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Casato - I Guerrieri di Caliur

Capitolo I

Fiocchi di neve, simili a canute farfalle, danzavano dinanzi a lui, scendendo dal cielo in ovattato silenzio.
Lo sguardo fisso sulla Kioskas, Caliur pensò al giorno in cui, ancora giovinetto, si presentò alla corte dell'Imperatrice Bambina per arruolarsi nelle nuove guarnigioni di guerrieri che si stavano formando.
Erano tempi oscuri.

Il tiranno Konuk regnava ormai da una decina d'anni, ma le sue fila si stavano già sfaldando, tanto opprimente e fatale era la sua mano nell'amministrare la giustizia.
La nuova Imperatrice Bambina, al contrario, già forte di un esercito di Amazzoni ben addestrato, aveva accolto la volontà degli uomini, consapevoli della follia di quest'ultimo, di fare parte di un'unica grande armata, che avrebbe lottato contro di esso per il bene della giustizia e della pace.
Figlio di contadini di un piccolo villaggio a oriente del fiume Kruill, aveva ricevuto un'educazione modesta, basata però sul rispetto dei principi fondamentali della vita.
Amante della natura e contrario a qualsiasi forma di violenza, soleva passare il suo tempo nei boschi adiacenti il Sacro Fiume, imparando ogni segreto di quei luoghi antichi e misteriosi.
Adorava osservare di notte, in una radura nel bosco nota solo a lui, il fantastico spettacolo di una razza di farfalle mai viste prima da occhio umano, luminose e fosforescenti.
Per una sola volta l'anno, in primavera, si raccoglievano in quella radura, provenendo da chissà quali luoghi magici, e lì davano il via ad un rituale di una bellezza impressionante, danzando in un vortice multicolore sfavillante di tonalità ora azzurre, ora rosse, ora verdi, attraversando tutti i colori dell'arcobaleno.
Ad osservarle, Caliur sentiva il suo cuore aprirsi.
La sua essenza primordiale gli faceva desiderare di uscire dal corpo ed unirsi a quel vortice, inebriandogli i sensi.
Trascorse così i primi anni della sua esistenza, fino a che, ancora adolescente, avvenne ciò che avrebbe stravolto completamente la sua vita.
Mentre si trovava nella foresta, a raccogliere erbe e piante curative per un anziano amico della sua famiglia, come gli aveva insegnato lo stregone del villaggio, ci fu un attacco delle truppe dell'imperatore tiranno, che rasero al suolo l'intero abitato.
Al suo rientro trovò il massacro compiuto.
Niente e nessuno era stato risparmiato, i corpi dei suoi poveri concittadini erano disseminati ovunque, come in un tragico, macabro spettacolo.
Di colpo si ritrovò solo.
Il suo mondo si era sgretolato, dissolto, lasciando solo un senso di disperazione, rabbia e frustrazione.
Sentì l'odio traboccare in lui, una sensazione mai provata prima, un sapore amaro in bocca, un dolore allo stomaco che lo lasciò stordito, attonito, disorientato.
Neanche lui capì per quanto rimase in quello stato di torpore, prima di scuotersi e cominciare a dare a quei corpi inermi almeno il conforto di una decorosa sepoltura.
Pregò gli Dei sulle loro tombe.
Li pregò di dargli la forza di vendicare una simile atrocità.
Chi aveva commesso un tale atto non poteva considerarsi un essere umano, ma solo una belva assetata di sangue e dolore, e doveva essere assolutamente fermato, per il bene di tutto il mondo di Arcano.
Dopo giorni che gli sembrarono interminabili, decise di muoversi.
Nel suo cuore non vi era più lo spirito pacato e spensierato del fanciullo, ma un odio possente, granitico, che sarebbe cessato solo allorquando avrebbe colpito i responsabili di quel drammatico crimine, e contribuito a sconfiggerne la causa principale.
Quel Konuk di cui fino allora aveva sentito solo il nome, ma sapeva essere la radice dell'odio fraterno che divideva l'intero Popolo di Arcano.
