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Il Dragone e l'Elfo

Cap.1- Draven

La sala delle udienze della Torre dei Dragoni di Dulkar era come sempre gremita e fremente di attività.
Quando non si trovavano all’aperto in operazioni di pattugliamento o dietro le linee nemiche per confonderne e sventarne i piani, gli audaci esploratori passavano quasi tutto il tempo libero nella torre, per riposare lo spirito ed il corpo, e per addestrarsi insieme ai propri compagni e scambiarsi le storie delle avventure vissute.

Sedevo sul trono del Comandante della Torre, l’incarico che mi era stato affidato dalla mia Madras e Signora, Myrt La Punitrice Dei Suoi Nemici, e alla mia destra si trovava la mia inseparabile sorella, Rue, intenta ad ascoltare la storia dell’esploratore che ci era di fronte.
L’uomo era un esperto nell’arte del raccontare, mimava le parti salienti del discorso, utilizzava la pausa come esca per l’ascoltatore e lo attirava con furbizia nella trappola della sorpresa e del colpo di scena.
Non era la prima volta che raccontava una storia, e tutti i dragoni sapevano che spesso infarciva le sue avventure con rocamboleschi dettagli che raramente rappresentavano la verità, ma stavolta la mia attenzione e quella di Rue fu catturata da alcuni particolari della sua storia.
Stava effettivamente parlando di come si fosse imbattuto in una gilda di assassini, una confraternita di professionisti di questo pericoloso e degradante mestiere.
Raccontava di come si fosse infiltrato, grazie alle sue doti di esploratore, nel loro covo, e di come fosse fuggito tirandosi dietro le ire di alcuni membri di alto rango, ma carpendo alcune importanti informazioni sulla loro organizzazione.
“Sappiate che ogni assassino della Gilda, ha un modus operandi” amava usare la lingua antica “diverso, ed è un maestro nell’uso dell’arma che ha scelto come propria”.
Agwulf intervenne alzando il boccale che stringeva in pugno: “Non esiste assassino che sia più bravo di me con l’ arco composito”, e fu subito incalzato da Lelf, che esclamò: “E di certo non conosco uomo che possa battermi nel lancio del pugnale”.
Il cantastorie fece una pausa, abbassò lo sguardo sorridendo, e scoppiò in una fragorosa risata.
La folla si azzittì, per comprendere il motivo di tanta ilarità.
“Non metto in dubbio la vostra perizia con l’arco e il pugnale, nobili compagni” disse l’uomo ridendo “ma sappiate che le armi degli assassini, di questi singolari artisti del massacro, non sono nè l’arco nè il pugnale, nè la spada nè l’ascia”
Aveva attirato l’attenzione di tutti, che ammutolirono attendendo la risposta alla domanda che ognuno in cuor suo si stava ponendo.
Il silenzio regnò per alcuni secondi, quando Ryot lo spodestò e disse: “Forse che questi artisti possano ucciderci a colpi di boccale? O utilizzando i loro stivali? Ricordo una serva del mio castello che era particolarmente pericolosa col mattarello da fornaio!”
I dragoni si liberarono della tensione con una potente risata, bevendo dai loro boccali e scambiandosi amichevoli colpi sulle spalle.
Anche Rue rise, e mi guardò, sorpresa del fatto che l’ilarità generale non mi avesse catturato.
Ma supponevo che il cantastorie avesse ancora un asso nella manica.
Subì il colpo che gli altri dragoni gli avevano inferto, attese che le risate morissero e sferrò il suo attacco.
“Ebbene signori, sappiate che colui che essi chiamano Corusc uccide le proprie vittime con la paura”
I dragoni si voltarono di scatto verso di lui, catturati dalle sue parole.
“Cattura le sue vittime, le chiude in stanze buie ricolme di striscianti insetti e altro putridume, e le tenta con la promessa della liberazione, deludendoli nel momento estremo con la minaccia della morte. Una morte che lui non infliggerà di persona, una morte che giungerà solo quando la disperazione avrà fatto strada alla paura, che dilagherà nel cuore dell’imprigionato e lo soffocherà”
I dragoni erano lievemente perplessi, e si guardavano l’un l’altro attoniti.
“Mi scuso, ho incominciato dal fondo” intervenne subito l’esploratore “e si sa che Corusc è un maestro della Gilda. Ma lasciate che vi illustri le armi dei suoi fratelli e discepoli”
I dragoni si prepararono a qualcosa che anche i più semplici tra loro potessero comprendere.
“La donna chiamata Sfinia uccide col veleno del serpente Goath, e talvolta usa piccoli esemplari di questo singolare rettile per un attacco diretto. L’uomo chiamato Tighe uccide strangolando con una sottile corda di seta, che poi lascia sul luogo del delitto, caratteristica questa di molti assassini”
Si voltò verso Ryot e disse: “e a dire il vero c’è un uomo, Berther, che uccide colpendo con gli speroni acuminati dei suoi stivali… per non parlare di Golgoth, un sanguinario macellaio che squarcia i suoi sfortunati bersagli con un lungo chiodo arrugginito…”
Mi alzai di scatto dal trono, attirando l’attenzione degli astanti.
Rue, come se avesse avvertito un pericolo imminente, mise mano all’elsa del pugnale, preparandosi ad ogni evenienza.
I miei occhi si fissarono in quelli dell’improvvisato bardo.
“Tu” gli dissi, tentando di ricordare il suo nome, ma le candele del pensiero non riuscivano ad illuminare quell’angolo della mia memoria.
Ero sicuro di averlo visto altre volte, ero sicuro che avesse già raccontato miriadi di storie, eppure non potevo ricordare il suo nome.
“Tu” dissi di nuovo “Dimmi, se la tua lingua non è menzognera, dove hai incontrato le persone di cui parli”
“Mio signore, mio comandante” disse l’esploratore senza un nome “la mia lingua non è menzognera, ma non è neppure la forca di un boia. Se io rivelassi ciò che mi chiedi, condannerei me stesso, te e tutti i nostri compagni ad una orribile morte per mano dei loschi figuri protagonisti della mia storia”
Mi sembrava che qualcosa non andasse, la sua spiegazione era incompleta eppure… risultò convincente.
Mi sedetti e lo congedai, e lui andò via dopo un profondo inchino a tutti i dragoni, dileguandosi nel buio oltre i fuochi delle nostre torce.
Mi guardai attorno, stordito.
I dragoni sembravano non comprendere ciò che era appena accaduto, era come se si svegliassero da un lungo sonno, come se non fossero solo i fumi dell’alcool ad offuscare le loro menti.
Pareva che tutti si facessero le stesse domande.
- chi era quell’esploratore? –
- non so, l’ho già visto, ma non ricordo il suo nome –
- credo che si chiamasse… no, mi sfugge il suo nome, e già mi sembra di non ricordare più il suo viso –
- il viso di chi? -
Mi voltai verso Rue, e lei usò il riflesso del suo volto nei miei occhi per concentrarsi e comprendere l’accaduto.
Rue aprì il palmo della mano sinistra, vi pose il palmo della destra con le dita aperte e abbracciò con questo gesto tutta la sala.
“Un sortilegio” le sussurrai, interpretando i suoi movimenti “su tutti noi”
Annuì, completando il suo muto discorso toccandosi la fronte e coprendo gli occhi con una mano.
“Un momentaneo offuscamento della mente, allo scopo di… confonderci?” le dissi con fare interrogatorio, ma Rue non aveva risposte per questa mia domanda.
Il racconto del misterioso esploratore aveva riportato a galla la tremenda esperienza che io e Rue avevamo vissuto da ragazzini.
Il riferimento al lungo chiodo arrugginito mi sembrò troppo preciso per essere una coincidenza, e quindi la speranza di poter finalmente trovare l’assassino dei nostri genitori si fece strada nel mio cuore.
Ma era chiaro che la magia e la via dell’invisibile avrebbero giocato un ruolo importante in quella cerca, avevamo bisogno di qualcuno che si intendesse di questo genere di cose.
Ricordai il breve periodo vissuto a Kolise, ed il quartiere delle streghe.
Ricordai la veggente che una volta aveva predetto il mio futuro, e il responso che mi aveva dato.
Forse questo era l’inizio di ciò che lei aveva predetto.
Mi alzai dal trono, e presi Rue per un braccio.
“Partiamo” le dissi trascinandola per la sala, facendomi strada attraverso i dragoni in festa “andiamo a Kolise, domattina presto”.
Rue era felice ed entusiasta, avrebbe potuto rivedere Kera e le altre amazzoni, e a me avrebbe fatto piacere incontrare Licht ed i guerrieri di Betris.
Ma era un altro il nome che bruciava nella mia mente.
Selkis…


