|
Il canto
della notte
 |
Ormai tutto è quieto.
I cavalli sono nutriti, il cambio della guardia è stato effettuato
ed io sto seduta qui, ai margini dell'accampamento ad ascoltare i
rumori della notte, ricettiva nel percepire ogni impalpabile
mutamento degli eventi. |
Qualche compagna parla nel sonno, bofonchiando parole
incomprensibili, altre si limitano a rannicchiarsi nei loro mantelli,
con una mano sempre appoggiata sull'elsa.
Non si è del tutto spento l'ardimento dimostrato nello scontro con i
ribelli, l'energia scorre ancora nei corpi ora addormentati, ma pronti a
ricominciare a lottare al primo segnale di pericolo.
Il suono della notte è ricco di voci, una canzone dolcissima dove i
versi dei gufi fanno da controcanto al lontano ululato dei lupi.
Ad un tratto una delle voci si lancia in un assolo e percepisco che la
fonte non è lontana.
Scruto nel buio, finchè scorgo un paio di occhi gialli che mi fissano
dal fitto del bosco.
Non ho paura, conosco quegli occhi.
Mi guardo intorno per accertarmi che le mie compagne riposino.
Il fuoco continua a scoppiettare e le altre due amazzoni che fanno il
turno con me controllano la zona a loro assegnata; sembrano quasi
addormentate, ma una persona più attenta non può fare a meno di notare
lo sguardo vigile che saetta continuamente da un punto all'altro
dell'area circostante l'accampamento, vigile e allenato a cogliere ogni
movimento sospetto.
Faccio loro un segno convenzionale e ricevo immediatamente una risposta.
Conoscono il motivo per cui mi devo allontanare, ormai sarebbero stupite
se non lo facessi almeno una volta al giorno e contano proprio sulle
informazioni che ricevo dai miei amici durante quei preziosi momenti
rubati al cuore della notte.
Mi alzo, muovendomi silenziosamente per non turbare il meritato riposo
delle mie sorelle, dirigendomi verso quegli occhi che non mi abbandonano
un momento e che mi aspettano appena aldilà della zona di luce creata
dal fuoco.
Il mio vecchio amico mi saluta con un uggiolato di gioia ed un colpo
datomi con il naso sulla coscia, un invito ad accucciarmi di fronte a
lui che non rifiuto, mentre non posso fare a meno, come tutte le volte
che lo incontro, di passare una mano sulla folta pelliccia argentata,
soffice e calda al mio tocco.
Fra noi non c'è scambio di parole, non ce n'è mai stato bisogno, ma,
ogni volta che lo lascio dopo i nostri incontri, è come se avessimo
parlato per ore!
Quando incateniamo i nostri occhi, un fiume di immagini arrivano alla
mia mente: a volte si tratta solo di scorci di paesaggio, delle
sensazioni esaltanti di una corsa fra i boschi o della brama procurata
dalla caccia... ma questa volta è diverso... ci sono uomini in male
arnese, una quindicina, che si muovono nel sottobosco, cercando di fare
meno rumore possibile, ma non sono addestrati e riesco a sentire i loro
passi titubanti, più rumorosi di quanto vorrebbero.
Riesco immediatamente a calcolarne la distanza dall'accampamento, come
se io stessa l'avessi già percorsa e so che mi restano una quindicina di
minuti per avvisare le mie sorelle e preparare una controffensiva.
Scambio un ulteriore sguardo, ricco d'intesa, con il mio amico e lo
ringrazio per l'aiuto, poi lo saluto con un'ultima pacca sul dorso,
ricambiata con una leccata alla mano.
Ci separiamo sapendo che presto ci sarà un'altra occasione per
incontrarci; non ho il minimo dubbio riguardo al fatto che questa
scaramuccia (quindici uomini cosa sono per dieci amazzoni!) la vinceremo
noi.
Torno silenziosamente all'accampamento; non ho bisogno di parlare perché
le mie sorelle intuiscano che il pericolo incombe e già si muovono per
svegliare le altre.
Se qualcuno dovesse giudicare dal rumore che abbiamo fatto, quante siamo
e se c'è ancora qualcuna di noi sveglia, direbbe che siamo in due e
siamo profondamente addormentate, tanto ci siamo mosse silenziosamente!
Con le nostre sacche abbiamo simulato dei corpi assopiti sotto le
coperte ed un paio accovacciati contro i tronchi degli alberi, quindi ci
siamo nascoste fra le loro fronde, chi con l'arco in mano, chi con il
pugnale e chi con le spade, pronte a colpire il nemico con la massima
rapidità e devo dire che non abbiamo dovuto attendere molto per sentire
quel manipolo di uomini avvicinarsi... li avrebbe sentiti anche un
sordo!
Sono piombati nella radura urlando, pensando di coglierci nel sonno e,
così, di finirci in fretta, ma hanno avuto appena la possibilità di
realizzare che quelli non erano altro che fantocci, che noi gli siamo
piombate addosso, sia fisicamente che con il rapido scoccare delle
frecce lanciate dalle tiratrici!
Non penso che il tutto sia durato più di qualche minuto, forse una
decina, ma dopo è stato percepibile solo l'odore del sangue, insieme al
nostro respiro leggermente affannato.
Di nuovo non c'è stato bisogno di parole.
Abbiamo radunato le nostre poche cose, spento il fuoco, ripreso i
cavalli e ci siamo rimesse in marcia, verso un altro luogo dove
riposare.
Un solo suono con noi: il canto della notte.
Jarsali
|