lui hai ispirato fiducia sin dal primo momento, è come se gli ricordassi qualcuno. E devo dire che fai anche a me lo stesso effetto. A proposito, mi chiamo Licht, e sono il Comandante dei Guerrieri di Betris. Ti ricorda niente questo nome? Magari sei stato uno dei miei Guerrieri, o forse uno di Sir Appo, o di qualche altro reggimento di stanza qui o a Klivia."
Dolore.
Improvviso e lancinante come il solito.
Urla, richiami, una battaglia, il volto di Licht insanguinato.
Caddi a terra con un tonfo sordo.
Subito il Comandante fu su di me per prestarmi soccorso, ma con uno scatto felino lo anticipai, rialzandomi ed appoggiandomi al cavallo.
"No, non è niente, grazie… mi accade spesso, purtroppo, ma ormai ho imparato a conviverci."
"Mmhhh… fece lui, non invidio la tua situazione."
Poi, rivolto alle Amazzoni: "Ho visto il lasciapassare, è tutto in ordine:"
"Vieni" mi disse "Stasera sarai mio ospite, e domani sarai ricevuto da Madras Asiram. Spero possa esserti d'aiuto."
Mi offrì una lauta cena, ed io, seppur imbarazzato dal suo modo così cordiale di trattarmi (era pur sempre un Comandante!), gli narrai delle mie vicissitudini, da quando fui trovato da un contadino sulle lontane montagne ai confini della terra conosciuta, con una vistosa ferita alla testa, al mio vagabondare per la terra di Arcano, fino al mio arrivo a Klivia, con la speranza finalmente di trovare un po' di luce nel buio della mia anima.


Madras Asiram


L’indomani mattina venne un corpo di Amazzoni della Guardia Imperiale, e mi scortò dalla Grande Madras.
Mi aspettavo d’essere ricevuto in un’enorme sala, immaginavo già i fastosi drappeggi, le pareti abbellite da meravigliosi arazzi, vasi d’oro e tante altre cose degne d’una residenza della persona del suo rango, invece rimasi stupito quando vidi che prendevano la strada dei giardini interni del palazzo.
Una fragranza di odori e profumi di ogni genere mi colpì le nari.
Sentivo le loro essenze come soavi carezze sul mio volto, quasi fossero sottili veli di seta sospinti dal dolce zefiro a sfiorarmi, avvolgermi, rendendomi una sola cosa con l’ambiente circostante.
Nelle orecchie i versi dei più disparati uccelli di Arcano creavano una dolce armonia di suoni, dalla quale era inebriante lasciarsi trasportare.
Senza neanche accorgermene, ero arrivato dinanzi la Grande Madras Asiram.
“Vedo che il tuo cuore riesce a carpire i dolci segreti della Natura, Ramingo.”
La sua voce, seppur calma e pacata, aveva un tono vibrante, deciso, e mi scosse da quella specie di trance nella quale ero caduto.
Incontrai i suoi occhi.
Occhi profondi, vivi, saettanti.
Occhi che avevano vissuto di tutto, dalle più profonde gioie ai più disperati momenti di sconforto.
Eppure erano occhi sempre alla ricerca di qualcosa.
Occhi che non erano mai stanchi di osservare, di ricevere, di esplorare.
Occhi che avrebbero continuato a studiare il mondo e la natura umana in eterno.
Il suo volto dolce era in contrasto con la sua alta carica.
Sembrava che mai avesse potuto prendere una decisione riguardante la vita o la morte di altri esseri viventi, ma sapevo che non era così.