Cap. 2- Selkis

L’aurora tingeva di rosa le colonne del Tempio dei sogni.
Il velo della notte non si era ancora del tutto allontanato ma già vedevo le sacerdotesse muoversi, silenziose e diafane come spiriti.
Mi accolsero sorridendo, ma non avevo tempo per i convenevoli, mi avvicinai ad una di loro: “Sianna, dov’è Hashepsowe? Ho bisogno di parlarle, è troppo tempo che cerco pace...”
“Cos’hai, Selkis? Sembri sconvolta... Guarda, la Somma Sacerdotessa è lì, dietro il vecchio olivo con Heaven e Ariel”
Mi avvicinai al grande albero, sentivo le goccioline di rugiada sulle mie caviglie, i primi raggi del sole mi riscaldavano la pelle, ma nemmeno l’aria tranquilla di quel luogo sacro riusciva a calmare i battiti del mio cuore.
Hashepsowe era appoggiata al tronco nodoso e cullava la piccola Heaven.
Mi avvicinai a lei e mi inchinai. “Salute a te, Somma Sacerdotessa. Che gli Dei possano sempre vegliare sui tuoi giorni e guidare i tuoi passi, come tu vegli sulle nostre anime.”
“Selkis, a cosa devo questa tua visita? È raro vederti lontana dal borgo delle Streghe... ” mi disse, affidando la bambina ad Ariel.
Poi mi fece alzare e mi guardò negli occhi e con quel gesto cancellò per un istante i ruoli e le distanze, e tornò ad essere l’amica Hashepsowe, l’unica che riesce a regalare serenità al mio animo irrequieto.
“Oh Hash, devi aiutarmi. La dea mi vuole dire qualcosa, ma mi sento così confusa, e non so se le mie spalle possono reggere il peso di quello che mi chiede...”
“Ma cos’è che ti sconvolge tanto?”
“Insetti. Sono settimane che non sogno altro. Scendono dalle travi del soffitto, entrano dalla finestra, si insinuano sotto le lenzuola, strisciano sulla mia pelle, si nascondono tra i miei capelli. E tutti hanno lo stesso sguardo crudele, gli stessi occhi metallici. Sono terrorizzata e chiedo aiuto ad un uomo che mi dà le spalle, e all’improvviso gli insetti lasciano me per attaccare lui; so che dovrei correre in suo aiuto ma non ce la faccio, la paura mi paralizza...”
“Sta’ tranquilla, strega” mi rispose Hashepsowe “la Dea ti chiede solo di essere coraggiosa, puoi farcela; devi seguire il tuo cuore e compiere il tuo dovere. Capirai quando sarà il momento”.
La ringraziai con un inchino e tornai nell’Antro; ma ancora sentivo una gelida morsa stringermi il cuore.
* * *
E stanotte, lo stesso sogno...
Ho insetti sulla mia pelle, mi danno la nausea... questa volta però non urlo, sono stanca di lottare, voglio arrendermi...
* * *
Venni svegliata da un rumore di colpi.
Impiegai qualche secondo per realizzare che qualcuno stava bussando alla mia porta, qualcuno che evidentemente aveva molta fretta.
Non lo riconobbi subito, aveva perso l’arroganza della prima volta che venne da me.
Ora si stava guardando nervosamente attorno, studiava i miei talismani, le vecchie pergamene, i miei libri pelosi, che appena si sentirono sfiorati scapparono dove le ombre erano più fitte.
“Draven, posso fare qualcosa per te? Non credevo che ti avrei più rivisto da queste parti”
Non fece caso al sarcasmo nella mia voce, alla mia mancanza di rispetto davanti ad un Comandante.
Allora mi accorsi che era davvero preoccupato.
“Siediti, prendi questo infuso di erbe, ti calmerà.”
Aspettai che finisse di bere, che le erbe lo rilassassero.
“Ora raccontami cosa ti è successo”.
Mentre parlava, io mescolavo polveri in una coppa di pietra opalescente.
Le sciolsi con dell’acqua, che emise una fioca luce azzurrina.
Cercai di ragionare su quello che era accaduto nella Torre dei Dragoni di Dulkar: un esploratore che riesce ad offuscare le menti...
Presi da un vaso foglie verdi e fiori dai petali carnosi, il cui profumo riempì l’aria; li bruciai ed il fumo rese oscuro lo specchio dell’acqua, e cominciarono ad apparire immagini, confuse all’inizio, poi sempre più nitide.
Un uomo camminava nella foresta; non ne riconoscevo i fregi e gli stemmi ma l’uniforme era senza dubbio quella di un esploratore.
Mentre avanzava, le ombre degli alberi sul suo volto ne alteravano i lineamenti.
Allora mi accorsi che non era un effetto della luce, le sue membra si stavano assottigliando, gli zigomi diventavano più pronunciati, infine vidi i suoi occhi cambiare colore, erano occhi metallici, occhi che già avevo visto molte volte....
Levai lo sguardo su Draven:
“La storia del tuo sedicente esploratore aveva un fine.” Dissi. “ Era un invito. O una sfida, se preferisci. Sta a te decidere se raccoglierla o meno. Se vinci potrai trovare le risposte che cerchi. Ma credo che lui sappia che andrai alla sua caccia, sta’ attento. Lo troverai nelle Terre di Koptos. È un mago molto potente. Avrai bisogno di aiuto, la magia non è il tuo campo, suppongo. E io ho un conto in sospeso con l’uomo che stai cercando. Che hai intenzione di fare?”


Cap. 3 - Draven

Ascoltai la strega con attenzione, cercando di scorgere anch'io qualche indizio sulla superficie d'acqua cristallina, ma i messaggi della magia erano invisibili ai miei occhi.
Dovevo fidarmi delle capacità della veggente.
Il suo responso fu chiaro, avrei dovuto trovare questo fantomatico esploratore, ed accettare il suo invito… o la sua sfida.
Feci mente locale, ripensando al mio passato e di quali nemici mi fossi mai attirato l'ira.
Eppure non ricordavo d'aver mai incrociato il cammino di potenti maghi o stregoni, o d'aver commesso contro di loro alcun gesto che meritasse benevolenza o disprezzo.
D'altro canto, mi sembrava evidente che qualcuno, per un motivo o per l'altro, mi stava cercando o quantomeno voleva attirare la mia attenzione, e che questo qualcuno possedesse poteri magici.
Ignorare un tale invito sarebbe potuto risultare pericoloso, così come accettarlo senza essere adeguatamente preparati.
Sollevai lo sguardo verso Selkis, riconquistando un po' della fiducia perduta, ora che il cammino da percorrere risultava, almeno a prima vista, più chiaro.
"Bene" incominciai abbozzando un sorriso "pare che effettivamente io non abbia molta scelta. E' mio desiderio andare fino in fondo a questa faccenda, e dato che hai già mostrato l'intenzione di partecipare a questa cerca, accetto volentieri il tuo aiuto"
La strega mi fissò per pochi istanti, forse sorpresa del fatto che avessi deciso così in fretta, ma senza perdersi d'animo si ricompose e mi informò della sua decisione.
"Ottimo" disse riponendo i mistici ingredienti al loro posto sugli scaffali ombrosi "ho bisogno di un po' di tempo per prepararmi per il viaggio, ci incontreremo domattina all'alba davanti alla mia porta".
La strega mi dava le spalle, troppo intenta a riordinare i suoi strumenti, così concentrata che non osai disturbarla oltremodo.
"A domani, allora" mi congedai aprendo la pesante porta di legno rinforzato, ma fui bloccato dall'ultima sentenza della strega.
"E, Draven, confido che procurerai un cavallo per il viaggio di domani. Dovrò portare con me alcune cose indispensabili. Oggetti incantati e ingredienti magici, pergamene ed ampolle, ma non voglio tediarti con i particolari. D'altro canto…"
La interruppi con un gesto della mano "…d' altro canto non capirei. Non importa, procurerò un cavallo per trasportare le tue cose. E' tutto?"
Si voltò verso di me, mi sorrise e mi disse: "Si, è tutto, ti ringrazio"
Uscii in fretta e richiusi la porta dietro di me.
Tirai un profondo respiro, felice di essere di nuovo all'aria aperta, lontano dal profumo di rose secche e foglie di rabarbaro, di guano di pipistrello e zolfo, anche se mi trovavo pur sempre tra le mura della kioskas.
Continuavo ad essere insofferente dei luoghi chiusi e ristretti, e l'aria di occulto che si respirava nella casa della giovane strega non mi aveva certo aiutato.
Mi rilassai e feci mente locale.
Avrei dovuto ritrovare Rue, che molto probabilmente si trovava nel rione delle amazzoni di Mokada per rivedere Kera, comprare delle provviste per il viaggio, prenotare una locanda per la notte… senza dimenticare il cavallo per Selkis.
Sarebbe stato un pomeriggio abbastanza impegnativo, ma l'idea che finalmente avrei scoperto qualcosa di più sull'assassinio dei miei genitori mi riempiva l'animo di forze nuove.
Mi guardai attorno, di certo non avrei trovato un cavallo in vendita nel quartiere delle streghe… perlomeno non un cavallo normale.
Ricordavo i nomi di alcuni mercanti di Kolise, ma se volevo un cavallo di buona qualità e ad un prezzo ragionevole, c'era un solo posto dove recarsi: la bottega di Asiram.

- Contributo di asiram -

Avevo passato una notte insonne, destata da un nitrito angosciante a cui aveva risposto Faustino.
Cosa stava succedendo nella piazza?
Scesa dal letto avevo aperto la porta della bottega, ed ecco... li a due passi un bel cavallo dal pellame scuro mi stava guardando.
Con prudenza mi avvicinai offrendogli un po' di biada di Faustino.
”Bel guaio”, mi dissi “ed ora che ne faccio? Ho già i miei problemi ospitare Faustino ... mi manca solo questo”.
Il cavallo aveva il pelo incrostato di fango e gli zoccoli sporchi, ma a prima vista mi sembrò forte e giovane, capace di cavalcare e portare eventuali pesi.
”Si vedrà” pensai “certo non lo lascio in mezzo alla strada.”
Così lo ricoverai con Faustino.
Ed ecco nel pomeriggio presentarsi Draven con una richiesta insolita:
”Asiram, ho bisogno di un cavallo forte e docile.”
Non mi sembrò vero.
“Vieni” gli dissi ”ho quello che fa per te”, e lo portai nella stalla dove Faustino ed il trovatello stavano tranquilli a mangiare il loro pasto.
”Quanto vuoi?” mi chiese Draven “.......spero non troppe scaglie di Miara....”
”Tranquillo” risposi “guarda, a me non è costato nulla, prendilo e se un giorno avrò bisogno di te mi ricambierai il favore.”
Draven mi guardò incredulo e senza parlare prese il cavallo e si allontanò; dopo qualche passo si girò e mi sorrise... ”grazie Asiram, sei un'amica.”
Rientrai nella stalla per consolare Faustino rimasto solo, lo accarezzai a lungo e gli sussurrai nelle orecchie parole di affetto.

- fine del contributo-

Ottenere il cavallo in quel modo era stato un vero colpo di fortuna, la mercante era stata eccessivamente gentile con me.
Eppure tutti questi accadimenti strani, come il modo in cui Asiram stessa si era procurata il cavallo, mi lasciavano pensare che ancora una volta l'elemento arcano stava giocando un ruolo fondamentale in tutta la faccenda.
L'aiuto di Selkis sarebbe stato più che necessario nel viaggio che ci apprestavamo ad iniziare, io e Rue dovevamo unicamente assicurarci che lei arrivasse tutta intera fino alle terre di Koptos e alla dimora del misterioso mago.
Come avevo previsto, Rue si trovava nel quartiere delle amazzoni di Mokada, intenta ad osservare alcuni allenamenti, mentre il sole calava lento all'orizzonte.
Le lunghe ombre delle amazzoni disegnavano figure animate sulla terra battuta, e il sole faceva scaturire riflessi di un rosso acceso dalle loro lame lucide come specchi.
Rue si accorse della mia presenza, e mi raggiunse.
Fu sorpresa di vedere il grosso cavallo che mi portavo dietro, io e lei non usavamo viaggiare a cavallo, per poter essere più liberi di agire e nasconderci all'occorrenza, ma quando le spiegai la situazione anche lei comprese che stavolta sarebbe stato necessario portare con noi almeno quella cavalcatura.
Insieme ci recammo alla locanda, per consumare un pasto caldo, e dare disposizioni al locandiere di farci trovare provviste per una settimana pronte per l'indomani all'alba.
La notte scese serena, seppur fredda, sulla locanda e su tutta la kioskas.
Guardavo Rue dormire nel letto accanto al mio, e ripensai a Selkis.
Erano due ragazze così diverse, chissà se sarebbero andate d'accordo, soprattutto visto la natura così particolare di Rue.
Selkis era una strega, lei conosceva risposte a domande che noi non avremmo mai pensato di porre, lei aveva visto cose che noi non avremmo potuto neanche immaginare.
Ed era impossibile per me leggere nel suo sguardo come facevo con Rue.
Dietro ai suoi occhi c'era un sipario, che era stato chiuso per nascondere le fiamme che bruciavano nel suo spirito.
E probabilmente, il giorno che quel sipario si fosse aperto, le fiamme avrebbero consumato coloro che non erano pronti a comprenderne gli oscuri significati.
Diedi un ultimo sguardo fuori dalla finestra, e mi coricai sul mio giaciglio.
Chiusi gli occhi, pronto ad accogliere il riposo ed i sogni, quando una terrificante consapevolezza mi fece alzare di scatto.
Avevo dimenticato la sella.

