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Casato - La leggenda di Dulkar

 

Cap 1
Era l'alba del Primo giorno dell'Era dell'Acciaio, quando l'uomo comprese la potenza del suo braccio, e godette del sapore del sangue.
Arcano era ancora immersa nel Caos, le tribù e le loro matrone si combattevano l'un l'altra in una faida senza tregua, e senza vincitrici.

Era un'Era dove l'onore si mischiava alla crudeltà, e la Legge di Condotta era l'unica glaciale luce che guidasse i popoli fuori dal buio dello sterminio.
"Tu, maschio, sarai inferiore a me, che sono matrona, e rappresento la Dea Madre insieme alle mie sorelle" recitava il Sacro Libro del Tal Rasha
"Tu, maschio, sarai schiavo e obbedirai, senza porti domande e senza indugio, e ogni cosa che verrà da me, che sono la tua padrona, tu la accoglierai con gioia, sia essa il mio ventre o la mia frusta" cantilenavano le sciamane avvolte nelle pelli scuoiate dei maschi nati deformi.
"Tu, maschio, non oserai armarti e combattere, non oserai toccare l'acciaio se non per subirne le ferite, non oserai profanare la Divina Arte della Guerra, appannaggio esclusivo delle Superbe Amazzoni" tale era il verbo inciso sul marmo dell'Obelisco di Rak'Su.
E così il lento fiume del tempo scorreva sulle teste degli uomini, bagnando la punta dei piedi delle Amazzoni.
Venne però il tempo di Dulkar, Colui che alzò il capo, Colui che si rifiutò, Colui che impugnò l'acciaio.
Schiavo di una potente matrona, Dulkar era il suo concubino prediletto, un uomo che aveva obbedito stoicamente ad ogni ordine, un uomo che aveva accettato ogni umiliazione per continuare a vivere.
Aveva osato una sola volta amare Taramyl, questo il nome della matrona, guardandola con affetto.
Lei, offesa da una tale impudenza, aveva fatto cavare il suo occhio destro.
"Non oserai mai più guardarmi con quegli occhi, schiavo" l'aveva minacciato Taramyl, mentre respirava i fumi mistici provenienti dall'occhio carbonizzato.
Aveva già donato a Taramyl due eredi femmine, prodi Amazzoni che lo guardavano col disprezzo che si concede ad un animale da fattoria, ed un maschio sano e forte, che aveva visto solo una volta, prima di lasciarlo portare negli alloggi dei servi, dove sarebbe stato cresciuto senza mai ricordare il volto della madre o del padre.
E Dulkar continuava a vivere e a sopportare, poichè questa era la sua natura, poichè così era sempre stato.
Fino al giorno della nascita del quarto figlio di Taramyl, il Maledetto.
Oscuri presagi si erano susseguiti a quel tempo.
Un'aurora cremisi aveva assediato il cielo per due giorni e tre notti, e l'acqua dei pozzi aveva assunto un sapore salato, simile alle lacrime.
Le sciamane insinuarono il dubbio nel malizioso pensiero di Taramyl
"La nascita di questo figlio segnerà la nascita di un ribelle" le avevano predetto quando il suo ventre era ormai pronto a mostrare il suo misterioso frutto "potrai ucciderlo, eppure non lo avrai sconfitto".
Taramyl urlava e si dibatteva, nella sua immensa tenda di pelli e cuoio, circondata dalle nutrici e dalle sciamane.
"Tirate fuori questa immonda bestia" ordinò alle donne "fatelo ora!"
Le astanti si guardarono l'un l'altra con timore, non osando avvicinarsi oltre.
Taramyl le guardò con disprezzo "Voi, pavide streghe dagli occhi di onice, chiamate Dulkar"
Dulkar giunse rapido e pronto a fare il suo dovere, come era sempre stato, come sarebbe sempre stato.
"Dulkar, pallida ombra dell'uomo che non sarai mai, guarda cosa ha fatto il tuo seme immondo!" imprecò la matrona, gemendo e patendo.
"Liberami da questo male, e sarò clemente con te"
Dulkar si avvicinò al giaciglio dove la matrona stava partorendo, e si accinse ad accogliere il nascituro.
Taramyl sbuffava e spingeva, le sciamane e le nutrici, e la Amazzoni che avevano accompagnato Dulkar, assistevano impaurite e sospettose.
Un'ultima spinta, un grido penetrante che si confondeva con la tempesta che infuriava fuori dalla tenda riscaldata dai fuochi, e la vita trovò la sua strada fuori dal ventre di Taramyl, recidendo i legami di carne tra le braccia di Dulkar.
L'uomo vide il sesso del bambino,- mi dispiace piccolo - pensò tra se
Taramyl incominciò a rilassarsi, quando una sciamana urlò in preda all'isteria "E' un deforme, è un maledetto! Guardate il suo braccio"
Dulkar osservò incredulo il braccio del bambino, piegato ad una strana angolatura, la mano priva di alcune dita.
La matrona sorrise "Perchè ti agiti tanto, vecchia strega, un bambino deforme significa un nuovo abito per una sacerdotessa"
Le Amazzoni risero e le sciamane fecero loro eco.
Dulkar non rideva. Guardava col suo unico occhio il bambino, e lo amava.
Un'Amazzone si avvicinò a lui tendendo le braccia. "Schiavo, cedi il cucciolo, o subirai la mia ira".
Dulkar ignorava l'Amazzone, troppo concentrato sul bambino. Poi alzò lo sguardo e disse "No"
La tensione incominciò a salire, Taramyl, troppo stremata per alzarsi, lo ammonì "Dulkar, cedi il bambino, o piuttosto che aspettare che le sacerdotesse lo scuoino, lo ucciderò davanti ai tuoi occhi"
Dulkar la fissò senza espressione "Lo faresti?"
Taramyl non esitò "E' un abominio. E' la voce della Dea che ci esprime il suo malcontento. Lo farei e ne godrei. E' un mostro"
Dulkar si voltò verso l' Amazzone più vicina lui, il suo volto era una maschera di pietra, inespressivo.
Cambiò in un istante, diventando l'ira di un demone ribelle.
L'uomo sfoderò rapidamente la spada dell'Amazzone sorprendendola.
"Voi siete i mostri" e abbattè con forza la lama sul suo capo scoperto.
Le sciamane urlarono al sacrilegio, e scapparono dalla tenda inciampando sui pagliericci.
Le Amazzoni partirono all'attacco, cercando il cuore di Dulkar.
Ma trovarono l'acciaio e l'ira di un uomo che non aveva più nulla da perdere.
"Caldo sangue per il mio freddo acciaio" urlava Dulkar stringendo il bambino al petto con una mano, massacrando le Amazzoni con l'altra "Dolce vendetta per il mio amaro spirito" gridava il ribelle in preda alla pazzia "Io vengo per portarvi al cospetto della vostra Dea Meretrice" cantava l'uomo osservando lo sterminio che aveva perpetrato.
Si voltò verso la matrona, che aveva osservato inerme la scena.
Tremava, ma non perse la sua arroganza.
"Schiavo, arrenditi ora, e ti farò avere una morte veloce" lo minacciò, rialzandosi faticosamente in piedi.
Il ribelle muoveva un lento passo dopo l'altro, calpestando i cadaveri delle donne
"Schiavo, fermati dove sei. Come osi infrangere le Leggi? Come osi guardarmi in quel modo?" gridava Taramyl in preda alle lacrime.
Dulkar si fermò ad un passo da lei e la squadrò con indifferenza.
"Ti rendo l'amore che hai dato a questo mio figlio" esclamò allungando il braccio che brandiva l'acciaio "Lui non sa che farsene" e mozzò di netto il bel volto maligno di Taramyl.
Il sangue di lei zampillò sul volto di lui, e una goccia del caldo liquido infuocato finì sulle labbra del piccolo.
"Questo è il latte di tua madre" profetizzò Dulkar al pargolo "Da oggi le tue parole conosceranno solo il sangue"
E tra le urla e gli schiamazzi del villaggio, incominciarono a percorrere la strada del loro destino.