Fu così che giunse dinanzi all'Imperatrice Bambina, ed offrì tutto se stesso per la causa di libertà comune contro il tiranno.
Dimostrò presto di essere un ottimo guerriero, guadagnandosi il rispetto e la stima di soldati ben più anziani di lui.
Fu talmente alta la considerazione che la stessa Imperatrice ebbe di lui, che gli affidò il comando di un intero reggimento, permettendogli di chiamarlo col suo nome.
Questa fu la nascita dei Guerrieri di Caliur, che ebbero un'importanza fondamentale nella lotta contro Konuk.
Nonostante l'odio divorasse il suo cuore da quel giorno fatidico che segnò la sua esistenza, fu spietato solo con i nemici della pace e della giustizia.
Insieme al combattimento ed alla ferocia in battaglia, quello che insegnava ai suoi seguaci era la lealtà, l'amore per tutte le cose di questo mondo, ed il rispetto.
Solo così, affermava, si sarebbe potuto evitare che altri, come Konuk, potessero di nuovo mettere in pericolo l'equilibrio di Arcano.
Dove un tempo c'era il suo piccolo Villaggio, ora sorgeva Klivia, una delle dodici Kioskas volute dalla nuova Imperatrice Nimira.
Ed era qui che si trovava ora, immobile, ad assaporare l'essenza di quei luoghi nei quali aveva trascorso gli anni più felici e spensierati della sua vita.
Purtroppo la pace era ancora minacciata, stavolta dai ribelli di Ylea, ma lui sentiva ormai di essere giunto al termine della sua strada.
Si era preso un periodo di riposo dal palazzo reale, dove i suoi servigi e la sua esperienza erano ancora tenuti in altissima considerazione, e si era diretto lì, nel suo luogo natio, in cerca di quella pace che aveva formato il suo spirito tanto tempo addietro.
Fece muovere il cavallo scendendo dal sentiero in direzione della Kioskas.
Voleva carpire un'ultima volta gli inebrianti aromi del bosco a lui tanto caro.
Arrivò alle porte di Klivia sul far della sera.
Luci tenui provenivano dalle finestre delle piccole casette, e un odore di fuochi accesi carezzava dolcemente le sue narici, frammisto al profumo di cibi arrostiti.
Si diresse alla Locanda del Drago verde.
Voleva mettere qualcosa sotto i denti, prima di intraprendere la sua ultima peregrinazione nel Sacro Bosco.
Ricoperto da un mantello di uno spesso tessuto nero, trasudante un'energia ormai sopita, il volto coperto dal cappuccio, quasi a voler nascondere oltre la sua identità anche la sua vetusta stanchezza, entrò.
Il locale era molto affollato.
Meglio così, pensò, passerò più inosservato.
Non voleva farsi riconoscere, avrebbe dovuto subire inchini, ossequi, e chissà quante e quali storie delle sue gesta avrebbero preteso i suoi interlocutori.
Il suo nome era ancora temuto e rispettato da tutti, soprattutto qui a Klivia, dove era di stanza proprio il suo reggimento di Guerrieri.
Era venuto a sapere che era stato nominato da poco un nuovo comandante.
In altri tempi sarebbe andato da lui, se non altro per constatarne l'effettivo valore, ma ormai si sentiva troppo stanco, anche per quelle piccole formalità.
Le risa di alcuni avventori lo distolsero dalle sue riflessioni.
C'era un tipo che sembrava si volesse tracannare un'intera botte di birra, incitato dagli altri.
Ad un certo punto vide un gruppo con le insegne dei suoi Guerrieri.
Un paio di loro stavano spiegando ad una giovane recluta l'importanza di sentirsi parte di un gruppo.
Questo, in battaglia, avrebbe potuto fare la differenza tra la vita e la morte.
La recluta era ansiosa di mostrare il suo valore, e implorava che gli fosse affidata una qualsiasi missione.
Si rivolgeva ad uno dei due chiamandolo Comandante, ma questi non ne aveva i fregi.
Erano entrambi dei Kral.
Probabilmente, pensò, è un comandante in prova.