Cap. 4- Selkis

All’alba mi svegliai, il sole era ancora nascosto ma già la sua luce filtrava attraverso gli alberi e le nuvole leggere.
Sarebbe stata una giornata calda.
Controllai per l’ultima volta il fardello, non era molto pesante, ma sperai che Draven fosse riuscito a trovare un cavallo resistente: avremmo dovuto percorrere terreni paludosi e foreste dai rami fitti e bassi, e non avevo voglia di impiegare troppo tempo per arrivare alle terre di Koptos.
Dopo un po’ sentii uno scalpitio nella strada, era Draven; accanto a lui c’erano un enorme cavallo nero e un’esile ragazza dagli occhi vivaci, che guardava Draven e il cavallo ridacchiando in silenzio. Diedi un’occhiata al magnifico animale e capii il perché:
“Draven, è molto bello, ma non è un po’... nudo? Dovrei almeno sellarlo!”
“Beh, sì.... lo sai, io vado a piedi.. e Asiram me lo ha dato così... Comunque lui si chiama Borghal e lei è mia sorella Rue. Verrà con noi.”
Rue, seminascosta dalla criniera del cavallo, mi guardava di sottecchi e lanciava sguardi incuriositi in direzione della mia casa.
“Rue - le dissi - perché non porti Borghal nella stalla qui accanto? Dovrebbe esserci della biada fresca, e poco distante troverai un pozzo. Il cavallo deve essere ben rifocillato e riposato, o non ci porterà lontano. Nel frattempo preparo una tisana d’erbe, pare che dobbiamo aspettare che i mercanti aprano le botteghe”.
Guardai Draven, che seguiva la sorella con uno sguardo che non gli avevo mai visto, dolce e leggermente apprensivo.
“È muta?”
“Silenziosa. Selkis, scusa per il contrattempo...”
“Non è un problema, Makter non ha fretta... aspetterà”
“Makter?”
“Sì.... il Maestro.”
Colsi il suo sguardo interrogativo... mi divertii un po’ a tenerlo sulle spine.
“Ci sono cose che dovete sapere, ma aspettiamo che torni Rue, non ho voglia di ripetermi.”
* * *
“Prima di essere accolta qui da Madras Kolise ho viaggiato molto, cercando un posto dove stabilirmi, ma soprattutto cercando di capire chi ero e cosa avrei fatto della mia vita.
Ero consapevole solo in parte dei miei poteri, ed ero disposta a tutto pur di sbarazzarmene; non mi importava del fatto che fossero un dono prezioso, mi rendevo conto solo del fatto che erano la causa della mia solitudine”.
Rue e Draven mi stavano ascoltando in silenzio, tenevano le tazze di metallo sospese a mezz’aria, il vapore che ne usciva profumava la stanza di fiori.
Respirai profondamente e continuai a raccontare:
“Quando ci incontrammo... o meglio, quando Makter mi trovò ero molto giovane... non più bambina e non ancora donna, senza un amico né un punto di riferimento.
Lui mi accolse nel suo palazzo, prima come una servetta... lo divertivo, ed era gentile con me.
Ma ero poco più che un giocattolo, un animaletto domestico. Per me invece lui era tutto...
Poi Makter si accorse dei miei poteri, gli venne il capriccio di coltivarli.
Divenni la sua apprendista, mi insegnò a far crescere la forza che era in me, e a controllarla.
Ma non sarei mai stata come lui, lo sapevo bene.
Non riuscì ad educarmi all’odio, alla violenza immotivata; non sarei mai stata la sua alleata, la sua compagna, sebbene lo desiderassi con tutte le mie forze.
E questo era chiaro anche a lui, e fu questo il motivo per cui tenne per sé parte dei suoi segreti.... Quindi credo che non sarà facile affrontarlo, anche se negli ultimi anni ho molto affinato le mie arti. Ma presumo lo abbia fatto anche lui.
Il sole è alto, le botteghe saranno aperte ormai.”
Rue e Draven erano rimasti sconcertati dalla mia brusca interruzione, ma mi ero resa conto di aver parlato troppo.
Non ero abituata ad aprire il mio cuore, volevo solo avvertirli dell’entità dei pericoli che avremmo affrontato, e mi ero ritrovata ad aprire vecchie ferite...
* * *
Eravamo in viaggio già da qualche ora, e le radure assolate si alternavano a paludi umide e malsane, dove Borghal avanzava a fatica e persino per Rue e Draven risultava difficoltoso trovare appiglio sui rami.
Per fortuna verso sera trovammo un lago tranquillo, circondato da rocce.
Ricordando gli insegnamenti di Archim riuscii ad aprire una grotta abbastanza larga da ospitare tre persone ed il cavallo, mentre Rue e Draven cercavano legna per accendere un fuoco.
Eravamo tutti spossati e, anche se ero rimasta stupita dall’abilità dei miei accompagnatori di scomparire nell’intrico dei rami senza rumore, vederli comparire e scomparire davanti ai miei occhi mi innervosiva.
Avevo freddo e mi mancava il chiasso della kioskas.
Era tanto tempo che non dormivo nella foresta che avevo perso l’abitudine e cominciavo a sentirmi inadeguata a questa impresa.
Avevo paura.
Per fortuna dopo aver mangiato accanto al fuoco mi sentii meglio, Draven cominciò a preparare dei giacigli per dormire e nel frattempo raccontava leggende e fiabe meravigliose; Rue lo ascoltava incantata.
Ma quando fu tutto pronto per dormire lessi una muta richiesta nei loro occhi: volevano il seguito della mia storia.
Non so perché lo feci, ma decisi di accontentarli.
“Vi avevo detto che Makter era tutto per me: maestro, padre, amico..... amante.
Ero una ragazzina spaventata e lui mi aveva trasformato in donna.
Mi importava poco dei poteri, li usavo solo per assecondarlo.
La passione mi travolgeva, sarei stata disposta ad essere la sua schiava se solo me lo avesse chiesto, e il fatto di non riuscire a diventare quello che lui voleva era il dolore più grande che avessi mai provato.
Mi sentivo fluttuare nell’aria, lui mi teneva per le dita e mi guidava attraverso sensazioni nuove e straordinariamente intense.
Ma le mie erano nient’altro che ingenue illusioni.
All’improvviso qualcosa cambiò nel suo atteggiamento.
Il cortese distacco con cui mi trattava di solito si era trasformato in aperta ostilità, mi umiliava sempre più spesso, mi picchiava... cercai di capire il motivo del suo odio, e mi accorsi che ogni sera un uccello nero si poggiava sul davanzale della sua finestra e ne usciva solo il mattino dopo.
Una notte lo spiai e vidi che Makter lo raccolse tra le mani delicatamente, pronunciando delle parole in un linguaggio che non conoscevo.
Poi gli cosparse il capo di una polvere rossa e l’uccello si trasformò in una fanciulla pallida, dai lunghi capelli neri e lo sguardo crudele.
Rimasi tutta la notte inginocchiata accanto alla sua porta cercando di ascoltare i loro discorsi, incurante del sonno e del freddo che saliva dal pavimento di pietra.
La donna si chiamava Leyna, era una strega che discendeva da un’antica stirpe di maghi che si dedicavano al culto di Morghul e Mur... era la compagna che Makter non era riuscito a trovare in me. Come posso spiegarvi quello che provai quella notte?
Chiamarlo dolore è poco: una nera voragine aveva inghiottito il mio cuore, non avevo nemmeno la forza per scoppiare in lacrime.
Ma il fato aveva ancora un duro colpo in serbo per me... sentii Makter, il mio Maestro che supplicava Leyna di venire ad abitare con lui nel palazzo! “cosa credi,- rispose lei – che sia disposta a dividere te, la tua casa e il tuo letto con quella ragazzina venuta da chissà dove? Fa’ tornare quella gatta selvatica nei boschi, è quello il suo posto”
“Avrai di più, Leyna... domani mattina la porterò a te, potrai ucciderla con le tue stesse mani. In questo modo assorbirai tutta la sua energia, non immagini nemmeno quanto sia forte... e per fortuna non lo sa nemmeno lei.”
Ero distrutta... ma dovetti sforzarmi per non ridere:
“Hai visto, Maestro?- pensai amaramente - mi hai appena insegnato ad odiare...”
Uscii dal palazzo, cercando di non fare rumore, e mi nascosi appena sotto la finestra di Makter. Aspettai l’alba pronunciando incantesimi che fino a quel momento avevo solo visto fare dal Maestro... un incantesimo che mi permise di colpire mortalmente Leyna appena spiegò le ali per spiccare il volo.
Nel momento in cui vidi il suo corpo cadere ai miei piedi sentii un’onda di energia riempire il mio corpo.
Makter mi vide scappare nei boschi, ma non riuscì a raggiungermi.
Scappai per mesi, fino a quando incontrai la Kioskas di Madras Kolise.
Lì ho trovato persone che mi hanno permesso di dimenticare tutto il male fatto e subito, ma nessuno a parte voi sa che sono stata l’allieva di Makter.”
* * *
Il racconto mi aveva stancato quasi più del viaggio.
Ignoravo se i miei compagni mi avrebbero accettato ora...
Cercai lo sguardo di Draven...
Per la Dea! Si era addormentato!!!
Magari non aveva sentito una sola parola di quello che aveva raccontato... non sapevo se arrabbiarmi o scoppiare a ridere.
Guardai Rue, era ancora sveglia.
La diffidenza che aveva nei miei confronti era sparita, nei suoi occhi lessi solo simpatia e complicità.
Mi sentivo leggera, come liberata da un peso che da troppo tempo mi portavo dentro.
La luna si rifletteva nello specchio d’acqua, era una splendida notte.
La mia mente era attraversata da un flusso tranquillo, i pensieri arrivavano come farfalle e io li lasciavo posare leggeri.
Rue mi sorrise, e io le risposi.
Lei non lo sapeva, ma era tanto tempo che non sorridevo... ero serena, e mi addormentai sicura che stanotte non avrei avuto incubi