Cap 2
La leggenda racconta che nulla fu in grado di fermare Dulkar quella notte, la sua vendetta si diffuse nel villaggio come un'infezione purulenta senza cura.
Si narra che gli schiavi furono fatti uscire dalle loro celle, e che uccisero a morsi le loro carceriere e torturatrici.
Dulkar cercò il sangue del suo sangue ancora una volta, negli alloggi dei servi.
Non fu necessario chiedere conferme o saggiare la conoscenza del giovane che incontrò in quelle stanze oscure.
Seppe chi era quando vide i suoi occhi furiosi, e i cadaveri martoriati che gli facevano da muti spettatori.
"Figlio" disse Dulkar all'adolescente carnefice "ora sei libero"
Il ragazzo lo guardò alzando il mento "Io sono sempre stato libero. Le amazzoni possedevano le mie membra, ma il mio spirito non ha mai visto queste anguste celle".
Dulkar riconobbe il suo stesso spirito, e continuò la sua cupa opera .
Quella fu la notte dove la tribù di Taramyl cessò di esistere, lavata via dal suo stesso fluido vitale.
Quella fu la notte in cui un gruppo di uomini bruciò un villaggio di donne, e nulla fu più come prima.
Ma anche se la tribù di Taramyl bruciava, la dinastia di Taramyl viveva, e le sue figlie si nutrirono di quel fuoco che osservavano dall'alto di una collinetta.
"Lo odio" sospirò Taram baciando la sorella sulle labbra per confortarla.
"Così come lui ci ha dato la vita, noi gli daremo la morte" le fece eco Amyl, accarezzando l'altra per darle calore.
"Io avrò la sua testa, la fonte dei suoi pensieri ribelli" minacciò Taram, mordendo Amyl, per ricordarle il dolore.
"Io avrò il suo cuore, l'impertinenza che ha guidato il suo gesto" pianse Amyl, stringendo Taram per ricordarle la sofferenza.
Ed insieme si dileguarono nella notte scura, opaco riflesso degli abissi che si dipanavano nelle loro anime.