Mentre era preso in questa considerazione, questi si girò dalla sua parte e lo fissò.
Avrebbe voluto voltarsi, calare più in basso il suo cappuccio per non farsi riconoscere, ma ricambiò lo sguardo.
Dapprima il Kral sembrava infastidito, poi la sua faccia assunse un'espressione di tale meraviglia che fece capire a Caliur di essere stato riconosciuto.
Immediatamente si portò un dito alla bocca, facendogli cenno di tacere.
A fatica il Kral si controllò, lottando contro l'impulso di saltare in piedi e correre a salutarlo.
Caliur si alzò lentamente, lasciò alcune scaglie di miara sul tavolo e si avviò verso l'uscita.
Come fu fuori, il freddo pungente lo colpì come una lama affilata di una spada di ghiaccio.
Aveva smesso di nevicare, e nuvolette di vapore scaturivano dalla sua bocca, pallide parodie di fiati di draghi.
Stava incamminandosi verso il suo cavallo, quando una voce ruppe il silenzio innaturale della notte di Klivia.
"Comandante! Comandante Caliur, è proprio lei?"
Era il Kral della taverna, l'aveva seguito di fuori.
"Sì figliolo"- rispose lui con voce atona, quasi con un certo fastidio.
"Comandante, non posso crederci, proprio lei, in persona, qui di fronte a me!"
"Calma ragazzo, calma. Non ho tempo per ricevere elogi e rievocare le cose del passato. Torna alla taverna e bevi alla mia salute!"
"Ma.. Comandante.. Lei qui è considerato l'essenza stessa del Guerriero! Per me rappresenta l'ideale da seguire, lo stimolo per affrontare questo mondo con la vigoria e la potenza degni di un combattente! Ho appena assunto il comando, seppur temporaneamente, dei Guerrieri che portano il suo nome! Non può apparirmi davanti come uno spettro e poi svanire nel nulla, senza una parola, un consiglio, qualcosa che io possa tenere nel mio cuore e nella mia mente come incentivo e fonte d'energia contro i nemici di Nimira!"
A quelle parole, il vecchio soldato ebbe un'ondata di ricordi.
Si rivide, giovane, come ora vedeva quel Kral davanti a lui, con la stessa voglia di vivere e di combattere in nome di una giustizia troppo spesso offuscata e soffocata da menti distorte e malvagie assetate di un potere che consuma, logora e distrugge.
"D'accordo figliolo, vieni, voglio raccontarti una storia."
Così dicendo s'incamminò verso le scuderie.
"Hai paura del freddo?"- domandò.
"Neanche il freddo gelido della morte può spaventare un Guerriero di Caliur!"- affermò fiero il soldato.
"Bene!"- disse semplicemente, abbozzando un lieve sorriso.
Dopo aver preso i cavalli, si diressero lentamente fuori della Kioskas, in silenzio, unico rumore il secco sfregare dei finimenti ed il sordo calpestio degli zoccoli sulla neve.
Proseguirono così, senza proferir parola, per circa un'ora.
Il Kral seguiva il vecchio Comandante, troppo esterrefatto ed incredulo per quello che gli stava capitando.
Il mito si era fatto persona, e lo stava portando in qualche luogo per parlare con lui.
Le nuvole in cielo si stavano diradando, lasciando filtrare qua e là sprazzi di luce argentea, che riflettendosi sulla soffice neve appena caduta, formavano giochi di chiaroscuri, ora rifrangendosi su lastre di ghiaccio che ne esaltavano il riflesso, ora spegnendosi dentro forme oscure di cespugli non completamente ricoperti dal bianco manto.
Arrivarono ai confini del Sacro Bosco.
Caliur rimase immobile, fissandolo come volesse carpirne arcani segreti, quasi comunicando con l'intricato groviglio d'alberi, arbusti, siepi.
Il cavallo, immoto come lui, rispettando il suo sottinteso volere, emanava dal suo candido manto una sottile voluta di vapore, circondando se stesso ed il Guerriero di un'aura quasi spettrale.