Una Grande Madras sa sempre quale cosa è giusta e quale no, anche se comporta il sacrificio di altri.
Rimasi a fissare il suo volto.
Il suo volto.
Le rughe che le solcavano il viso erano come ramificazioni del passato, simboli di una storia vissuta e mai sopita, una storia in continua evoluzione, senza sosta, fino alla fine del tempo.
Il suo volto.
Le immagini tornarono.
Un carro, un asino, il volto sorridente della Madras illuminato dal bagliore del fuoco del bivacco notturno che mi porgeva una canna da fumo, accovacciata di fronte a me.
E poi, il dolore.
Il maledetto dolore, questa volta più forte, più acuto che mai, attraversò il mio cranio da parte a parte, facendomi cadere in ginocchio.
Un volo d’uccelli impazziti riempì l’aria tranquilla del giardino, causando una pioggia di piume dai variegati colori.
D’improvviso sentii un calore alle tempie.
Dapprima leggero, poi via via più intenso.
Mi avvolse la testa, quasi lottando col dolore.
Potevo vedere nella mia mente queste due forze contrapposte, l’una che cercava di prevalere sull’altra.
Mi concentrai, sforzandomi di dare aiuto al calore, e finalmente il dolore cessò.
Riaprii gli occhi, e vidi che Madras Asiram aveva le sue mani poggiate sulle mie tempie, il viso visibilmente provato da quello che immaginavo fosse stato un vero e proprio duello ancestrale.
Rimasi in attesa che si riprendesse, aiutandola a sedersi su di una poltrona posta al centro di una pagoda, con vicino un’altra poltrona ed un tavolo, sopra cui si stagliava una gigantesca torta di mele.
“Spero ti piaccia, Ramingo, l’ho fatta io con le mie mani!” disse a fatica.
“Anche se il tuo nome non è Ramingo.” Aggiunse poi in un sospiro.
“Cosa?!” feci io di scatto “Cosa intendi? Hai visto qualcosa? Hai scoperto qualcosa sul mio passato? Parla, te ne prego, rompi questa barriera d’oblio che attanaglia il mio cuore e la mia mente.”
“Aspetta, calma la tua irruenza. Capisco cosa significa questo per te, ma non sei ancora pronto. Io stessa non ho potuto vedere tutta la verità. E’ solo la somma di alcune cose che mi fa supporre chi tu sia veramente. Posso dirti che il tuo nemico è molto potente, perché di questo si tratta. La tua amnesia non è accidentale. E’ voluta. E’ il risultato di un sortilegio. Solo una persona potrebbe aver fatto una sì potente stregoneria, ma credevo fosse morto.”
“Chi?” chiesi io colla voce della disperazione “Chi ha potuto e voluto farmi questo, e perché? Parla, te ne supplico, ho bisogno di capire.”
“Ti ripeto che non sei ancora pronto ad affrontare la verità, se di questo si tratta e non mi sto sbagliando. Questo incantesimo non ha agito solo sulla memoria, ma anche sul corpo.”
“Sul corpo? Cosa intendi, in che senso? Non capisco.”
“Capirai, amico mio, a suo tempo capirai.”
Subito dopo mi offrì una fetta di torta, e con quel gesto capii che non aveva intenzione di andare oltre.
Il mio stomaco, chiuso dalla disperazione, m’impedì di accettare l’invito, e la Madras mi congedò, dandomi appuntamento alla mattina seguente:
“Voglio farti conoscere una persona.” Disse sorridendo, “A domani".