Quando l'alba di un nuovo giorno rivelò agli uomini le loro follie ancora una volta, Dulkar osservò gli uomini che lo circondavano.
Avevano vinto la loro prima battaglia, la notte precedente, spinti solo dalla motivazione e dalla rabbia.
Dulkar li guardava, e comprendeva che mai più avrebbero combattuto in quel modo, erano stati schiavi tutta la vita, non sapevano come combattere, ma conoscevano la disciplina.
"Siete liberi" gridò per farsi sentire oltre l'ululato del vento "liberi di andare"
Gli uomini si guardarono attorno, spaventati.
Il primo figlio di Dulkar si fece avanti, e trafisse il padre con una domanda: "Andare dove?"
Dulkar corrucciò la fronte rugosa, e si grattò il mento barbuto.
"Chi sei tu per farmi questa domanda, qual è il tuo nome?" lo redarguì Dulkar, indeciso sul da farsi.
"Le meretrici mi diedero un nome, per ricordare in quale giorno dovevano frustarmi. Io ripudio quel nome, e già l'ho cancellato dalla mia memoria" rispose spavaldamente il giovane.
"Scegline uno nuovo dunque" lo spronò il padre, vedendo nel figlio le doti di un capo "affinchè io possa chiamarti figlio"
Il giovane si fece strada nel gruppo sparuto di uomini "Il mio nome sarà Wismerill, padrone del mio destino" rispose deciso "e tu sarai trattato da me alla stregua degli altri, l'avermi generato non ti rende migliore ai miei occhi"
Dulkar sorrise dentro di sè "Bene, lo stesso sarà per me. Io sono Dulkar, uomo libero, e il bimbo che stringo tra le braccia, per quanto possa non significare nulla per te, è tuo fratello ed il suo nome è Bladwor, unto nel sangue".
Wismerill si avvicinò al padre e lo sfidò "Allora, Dulkar dalle molte parole, siamo liberi di andare dove? Tu ci hai donato la libertà, forse, ma hai intenzione di abbandonarci qui? Le altre tribù ci cacceranno come stambecchi, e ci faranno schiavi di nuovo. E' per questo che ci hai liberati? Per farci soffrire di più quando torneremo schiavi e ricorderemo il fresco sapore dell'aria del mattino e del sangue delle amazzoni?"
Dulkar comprese.
Wismerill era suo figlio.
Bladwor era suo figlio.
Ma anche tutti quegli uomini erano suoi figli.
Gli schiavi erano morti, ed erano rinati come uomini liberi, e Dulkar li aveva generati.
"E sia" proclamò l'uomo con fermezza "io vi guiderò".