Il Kral, fermo anch'esso, ammirava quella visione in estasiato stupore.
Sembravano far parte di un unico corpo, un mitico centauro che stesse per inoltrarsi nel suo regno fatato.
Caliur si voltò verso di lui.
"Vieni"- disse, e fece muovere il superbo animale, avviandosi all'interno del sentiero.


Capitolo II

Dopo aver acceso due torce per contrastare la fitta oscurità del sottobosco, avanzarono per un'altra ora, a volte scendendo da cavallo a causa dei numerosi arbusti che ostruivano lo stretto passaggio.
Il freddo pungente sembrava non intaccare per nulla la solida prestanza dell'anziano guerriero, ma anche il kral, nonostante non fosse abituato a quelle sortite notturne in pieno inverno, non fu da meno.
Il suo cuore era scaldato dalla presenza del veterano.
Sentiva una strana potenza scaturire da questi, e lui la faceva sua, caricandosi a sua volta.
"Ecco! Siamo arrivati!"- Esclamò alfine, rompendo un silenzio assoluto, innaturale.
"E' questo il luogo."
Si trovavano in una piccola radura, una sorta d'anfiteatro naturale, al cui centro vi era un minuscolo stagno, con un'acqua così cristallina da formare uno specchio naturale, stranamente non ghiacciata.
Il manto nevoso non mostrava tracce, segno che neanche gli animali vi si avvicinavano per abbeverarsi.
"Questo è il Sacro stagno di Malec. Qui in primavera puoi assistere ad uno spettacolo incredibile. E' qui che venivo prima di ogni battaglia a chiedere consiglio e protezione ai sacri spiriti del bosco, ed è qui che vengo ancora nei momenti di pace, a nutrire la mia anima ed a sopire il mio dolore."
Scese da cavallo, incamminandosi verso lo stagno, seguito dal Kral.
Improvvisamente, come d'incanto, apparve ai loro occhi una sorta di lapide di marmo bianco, coperta dalla neve.
Caliur si avvicinò ad essa, ripulendola delicatamente con la mano dallo strato di candidi fiocchi.
Affiorò così una scritta in lettere d'argento:
QUI RIPOSA IL CORPO MORTALE DELLA LUCE STESSA, SPAZZATA VIA DALLA FOLLIA DEGLI UOMINI
THESANIA
"E' la mia compagna"- sospirò Caliur, facendo intendere con quell'affermazione che la morte non l'aveva portata via completamente da lui.
"Fu uccisa durante un assalto delle truppe di Konuk. Insieme con lei c'era nostra figlia, ma non se ne trovò più traccia. L'ho cercata per tutti questi anni, con la speranza che almeno lei fosse rimasta in vita, ma credo sia stata solo una mera illusione."
In quell'istante, il Kral riuscì a leggere nel volto del vecchio guerriero tutta la sua stanchezza, la sua enorme fatica, ed il desiderio di raggiungere i suoi cari, trovando quella pace e tranquillità sempre agognate dal suo cuore.
"Ogni volta che vengo in questo sacro luogo"- proseguì - "il mio spirito si ricongiunge a loro. A volte immagino che le magiche farfalle che vedo danzare in primavera siano le anime dei nostri cari che vengono a portarci conforto."
Mai il Kral avrebbe pensato che un uomo della fama di Caliur, spietato in battaglia quasi quanto i suoi stessi nemici, chiamato per questo Il Leone di Matek, avesse un cuore così immenso.
Era risaputo sì che aveva una ferrea legge morale, e guai a quelli del suo stesso esercito che coglieva a fare razzie, o ad infrangere queste leggi.
La punizione per loro era esemplare.
"Comandante"- disse allora il Kral - "oggi più che mai rinnovo il mio voto a seguire le leggi di Arcano e la strada che lei ha intrapreso per portare giustizia e libertà al nostro Popolo. Lei è stato un esempio per tutti noi, lo è ancora adesso, e lo sarà per sempre!"
L'espressione malinconica sul volto del vecchio guerriero si tramutò in un benevolo sorriso.
"Ne sono sicuro ragazzo, ne sono sicuro e.."