Cap. 5 – Draven

Vagavo nella palude solitaria, stranamente silenziosa.
I miei stivali affondavano nell’acquitrino, senza generare alcun suono.
La nebbia rendeva il paesaggio confuso, gli alberi morti erano come minacciose creature viventi pronte a ghermirmi.
Ero solo.
Mi guardai attorno, cercando un punto di riferimento, o qualcuno.
Cercavo Rue e Selkis, cercavo un astro nel cielo che mi indicasse la via.
La paura incominciò a farsi strada nel mio cuore; chiusi gli occhi e mi concentrai sul mio respiro.
Dovevo rimanere calmo, dovevo mantenere la concentrazione.
Non ci riuscivo, avevo un timore irrazionale della creature e della moltitudine di cose mostruose che la mia fantasia avrebbe potuto scatenare se fossi rimasto con gli occhi chiusi.
Incominciai a sentire qualcosa… una voce suadente che cavalcava un alito di vento… era Selkis, ma non riuscivo a comprendere chiaramente ciò che stesse dicendo… nomi… tradimenti… rabbia.
Il gracchiare di una cornacchia riportò la mia attenzione al paesaggio.
Il nero uccello era posato sul ramo di un albero spezzato a metà da un fulmine.
Mi avvicinai, e ad ogni passo che facevo, l’immagine davanti ai miei occhi mutava.
Giunto ai piedi dell’albero, non v’era traccia del corvo, che aveva lasciato il suo posto ad una fanciulla dai lunghi capelli neri, la pelle d’alabastro e lo sguardo maligno ma affascinante… ammaliante.
Era vestita unicamente dei suoi lunghi capelli, che le coprivano le nudità più evidenti.
Mi accolse nel suo abbraccio, riposando il capo sul mio petto.
Il suo era un corpo che non generava alcun calore, anzi sembrava rubare il mio per nutrire la sua anima oscura.
Volevo liberarmi da quella stretta, ma allo stesso tempo non volevo altro che lasciarmi andare e dormire in quel sogno gelido.
La fanciulla alzò il capo, e pronunciò alcune parole, sfiorandomi il lobo dell’orecchio con le labbra sottili.
“Lui ha molti nomi, ma un solo volto” la sua voce penetrava nella mia testa come un ago di ghiaccio.
“Lui ci ha dimenticati… ma chi dimentica…” le parole fluivano dentro di me, ed in cambio ero costretto a donare il mio calore, a prosciugare l’essenza vitale racchiusa nel mio cuore “ci dimentica… sarà costretto a ricordare…”
Il corpo della donna fremette, e quando posai lo sguardo su di lei, tutto ciò che stringevo tra le mani era una moltitudine di nere piume di corvo.
Mi appoggiai contro l’albero, uno strano senso di disorientamento piantava la sua oscura bandiera nel mio spirito.
Mi sfregai gli occhi per schiarirmi le idee, e quando li riaprii, una nuova apparizione: un gigantesco uomo, grasso in maniera ripugnante, seminudo, col volto coperto da una rozza maschera di legno.
Stringeva in pugno un lungo chiodo arrugginito.
La paura mi paralizzò all’istante, spalancai la bocca senza riuscire a gridare, e il lungo chiodo mi trafisse il petto, mentre nell’aria si diffondevano risate apocalittiche.
* * *
Mi svegliai di colpo, madido di sudore.
Il campo era tranquillo, gli ultimi tizzoni ardenti andavano spegnendosi al centro delle pietre bianche.
Il laghetto era una tavola placida e serena, Selkis dormiva profondamente, Rue era fuori dal mio campo visivo, probabilmente appostata su di un albero per il suo turno di guardia.
Mi calmai, o perlomeno provai.
Non c’era nessun pericolo, in quel preciso istante, in quel luogo definito.
No, il pericolo era dentro di me.
Questo nemico si faceva beffe degli occhi acuti ed attenti di Rue, rideva della mia agilità e capacità.
Questo nemico poteva attaccarci nei sogni… ci seguiva nella notte, e ci avrebbe atteso al varco tra la realtà e l’incubo.
Ero terrorizzato.
Mi diressi verso Selkis.
Il suo volto era sereno, non v’erano incubi ad assediare il suo riposo.
I capelli le cadevano sul volto come una cascata di seta, ricoprendola di rivoli soffici.
Scostai una ciocca di capelli che le si era posata su di una palpebra, muovendomi lentamente e con leggerezza per non svegliarla.
Rimasi a guardarla.
Il metro con cui gli uomini di Arcano misuravano la bellezza femminile è calibrato sulla figura delle fiere amazzoni, ed era evidente che Selkis non era una di loro, anche se aveva dimostrato grande coraggio nel venire con noi.
E, cosa che non avrei dovuto dimenticare, Selkis era una strega… probabilmente era molto meno indifesa di quanto immaginassi.
Cionondimeno, la strega aveva una sua particolare bellezza, diversa da quella delle amazzoni.
Lì dove le guerriere erano scintillanti statue di bronzo ed acciaio, sensuali e letali dominatrici, Selkis era un languido fiore selvaggio, il suo profumo era quello della natura, della rugiada e delle foglie.
E la sua pelle dava al tocco la stessa sensazione di un petalo di tulipano.
Perso in questi pensieri, mi accorsi tardi dei profondi occhi della strega che mi fissavano con curiosità
“Che stai facendo, Draven” disse Selkis, mentre io mi ritraevo, a disagio temendo di aver fatto una pessima figura.
“Nulla… volevo… svegliarti” le risposi, sedendomi a gambe incrociate.
“E’ già ora del mio turno di guardia ?” mi incalzò, ben sapendo che a lei non toccavano turni di guardia.
Ero sconfitto, ma avevo davvero bisogno di parlare con lei.
Mi scusai per averla svegliata in quel modo, e le raccontai il mio sogno.
Le cose mi furono più chiare quando Selkis a sua volta mi raccontò nuovamente, o per meglio dire per la prima volta, la sua storia e le vicende di Makter e Leyna.
La trama di quella faccenda si faceva sempre più intricata, e la soluzione di tutto doveva trovarsi all’interno della dimora del mago che Selkis aveva conosciuto così a fondo.
“Comunque” mi rassicurò la strega “traccerò un circolo di protezione attorno al nostro campo, in modo da tenere lontane le influenze maligne durante il sonno”
Mi sembrò una buona idea, anche se non ne sapevo molto.
Avevo bisogno di riflettere ancora un po’ su tutta la situazione, non sarebbe stato facile tornare a dormire.
E fortunatamente era il mio turno di fare la guardia.
Vidi Rue avvicinarsi all’accampamento, sbadigliando per la stanchezza.
Le andai incontro, e oltrepassandola le dissi: “Dormi bene sorellina, siamo al sicuro, dentro e fuori dai sogni”


Cap. 6- Selkis

Anche se avevo cercato di nasconderlo, il racconto di Draven mi aveva molto spaventato.
Avevo sempre creduto di essermi liberata di Leyna uccidendola e assorbendo la sua energia... avevo cercato di crederlo... che sciocca ero stata, così ansiosa di ricominciare una nuova vita da non soffermarmi sulle conseguenze del mio gesto.
Cercavo di riflettere: sapevo che per i suoi incantesimi Makter aveva bisogno di omicidi sacrificali, e si serviva di diverse gilde di assassini e di mercenari; senza dubbio erano stati loro ad uccidere i genitori di Rue e Draven, ed ora il Fato aveva unito le nostre strade.. il Fato?
No, era stato lo stesso Makter a sfidare Draven... ma perché?
Viaggiavamo in silenzio, i giorni si susseguivano grigi e freddi.
Attraversammo boschi e villaggi, finché non incontrammo una foresta fitta e cupa: era l’ingresso alle Terre di Koptos.
L’aria era malsana per le numerose zone paludose, eravamo circondati da piante verde scuro, illuminate a tratti dal colore brillante di fiori dal profumo inebriante e da bacche il cui succo, dolce ed ambrato come miele, donava l’oblio... ricordavo ogni specie di pianta, ripetevo mentalmente l’uso di ogni frutto e di ogni veleno che stillava dalle corolle dei fiori selvatici, riconoscevo dal fruscio dei rami animali che esistevano solo lì.. in fin dei conti ero a casa.
Una casa che puzzava di morte, una casa da cui ero fuggita... ma appartenevo a quella terra, e mi resi conto che la forza ancestrale che permeava quel luogo mi aveva attratto più del desiderio di vendetta.
Nonostante la vegetazione lussureggiante impedisse al sole di riscaldarci, l’aria era afosa e umida per la traspirazione.
Aspirai l’odore dolciastro delle piante in putrefazione e sentii la pelle accapponarsi sotto i vestiti leggeri che aderivano al mio corpo sudato.
Non mi rendevo più conto che ormai Rue e Draven mi avevano superato e stavano avanzando senza di me.
Mi inginocchiai ai piedi di un grande albero, la testa appoggiata al tronco nodoso; la ruvida corteccia mi graffiava la pelle dandomi un dolore sottile, quasi piacevole.
Potevo a stento percepire le mie dita che affondavano nel terreno melmoso e freddo.
Mi accasciai a terra, senza forze; socchiusi gli occhi fino a vedere solo ombre indistinte, non sentivo più il peso del mio corpo ma solo una lama fredda che mi attraversava e, da lontano, il suono ovattato di una voce che chiamava il mio nome... ma non gli prestai attenzione, e mi abbandonai al gelido abbraccio del soffio della terra.
L’odore della terra mi stordiva, avvertivo il pericolo di mettermi in balia delle forze che proteggevano Makter, ma non riuscivo ad oppormi ad esse, dentro di me avevo già ceduto alla malia di quel posto e non potevo più controllare le mie azioni.
Un serpente si stava avvicinando.
In fondo mi aspettavo un’accoglienza del genere.
Osservavo il lieve bagliore delle sue scaglie dorate, mentre si avvolgeva in spire sinuose attorno alla mia caviglia, fatale gioiello di morte, che saliva per la mia gamba lento ma inesorabile.
Ed io, fissando immobile quegli occhi di ossidiana che si avvicinavano pensai “forse è questa la soluzione… donare il mio corpo alla Terra di Koptos e agli spiriti che la popolano… smettere di lottare contro le ombre, una volta e per sempre….”
Come se leggesse nei miei pensieri, il serpente si arrestò, poi improvvisamente affondò i suoi denti aguzzi nella mia carne.
Il dolore era insopportabile, il veleno era rovente nelle mie vene e una sensazione di gelo partiva dal punto in cui l’animale aveva lacerato la mia pelle, e si diffondeva per il mio corpo: dovevo solo aspettare che arrivasse al cuore e tutto sarebbe finito.
Chiusi gli occhi e caddi nel sonno più profondo.
* * *
Non mi resi conto di quello che accadde dopo, sentii solo il corpo viscido del rettile irrigidirsi e lasciare la presa; solo molto più tardi scoprii che era stato trafitto dallo stiletto di Rue.
Non riuscivo a riprendere conoscenza, ma sentii il calore di mani forti che mi afferravano, cercando la ferita, e labbra che cominciarono a succhiare il mio sangue, estraendo il veleno mortale.
Sollievo e disappunto si confondevano nella mia mente: ma cosa volevo in realtà?
Volevo davvero morire, arrendermi?
O volevo vivere e lottare, a costo di perdere quanto avevo di più caro?
Volevo lasciare i miei compagni di viaggio indifesi contro le arti magiche di Makter, dopo che si erano dimostrati leali e coraggiosi?
Mi dibattevo tra veglia ed incubo, cercando una risposta che mi permettesse di scegliere tra le lusinghe di quel freddo veleno che ancora permeava le mie membra e quell’uomo che lottava per salvarmi dalla morte… volevo… Draven!
Non la vendetta, non la vittoria, se c’era un motivo per continuare a lottare erano quelle mani ardenti, quella bocca avida che mi stava restituendo alla vita… la semplicità di quella improvvisa rivelazione mi sorprese, aprii gli occhi e lui era lì.
Ancora non ero in grado di parlare, ma comunque non me ne avrebbe lasciato il tempo.
“Ma che avevi intenzione di fare?” mi urlò contro, la bocca sporca di sangue e veleno; “io mi sono affidato a te, e tu cedi alla prima difficoltà? Come pensi che potremo ritornare a casa sani e salvi, se tu ti comporti come un’incosciente?”
Rue, che mi stava osservando, silenziosa come al solito, improvvisamente lo interruppe, indicandomi.
Non capivo cosa stesse guardando, ma Draven smise di sgridarmi ed impallidì.
Poi lentamente sollevò una mano e la passò tra i miei capelli: quando la ritirò stava stringendo tra le dita una penna di corvo.
Poteva essere una coincidenza, certo; ma guardai Rue e Draven, e trovai il mio stesso dubbio riflesso nei loro occhi.
Draven chiuse il pugno su quella penna corvina, strinse le labbra e si allontanò senza aggiungere una parola.
* * *
Quella notte mi svegliai, Rue dormiva profondamente, questo significava che Draven era di guardia. Cercando di essere quanto più silenziosa possibile cominciai a cercarlo, avevo intenzione di parlargli, di confessare i miei sentimenti confusi… ma quando lo vidi mi bloccai, presa da una strana sensazione, come se avvertissi una presenza tra di noi… era seduto su una roccia, sembrava isolato dal mondo.
Non si accorse della mia presenza e, tenendomi sempre nascosta, mi avvicinai ancora un po’ e mi accorsi che teneva tra le mani qualcosa di nero, che sfiorava lentamente, portandolo ogni tanto alle labbra.
Il cuore mi si paralizzò quando mi resi conto che la cosa che si rigirava tra le mani era la penna di corvo, la firma di Leyna, l’amo che la strega aveva lanciato per legarlo a sé… e ora lui lo accarezzava pensoso.
La mia magia era stata inutile: il serpente che aveva tentato di uccidermi si era insediato nella mente dell’esploratore, per estirparlo avrei dovuto lottare contro di lui… e contro di me.
Sapevo che la desiderava, che mi avrebbe respinto se avessi tentato di parlare con lui, se avessi tentato di cancellare il marchio che Leyna aveva posto nel suo cuore… potevo capirlo in fondo: il ricordo delle sua dita ancora bruciava sulla mia pelle.