Cap 3
E fu così che Dulkar, lo schiavo, il padre, il ribelle, divenne capo e guidò i suoi figli nella Valle delle Tenebre, oltre il Fiume Vitreo, fin nella Foresta di Bronzo.
E lì rimasero, nascondendosi tra gli alberi, vivendo le loro vite lontani dalla civiltà delle Amazzoni, imparando a cacciare e a vivere come creature selvatiche, uccidendo senza pietà coloro che venivano per stanarli.
La caccia era la loro sopravvivenza, l'assassinio delle Amazzoni era il loro svago.
Tale era la loro maestria in quest'ultimo compito, che sulle teste di ognuno di essi pendeva una taglia tale da far annegare nella miara l'uomo che li avesse consegnati ad una matrona.
Ma il tempo delle matrone volgeva rapidamente al termine, incalzato dalle Madras, le guerriere al servizio di una nuova figura che andava imponendosi in quell'era di distruzione e rinascita: l'Imperatrice.
Si racconta che costei fosse stata un delle matrone più sanguinarie della regione, ma che avesse visto più lontano delle altre.
L'Imperatrice massacrava i suoi nemici per unire ciò che rimaneva e porlo sotto il suo dominio, e il suo dominio era ormai giunto nei pressi della Foresta di Bronzo.
L'Imperatrice sapeva che non avrebbe potuto sconfiggere i ribelli in quel territorio che conoscevano così bene, ma la sua malizia guardava oltre le fronde degli alberi.
"Abbattete tutta la foresta, albero per albero, fino a quando quei ratti non avranno dove nascondersi, ed usciranno allo scoperto e ci affronteranno" ordinò la potente "e quel giorno imprimerò il mio nome a fuoco sulle loro schiene"
E giunse inevitabile il giorno dello scontro.
I ribelli colpivano e tornavano a nascondersi in ciò che rimaneva della loro casa silvana, ma il numero delle amazzoni, ed il loro addestramento, le rendevano dei nemici terribili e letali.
Fu così che Dulkar decise di penetrare nottetempo nell'accampamento dell'Imperatrice, e sgozzarla nel sonno per porre fine a quella carneficina e gettare le amazzoni nel caos.
Dulkar era figlio della notte, e discepolo delle ombre, non fu difficile per lui scivolare inosservato oltre le sentinelle amazzoni, e giungere nella tenda dell'Imperatrice, fino ai piedi del suo letto.
Dulkar la guardò per la prima volta in viso, e non provò nessuna sensazione.
- La tua morte significa la vita dei miei figli - disse dentro di se - ti uccido, e nello stesso momento in cui questo sarà fatto, avrò dimenticato la tua morte -.
Rapidamente, serrò con una mano le labbra della donna, e con l'altra, che brandiva l'acciaio, le aprì un cremisi sorriso da un orecchio all'altro.
Il sangue scorreva copioso dalla mortale ferita, inzuppando le candide lenzuola, quando Dulkar seppe che nella vittoria stava per assaggiare la sconfitta.
"Sei astuto e silenzioso come un serpente" lo trafisse l'Imperatrice, pungolandogli la schiena con una lama affilata "ma sei pur sempre un animale"
Dulkar fece cadere l'arma che stringeva in pugno, e si preparò a morire.
Ma l'Imperatrice aveva ordito trame più oscure per lo strumento del destino, e incominciò a svelarne il tessuto in quella oscura notte di inganni .

Cap 4
L' arte della tortura era un antica canzone, che solo pochi eletti erano in grado di cantare con la giusta intonazione.
E la voce di Qilue era lo strumento ideale per quella tetra melodia.
Cresciuta in una piccola tribù al confine delle terre di Koptos, Qilue era destinata a diventare una Amazzone, e a mietere vittime per la gioia della sua matrona.
Ma la malvagità di Qilue sarebbe andata sprecata tra le file dei reggimenti armati.
Lei possedeva una particolare abilità, nel riconoscere il modo migliore di infliggere dolore alle sue vittime, portandole sull'orlo del baratro della morte, ma senza mai far loro oltrepassare quel limite.
E quando il dolore raggiungeva il culmine, la pazzia era l'unica liberazione per le anime affrante che si ritrovavano a subire l'oscura opera di Qilue.
L'aveva trovata l'Imperatrice stessa, al termine della conquista del suo villaggio, nella capanna dei suoi genitori quando era ancora una bambina.
L'Imperatrice era entrata con un gruppo di amazzoni, pronta a saccheggiare, e aveva trovato solo una bambina, centro focale di uno spettacolo raccapricciante.
V'era una sedia al centro della stanza, una figura umanoide era seduta su di essa.
Le mani erano legate dietro la schiena, così come i piedi erano legati alle gambe della sedia, da alcuni rovi acuminati.
La figura era imbavagliata con gli stessi rovi, e il sangue colava dalle ferite sulle labbra, mischiandosi a quello che ricopriva il corpo nudo.
La pelle del petto, delle gambe, delle braccia, era stata tagliata in alcuni punti per favorire la fuoriuscita del sangue, e i lembi di pelle erano stati ricuciti sullo stesso corpo in posizioni differenti, con dei crini di cavallo.
Eppure la figura seduta gemeva e soffriva, ancora viva.
Qilue stava completando la sua opera, cucendo insieme le palpebre degli occhi del malcapitato, quando l'Imperatrice la interruppe.
"Cosa fai, ragazzina?" le aveva chiesto inorridita eppur incuriosita da quel minuto demone laborioso.
"Gioco con il mio papà" le aveva risposto Qilue, sorridendo malignamente, come solo una bambina avrebbe saputo fare.
L'Imperatrice si avvicinò a lei e le accarezzò i capelli corvini "Tu odi tuo padre, piccolo demonio?" disse.
Qilue riprese a cucire "Io odio tutti".
Fu così che l'Imperatrice prese Qilue con se, e Qilue ebbe modo di affinare la sua arte sulle innumerevoli prede che la sua signora le donava dopo ogni campagna militare.
E non esisteva uomo o amazzone che non si fosse piegato al volere dell'Imperatrice, dopo le persuasioni di Qilue.
"Ho qualche nuova canzone che vorrei cantare al prigioniero, mia Imperatrice" fantasticava la torturatrice imperiale, camminando per i corridoi dei sotterranei insieme alla sua padrona "qual è il suo nome?"
L'Imperatrice si fece largo tra le Amazzoni a guardia della cella, ed entrò nella fredda stanza satura dell'odore degli escrementi e del sudore, e sorridendo le rispose.
"Dulkar"