Improvvisamente si azzittì, facendo cenno al Kral di fare altrettanto.
I sensi all'erta, sembrava stesse comunicando con l'intero ambiente circostante.
La sua faccia assunse un tono di meraviglia.
"Non è possibile"- disse con voce incredula - "Non è possibile, in pieno inverno."
"Cosa mio Comandante? Che succede?"- fece il Kral, portando istintivamente la mano sull'elsa della spada.
"Non preoccuparti ragazzo, forse è il tuo giorno fortunato.."- disse calmo -"e forse è anche il mio"- sospirò poi, stranamente assorto in criptati pensieri.
"Aspetta e vedrai. Stai per assistere a qualcosa che rimarrà per sempre nel tuo cuore. Osserva attentamente quel punto"- disse, indicando un varco tra la boscaglia.
"Non vedo nulla Comandante"- disse smarrito il Kral.
"Aspetta ragazzo, aspetta."
Gli occhi del ragazzo fissavano il punto indicato, e dopo un po' gli sembrò di scorgere qualcosa, una specie di luminescenza, dapprima confusa col riflesso lunare sulla neve, poi via via sempre più intensa, fino a divenire una sorte di nube fosforescente.
Qualsiasi cosa fosse, si stava dirigendo verso di loro.
La cosa che lo colpì fu che più si avvicinava, più sfumature di colore prendeva.
Era un vorticare di colori, un pulsare di tonalità infinite, e si muoveva come sospinto dal vento, ondulando, espandendosi e restringendosi, assumendo le più svariate forme.
Quando fu abbastanza vicino, finalmente il Kral capì.
Erano farfalle! Centinaia di farfalle, multicolori, fluorescenti, che illuminate dall'argentea luce lunare, la rifrangevano trasformandola nelle variazioni più disparate.
Un arcobaleno naturale di forme vitali.
Rimase esterrefatto da tanta bellezza.
Mai in vita sua aveva assistito ad un simile spettacolo, mai avrebbe immaginato che si potesse verificare un tale prodigio, che potevano esistere siffatte creature.
Si voltò verso Caliur.
Il guerriero era divenuto il fulcro stesso di quel carosello d'energia pura.
Le farfalle si erano raccolte tutte intorno a lui, inondandolo della loro luce, facendo sembrare egli stesso parte integrante ed attiva di quello strabiliante fenomeno.
Il suo volto era disteso, sereno, sembrava in stato di trance.
Comunicava con loro, ne era certo.
Improvvisamente una voce risuonò nella sua mente, facendolo sobbalzare.
Una voce femminile, calma, pacata, ma decisa al tempo stesso.
"Attento!"
"Chi sei?"- fece lui stupito - "Dove ti trovi?"
"Sono qui, davanti ai tuoi occhi"- fece eco la voce.
"Dove?"- chiese lui ancor più sbigottito.
"Eccomi, riesci a vedermi?"
Una farfalla si era posta di fronte a lui, all'altezza del suo viso.
"Tu.. tu riesci a comunicare con me?"- balbettò - "Devo essere impazzito!"
"Non sei impazzito, quello che vedi davanti a te è solo l'involucro nel quale la mia anima è stata racchiusa. Un tempo ero una ragazza, vivevo nel villaggio di Nortfolk, vicino le montagne. Molto tempo fa, nemmeno io so più quanto ne sia passato, un malvagio stregone m'imprigionò in questo fragile corpo."
"Che cosa vuoi da me, e perché mi hai detto di stare attento?"
"La vostra vita è in pericolo! Lui è qui!"
"Pericolo? Lui? Di quale pericolo parli, e chi è Lui?"
"Lui è Woshur, ed è lo stregone di cui ti parlavo. Si sta avvicinando, e vuole uccidere Caliur!"
Non fece in tempo a dire altro.
Improvvisamente una febbrile agitazione prese le farfalle.
Il volto di Caliur s'impietrì, ed un istante dopo aveva la spada in pugno.
"Attento ragazzo, un pericolo ci minaccia!"