Il Tempio dei Sogni


Fui accompagnato in una stanza, dove l'amazzone che comandava il corpo incaricato di farmi da guida mi disse:
"La Grande Madras ti fa sapere che stanotte sarai suo gradito ospite. Verremo noi personalmente a prenderti domattina."
"Ti ringrazio." feci io. "Ha detto chi dovrò incontrare?"
"No straniero. So solo che abbiamo l'ordine di condurti al Tempio dei Sogni."
Ciò detto, richiamò le altre compagne e mi lasciarono solo, coi miei pensieri che correvano all'impazzata, fusi al sangue che fluido e veloce attraversava il mio cuore.
Quella notte stranamente non ebbi incubi, anzi, fu la più serena dei miei ultimi anni d'agonia.
Puntuali le Amazzoni venero a prelevarmi, e ci dirigemmo al Tempio.
Notai subito la figura incappucciata vicino Madras Asiram.
Mi fu presentata come la nuova Somma Sacerdotessa, ed il suo sguardo mi diede un senso di pacatezza e tranquillità.
"Oggi affronterai la prova più difficile della tua vita" fece la Madras "sei dunque pronto alla sofferenza? Fai ancora in tempo a ritirarti, nessuno ti obbliga, deve essere una tua libera scelta."
"Voglio andare fino in fondo, Grande Madras. Anche se dovrò affrontare l'ira di Moghul in persona, non mi tirerò indietro, non ora che tu mi hai dato una speranza. O scoprirò il motivo di tanta sofferenza, o perirò. Almeno avrò tentato. Vivere così, senza un passato, senza un ricordo, tormentato ogni notte dai più orrendi incubi, non è vivere."
"Leggo nei tuoi occhi la sicurezza e la forza. Hai il potere di farcela, e noi ti aiuteremo."
La Somma Sacerdotessa venne verso di me:
"Ti dovremo bendare, nel luogo dove siamo diretti non sono ammessi i Guerrieri, e dovremo pregare ed offrire molti sacrifici agli Dei per farci perdonare questa nostra infrazione alle antiche leggi. Se non fosse stato per l'insistenza con la quale Madras Asiram ha spinto la tua causa, non avrei mai permesso che ciò accadesse."
L'ultima cosa che notai prima che l'oscuro drappo di seta celasse alla mia vista i segreti del Tempio, fu lo sguardo penetrante e accogliente dell'anziana Madras, che mi infuse una dolce sensazione di protezione e solidarietà.
Procedemmo spediti per circa un'ora.
A volte, non riuscendo a vedere nulla, inciampavo, e subito delle mani delicate ma solide al tempo stesso, impedivano che rovinassi in terra.
Immaginai che fossero le giovani sacerdotesse del Tempio che ci accompagnavano nel nostro incerto viaggio.
Era un percorso per lo più in discesa, ed intuii dall'umidità e dal rumore d'acqua che ci trovavamo nei famosi cunicoli sotterranei che attraversavano l'intero sottosuolo d'Arcano.
La voce della Somma Sacerdotessa ruppe il silenzio di quel luogo sinistro:
"Ecco, siamo arrivati, potete togliergli la benda."
Uno spettacolo incredibile si offrì ai miei occhi.
Ci trovavamo all'imbocco di un'enorme caverna.
Tutt'intorno ad essa, disposti in cerchi concentrici, vi erano enormi bracieri accesi, sovrastati ognuno da gigantesche statue.
"Sono gli Dei di Arcano!" fece Madras Asiram, notando l'espressione di stupore che avevo stampata in volto.
"Adesso tutto sta nella tua fede, nella purezza del tuo cuore e nella benevolenza che potrai ricevere da loro."
"Preparatelo per il rito!" disse la Somma Sacerdotessa alle giovani adepte.
Queste mi lavarono le mani e cosparsero il mio corpo con oli ed essenze, dopodiché mi porsero un calice fumante.
"Bevi Ramingo. Bevi, e che gli dei ti assistano." Fece Madras Asiram.
Ancora stupito da tutto ciò che mi era accaduto nelle ultime 48 ore, presi il calice e bevvi d'un fiato il liquido che ribolliva.
Non avevo altra scelta, dovevo affrontare i miei demoni.
La pozione mi bruciò la gola, sembrò divorarmi le interiora.
Caddi raggomitolandomi su me stesso in preda a spasmi atroci.
Lentamente, un'essenza eterea cominciò a materializzarsi accanto a me.
Ora il dolore era passato, e mi rialzai, sentendomi leggero, carico di un'energia quale mai avevo sentito prima.
L'essenza di fronte a me andava via via prendendo sempre più forma.
Da una luce bianca, assumeva ora un colore rosso, sempre più intenso, sfolgorante.
Cominciai ad avvertire uno strano disagio.
Mi guardavo attorno, ma nessun altro essere vivente era presente, le Sacerdotesse e la Stessa Madras erano scomparse, dissolte nel nulla.
Possenti e granitiche, le rappresentazioni degli Dei, stagliandosi con la loro mole sui bracieri fiammanti, sembravano assistere indifferenti a quella materializzazione.
Ora aveva assunto i contorni di una figura umana, ammantata in uno scarlatto mantello.
Di colpo realizzai.
"Il demone dei miei incubi!"
La risata agghiacciante che ben conoscevo mi attraversò la pelle, facendomi rabbrividire e causando quell'ondata di panico che apparteneva alla maggior parte delle mie notti insonni.