Cap 5
E le grida di Dulkar giunsero fino all'abisso dal quale Qilue era venuta fuori.
La torturatrice, guidata unicamente dalla malizia in gioventù, precisa e metodica ora che l'età le aveva donato esperienza, accompagnò Dulkar attraverso le anguste stanze della sofferenza.
Lo prese per mano mentre osservava i mille volti del dolore, e lo adagiò su di un letto di terrore, senza mai lasciarlo cadere tra le braccia della morte, sospeso in un limbo al limite della pazzia.
Quando l'Imperatrice entrò nella cella, fu subito soddisfatta del lavoro fatto dalla sua diletta, e la congedò per rimanere da sola con ciò che rimaneva di Dulkar.
"Tale è la punizione per aver tentato di uccidermi, serpente" lo apostrofò la donna, muovendosi attorno al corpo martoriato di Dulkar.
"E per aver fomentato la ribellione, la pena è la morte" lo minacciò, mentre preparava la strada al suo intento "eppure, tu non morirai oggi, figlio del fato"
"Io ti possiedo, e possiedo i tuoi uomini, tornati schiavi ora che tu non li guidi" lo schernì la sua nuova torturatrice.
Dulkar si mosse lentamente, le ferite gli impedivano di cambiare posizione senza provare dolori lancinanti, la consapevolezza degli errori commessi che si faceva strada nel suo animo affranto.
"Cosa vuoi da me?" chiese, intendendo a perfezione la piega degli eventi.
"I tempi stanno cambiando, Dulkar, ed io sono la forza che ha scatenato questo cambiamento" l'Imperatrice si fermò, e si lanciò nel suo discorso con impeto rinnovato.
"La matrone comandano piccoli villaggi, accumulano schiavi e combattono tra di loro per non perdere quel poco che possiedono" continuò guardando oltre le mura della cella, oltre il passato.
"Io unirò tutte le terre sotto il mio giogo, perchè questo è il mio destino, e userò ogni mezzo per farlo"
Dulkar aprì il suo unico occhio, e soppesò la donna
"Cosa vuoi da me?" ripetè seccamente.
"E' evidente che tu non sei uno schiavo comune, Dulkar l'impertinente, e neanche i tuoi uomini lo sono" rispose la donna senza distogliere lo sguardo dall'uomo "E' evidente che siete in grado di combattere come un'Amazzone. Ma le Amazzoni hanno onore, e non pugnalerebbero mai il nemico alle spalle, o durante il sonno. Voi animali non vi fate di questi problemi" ghignò, convinta che Dulkar avesse compreso i suoi intenti.
Era così, e il ribelle sorrise, con una smorfia di dolore.
"E perchè dovrei uccidere qualcuno per te? Per poi diventare di nuovo uno schiavo?" la sofferenza era tale che anche parlare era un peso insopportabile, ma egli sapeva che rimaneva poco filo sulla matassa della sua esistenza.
"E perchè dovrei farti schiavo? La schiavitù è una pessima motivazione per un lavoro ben fatto. Io voglio che tu mi serva, e che tu lo faccia convinto di farlo ancora. Se farai un buon lavoro, come io credo, tu e i tuoi uomini rimarrete al mio servizio, sarete una truppa speciale di soli uomini, assassini che non si fanno gli scrupoli delle nobili Amazzoni" tentò di persuaderlo la suprema amazzone "Sarete i miei serpenti alati che si muovono nell'ombra, e uccidono nella notte senza onore, e vi coprirò di miara per i vostri servigi".
- Che ironia - pensò Dulkar, e avrebbe voluto ridere, ma si rendeva conto troppo chiaramente dell'astuzia che aveva condotto l'Imperatrice a ricoprire una carica così alta.
"Chi devo uccidere?" si rassegnò, la sofferenza era il suo unico pensiero.
L'imperatrice, vittoriosa, gli si avvicinò, e con parole sibilanti incominciò a versare il miele misto a veleno nella volontà martoriata di Dulkar.