Cap. 7 - Draven

Stregato.
Confuso.
La palude era il riflesso esatto dei miei pensieri: oscura, insidiosa, piena di ombre.
Tentavo di sprofondare negli abissi della nera piuma, in un vortice di contraddizioni.
L'attrazione e la repulsione.
Il desiderio e l'indifferenza.
Leyna, la sua pelle bianca d'alabastro, i suoi capelli neri d'ebano.
La realtà dei miei sentimenti, le illusioni insite in essi.
Era possibile amare un fantasma?
E d'altro canto, credevo davvero che i fantasmi esistessero?
Eppure la piuma era reale, potevo toccarla, potevo ... possederla, era mia.
O magari quella piuma era lì per puro caso, rimasta impigliata tra i capelli di Selkis durante il viaggio.
Perché non volevo convincermi, perché preferivo credere che Leyna in qualche modo fosse ancora viva, e mi stesse chiamando?
E come era possibile provare attrazione per una creatura che, secondo il racconto di Selkis, non aveva generato altro che malignità e odio?
Secondo il racconto di Selkis...
Forse Selkis... no... non volevo pensare a questo, non volevo dubitare di lei... ma non potevo neanche essere sicuro.
Forse Selkis aveva volutamente omesso dei particolari, e poi lo aveva ammesso lei stessa: aveva ucciso Leyna spinta dall'odio e dall'invidia.
Ne aveva assorbito i poteri.
Le conclusioni dei miei pensieri mi avrebbero portato inevitabilmente a non fidarmi di Selkis, nè di Leyna, e per questo mi imposi di smetterla.
Avevo avuto paura tutta la vita, mi ero sempre guardato le spalle, mi ero nascosto credendo di evitarle i pericoli non affrontandoli, e invece non avevo fatto altro che fuggire.
Ma la fuga non è mai il cammino più sicuro.
Ero il Comandante dei Dragoni di Dulkar, non più un ragazzino orfano in cerca di un riparo per la notte.
Dovevo essere deciso, determinato... spietato.
Serrai il mio cuore, e gettai la chiave in profondità, oltre le illusioni, oltre i sentimenti.
“Adesso basta con queste sciocchezze” dissi a me stesso “è ora di capire a che gioco stai giocando, Makter” e tentai di lasciar andare la nera piuma, ma le dita della mia mano non obbedivano ai miei comandi.
Rimanevano chiuse attorno ad essa.
Sorrisi lievemente, mentre una goccia di sudore freddo mi solcava il viso, e riposi la piuma in una delle tasche della mia casacca.
Ormai avevo accettato la sfida, non potevo più tirarmi indietro.
* * *
Erano ormai due giorni che ci trovavamo nella palude, quando una sottile pioggerella incominciò a scendere per dare nuova vita agli acquitrini, e rendere il paesaggio di un uniforme colore grigio.
Stretti nei nostri mantelli, zuppi fino al midollo, nessuno aveva troppa voglia di comunicare, e questo ci stava lentamente distruggendo.
Dalla posizione di capofila, mi voltai per essere sicuro che le mie compagne di viaggio fossero ancora lì.
Rue si trascinava, con le gambe immerse fin sopra le caviglie, senza più badare troppo ad evitare o anche solo scorgere i mille pericoli nascosti nella mota.
Selkis, a cavallo dello stallone eburneo, fissava tristemente davanti a sè, tenendosi con le spalle curve sulla sella, come immersa in pensieri oltre la mia comprensione.
Ecco un'altra arma di Makter: stava lentamente distruggendo la nostra volontà, come probabilmente era successo già una volta a Selkis, voleva renderci vulnerabili e incapaci di reagire.
Sempre di più mi rendevo conto che la lotta contro lo stregone si sarebbe rivelata una sfida di astuzie e crudeltà, piuttosto che uno scontro all'arma bianca.
In fondo, non volevo davvero uccidere quello stregone, volevo semplicemente che mi rivelasse cosa aveva lui a che fare con l'assassinio dei miei genitori, e magari mi indicasse l'ubicazione del loro carnefice.
Allora avrei potuto sfogare una dozzina di anni di rabbia repressa... e Rue avrebbe potuto fare lo stesso.
La depressione continuava però a stendere il suo tetro velo su di noi, avevamo bisogno di un diversivo.
Mi voltai di nuovo, ed indicai un punto in alto alle spalle di Selkis “attenta strega, dietro di te!” esclamai con un'aria di allerta.
Selkis si riprese dal suo torpore e si voltò per contrastare il pericolo imminente, sbilanciandosi sulla sella.
“Scusami amico” sussurrai allo stallone, e gli gettai del fango negli occhi.
Il destriero, irritato, si impennò sulle zampe posteriori e disarcionò la sua cavallerizza facendola cadere nel fango.
Rue mi guardò preoccupata, ma quando abbozzai un sorriso, comprese il mio intento e si coprì le labbra con la mano per nascondere la sua ilarità.
Corsi verso Selkis, per aiutarla a rialzarsi.
“Ti sei fatta male?” le chiesi porgendole la mano.
“Io no” disse lei liberando gli occhi dal fango e stringendo la mia mano “ma non sarei così sicura sul tuo conto” e, piantandomi un piede all'altezza dello stomaco, si adagiò velocemente sulla schiena e mi proiettò nel fango alle sue spalle, con una forza inaspettata.
Mi rotolai nel fango, e mi lanciai a quattro zampe verso Selkis “non avresti dovuto, strega!”
Selkis mi sorrise appena e con un gesto della mano, e un semplice incantesimo, fece avvinghiare un viticcio attorno alla mia caviglia, mandandomi ad inciampare con la faccia in avanti nell'acquitrino.
Mi rialzai, per trovare le due giovani donne che si sbiascicavano dalle risate a mie spese.
“Allora volete la guerra?” esclamai lavorando del fango tra le mani “e sia!” e scagliai due palle di fango, colpendo Selkis sul petto e Rue in pieno volto.
Incominciò così una battaglia fatta di palle di terra e fughe, imboscate e risate a crepapelle, eravamo tre ragazzini che giocavano nel fango incuranti delle grida dei propri genitori.
Le lacrime del riso si mischiavano alla pioggia e al fango, quando incominciai a rendermi conto che forse avevamo deviato un po' troppo dal percorso.
Tenendomi lo stomaco dolorante per il troppo ridere, chiesi una tregua per studiare la situazione.
Incominciai a pensare che ci fossimo persi, quando Rue attirò la mia attenzione verso una radura che si intravedeva tra gli alberi morti della palude.
“Non credo che ci siamo persi, Draven” disse Selkis tristemente, senza neanche dare uno sguardo alla orribile torre di ossidiana nera che spuntava fuori come un gigantesco chiodo dalla palude “Quella è la torre di Makter”.