Grida ed urla inumane infransero il silenzio di quel luogo sacro.
Una moltitudine di esseri deformi, che di umano avevano soltanto lo stare ritti su due piedi, scaturirono dai limiti della radura precipitandosi verso di loro.
"Fuggi ragazzo, allontanati da qui, corri a Klivia ad avvisarli del pericolo!"- Urlò il soldato - "Vai, presto, prima che sia troppo tardi!"
Ma il Kral aveva già impugnato la sua spada e si era gettato contro quell'orda demoniaca, cominciando a falciare con la furia di una fiera i primi giunti dinanzi a lui.
Nella mano sinistra impugnava la piccola balestra, e con quella colpiva chi, sorpreso dalla sua reazione così repentina, aveva interrotto il suo slancio e guardava incerto i due guerrieri.
"Pazzo di un Kral!"- disse Caliur -"Sono in troppi, non avremo in ogni modo scampo!"
"Non c'è onore maggiore per me che morire in battaglia al tuo fianco, mio Comandante, e poi non saranno certo queste quattro bestie a mettere in difficoltà due ufficiali di Nimira!"- rispose lui.
"Non sono solo loro a preoccuparmi, non sono solo loro" - sospirò quasi sottovoce l'anziano soldato.
Gli assalitori, dopo il primo momento d'incertezza, rinnovarono il loro assalto.
Ebbe inizio così una cruenta battaglia.
Gettata via la balestra, il Kral aveva impugnato una spada corta, e combatteva a due mani falciando nemici su nemici, recidendo arti, spaccando cuori, mozzando teste in un'ordalia di sangue quale mai si era vista in quel Sacro Bosco.
Caliur, nonostante non avesse più il corpo di un tempo, quando la sua sola vista faceva impietrire di terrore i nemici che gli si paravano dinanzi, spazzava via i demoni come fossero state foglie disperse dal vento d'autunno.
La possente spada era un'arma micidiale, e nelle sue mani diveniva simile alla falce che il contadino usa con maestria accumulata in anni d'esperienza per mietere il grano maturo nelle calde giornate estive.
Al Kral sembrava quasi di scorgere una fuggevole immagine intorno al veterano.
Come un'ombra che a volte, sotto un impetuoso attacco sferrato a quegli esseri deformi, assumeva le sembianze di un leone con le fauci spalancate.
Quella visione aumentava in lui la forza, la centuplicava.
Gli sembrava di non sentire affatto la stanchezza.
Era come se una forza vitale, un concentrato d'energia, si riversasse in lui, ed ogni colpo inferto, ogni affondo di spada, ogni fendente donasse in lui nuova energia, anziché dissiparla.
Nonostante la superiorità numerica degli avversari, i due si trovavano ancora fianco a fianco, ognuno coprendo le spalle all'altro.
Ai loro piedi, in un lago fetido di sangue inumano, giacevano innumerevoli corpi di quegli strani esseri.
L'impeto degli avversari andava scemando sempre più, molti di loro si erano già dati alla fuga, incapaci di contrastare quell'aura di possente energia che circondava i due guerrieri.
Il Kral, preso da uno stato d'esaltazione, inveiva contro di loro.
Ad ogni fendente pronunciava parole di scherno.
"Venite avanti, sudici scarti di esseri immondi. Venite, la mia spada è assetata del vostro lercio sangue. Oggi avete incontrato il vostro destino, le ali della morte sono qui per voi, venite, venite!"
Quando tutto lasciava supporre che la lotta fosse giunta alla fine, un lampo squarciò la piccola radura, colpendo in pieno lo scudo di Caliur.
Il Kral fu scaraventato ad una decina di metri da lui.
L'anziano guerriero, invece, era rimasto incredibilmente in piedi, lo scudo fumante ma intatto, la spada ben salda nel pugno.
Come la lieve nube di fumo si fu dissolta, apparve ai loro occhi lo stregone.
Avvolto in una vermiglia cappa, striata da immagini dorate di draghi alati, lo sguardo fisso su Caliur, due occhi rosso rubino che emanavano un odio antico, viscerale, quasi palpabile.