Cap 6
Ancora una volta, sangue e anime per le Dee oscure, ancora una volta, Dulkar dovette affondare le mani nella maledizione di Taramyl, la sua padrona di un tempo.
Poichè il fato volle che lo spirito guerriero di Dulkar si fosse trasmesso anche alle sue due figlie, imbelli e sediziose amazzoni il cui cammino si era incrociato con quello della novella Imperatrice.
Non volendo sottomettersi al volere dell'amazzone suprema, erano state condannate a morte, e Dulkar avrebbe eseguito l'amara sentenza, trasformando il loro letto in una gogna.
Mai Dulkar aveva alzato la mano sul frutto del suo seme, e la cronaca della triste notte nella quale egli recise il filo vitale delle due donne si perse nella leggenda.
Nessuno potè mai dire se la terra fu bagnata da più sangue o più lacrime, mentre con una mano l'uomo stringeva il collo di Taram, e con l'altra quello di Amyl.
"Che disonore, uccise dallo schiavo di nostra madre" urlava Taram, gli occhi che premevano per uscirle dalle orbite.
"Quale vergogna, assassinate da una bestia ribelle" piangeva Amyl, la lingua che pendeva da un lato della bocca.
Le donne versavano lacrime di sangue, che tracciarono solchi profondi nelle mani di Dulkar, marchiandolo per sempre come Assassino della sua Progenie.
"Ora non c'è più nulla che mi faccia assomigliare ad un essere umano" si lamentava, mentre con un ultimo impeto spezzava i fragili colli che si ritrovava tra le mani "Ho ucciso in maniera rapace, ho artigliato le mie prede e bruciato le loro anime"
Guardava monocolo i cadaveri delle due guerriere, e capì.
E versò una lacrima da quel suo unico occhio per ogni labbro delle sue figlie, le ultime che avrebbe mai versato per il resto della sua vita.
"Io sono un mostro, al pari delle mie vittime di tutti questi anni", disse a se stesso contemplando ancora una volta i candidi cadaveri ai suoi piedi "eppure, io sono sopravvissuto, colpendo più crudelmente dei miei nemici, più forte di loro e più rapido"
In quella valle di abomini, Dulkar si rese conto di essere il predatore più feroce.
Egli era Dulkar, il Dragone, e come il Dragone egli era invincibile, ed infinitamente solo.
Fu così che i primi uomini furono liberi di servire l'Imperatrice ed accompagnarla nel lungo viaggio per la creazione di un nuovo Ordine.
Fu così che gli uomini iniziarono ad uccidere, allo stesso modo delle donne, seppur in maniera diversa.
Fu così che nacquero i Dragoni di Dulkar, i rapaci guerrieri dell'Imperatrice, la soluzione ai problemi che non hanno soluzione.
E Dulkar li guidò sulla strada della leggenda, e i suoi figli dopo di lui, e i loro figli, e altri valorosi che scolpirono nel marmo della storia la leggenda degli eroi.
Mai ho brandito l'acciaio per uccidere i miei nemici, fui sempre difeso e tenuto al sicuro.
E questo è il mio ringraziamento per coloro che mi hanno protetto.
Seppur possa sembrarvi una storia triste, cruenta e sanguinaria, non ne abbiate a male, mio padre lo predisse, nel giorno della mia nascita "Da oggi le tue parole conosceranno solo il sangue" .
Questo fu Dulkar, schiavo, ribelle, profeta, capo, uomo.
E questo fui io, Bladwor il Maledetto, l'unto nel sangue.

 

Draven, Comandante dei Dragoni di Dulkar

     
     

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