Capitolo 8 – Selkis

La torre non era affatto un luogo tetro, sembrava stranamente fuori luogo in quella radura circondata di paludi e fitta boscaglia.
Aveva le pareti nere e lisce, e si stagliava contro il cielo limpido riflettendo i raggi del sole.
Era davvero uno spettacolo magnifico, ma non potemmo contemplarlo a lungo: appena ci fummo avvicinati alla maestosa costruzione fummo accolti da un branco di buffi animali: sembravano cani dal pelo molto raso e dall’ossatura sottile, ma sulla schiena avevano delle pesanti ali nere munite di punte affilate.
Si avvicinarono rapidi e silenziosi, ma non sembravano avere cattive intenzioni.
Draven come al solito era in vena di scherzi e si rivolse ad uno di loro: “vieni qua cucciolone…” gli fece annusare un rametto, e poi lo scagliò lontano “acchiappalo!”
il “cucciolone” seguì con lo sguardo la traiettoria del rametto, poi si voltò verso Draven… e lo attaccò, cercando di azzannarlo alla gola.
Rue per fortuna fu rapida e riuscì ad afferrarlo per la collottola e a gettarlo lontano.
Fu il segnale di avvio per un nuovo attacco, questa volta i mostriciattoli di Makter ci assalirono tutti insieme; Rue e Draven li tenevano a bada con i loro pugnali, rimediando solo qualche graffio, io li respingevo distrattamente creando delle barriere di energia tra me e loro.
Nel frattempo nuovi animali mai visti prima si aggiungevano al gruppo iniziale, e sebbene non sembrassero particolarmente pericolosi, ormai avevano formato un piccolo esercito peloso che ci attaccava senza sosta; Draven ora era in difficoltà, e si girò verso di me “Ma che fai? Distruggili!”, ma se Makter aveva deciso di conservare i suoi assi nella manica nemmeno io ero disposta a dargli un saggio della mia forza.
Quando valutai che Rue e Draven se la sarebbero cavata anche da soli mi allontanai dal gruppo, cercando riparo presso il forte tronco di una quercia proprio accanto alla torre, e per fortuna nessuno di quegli strani guardiani si accorse di me.
La quercia era abbastanza grande da nascondermi, e se non ricordavo male… alzai gli occhi, e vidi una finestra aperta che sembrava aspettare solo me… beh, in fondo era la finestra della mia camera! Mormorai parole antiche tenendo le labbra premute sulla fresca corteccia, e l’albero rispose, come aveva fatto tante volte anni prima, accogliendomi tra le sue fronde e portandomi in alto, fino a raggiungere il davanzale.
Mi aggrappai ad esso, e prima di entrare nella torre lanciai un altro sguardo ai miei due accompagnatori… ora che avevano sconfitto quasi tutti i mostriciattoli, si sbarazzavano allegramente dei superstiti scherzando tra di loro, senza dar segni di paura o stanchezza.
* * *
Entrai nella stanza in penombra, e nonostante l’odio verso quel luogo e verso i ricordi che suscitava in me, ritornare fu una grandissima emozione.
Niente era stato rimosso, nemmeno i miei giochi infantili, i miei animali impagliati, i miei alambicchi polverosi.
Tutto sembrava più piccolo, i pesanti arazzi, il letto dai preziosi intarsi… e tutto sembrava aspettare solo me, o meglio, la ragazzina che ero stata un tempo… ma non avevo tempo da perdere nei ricordi, belli o brutti che fossero.
Mi avvicinai alla porta, ma appena la toccai sentii un rumore alle mie spalle: uno dei serpenti di pietra che decoravano il mio letto si stava movendo, e con orrore sentii il suo sibilo diventare un nome, il mio…
“Ssshhh…. Selkissss….”
Mi girai di scatto, speravo di non sembrare terrorizzata…
“Makter, sei rimasto plateale come ti ricordavo” bene, almeno la mia voce non aveva tremato.
Con mia grande sorpresa il serpente si mosse in spire lente fino a terra e in pochi istanti riprese sembianze umane, svelando il corpo di un uomo dallo sguardo magnetico che sorrideva apertamente.
“E tu diventi ogni giorno più dolce, mia cara. A cosa devo questa tua visita? Non ti aspettavo dopo tento tempo, avresti potuto avvisami, ti avrei riservato un’accoglienza più degna…”
“Smettila con queste scene. Perché mi hai fatto tornare qui? Cosa vuoi ancora da me?”
“Cosa avrei fatto? Mia cara, io non ti ho fatto tornare… sei tu che sei tornata. I tuoi amichetti se la sarebbero potuta cavare anche senza di te, lo sai benissimo”
“E loro? Perché li hai attirati fin qui? E cosa c’entri tu con la morte dei loro genitori?”
“Domande, domande…. Non sai fare altro. Dimenticati di loro… dimenticati di lui”
“Non c’è nessun lui, io…”
“Ma non vedi che sei stata usata? Ormai sei cresciuta, dovresti farla finita con queste tue fantasie infantili… Guarda, ora sei scomparsa e nemmeno si chiedono che fine tu abbia fatto… potrei averti già ucciso per quanti ne sanno loro, eppure stano ancora girovagando attorno alla torre… e sai benissimo – aggiunse sorridendo malignamente - che se c’è una donna che lui sta cercando… non sei tu”
Avvampai e abbassai lo sguardo, incapace di replicare.
Ma perché mi ero lasciata coinvolgere in questa storia?
Cosa ne avrei ricavato?
Makter approfittò di quei momenti di debolezza par avvicinarsi a me e mi abbracciò dolcemente.
“Selkis, dimentica. Posso distruggerlo o imprigionarlo o lasciare che torni a Klivia senza un graffio… basta che tu me lo chieda. E’ accecato dalla passione, tu hai rischiato la tua vita per lui e nemmeno se n’è accorto… cosa puoi volere da lui? Io non ti ho mai dimenticato…”
Mi scostai bruscamente, avevo gli occhi offuscati da lacrime di rabbia.
“Non toccarmi! Tu volevi uccidermi per la stessa donna che ora ha in pugno il suo cuore!”
“Leyna era una bambina viziata e tu eri una sciocca. Ma sei cresciuta, sei cresciuta nel momento in cui l’hai uccisa. Avrei potuto riportarla in vita anche quella notte stessa, lo sai bene. Ma sarebbe stata una bambola senza più energia, quella ormai l’hai tu… Selkis, tu appartieni a questo luogo, e lo sai bene anche se non lo vuoi ammettere. Non ti senti profondamente insoddisfatta quando devi limitare i tuoi poteri a sciocchi incantesimi per gli hammers? Non senti che la tua arte è sprecata tra di loro? Non lasciare che il tuo orgoglio ferito ti impedisca di seguire la tua strada: io posso farti diventare la strega più potente che abbia mai posato piede su queste terre.”
“Potere, potere… ma non sai parlare d’altro? Pensi che il potere che tu vuoi darmi possa riempirmi la vita? Cosa me ne faccio?”
“E cosa ti potrebbe riempire la vita? L’oro? Ne ho quanto vuoi. L’amore? Ma certo… l’amore! – esplose in una risata di scherno – ma cos’è l’amore? Quale amore vuoi? Quello che tu provi per Draven e che lui ignora? Quello che Draven prova per Leyna, amaro come veleno e altrettanto letale? Pensa bene e cerca di ripulire i tuoi ricordi dalla rabbia, Selkis: noi due abbiamo unito le nostre anime, abbiamo fatto crescere a dismisura la nostra forza, siamo completi solo se stiamo insieme…”
Non ero in grado di rispondergli, pensieri confusi riempivano la mia mente… non sapevo nemmeno se credergli, ormai mi sentivo così fragile che ero pronta ad aggrapparmi ad ogni illusione, e fidarmi di Makter ancora una volta era un rischio che non ero certa di voler correre.
Pensai a Rue e a Draven, ed ebbi paura che presto avremmo camminato su strade diverse…


Capitolo 9 - Draven

Il combattimento contro i mastini abissali, tale il nome di quelle creature nei più comuni trattati di teratologia, si era rivelato spossante e ci aveva procurato alcune ferite.
Durante lo scontro, avevo perso di vista Selkis, ed ora non riuscivo a trovarne traccia.
Le impronte leggere dei suoi stivali si dirigevano verso un gigantesco albero, e svanivano.
Perchè era andata via?
Perchè non aveva detto nulla?
Centinaia di opzioni diverse si affollavano nella mia mente, che come sempre non voleva guardare in faccia la realtà più semplice.
Selkis era andata via, perchè quello era il suo posto.
Selkis era andata via perchè in fondo apparteneva ancora a Makter.
"Tutto è cambiato" pensai amaramente "assolutamente niente cambia"
Improvvisamente, sentii uno strano senso di ansia, una fitta dolorosa nei pensieri.
Era stato solo un attimo, ma era stato tremendo come una disperazione senza fondo.
Era un senso di ... mancanza, era la consapevolezza di aver perso qualcosa, e di non voler accettarlo.
Guardai Rue, tristemente.
Mi si avvicinò, e mi abbracciò.
"Che cosa ho?" le sussurrai "che incantesimo è questo"
Si scostò da me, mi sorrise, e mi mise una mano sul petto, all'altezza del cuore.
Ero a disagio, io che non lo ero mai stato con mia sorella, che conosceva ogni mio pensiero come se fossero i suoi, che era sempre stata con me.
Lei era l'unica alla quale avevo rivolto ogni goccia della mia capacità di provare sentimenti, ed ora sentivo che questo flusso si stava muovendo in un'altra direzione.
In diverse direzioni.
"Forse" ammisi "Non so, ma ora non è il momento, concentriamoci sulla vendetta".
Rue si fasciò i pochi graffi che le bestie le avevano procurato, e scrutò in alto.
"La vedo, una finestra" ragionai "deve aver usato la magia per giungere fino a lì"
La giovane esploratrice strofinò la mano sulla corteccia dell'albero, e manipolò la sostanza viscosa che la ricopriva.
La osservai "Un albero di calimsha, è impossibile scalarlo, è troppo scivoloso, ci toccherà entrare dalla porta principale.
Rue scrutò l'entrata, poi guardò la torre con sospetto.
Si diresse verso il nero stallone che ci aveva condotto fino a lì, e rovistò tra le sacche.
Sorrisi.
"Sapevo che avresti preparato qualcosa"
Rue prese un paio di zaini e ne passò uno a me.
Ci equipaggiammo.
Posizionai la cintura con i pugnali da lancio a tracolla, assicurai la balestra da mano alla coscia, e posizionai le due daghe dietro la schiena.
"Credo che lì dentro troveremo qualcosa di peggio di quei mastini" le dissi osservando i cadaveri delle bestie.
Ma Rue aveva ancora qualche sorpresa in serbo per me.
Sfilò un fagotto da sotto la sella, lo srotolò e ne tirò fuori due sciabole, complete di fodero e cinturone.
Me ne lanciò una, ed io la agguantai al volo.
Era di ottima fattura, l'elsa era scolpita nel bronzo e ricoperta di cuoio morbido, sulla lama erano incisi dei fregi simili a rune.
La sciabola di Rue era gemella della mia.
"Dove le hai trovate?" le chiesi incuriosito.
Rue artigliò l'aria con una mano, il simbolo del dragone, e indicò la terra.
"I sotterranei della Torre dei Dragoni?" feci mente locale "La stanza dei trofei!"
La guardai lievemente stupito "Rue, questi sono cimeli dei tempi andati, non dovremmo usarli"
Mi guardò come se non comprendesse.
Aveva ragione.
Era inutile che delle armi di così grande pregio stessero a prendere polvere in qualche caverna dimenticata dalla Dea.
Meglio rendere loro onore utilizzandole in battaglia per compiere gesta eroiche.
E d'altro canto, ormai quelle armi erano lì, tanto valeva usarle.
Ci avvicinammo all'entrata, un grosso portone in legno scuro rinforzato in ottone occupava l'uscio.
Alto tre metri, largo abbastanza da far passare quattro cavalli l'uno di fianco all'altro, era intarsiato con uno strano bassorilievo.
Le figure sembravano vive, la scena era alquanto singolare: un lungo serpente che avvinghiava un corvo con le sue spire e teneva le fauci aperte su di una figura umanoide dalle ali di libellula, che si protendeva verso una coppia di giovani draghi.
L'allegoria mi sembrò evidente, ma il portone sembrava vecchio di secoli, e mi parve dunque impossibile che Makter avesse potuto appagare il suo gusto del macabro con una rappresentazione profetica di tale portata.
Certo, non ne sapevo molto di Makter, a parte che era stato il maestro di colei che adesso era la Strega Suprema di Kolise… ed il suo amante.
Di nuovo quella fitta, di nuovo quel senso di mancanza.
Mi voltai verso Rue "Non è mio diritto ucciderlo se non ha nulla a che vedere con l'assassinio dei nostri genitori" ammisi "Promettimi che mi fermerai se tenterò di ucciderlo per un qualsiasi altro motivo".
Rue annuì gravemente.
Poi fissò lo sguardo oltre di me, sulla porta.
Senza produrre alcun suono, mentre si muoveva sui cardini antichi, il portone apriva i suoi battenti e ci permetteva di entrare senza opporre resistenza.
Stavo per muovere il primo passo, quando mia sorella mi prese per un braccio.
Intrecciò le dita.
"Una trappola, lo so" le dissi "ma non ho scelta. Devo trovarla"