"Così ci si ritrova, infine, eh Caliur?"- disse questi, con una voce gelida, graffiante, che fece accapponare la pelle all'ancora frastornato Kral.
"Già Wushur, ci si rivede!"- ringhiò il Guerriero.
"Siamo alla resa dei conti, questa notte finalmente finirà una volta per tutte. O me o te!"
Ciò detto, si gettò verso di lui brandendo la micidiale spada, menando un gran fendente che rovinò purtroppo al lato dello stregone quando questi, con mossa fulminea, spostò il suo corpo nella direzione opposta.
Come risposta, dalle mani di quest'ultimo si sprigionò una luce rosso fuoco, che formando una sfera incandescente, cozzò di nuovo sullo scudo del Guerriero, stavolta spezzandolo in due tronconi.
L'impatto lo fece cadere a terra.
Ora lo stregone lo sovrastava, un ghigno beffardo solcava il suo volto.
"La tua storia finisce qui Caliur. Nulla hai potuto contro di me nei tempi passati, nulla potrai più farmi da oggi!"
Di nuovo nelle sue mani si andava focalizzando l'energia distruttrice, ma mentre pronunciava:
"Muori Caliur! Muori, cane maledetto!"- le sue parole si tramutarono in un urlo disumano di dolore.
"Aarrgghh!"
Una freccia si era conficcata nella sua spalla destra.
Questi si voltò infuriato nella direzione dalla quale era partita, e vide il Kral, in piedi, il grande arco nelle mani, mentre incoccava un altro dardo.
Poi tutto accadde nell'arco di un battito di ciglia.
Lo stregone repentinamente stava lanciando contro di lui una palla di fuoco, quando Caliur, con balzo da leone, si frappose tra i due, colpendo con un fendente dal basso verso l'alto l'oscuro signore.
Il corpo di questi si divise in due dal bacino alla spalla ferita, e cadde al suolo, sovrapponendosi in un macabro disegno.
Il Kral corse verso il Guerriero, ancora in piedi.
"Comandante, Comandante, ce l'abbiamo fatta!"
Ma appena giunto presso di lui si rese conto che per l'anziano condottiero il tempo era finito.
Aveva il petto squarciato dalla potenza della sfera dello stregone.
Quella sfera che senza il suo intervento sarebbe toccata a lui.
"Comandante. No!"
"Figliolo"- disse a fatica Caliur, crollando sulle ginocchia - "Non rammaricarti per me. Sapevo di essere giunto al termine della mia strada, e se questo ha significato anche l'aver salvato la tua vita, non può che essere fonte di gioia per me. Ora potrò finalmente raggiungere la mia amata Thesania, e forse anche mia figlia. E' un buon giorno per me, e la morte, che ho sempre avuto al mio fianco in tutti questi anni, non è altro che un nuovo inizio. Abbi cura di te ragazzo, e... non so neanche il tuo nome."
"Falcos mio signore, il mio nome è Falcos."
"Falcos, sono sicuro che sarai un buon Comandante. Ricordati sempre dei principi per i quali combattiamo Falcos, non li dimenticare mai. Ecco il buio, ecco l'oblio. Ecco la nuova luce.. Thesania".
E così spirò il Grande Caliur, pronunciando il nome della sua amata, dopo aver vinto la sua ultima battaglia nel Sacro Bosco a lui tanto caro.
In quel momento, le farfalle che durante il conflitto erano sparite, venero a dare un ultimo omaggio al loro compagno.
Ne sfiorarono il corpo, ridonandogli magicamente la compostezza e la serenità che aveva nel loro precedente incontro.
Dopodiché, così com'erano apparse, svanirono nel nulla, lasciando il posto alle prime luci dell'alba.
Il bosco pian piano si svegliò, le voci dei suoi abitanti riempirono a poco a poco l'aria tersa del mattino, e Falcos depose il corpo del suo Comandante di fianco a quello della sua amata, in un'ultima, eterna unione.

 

Falcos, Primo Comandante dei Guerrieri di Caliur

     
     

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