Il ritorno


Rimasi per un istante immobile, impietrito dall'orrore del ripetersi un'altra volta quel maledetto rito, poi pensai:
"Stavolta non è un sogno! Sono qui, ora, e riesco a muovermi!"
Sguainai la spada, puntandola verso la rossa sagoma del Demone.
Questi aveva terminato di materializzarsi, ed era lì, tremendo e potente, col suo teschio rattrappito in quella risata spettrale e gli occhi, scintille di un male atavico, sanguinario, irrefrenabile.
"Chi sei maledetto?" imprecai, "Perché perseguiti le mie notti, cosa vuoi da me?"
"AH!AH!AH!AH!"
La risata agghiacciante penetrò fin dentro le mie ossa.
La sua voce gutturale sembrava il suono stesso dell'inferno.
"Cosa voglio da te? Cosa voglio da te, insignificante vermiciattolo? Nulla di ciò che ho già avuto, scarto di essere umano. Ti ho preso tutto. I ricordi, le gioie, persino il corpo, dandoti in cambio il nulla, l'oblio, la sofferenza."
"Ora non mi rimane che strapparti anche la vita, per completare la mia vendetta!"
"Vendetta? Quale vendetta, cane maledetto, perché dovresti vendicarti di me? Cosa ti ho fatto, non ricordo di averti mai visto, se non nei miei peggiori incubi!"
Rapido come un fulmine, mi fu addosso, le mani come artigli sul mio collo.
Di nuovo l'alito fetido del Demone assalì le mie nari, essenza stessa della morte.
Cercai di colpirlo con la spada, ma con un colpo la fece schizzare via quasi fosse un fuscello.
Mi sollevò di peso attanagliandomi la gola in una stretta mortale.
"E' la fine." Pensai.
"Visto che sto finalmente prendendomi l'ultima cosa che ti appartiene," disse lui,"voglio farti un dono. Negli ultimi istanti della tua miserabile vita, riacquisterai i tuoi ricordi, e capirai chi sono e cosa ti ho fatto! AH!AH!AH!AH!"
Fu così che, mentre sentivo l'essenza vitale defluire lentamente dal mio corpo, allo stesso modo i ricordi tornarono ad affiorare nella mia mente.
Dapprima lentamente, poi sempre più veloci, come un fiume in piena, inarrestabile nella sua folle corsa.
Ricordai.
Tutto.
Il sapore della beffa e dell'amarezza si fece ancor più insopportabile, facendomi desistere dall'opporre l'ultima, penosa resistenza, accettando la morte ed accogliendola come una liberazione.
Un lampo azzurro improvviso impedì che ciò accadesse.
Colpì il Demone con una tale violenza da scaraventarlo al lato opposto dell'immensa caverna.
Libero dalla terrificante morsa, mi afflosciai a terra come un otre vuoto, aggrappato all'ultima scintilla vitale che rimaneva nel mio corpo.
Quella che permise ai miei occhi semichiusi di assistere agli eventi che seguirono.
"Tu?! Non è possibile, non tu, di nuovo tra i miei piedi!" urlava l'orrendo Demone all'essenza azzurra che stava materializzandosi di fronte a me.
"Sono proprio io, Woshur. Io, arrivato appena in tempo per fermarti, e per chiudere il conto che credevo chiuso da molto tempo ormai." Poi si voltò verso di me dicendo:
"Tutto bene ragazzo?"
"Ma... Tu sei morto!" feci io sbigottito.
"Anche Woshur lo era!" rispose lui sorridendo, quasi fosse la cosa più naturale del mondo.
L'urlo bestiale del Demone ci fece girare verso di lui.
Velocissimo, stava per puntare contro il mio salvatore, quando questi, alzando semplicemente una mano, fece scaturire un lampo accecante di un intenso colore azzurro che investì in pieno il suo acerrimo nemico.
"Maledetto!" imprecò questi dissolvendosi, "Maledetto! Ma non è finita qui, ci rivedremoooo.."
Di lui non rimase più traccia.
"E' stato sconfitto una volta per tutte?" chiesi speranzoso.
"No! Abbiamo solo impedito che portasse via la tua anima. Ma tornerà."
"E noi saremo qui ad aspettarlo, Comandante!" feci io, orgoglioso e fiero di trovarmi di nuovo al fianco del più valoroso Guerriero di Arcano.
Di colpo non eravamo più soli.
La Somma Sacerdotessa, la Grande Madras e le giovani adepte si avvicinarono a noi.
La prima a parlare fu Madras Asiram.
"La tua presenza qui, Spirito di Caliur, non fa che confermare ciò che avevo intuito." Disse, rivolta all'uomo che più di tutti aveva dato un senso alla mia vita passata.
Quell'uomo che orami riportava alla vita presente senza più timori, dubbi, ma con la consapevolezza di avere non solo un passato, ma soprattutto un futuro, tra la mia gente, tra i miei ritrovati amici.
"Asi.." feci rivolto alla mitica Madras, "non avresti per caso una canna da fumo? Tutto questo trambusto mi ha scosso un tantino..."
Tra lo sguardo esterrefatto ed incredulo, quasi scandalizzato della Somma Sacerdotessa, e le risatine delle giovani Sacerdotesse, Madras Asiram tirò fuori di sotto la candida tunica un paio di canne da fumo, porgendomene una e dicendo:
"Oh beh, tanto oggi abbiamo già infranto le leggi, un peccatuccio in più o uno in meno che differenza può fare? Tieni Falcos, prendilo come un regalo di bentornato, ma togliamoci di qua, gli Dei ci osservano!"

 

Falcos il Ramingo - Primo Comandante dei Guerrieri di Caliur

     
     

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