Capitolo 10 – Selkis

Makter mi stava incantando con la musica delle sue parole… ormai avevo capito che era ora di crescere, e di fare la mia scelta.
Sconvolta, mi ero seduta sul letto sforzandomi di restare lucida… qualsiasi fosse stata la mia decisione, nella mia scelta avrei dovuto eliminare i sentimenti verso Draven e quelli verso Makter. Chiusi gli occhi, cercando di isolare la mia mente da quel luogo e da quell’istante… e percepii che Makter si irrigidiva e rivolgeva la sua attenzione all’oscura energia della Torre.
Mentre mi alzavo, chiedendomi cosa stesse accadendo, udii dei passi nel corridoio.
La pesante porta si aprii e Draven e Rue entrarono, i giovani corpi ricoperti dalle antiche armi dei Dragoni… mi lasciai cadere di nuovo sul letto “per la Dea.. un altro con il gusto per il plateale!”.
Makter li guardò in silenzio, un sorrisetto abbozzato sul viso; poi chiamò i Guardiani:
“Delroth! Throlor!”
Mi ricordavo di loro, erano i fedeli servi di Makter, due uomini alti più di due metri, resi invincibili dalla magia di Makter, che quindi veneravano come un dio.
Non li avevo mai sentiti parlare in sua presenza.
Entrarono dopo pochi secondi e posarono le mani sulle spalle di Draven e Rue, che sguainarono pesanti sciabole cercando di contrastare la forza dei Guardiani.
Fu inutile, in pochi secondi furono disarmati; poi Delroth si avvicinò a me, non mi avrebbe permesso di muovere un passo verso i miei compagni, che erano a loro volta controllati da Throlor.
Makter si era goduto la scena senza muovere un dito; quando Rue e Draven furono disarmati si rivolse a loro: “Cosa ci fate qui? Pensavate di poter affrontare me con questi patetici attrezzi?”
“Makter, abbiamo risposto alla tua chiamata. Ora pretendiamo delle risposte”, rispose Draven fremendo di rabbia.
“Bene, vedrò di accontentarvi. Cosa siete venuti a cercare qui? Questo forse?” e mostrò loro un lungo chiodo arrugginito.
Vidi Rue trasalire, il suo volto abbronzato appariva pallido come la cenere.
Draven soffocò un gemito e disse: “Allora sai tutto. Chi è stato?”
“il suo nome, come ti ho già detto nel nostro precedente incontro a Klivia, è Golgoth. E', o meglio era, uno dei miei sicari. Per i miei incantesimi ho bisogno di alcuni ingredienti… particolari. Selkis può confermarvelo. Golgoth era incaricato di procurarmeli, ma ha commesso qualche errore di troppo. Ora è rinchiuso nei sotterranei della Torre, prima di partire ve lo lascerò vedere… deciderete voi cosa farvene, a me non serve più”
“Vittime sacrificali? Si trattava solo di questo?”
“Erano contadini, niente di più. Pensavi che fossero eroi? Caduti in qualche impresa gloriosa?”
Makter scoppiò a ridere, in quei momenti aveva l’aspetto di un ragazzino.
Rue invece si era incupita, la sua voglia di vendetta diventava sempre più forte.
Draven appariva perplesso ed incredulo allo stesso tempo.
“Ma allora perché ci hai chiamato qui?”
“Voi avevate qualcosa che è mio da molto tempo. Selkis è cresciuta in queste terre, la Forza Oscura di Koptos la reclama da tempo. Io ho fatto di lei quello che è ora, mi spetta di diritto. Da sola non sarebbe mai tornata. Ma non temere, giovane esploratore… avrai la tua ricompensa. Sai già di che si tratta, vero?”
Draven tacque.
Lo stregone parlava di Leyna, era evidente….
Ma Draven avrebbe accettato?
Rue appariva allarmata, guardava prima me, poi Draven… ma noi tutti cercavamo la stessa risposta.
Alla fine Draven abbassò lo sguardo e domandò sommessamente: “Lei dov’è?”
“Il suo corpo è morto, la sua energia è stata in gran parte assorbita da Selkis. Ma qualcosa è rimasto.”
Ad un suo cenno Delroth mi afferrò e mi trascinò davanti ad un grande specchio dalla cornice a forma di serpenti intrecciati.
Guardai la mia immagine senza sapere quello che stava succedendo… ad un tratto un corvo entrò dalla finestra.
Mentre si avvicinava a me guardai nuovamente lo specchio: la sua immagine non era riflessa!
Ma quando l’uccello si posò sulla mia spalla vidi la mia immagine cambiare lentamente: gli occhi e i capelli sembravano sempre più scuri, fino diventarono quasi neri, le labbra apparivano più rosse e sottili, piegate in un’espressione di cinica soddisfazione… avevo paura, ma non riuscivo a staccare gli occhi dalla metamorfosi che stava avvenendo in quello specchio.
Anche Rue e Draven avevano lo sguardo fisso allo specchio, ma quando la metamorfosi dell’immagine riflessa fu quasi del tutto compiuta non ebbi il coraggio di guardare e mi coprii il viso con le mani.
Questo fece scappare il Corvo, e la mia immagine ritornò normale.
Makter si avvicinò a me e cercò di calmarmi accarezzandomi dolcemente.
“Vuoi liberarti di lei Selkis? Puoi farlo, se lo vuoi. Resterai qui con me… e Draven avrà la sua ricompensa, se l’è meritata. Oppure puoi tornare a Kolise. La scelta è solo tua”.
Sentivo le sue mani gelide sul mio viso, e istintivamente mi allontanai.
Speravo che Draven mi avrebbe chiesto di tornare a casa, ma ormai ogni centimetro tra di noi diventava anni luce; anche lui mi guardava muto.
In attesa che gli dessi la sua ricompensa.
“Makter, cosa devo fare per liberarmi di Leyna?”
Il Maestro sorrise, aveva l’espressione di un giovane guerriero che avesse appena vinto un duello.
“Delroth, Throlor, accompagnate i nostri ospiti ai loro alloggi. Draven, domani verranno a prendere te e tua sorella prima che il sole sorga. Selkis, tu farai bene a riposarti. Chiunque può uccidere, ma bisogna essere molto potenti per poter presenziare la Cerimonia della Rinascita”.
* * *
Il giorno dopo fui svegliata prima dell’alba dalle ancelle che Makter mi aveva assegnato.
Fui stupita dell’accoglienza che mi aveva riservato, forse finalmente mi considerava alla sua altezza.
Le quattro fanciulle mi portavano un vestito di velluto rosso cupo, e mi intrecciarono i capelli con perle e pietre preziose, ma non permisi che mi spogliassero dei semplici talismani che avevo portato con me da Kolise… ormai erano l’unica cosa che mi restava di quel periodo di serenità.
Quando fui pronta mi portarono davanti allo specchio dove la mia immagine si era trasformata in quella della mia più grande nemica.
Questa volta la donna che era riflessa aveva le mie sembianze, ma non la riconobbi: aveva l’aria di una principessa da favola, mentre io mi sentivo una bambina con il lutto nel cuore.
Poi la porta si aprì e Delroth entrò, mi afferrò un polso e mi condusse fuori dalla stanza.
Camminai per quei corridoi per minuti che mi sembrarono eterni, avevo la testa bassa ma percepivo dietro ogni porta, dietro ogni angolo le misteriose presenza che animavano la Torre guardarmi e bisbigliare tra di loro.
Finalmente giungemmo nel Laboratorio: una vasta sala circolare scarsamente illuminata da fiaccole, l’aria era fredda e satura dei fumi degli incensi.
Rue e Draven erano già arrivati, e notai che anche Throlor teneva i loro polsi stretti nella morsa delle sue mani.
Nonostante il lusso e la gentilezza del nostro ospite eravamo prigionieri.
Lessi i miei stessi dubbi negli occhi di Rue, Draven invece era assorto nei suoi pensieri e non alzò la testa nemmeno quando arrivò Makter, accompagnato dal battito delle ali del corvo.
“Allora, mia cara… possiamo cominciare, il sole sta nascendo”.
Ad un suo cenno Throlor e Delroth trascinarono Rue, Draven e me accanto al fuoco che ardeva al centro della sala.
Makter poi sollevò una sfera di cristallo che conteneva un denso liquido nero, mischiato con del terriccio e me la porse: “Nostra Madre Terra e il Male dell’uomo, sempre protetti e contenuti nella purezza dello spirito”.
Presi la sfera e guardai Makter: Anima, Terra e Male… mancava un elemento, il Corpo.
Ma lo sguardo del mio maestro era muto.
Guardai la pesante sfera, e mi ricordai il serpente che mi aveva aggredito nelle foreste di Koptos.
Lasciai cadere la sfera ai miei piedi, si spezzò in frammenti taglienti, dal pavimento salì l’odore acre del veleno.
Vi intinsi la punta di un dito e tracciai un piccolo pentacolo sul mio polso sinistro.
Il corvo gracchiò e si staccò dalla spalla di Makter dove si era appollaiato per venire a posarsi accanto a me, tra le schegge di vetro e i fumi del veleno.
Presi uno dei frammenti di cristallo e ne poggiai la punta affilata sul polso, al centro del sacro simbolo. Alzai lo sguardo, titubante: Rue mi guardava con gli occhi spalancati, rapita dalla solennità del momento, cercai gli occhi di Draven, ma lui girò la testa, evitando il mio sguardo.
Makter invece mi guardava con un’espressione compiaciuta, il solito sorrisetto ben stampato sulle labbra.
Chiusi gli occhi, trattenni il respiro e affondai per qualche millimetro la lama.
Il sangue cominciò a sgorgare, caldo e lento, e cadde sul corpo del Corvo, che ebbe un fremito e cominciò a mutare forma, dapprima impercettibilmente, poi il grande fuoco avvampò, costringendoci a distogliere lo sguardo.
Quando tornò la calma Leyna era di fronte a me.
Sentii alle mie spalle la risata di Makter, che mi gelò il cuore e paralizzò il mio respiro.


Cap.11- Draven

Il gigantesco servitore di Makter mi teneva per un polso, liberarsi dalla sua presa resa ancora più stretta dal potere della magia era impossibile.
Il rito si stava compiendo, ora di fronte a me si presentava un bivio.
E giunto ad un bivio, ogni buon vagabondo deve prendere una decisione.
In fondo, pensai, Makter mi aveva offerto tutto.
Vendetta per i miei genitori contro l'uomo che li aveva uccisi, e Leyna, la donna dei miei sogni.
E Selkis avrebbe avuto ciò che voleva, ciò per cui aveva ucciso perdendo irrimediabilmente la sua innocenza.
Eppure qualcosa non andava.
La situazione, le circostanze mi sembravano assurde.
Perché Makter aveva atteso tanto per reclamare di nuovo Selkis?
Aveva davvero atteso che io la portassi a lui?
E perché voleva ricompensarmi?
Non mi sembrava che fosse il tipo da elargire favori e benevolenza, quando poteva cavarsela con un rapido assassinio.
I pensieri vorticavano nella mia mente, cercando una soluzione, ma erano confusi dal desiderio di vendetta.
Avrei solo voluto uscire da quella stanza, stare di fronte all'assassino dei miei genitori e conficcargli il lungo chiodo arrugginito nel petto.
Avrei riso, avrei finalmente capito il significato della parola "pace".
Con un unico gesto avrei ucciso tutte le paure della mia esistenza, e avrei finalmente potuto dimenticare.
La risata apocalittica di Makter mi risvegliò dalle mie illusioni.
Quella risata!
L' avevo già sentita, aveva tormentato i miei sogni quella prima notte che avevo incontrato Leyna.
Makter era lì quella notte, Makter era in quel sogno, il sogno nel quale Leyna mi diceva di odiare Makter, dove lanciò su di me il suo incantesimo.
Ora era tutto chiaro.
Makter non aveva intenzione di darmi Leyna, e non voleva Selkis.
Lui voleva rubare il potere che Selkis aveva preso a Leyna, restituirlo, forse, o impossessarsene per se stesso.
Tutto era illusione, tutto era una macchinazione dello stregone.
Alzai la testa, fissai Makter.
"Non ci prenderai più in giro, stregone" gli gridai in faccia.
Makter mi prestò la sua attenzione "Come osi rivolgerti a me con questo tono, mortale? Non ti rendi conto del grande favore che ti sto facendo, nel tenerti in vita, nel donarti la vendetta, nel donarti la donna che desideri?" mi disse con disprezzo.
Risi.
Una risata che mi saliva dalle viscere, ad esprimere tutta la mia incredulità verso le parole dello stregone, che non comprendeva che non avrei più creduto alle sue menzogne.
Il sangue mi ribolliva nelle vene.
"Non mi doni la vita, ma la affliggi col tuo parlare a vanvera" dissi, il mio volto una smorfia demoniaca.
"Non mi doni la vendetta, poiché sei tu la fonte del male" continuai, i miei pugni che si serravano.
"Non mi doni la donna dei miei desideri" conclusi, ormai sicuro di cosa davvero volessi "tu la stai portando via!"
Makter mi guardò incredulo, poi si voltò verso i suoi servitori, serio "Basta con queste sciocchezze, eliminateli".
I due servitori si mossero all'unisono, lanciandoci al centro della stanza.
"Quando sarete stati fatti a pezzi" disse Makter "unirò il vostro sangue a questo rito, forse ne potrò trarre qualche goccia di potere" sorrise "sicuramente ne trarrò un sottile godimento"
Non avevo tempo per ascoltarlo, mi avrebbe solo confuso ne momento in cui avevo bisogno di tutta la mia concentrazione.
Avevamo già affrontato i due energumeni, e si erano rivelati troppo forti per noi.
Io e Rue, spalla contro spalla, tenevamo d'occhio i nostri avversari, pronti a scagliarsi da lati opposti su di noi per annientarci.
Pensai rapidamente.
"Come si frantuma una pietra, Rue?" le chiesi sorridendo, con la disperazione di chi non ha via di scampo.
Rue rispose d'istinto, battendo le nocche dei pugni le une contro le altre.
"Esatto" le dissi, mentre i nostri avversari si lanciavano in carica su di noi.
Rimanemmo immobili, le teste alla stessa altezza, pronti a scattare.
"Non ancora" sussurrai, sentivo Rue fremere dietro di me, i giganti a pochi passi.
"Non ancora" ripetei, i talloni che si staccavano dal pavimento, i due carnefici ormai a pochi centimetri dal travolgerci.
"Ora!" gridai, e balzai in alto con tutta la mia forza, Rue che compiva il gesto nello stesso momento, nello stesso modo.
Saltammo in alto, portati dal vento della paura, fin sopra le loro teste, perfettamente allineate.
Le prendemmo nel grembo delle nostre mani, e le facemmo cozzare l'una contro l'altra, la forza immane del loro impeto amplificata dal nostro gesto.
Ricademmo alle loro spalle e ci voltammo.
I due uomini erano ancora in piedi.
Si guardarono.
Poi caddero con un tonfo sordo al pavimento.
Mi voltai verso Makter "Ora tocca a te, stregone"
Il mago ci guardava esterrefatto, disgustato quasi.
"Selkis, liberami da questi due irritanti insetti, dimostrami la tua fedeltà!" le ordinò.
Selkis ci fissava dubbiosa, indecisa sul da farsi.
Makter le sussurrò nell'orecchio il suo veleno mieloso "Loro non sono nulla per te, evoca il potere del fulmine, e annientali"
Guardia Selkis, speranzoso "non ascoltarlo, guarda dentro di te, sai che ti sta mentendo" le dissi avvicinandomi al cerchio di fuoco.
Leyna non aveva ancora proferito parola, la sua figura sembrava evanescente al centro dell'incantesimo.
"Perché ordina a te di farci fuori? Perché ha bisogno di te per completare l'incantesimo? perché vuole riportare in vita Leyna?" la incalzai, vedendo che una lacrima si faceva strada sul suo volto.
"Makter ha bisogno di te più di quanto tu abbia bisogno di lui!" le gridai "Lui ti sta usando, come ha sempre fatto, e quando avrà finito con te si libererà di te e del tuo ricordo"
Makter era su tutte le furie "Taci, miserabile! Mi occuperò personalmente di te, dunque" e gesticolando nell'aria scagliò su di me una nera saetta di Morte.
Non avrei mai potuto resistere ad un attacco simile, lo sentivo, lo sapevo.
Me ne sarei andato così, senza aver potuto rivelare a Selkis quello che sentivo.
Ma Madama Morte aveva altri piani per me.
La saetta si infranse contro una sorta di muro invisibile, che brillò per un istante a contatto con l'incantesimo.
Vidi Selkis concentrata su di me, le mani protese nel tessere l'incantesimo di protezione.
Makter era al limite della sopportazione "Osi tradirmi? Io ti insegnato tutto quello che sai, io ti ho resa quello che sei, io ti ho dato il potere, la magia, io..."
Selkis lo interruppe, imponendo le mani sul suo petto, intessendo un altro incantesimo "...tu parli troppo" e lo spinse nel cerchio magico dal quale Leyna era venuta fuori, il portale per i regni infernali degli spiriti morti.
Leyna lo abbracciò, Makter era incapace di liberarsi dalla sua stretta.
Un gelido vento percorse la stanza, cavalcato da un sussurro "Vieni a me, amore mio" diceva Leyna.
Makter si dibatteva, tentando di uscire dal cerchio, perdendo sostanza e diventando sempre più traslucido.
"Non farmi questo, io volevo riportarti in vita, per rimanere con te, per sempre!" gridava disperato.
Leyna gli sorrise malignamente "E' quello che accadrà, mio caro, rimarremo insieme ... per sempre" e le loro immagini si dissolsero, accompagnate dall'urlo di orrore di Makter, ormai intrappolato nel reame dei Morti.
Mi avvicinai a Selkis, e lei affondò tra le mie braccia.
"Io ... io..." incominciai, senza sapere bene cosa intendessi dire.
Selkis alzò gli occhi umidi verso di me, immobilizzandomi con la sua bellezza selvaggia "tu... anche tu parli troppo" e mi sigillò le labbra con un bacio.
Dimenticai di trovarmi in una tetra stanza di evocazioni demoniache.
Le labbra di Selkis mi portarono in una dimensione stellare, ero leggero e volavo tra le costellazioni, stringendole la mano.
Coglievo astri lucenti e glieli donavo, e riposavamo le nostre ali su di una Luna argentea.
Arcano, da lontano, era una luminosa sfera smeraldina.
Rue mi riportò alla realtà, schiarendosi la gola.
Mi voltai verso di lei, stringendo ancora Selkis tra le braccia.
Rue indicò verso il basso, puntò un dito sul suo occhio destro, e spazzò l'aria di fronte a se con le mani aperte.
Imprecai. "Maledizione, non c’è nulla nel sotterraneo. Makter ha mentito anche su questo"
Selkis mi guardò tristemente "Mi spiace che tu non abbia trovato l'uomo che cercavi"
"Non importa" le dissi sorridendo "ho trovato molto di più oggi, di quanto avrei mai potuto sperare di trovare"
La strinsi forte, poi la presi per mano "Torniamo a casa" le dissi.
"Torniamo a casa" mi rispose.

     
     

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